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Alfio Squillaci: “Mare Jonio ” (2007). Sedizioni, pagg. 186

Alfio Squillaci, nato a Catania nel 1955 e da anni residente in Lombardia, è un raffinato amante e cultore della letteratura, in special modo di quella francese e di Stendhal e Flaubert prima di tutti. Scrittore brillante, dirige la rivista web “La Frusta! Letteraria”, che è una autentica miniera di informazioni e approfondimenti.
“Mare Jonio” è la sua prima pubblicazione, costituita da una raccolta di quattro racconti, nei quali si riversa una amara ironia sulla sorte degli uomini del sud, ed in special modo della provincia del sud. Nei primi due, la lezione di Molière, Machiavelli, Goldoni, Boccaccio, Pitré, Capuana, Verga, Basile, si fonde in una scrittura che Squillaci sa rendere festosa e frizzante, nonostante la gravità dei temi trattati.
Il primo racconto, “Amore alla siciliana”, tocca il male secolare del sud, l’emigrazione. Carmileddu, in mancanza di lavoro, è costretto a partire per la Germania, lasciando soli la moglie Rosina e il figlio Alfiuccio. La separazione li allontanerà sempre di più. La donna rimasta sola, smania di desiderio e non vede l’ora che il marito torni in agosto in occasione delle ferie. Presto, però, questo unico ritorno non le basterà più. Ne nasce una storia di tradimenti da parte della donna, descritti con l’uso di termini gergali, alla Camilleri (e prima di lui Stefano D’Arrigo di “Horcynus Orca”), che arricchiscono il sapore degli avvenimenti, caricandoli di quella furiosa bestialità che, a poco a poco, avvierà la donna alla tragedia.
Lo stile, che si conserverà anche nel successivo racconto, con quel “Dovete dunque sapere” si riallaccia alla migliore tradizione novellistica siciliana, mischiando però insieme l’arguzia boccaccesca e degli altri autori già ricordati, inclini ad una rappresentazione più distaccata, con la passionalità, più che di Basile, di un Capuana e di un Verga (si pensi a “La lupa”).
La scuola meridionale, compresa la lezione di Brancati, è, dunque, ben presente nell’autore che, in questi due racconti, sa farla rivivere con piacevolezza, innestandovi quegli elementi – come già in Pirandello – di derivazione esterna, fino a comprendervi, per il tocco ad un tempo pungente, divertito e leggero, il grande Molière.
Pietro Ladro, il protagonista del secondo racconto, “La televisione”, che deve il soprannome al suo passato di malandrino e di malavitoso, ha deciso, arricchitosi oltre misura con il mestiere di usuraio, di prendersi una moglie. Una c’è in paese che gli piace; è Licia, la figlia adottiva di mastro Nitto: “Era successo che una mattina, lambriettando e scarrozzando per le bàsole laviche della strada, tutto impomatato e lustrato dalla testa ai piedi che pareva un pomo lucidato col rovescio della manica, gli si era appalesato un personale di donna che tancheggiava e taccheggiava della meglio maniera. E chi poteva essere quella femmina pittata come pupa di tamburello che sbatteva il culo clòppete clòppete come la mula di compare Alfio?”
Si tratta, anche questa volta, di toccare un tema che ha contraddistinto specialmente il sud, quello del ratto a scopo di matrimonio. La donna è stata per secoli colei che ha subito passivamente il ratto, costretta, a causa di ciò, a sposarsi un uomo che non amava, per non restare disonorata e isolata dalla società. A Licia accade ciò che era accaduto a tante altre donne: viene rapita da Pietro che la trascina sulla carrozza aiutato da un compare, e non può fare altro che accettare il matrimonio, seppure con rabbia e pianto.
Quando i conti non tornano, tuttavia, qualcuno ha sempre da rimetterci, ci fa intendere Squillaci, e così da quel matrimonio forzato e senza amore scaturisce una situazione che l’autore ci rappresenta con quel mordace senso del ridicolo che in tanti casi contraddistingue le azioni degli uomini.
