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Non la sentite ancora, Chiara
che la si è nascosta tra le pieghe spaventate
del posatoio, del lucertolaio, della stanza.
Aveva, a grossi occhi un’acquarella, un sogno
e da là esercitava un’isola:
nessuno ha ancora contate le sue sillabe
nei giorni di pioggia morbide e invece al sole
corte e strette, Chiara
si sedeva qua, e raccontava
milioni d’insettini sparpagliati, alette
a farne circostanze imperiture e sciacque
un giorno l’ho sognata, vero, e la ricordo
nel disegno subacqueo scontornata
(come amano dire i poeti)
ma chiara da prima poteva sembrare
fatua, Chiara a mezzabirra
Chiara nel dolore, che non lo dici in fretta
nella poesia, aspetti che la pausa
dia il via, nella sua afasia, e nell’asia
bangalore, koh samet, madurai, sarai
quel che appena pospone.
Sai Chiara che schiarai
appena uno stornare, un refuso, un
petalo di gerbera, rossa un stintino
schiarai quel tuo passo amabile, sempre l’occhio
che immagino denso della limpidità, un fuoco
di luce, riluce, Chiara ascolta, dove stai
nordamerica oceanica nell’australia
del canto, la sua via, il suo centro
e perché cerco un centro, dove lo trovo
un centro che non sia il ricamo uncinato
di queste che stanno appese al filo della trama
del fiore del punto del sottile del cotone
senza speranza e senza pietà, senza
storia.

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