Spingo la porta e mi ritrovo in un salone, addobbato con festoni di carta colorata, tra persone che parlano, ballano e mangiano.
In un angolo, un gruppetto di uomini beve e canta:
“ Quindici uomini… quindici uomini… sulla cassa del morto… .”
Mi rendo subito conto che sono alticci, volto loro le spalle e mi avvio verso una pedana ricoperta di paglia che mi ricorda la stalla del presepio. Sopra c’è un asinello; cerco la capanna, ma non la vedo.
Ai piedi dell’animale noto, invece, un brillio.
Mi chino e, con grande meraviglia, mi accorgo che si tratta di monete d’oro. Ne raccolgo una.
Mentre la osservo, passandola da un palmo della mano all’altro, avverto dietro di me la presenza di una persona.
Impaurita, mi giro di scatto e incontro gli occhi sorridenti di mio nonno. Lo abbraccio felice. Nonno Cesare è un mito. E’ sempre disponibile a scorrazzarmi in bicicletta per le piazze dove andiamo a dare da mangiare ai piccioni.
Insieme continuiamo a curiosare nel salone per scoprire chi c’è e come viene festeggiato il Natale.

Sulla pista da ballo volteggiano il Principe e Cenerentola. Lei indossa un bel vestito blu, lungo e stretto in vita. La gonna larga si gonfia, quando la coppia gira in tondo.
Biancaneve e i sette nani sono seduti a terra, in cerchio, e osservano.
Sento la principessa dire a Brontolo:
“ Sono belli vero? Troverò anch’io un principe?”
E la risposta di lui, quasi un mugugno, il cui senso dovrebbe essere questo:
“Uhm… le solite storie. Che noia !” 
Biancaneve, con una mano, gli sposta il berretto sugli occhi e nonno, a quel gesto, ridacchia sotto i baffi, mentre lo tiro per la manica della giacca.
           Voglio raggiungere Alice che ha gli occhi fissi sull’orologio da panciotto del coniglio bianco.
“ Nonno, perché guarda l’ora in continuazione?”
“ Mah! Starà calcolando quanto tempo manca al suo viaggio nel Paese delle Meraviglie.”
 “ Quando parte?”
“ A primavera. Dovrà aspettare ancora qualche mese. La pazienza è la virtù dei forti. Lo sapevi?”
“ Me l’hai detto… una, due, tre volte, e poi ancora una e due… , da quando avevo tre anni!”
“ Ho capito, ho capito! Dai andiamo avanti. A casa ci aspettano, non possiamo rimanere troppo a lungo.”
           Con una mano mi spinge avanti; briciole di pane sparse in terra formano un percorso appena visibile.
Superiamo un gruppo di ragazzini e ci troviamo davanti alla casetta di Hansel e Gretel. Dietro alla inferriata di una finestra, la Strega sta sbraitando:
“ Fatemi uscire!!! Brutti ragazzacci! Ho fame! Mica vorrete uccidere una povera vecchia nel giorno di Natale?”
Sto per aprire bocca e dire al nonno che per me la Strega poteva morire tranquillamente, quando la mia attenzione è attratta da tre casette simili, ma non uguali, che si trovano in fondo alla stanza.
“ Nonno, ci sono i porcellini! Quanto mi piacciono!”
Corro e mi avvicino al primo che trovo:
“ Scusi signor Porcellino posso entrare in casa? Nei libri si vede solo il camino.”
“ Prego si accomodi.” Mi risponde spalancandomi la porta della capanna di paglia.
“ Ma è vuota!”
“ Perché tu in un batter d’occhio saresti capace di arredarla?”
“ Ah… ah… ah… sai porcellino che non ci avevo mai pensato?  E il lupo dove l’avete messo?”
“ Per Natale si riposa, ma non ci fidiamo, perciò mentre due ballano il terzo, a turno, fa la guardia alle case.”
I tre porcellini mi stanno simpatici e mi fermerei volentieri, ma il nonno, avvistato il Gatto con gli Stivali, vuole salutarlo. Non mi è mai piaciuta la sua novella, il nonno lo sa e mi prega di dargli almeno il buongiorno, così simulo un inchino e obbedisco:
“ Buongiorno e Buon Natale Signor Gatto.”
 “Buon Natale a lei Signorina.”
A quelle inaspettate parole galanti, gli rivolgo un sorriso degno di una pubblicità di dentifrici e poi proseguo impettita. Il nonno mi raggiunge poco dopo. A metà percorso ci sediamo in un bar a mangiare del panettone offerto dalla piccola fiammiferaia.
“ Ma la sua fiaba non era diversa?”
“ Si vede che è stata riscritta… .”
Ai tavoli, altri bambini, in compagnia di nonni, mamme e zie, chiacchierano animatamente.
