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Aveva un vestito rosso, un vestito di materiale leggero – no, non era elasticizzato, se lo fosse stato avrebbe aderito come fosse una seconda pelle alla conformazione del suo corpo, le si sarebbe appiccicato addosso come una muta impermealizzata, e forse ciò le avrebbe arrecato fastidio e lei si sarebbe dovuta continuamente fermare per scostarne i lembi dal corpo che era come bagnato e che produceva cariche elettrostatiche che attiravano e facevano sfrigolare la trama del tessuto ( e lei del resto era, e si sentiva, elettrica) e questo continuo fermarsi su una strada così particolare non sarebbe stata certo una cosa opportuna, e neppure consigliabile: il suo atteggiarsi, il suo fermarsi per riposizionare il tessuto, per allontanarlo dal corpo, avrebbero dato adito a ogni sorta di equivoci, sarebbe stato come un segnale su cui appostare un’attenzione già all’erta, su quella strada che funzionava da raccordo tra due paesi che sembravano e erano agli antipodi in un modo perfino fastidioso (visivamente stridenti come colori incompatibili), uno era affacciato su uno scorcio di lago brumoso contornato da orizzonti avvallati, l’altro era riducibile a un’unica strada a saliscendi senza particolari abbellimenti paesaggistici, le sbarre di ferro della linea ferroviaria a contrassegnarne l’entrata alla fine di un rettifilo immerso in campagne piatte e punteggiate da case ex-coloniche che si fronteggiavano ai bordi, strada che raccordava i due paesini e che immetteva poi su di una tangenziale trafficata allo spasimo, una strada di camionisti e di uomini alla ricerca.
Era davvero caldo anche se si era già agli inizi di settembre, e lei si sentiva sudata e un po’ ansante, e meno male che aveva avuto l’idea di indossare quel vestito leggero, quasi impalpabile, il suo vestito era di lycra, forse, o almeno lei presupponeva che lo fosse, di lycra, non se ne intendeva poi tanto lei, quell’abito non lo aveva comprato lei, era il regalo di un’amica della sorella, e per quello lei poteva solo presupporre che fosse un abito di lycra, senza averne la certezza, era vero che non se ne intendeva poi tanto, se non di lycra certo era di un materiale similare, leggero e molle senza rigidità, lei quasi aveva l’impressione di indossare una sottoveste, l’aveva scelto perchè era il più estivo che avesse a disposizione, un vestito rosso dall’ampia scollatura ma di linea semplicissima, e molle e leggero, senza sciancrature dicevano le persone che se ne intendevano.
Quello era l’abito più adatto da indossare in una giornata come quella si era detta lei al mattino, i suoi movimenti non sarebbero stati impediti, anzi, e lei quel giorno avrebbe dovuto camminare molto, lo sapeva, aveva programmato tutto, doveva per forza camminare leggera, doveva seguire le tracce e le volute labirintiche di una geografia tormentosa, certo il suo sarebbe stato una sorta di viaggio espiativo, come se lei sapesse in anticipo (e come avrebbe potuto non saperlo, lei, eccome se lo sapeva,era la sua tortura il saperlo) che durante il suo cammino avrebbe dovuto sostare davanti a verminose tappe sepolcrali, in un’aria rarefatta di caldo di fornace si sarebbe dovuta addentrare nuda e senza sostanza nell’arco voltaico del suo inferno privato, era per quello che si era vestita così leggera, avrebbe dovuto attraversare le fiamme, del resto doveva farlo, doveva.
