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Sono un’attrice nata, una trasformista, la più grande manifestazione vivente di come una donna (o un uomo) possa uscire di casa con un aspetto del tutto differente da quello che aveva prima che varcasse la porta. E non solo.  Come in una sorta di metamorfosi stevensoniana, senza che beva la fatidica pozione che trasforma un uomo in mostro, ma con l’abituale maquillage, divento una donna diversa da quella che, qualche minuto prima, se ne stava rannicchiata nel divano, con l’ espressione vuota e la mente votata alla memoria di un percorso di vita ormai estinto.

Lo specchio è il mio miglior amico.  Si anima del mio viso, del colore dei miei occhi, di quello delle labbra appena accese dal rossetto.  E poi il rito della vestizione, della scelta degli accessori, dei gioielli.   C’è una sorta di autocompiacimento nell’accostare mentalmente, e poi di fatto, un foulard, una cintura, una collana al maglione indossato.   La regina della decadenza.  Del nulla.  La regina con il viso a metà: una metà che sorride, illuminata da fard e luccichii e l’altra metà pallida, lo sguardo perso in un indistinto lontano.

Qui, dove dialogo con lo specchio, c’è un improbabile passaggio su cui mi destreggio come un’acrobata che solo io e la mia gatta sappiamo percorrere.  Fino all’anno passato c’erano anche delle formiche che avevano divorato il cemento alla base della doccia.  Non mi piacevano.  Le ho murate vive.  E tarme, acari, ragni, lumache perfino.

Ma questo mondo fatiscente, questo microcosmo di bestiole con le quali ho ormai firmato un patto di non belligeranza, si chiude alle mie spalle non appena esco di casa.   E’ allora che comincia la mia rappresentazione. Da bruco divento farfalla e ne assumo i colori, i palpiti, la leggiadria.    Sorrido e brillo e, come ogni grande attore, m’immedesimo talmente nel mio personaggio, da diventare di fatto quell’altra me stessa che, in realtà, è morta da molti anni.

Le fotografie che possiedo si fermano ai trenta,  quarant’anni.   Se non fosse per quel gonfiore sotto gli occhi.  Se non fosse per quei segni agli angoli della bocca.  Se non fosse per quella mutilazione a cui non so abituarmi.

Sono ancora come prima.  La stessa di prima.  Ho ancora trent’anni, quando chiudo la porta alle mie spalle lasciando l’altra me stessa con gli occhi fissi sul pavimento e la schiena curva.  Immersa nel riascolto di un nastro che scorre nella memoria all’infinito.  Sommersa dalle cose dagli avvenimenti dal tempo che travolge dal dolore.

Sono un personaggio di Beckett.

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Ringrazio Ali per la bellissima immagine che mi ha offerto come regalo di Natale.