Lucetta Frisa
  La costruzione del freddo

  FEACI EDIZIONI

Questo poemetto nasce da una molteplice riflessione sulla grande metafora del freddo: il freddo come costruzione di un clima artificiale, di un mondo umano disumanizzato, dominato dal tutto-visibile e dal tutto-detto, dove trionfa l’omologia, la sterilità, la superficie: e, d’altra parte, il Freddo invernale e sensoriale, a sua volta metafora dell’inevitabile fine della vita terrena, exitus biologico a cui dovrebbe seguire un adeguamento psicologico e morale alla morte, come testimonia l’invocazione finale “Vieni, Freddo” (Epilogo).
L’uomo può risolvere l’antinomia tra artificio e natura, tra gelo dell’omologia sociale e gelo della morte, solo ritrovando dentro di sé, alle diverse temperature dei contrasti emotivi, la natura e l’energia dei propri sentimenti, sentimenti da vivere fino in fondo, come una nuova iniziazione religiosa: Non soffocare il dolore, non sprecarlo/ dagli voce e il tuo corpo intero/ fino al punto dove il suo duro corno/ batte per l’ultima volta (Il dolore).
Nella prima parte del poemetto, domina un presto con fuoco: il recitativo si alterna al canto pieno, in una mescolanza incessante di ritmi. La sintassi, ipnotica e frantumata, estraniata e a volte solenne, procede per assonanze,variazioni, iterazioni, analogie; la forma metrica si adegua, nella sua molteplicità, alla forza del pathos che la detta. Le immagini non ostentano la loro carica metaforica ma alludono a un pensiero che rifiuta ogni autonomia concettuale e deriva dalle immagini come la struttura esatta del ghiaccio deriva dai capricciosi mutamenti climatici. Fondamentale è l’uso,in tutto il poemetto, dei colori puri: bianco, nero, oro e rosso, ognuno con la propria connotazione mentale e sensoriale ben precisa.
L’oggetto del poema – il freddo – può sembrare, all’inizio, il frammento di qualche architettura dimenticata o rimossa. Ma non è così. Il testo va compiendosi come struttura di quanto ci pareva solo scheggia o frammento, viaggiando verso una forma che è sempre forma futura, che non si esaurisce mai con le opere che produce ma è costantemente traversata dall’enigma del prossimo testo. “Brucia l’osso e l’idea/ pulsando nel dolore e sul foglio vivo/ e li tramuta in opera” (La passione).
Nella seconda parte (Le nove iniziazioni del caldo e del freddo), attraverso una forma più chiusa e compatta, vengono rinominate le passioni umane ad una ad una, in poetica corrispondenza con i colori soprannominati. E’ nella limpidezza di quel fuoco temperato e fermo che è possibile saldare la coincidentia oppositorum. Per naturale necessità il tempo si fa più largo, simile a un andante con moto e la sua sintassi, meno contratta e folgorante, si distende in canto severo dai toni esortativi e sapienziali. La parola, pur restando fedele alla suggestione delle visioni, conquista una nuova pienezza e il poeta, dopo l’attraversamento, può approdare a una voce conclusiva.
La natura umana esige una temperatura né troppo calda né troppo fredda, dove il conquistato tepore (e, per analogia, il grigio della malinconia) sia la risultante naturale del conflitto vita-morte, inconscio-coscienza. La stessa struttura del poema lo suggerisce: diviso tra furore morale della denuncia e necessità poetica di ricostruzione, si avvia verso un sereno consegnarsi al proprio destino mortale. Da incubo malinconico la caducità si trasforma, grazie alla poesia, in sfida della parola alla verità del nulla. Non ci sono né ci saranno consolazioni. Non a caso Frisa cita, nell’exergo del libro e in una poesia della prima parte, due frammenti poetici di Paul Celan. L’unica immortalità possibile è accettare il dolore della mortalità con parole adeguate, capaci di rievocare in una forma transitoria – nella bellezza veloce del canto, nelle rapide seduzioni della parola -, il mistero irrisolvibile della vita umana: mancare alla vita.
“E l’ultima parola già risuoni/ in quella di qualcuno dopo di me/ Guidato da un’altra opera/ prenderà un mio verso disfatto nell’aria/ che entrerà nuovo nella forma…”.

Marco Ercolani

la paura

seguendo le inclinazioni della paura
scendi nella notte dell’infanzia
dove ti attendono tutti gli animali –
occhi sbarrati.

Proverai il gelo di vedere il fuoco
senza scampo l’orrore di una lingua
al tuo corpo straniera.

Il canto che sale dal giardino
devasterà i suoi fiori appena nati.

Entra in  un nuovo nome
e tornerai dalla notte.