“ Allora Francesca ti piace questo regalo?”
“ E’ fantastico nonno. Non sapevo che ci fosse un posto così.”
“ Ne esistono molti e se ti capiterà di trovare nella tua vita una porta aperta che si spalanca su un momento felice, entra e vivilo senza indugiare.”
 “ Mica ho capito quello che vuoi dirmi, ma non importa.”
Curiosa di sapere quali altri personaggi avrei incontrato, lo sollecito ad alzarsi. Terminato il giro, ci avviamo verso l’uscita. Sulla destra mi fermo un attimo a osservare uno stagno. Sull’acqua galleggia una foglia con sopra una bambina in miniatura che, cullata dalla corrente, dorme rannicchiata.
Il nome della novella non me lo ricordo, ho fame e nella stanza ci saranno mille fiabe.
In strada fa freddo. Salgo sulla canna della bicicletta. Nonno mi alza il bavero del cappottino rosso, rifinito in velluto nero, che indosso nelle giornate di festa, e comincia a pedalare.
Poco dopo siamo a casa. Il profumo del pranzo di Natale, che si avverte sin dall’ingresso, è invitante e sono sicura che farebbe venire l’acquolina in bocca anche a Brontolo.
Mamma accenna un rimprovero:
 “ Avete fatto tardi! Lavatevi le mani, si va a tavola.”
Nonno strizza un occhio e mi fa cenno di tacere, mentre si giustifica spiegandole che, terminata la Messa solenne, ci eravamo fermati ad ammirare il presepio.
Mi siedo vicino a mio fratello e gli sussurro:
“ Tu sapessi!”
“ Cosa devo sapere?”
“ Non te lo dico è un segreto!”
 “ E allora perché mi hai detto tu sapessi?”
Un suono mi distrae. Alzo lo sguardo. Campanellino sta volando attorno al lampadario.
Sono sul punto di mangiare il primo crostino ai funghi, quando mi sveglio. 

Controllo l’ora. Le sei del pomeriggio E’ tardi.
Salto in piedi. Devo essermi appisolata mentre leggevo.
Alla svelta vado il bagno a sciacquarmi il viso e a pettinarmi, poi m’infilo le scarpe, il giubbotto e esco sul pianerottolo.
La luce dell’ascensore è rossa. Non posso aspettare che si liberi. Decido di scendere a piedi .
Nell’atrio del palazzo, incontro il mio dirimpettaio con il quale, di solito, non scambio che frasi di cortesia:
 “ Buongiorno”, “ Bel tempo vero?”, “ Che freddo! Che caldo!”
Come se non fosse naturale che in inverno la temperatura scenda per risalire in estate e viceversa.
E’ un bell’uomo, abbastanza alto con appena un accenno di pancetta, ha lo sguardo schietto ed è simpatico. Vive solo. Voci di vicinato dicono sia un direttore di banca.
Non ho mai cercato di approfondire la sua conoscenza. Tra un mese compirò cinquant’anni e lui, a occhio e croce, dovrebbe avere qualche anno meno di me. Il tempo dei colpi di testa è finito da un pezzo.
Invece del solito buongiorno, si mette a chiacchierare.
 “Dove va di corsa?”
Gli rispondo ridendo: “… si vede che ho furia?”
Ride anche lui: “ Io no. Sto andando a sgranchirmi le gambe.”
Apre il portone e lo tiene fermo per farmi passare per prima.
“ Posso conoscere il motivo di tutta questa fretta?  Da com’è vestita escludo che abbia un appuntamento.”
Mi guardo: ho addosso i jeans che uso per la passeggiata con il cane, un maglione rosso a collo alto e il mio solito giubbotto.
“ Perché non le piace ?”
“ No, no…anzi è molto elegante”.
Ridiamo ancora.
“ Vado a comprare gli ultimi regali e qualcosa per me.”
“ Posso offrirle un aperitivo?”
Sarà l’atmosfera del Natale che fa cadere il muro di riservatezza che ci ha sempre contraddistinto, fatto sta che mi ritrovo ad accettare l’invito, a condizione che lui mi accompagni prima a fare gli ultimi acquisti. Non posso correre il rischio che i negozi chiudano. Poco prima di mezzanotte verrà mio zio a prendere i doni per i suoi nipotini. Sono piccoli e la notte di Natale è ancora magica per loro.
“ Affare fatto! Dove andiamo?”
“ Alla libreria sotto i portici. Non la farò stancare troppo.”
“ Mi fa piacere invece. Sono partiti quasi tutti quelli che conosco e, in parole povere, sono rimasto solo.”
“ Non è facile ambientarsi in una nuova città. Nemmeno per me lo è stato. E’ vero che qui ho vissuto una buona parte della mia vita, ma con i vecchi amici ho perso i contatti. Se capita d’incontrarci, in comune, ormai, abbiamo soltanto i ricordi.” 
