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L’altrove dirsi di questi destini
sguainati da castelli di carte sbilenche
che incespicano in arbusti e grovigli
di strade binari incroci funamboli
di serpi saettanti alle spalle
di colonne corinzie e di obelischi egizi
come il taglio dei tuoi occhi a mandorla
che ingolosisce di tempo nocciola
da sgranocchiare in rapimento di acque prenatali,
seduti sulle sponde di un arcobaleno
che sgrana la sua litania di colori
su pentagramma straniante di sonate da lago
mentre l’onda di piombo immobile ferma l’ora

il nostro tempo di labbra amaranto
racchiuso in una parentesi graffa
dove si snocciola tutto l’alfabeto
di etère e trulli nani che si danno la mano
contro il dirupare di voci di aedi
dalle corde stanche di canti
scheggiati da echi su rive vergini
di cori e di passi ritagliati nel sole
o filmati nel biancore latteo di croste di luna
malefica incantatrice di madrepore
complici involontarie di inganni
tessuti da Cloto che inchimera la resa.

Sempre gli stessi canti, sempre la stessa musica
dalla remota grecità di Alceo
agli strimpellamenti di tastiera
che gracchia come corvo assiderato
contro drappi di notti dense di catrame

(mallevadore subdolo
di inni e di vittorie
di scacchi e controcanti
batte ritmi tachicardici
al suono di cornamuse
che planano distanti).

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