Con il terzo racconto, “Il sogno di Maria”, lo stile muta in una scrittura che, se non ha il brio e il sapore denso della prima maniera, ha, tuttavia, la limpidezza della narrazione classica. Si può dire, così, che la raccolta si divida in due parti che mostrano due scritture profondamente diverse, entrambe attraversate, però, dal denominatore comune dell’ironia, tanto divertita nei primi due racconti quanto severa se non addirittura feroce negli altri. Questo racconto è il primo della seconda parte. Vi si narra la storia di una speranza, quella che cova nell’animo delle classi proletarie. Avere una casa, ad esempio, come accade all’operaio Famà. Allora tutti i membri di una famiglia, ragazzini compresi, si mettono al lavoro, come tante formichine, per fabbricarsela da sé, agitandosi intorno a qualche rudere. Al contrario, Maria, figlia di un impiegato del catasto, quindi appartenente alla piccola borghesia, ha un sogno diverso, che l’accompagna sin da bambina: vuole fare la hostess. Il padre l’asseconda, pregustando pure lui l’avvenire della figlia. Ma è mai possibile che ad una ragazzina del sud si realizzi il suo sogno? È un racconto di struggente malinconia.
“Il salone del marchese”, narrato in prima persona, chiude la serie dei racconti in modo brillante con un’ironia gustosa, sebbene caustica. È, forse, il migliore per i molti passaggi che sa offrire al lettore. A fare le spese di una tale caustica ironia è per prima la paludata casta dei docenti universitari della sua città, Catania, che il protagonista della storia mette sotto la lente d’ingrandimento di un’osservazione che non si lascia mai sfuggire il motto arguto di fronte alla vacuità di un potere che viene ostentato, ma è fuori della storia: “Qui più che altrove penso che la storia non esista e che sia piuttosto un ordigno umanistico, una furbesca invenzione degli studiosi.”
Malata la testa, dunque, risulta malato tutto il corpo. È l’occasione, infatti, per una critica allo scopiazzamento praticato da una provincia che altera sempre l’originale, attribuendogli connotati e significati ridicoli e spenti. Squillaci non ama l’appiattimento e l’immobilità tipica di molte provincie italiane, ma specialmente di quella che è anche la sua città natale (diventata la “città dei babà”), e il suo racconto-denuncia è la sferzata di un figlio che, pur vivendo lontano, non ha mai staccato gli occhi da lei: “E adesso questi miei giovani sembrano animali in gabbia cui ogni tanto un padrone cinico e avaro concede l’osso di un conferenziere.”
Non è più la Catania di Capuana, De Roberto, Verga, il centro intellettuale, ossia, della Sicilia orientale, ma una città gonfia e vuota, che si pavoneggia sul nulla, “dove l’ingegno si esercita ad inventare bevande di selz, limone e sale per digerire pesanti piatti di salsicce e capretto”.
Gli anni della rivoluzione studentesca toccano anche Catania, e la sua università, dove però i leader, per esempio Tino Strazzeri, sono più occupati ad accaparrarsi le attenzioni di ragazze belle come Rossella Strada, piuttosto che a sostenere e rinvigorire il movimento di protesta: “tutti iscritti idealmente in partiti proletari, ma incapaci di amarli quando ce li avevamo di fronte, in carne ed ossa.”
È con la figura di Tino Strazzeri e il suo amorazzo con Rossella, ai danni della moglie casalinga e senza tanti grilli per la testa, Graziella, che Squillaci si addentra in questo clima pseudo rivoluzionario (“la pornografia sarà di destra o di sinistra?”) che “pose in me le radici di quella convinzione ormai solidissima che la giovinezza è una malattia sociale dell’Occidente senza rimedio, dalla quale non si guarisce più neanche crescendo. Da allora Tino Strazzeri diventò un mio personale nemico […] cominciai a vedere in lui una sorta di immagine vivente della corruzione delle idee della nostra epoca.”
Al “mitico ‘68” succede il femminismo che cala sulla città con un seguito di adesioni inaspettato. Più di trecento donne sfilano in piazza dell’Università, con bandiere megafoni, e slogan. Tra loro Rossella (“smagliante pasionaria”), con meraviglia di tutti, del protagonista come di Tino.
Il racconto si fa sciolto e leggero con una storia che, nel momento in cui mette in scena Ximena, una letterata vissuta nel secolo precedente, femminista anzitempo, si fa portatrice di un fascino e di una segreta malia tipica di un passato che, rimasto sepolto per anni, torna alla luce con la forza del suo mistero.
Rossella, più che Tino, è figura superbamente centrale del racconto, pei mutamenti e i furori che ben rappresentano la ventata di illusoria modernità che si abbatté negli anni ‘70/’80 su di una provincia che in modo ottusamente caparbio non voleva essere seconda a nessuno.
Squillaci rende bene l’effervescenza ed insieme la vacuità di questa ambizione devastatrice.
Si tratta, pertanto, di un libro puntuale e godibilissimo, che tiene a battesimo uno scrittore che dimostra di saper usare le parole e soprattutto le strutture di una narrazione già matura.

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