“ Credevo che aveste sempre abitato qui.”
“ No… no. E’ solo da due anni che sono ritornata. Stavo in campagna, poi i ragazzi si sono iscritti all’università e la solitudine cominciava a pesarmi, così ho deciso di riavvicinarmi a loro. Per questo, quando l’inquilino del mio appartamento mi comunicò che si sarebbe trasferito, presi la palla al balzo e traslocai, con disappunto dei miei figli che avrebbero preferito tenermi lontana.
Ecco siamo arrivati.”
Entriamo in libreria dove individuo subito i titoli che mi ero appuntata in un foglietto. Mentre la commessa prepara i pacchetti regalo, girovaghiamo tra i banchi a guardare le ultime novità e riprendiamo a parlare una volta fuori dal negozio.
“ Regalo sempre dei libri a Natale.”
“ Cibo per la mente!”
“ Sana compagnia!”
“Anche a me piace leggere. Da piccolo, in estate, i miei genitori mi costringevano ad andare a fare il riposino dopo pranzo. Odiavo quel momento, avrei preferito scorrazzare in bicicletta in cortile e per il quartiere, invece mi toccava stare al chiuso. Così prendevo un libro e leggiucchiavo. “
“ Ci diamo del tu? Potevi giocare… alla playstation.”
“ Magari! Sarei stato molto più giovane. Il tu va benissimo.”
“ Scherzo. Quale genere ti piaceva?”
“ Libri d’avventura, quelli di Salgari, di Giulio Verne, I tre moschettieri, I ragazzi della via Pall. Se erano illustrati, ancora meglio. La fantasia galoppava alla grande.”
“ Quando ero bimba leggevo tutte le novelle che mi capitavano sotto mano, da quelle più conosciute a quelle orientali, ma, al contrario di te, soprattutto in inverno perché non esistevano gli svaghi che ci sono oggi. In estate, invece, si andava nella casa di campagna, quella dove ho abitato prima di tornare in città e tempo per i libri non ne avevo. Preferivo stare con le mie cugine all’aria aperta.”
“ Ho capito. Nei mesi freddi leggevi le fiabe e in quelli caldi cercavi di metterle in pratica, giocando.”
“ Ah no! No! Leggevo e basta.”
“ A me piaceva immedesimarmi nei personaggi e una volta ero D’Artagnan e un’altra Aramis.”
“ Le favole finiscono bene, è la vita che è tutta un’altra faccenda.”
Mi vengono in mente le difficoltà che avevo dovuto superare negli anni e mi zittisco. Lui, forse, intuisce che non è il caso di continuare la conversazione e rimane in silenzio sino al bar dell’Angolo, un locale rinomato per l’ottima pasticceria e per il servizio impeccabile.
“ Entriamo?”
Lo guardo perplessa:
“ Non è troppo di lusso per come sono vestita?”
“ Ma sei elegantissima!  Salta subito agli occhi la tua mise…e poi fino a mezzanotte anche gli altri ti vedranno con i miei occhi: una ragazzina che s’illumina nel regalare i libri.”
Sorrisi. Non ero proprio come mi descriveva lui, ma una vocina interiore mi spingeva ad entrare, a non pensare alla mia età e a vivere quell’ora diversa.
Avevo sempre messo il dovere davanti al piacere, per poi rendermi conto, tardi, che concedermi qualche momento tutto per me, portava ad affrontare meglio la routine e la solitudine. I ragazzi sono cresciuti, hanno la loro vita e trascorro il tempo libero a leggere, a guardare la televisione e soltanto qualche sera vado fuori, per una pizza e un buon film, in compagnia di un’amica.
“ Allora? Andiamo?”
Sorrido, sto pensando che ero uscita anche con l’intenzione di comprarmi un regalo e non l’avevo fatto, ma posso aspettare.
“ Certo! Ho messo pure le scarpe con i tacchi a spillo!”
La doppia porta del bar è appannata.
Nel momento in cui entriamo, mi ricordo il sogno pomeridiano e mi chiedo se questa che sto per varcare non sia una porta aperta su un momento felice.
All’interno l’aria è calda e l’ambiente confortevole.
Ci dirigiamo verso un tavolino laterale, vicino alla vetrata che si affaccia sul corso illuminato a festa.
Le luci intermittenti dell’alberino di Natale, posato a fianco della cassa, sembrano farmi tanti occhiolini.
Come diceva nonno Cesare, una rondine non fa primavera, ma non si può mai dire ed è sempre meglio verificare.
Nell’attesa della risposta, ordiniamo spumante doc per brindare al Natale e l’attimo promette bene.
Prosit!

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