 

 il coraggio

seguendo le inclinazioni del coraggio
lascia la serpe avanzare la parola contorcersi
e corpo a corpo
bàttiti dritto con l’ombra
nel supplizio meridiano.
Zittisci ogni rumore
che l’aria sia tesa come lama di guerriero
vergine per le tue labbra assorte.
Ricorda il fuoco fisso
al centro del tuo unico regno.
Il bianco sarà attraversato da una freccia rossa.

Rapido è il rito del coraggio.
 

il pianto

 

seguendo le inclinazioni del pianto
siediti accanto a un albero da frutto
e all’animale domestico che sa solo il presente.

Accarezza la tua anima più antica
davanti a lei spògliati di ogni veste
sàziati del pianto lungamente.

Non soffocare il dolore non sprecarlo
dagli voce e il tuo corpo intero
fino al punto dove il suo duro corno
batte per l’ultima volta.
Sfinito dalla lotta
accoglierai quella cavità nuova
nella ferita asciutta.

Lento è il rito del pianto.

 

il dubbio

del dubbio, delle sue inclinazioni
circolari e oblique
seguirai la vertigine.
Dietro l’allodola e il gufo
cacciatore allarmato al mattino e alla notte
scambiando l’una per l’altro
tra le ginocchia nebbiose.

Nelle ore intermedie brulicano oggetti armati:
inerme il tuo corpo nella stanza
si affaccia nello specchio vittorioso.
Tutte le case sono crollate e ai bivi
non c’è riposo: si muore strangolati mille volte
ci si rialza colpevoli.

Accetta con fermezza di vacillare
se il dubbio è la tua giustizia.

l’odio

seguendo le inclinazioni dell’odio
abiterai il lutto che ti separa dagli uomini
spiandoli con sguardo abbandonato.

 Si spegne di nero ogni cosa nel nero.

Il nero copre ciò che non sai amare.
La tua schiavitù conoscerai nell’odio.
Ma da ciò che è nero sepàrati con la calma
distanza e il disamore gelido.

Libera la sua belva bianca e morirà di sete.

 

la passione

della passione le inclinazioni
segui quella che ti assomiglia –
ma che sia generosa.
Il cuore delle cose è fiamma
fiamma il tuo cuore se si spalanca
allo spazio e accende le corrispondenze
in eloquente calore.
E’ la ragione istintiva del rosso:
scavalca i punti di quiete
brucia l’osso e l’idea
pulsando nel dolore e sul foglio vivo
e lo tramuta in opera.

Se il grigio
assopisce il senso del tuo viaggio,
ricòrdati del rosso che brucia sotto
e ha il colore del risveglio.

 l’inadeguatezza

dell’inadeguatezza le inclinazioni
conducono lontano dal tuo corpo,
l’alto desiderio innalza rupi
e più sali più la strada sale.

Con la freccia spuntata miri al leone
coi piedi scalzi attraversi bufere
leggi parole che scompaiono –
sbagliano il tuo occhio o il libro?

L’acqua trabocca si frantuma il vaso
nulla si versa in te e non ti versi in nulla:
impara con penna e foglio la misura
tra parola e sogno e in mezzo la mano.

Insegna l’inadeguatezza a difenderti dall’invisibile.

 

l’amore

dell’inclinazione dell’amore
segui il passo flessuoso:
umili briciole e le orgogliose
insidie ti aspettano sulla strada.
Riderai delle tue debolezze
come della tua infanzia
mostrando il dolore e la sconfitta
per unirti al destino dei passanti.
Atterrito dal vuoto
commosso dalla grazia di guardare
accogli il grigio attraversato dai lampi
come il colore
che resiste dopo ogni squarcio.
Difendilo dall’oro dell’inganno
dagli assoluti del bianco e del nero.

Hai ancora un vantaggio se trattieni qui l’amore.

 

la malinconia

della malinconia le inclinazioni
non potrai non seguire.
Se lo sguardo al tramonto entra nell’ombra
sulle cose scenderà la polvere
che si insinua tra gli illusi contorni.
E’ il prezzo di chi non si inganna.
Giorno per giorno l’invisibile avanza
attenuando questa luce terrena
e tu resti in piedi sulla soglia
sereno ma prigioniero.

Così vuole la tua natura autunnale.

 

Epilogo

Vieni, freddo –
se sappiamo che non puoi chiudere nulla
nella mente e dentro le mura
l’ultima immagine vedrà la luce
nelle pupille bianche.
Scenderanno le rughe sulla pelle
col peso di strane carezze
onde increspate
di un tempo più marino.
Che la natura disponga con lenta saggezza
ciò che le compete
indicandoci quella strada debole
che richiede forza.
E l’ultima parola già risuoni
in quella di qualcuno dopo di me.
Guidato da un’altra opera
prenderà un mio verso disfatto nell’aria
che entrerà nuovo nella forma.
Se il freddo…
 

Annunci