Un inferno allucinatorio, e nel contempo reale, l’inferno del ricordo senza requie di quell’inaspettato incontro di tempo addietro, un incontro che subito nel momento del suo stesso manifestarsi aveva assunto la caratura di un episodio di deja vu ipnotico: l’incontro con lui era arrivata a definirlo un incontro lievitante a mezz’aria, come fosse avvenuto in un una cesura, in uno iato spazio temporale, in un’atmosfera immobile e rarefatta di oltremondo, un oltremondo spiazzante e anche un po’ alieno, con lui che veniva chissà da dove chissà dopo quanto – lei aveva perfino perso il conto dei giorni passati dall’ultima volta che lo aveva visto, all’inizio segnava gli incontri su di un piccolo taccuino, faceva tante crocette accanto alla data e al suo nome, a ripensarci poi faceva tante crocette come i carcerati seppelliti nelle celle a segnare i giorni, se ne era accorta solo dopo, a cose fatte, e le erano parse allora linee simboliche di cattivo auspicio, un’ icona sinistra e che avrebbe dovuto metterla in allarme, se solo vi avesse fatto attenzione, se solo – un incontro che a distanza di tempo a lei pareva che fosse avvenuto in un parallelepipedo di metallo, o forse in una scatola pressurizzata sotto vuoto e questo unicamente per permettere a lei di meglio conservare i residui mnestici di quel momento, avvenimenti e parole che infatti erano rimasti per questo motivo vividi e tridimensionali (come reperti museizzabili riportati alla luce dalle catacombe ancora integri dopo il disseppellimento, o come organi enucleati e eternizzati sotto formaldeide) forse per meglio tormentarla, per meglio rimanersene conficcati nelle circonvoluzioni mentali come fossero stati trasformati in tanti piccoli pugnali miniaturizzati , dei kriss ritorti e con doppia affilatura con cui fare harakiri mentali, quando il senso di deriva la faceva esondare senza misura.
Nel momento stesso in cui l’incontro si era materializzato a lei era parso l’incontro con un simulacro che sarebbe potuto tornare in vita unicamente se lei si fosse comportata per una volta come ci si sarebbe dovuto comportare, un incontro stordente e non ben delineato, un incontro molle e senza sostanza reale come gli incontri che avvengono nei sogni notturni, e a cui lei sola avrebbe potuto dare consistenza con un qualche atto volontaristico, con un qualche atto purchessia, un piccolo semplice atto.
Sì, l’aveva incontrato, l’aveva incontrato davvero, eccome, ma forse si trattava di una deriva oppiacea stranamente autodeterminatasi – forse per permetterle la sopravvivenza tra un incontro e l’altro – dalla ossessione maniacale che le aveva incistato tutto di lui nella mente quasi la sua mente fosse divenuta il calco simmetrico di uno specchio che lo riflettesse intero. Un incontro inaspettato che con il suo ambiguo verificarsi in una giornata di assoluta normalità, in una giornata in cui lei non si aspettava minimamente di poterlo vedere aveva poi finito – per forza inerziale e mostruosa – per gettarla in una sorta di trance paralizzante, che le aveva impedito di muoversi e di rispondere a tono, che aveva segnato la discrasia ultima e definitiva senza possibilità alcuna di rabberciamento, la cesura ben presto divenuta spartiacque della sua piccola storia..
Camminava camminava, aveva camminato per tutto il pomeriggio., non aveva fatto che camminare.
Aveva iniziato a camminare a partire dall’arrivo nella piccola stazione del primo paese, una stazione piccola e con solo due binari a scartamento ridotto, adatta al passaggio di treni vetusti e non più in produzione – quei modellidi treno erano fuori mercato, erano, non se ne facevano più, anzi c’ era anche la prospettiva di chiudere per sempre l’intera linea, glielo aveva detto il controllore, glielo aveva detto – treni dalla motrice sbuffante a trainare al massimo tre o quattro vagoni dai sedili di simil pelle di colore verde opaco e con dei bordi di verde più scuro, sedili vandalizzati in modo abnorme e con maniacalità oscena (Lei era rimasta colpita dagli squarci a forma di croce uncinata, dai quali fuoriuscivano le imbottiture grigiastre delle spalliere, su nessuna delle quali aveva poi osato appoggiarsi), una stazione con una sala da attesa sempre vuota e ormai in via di chiusura, con uno spazio abbastanza ampio adibito a scalo di vagoni merci, riempiti soprattutto dalle gigantesche matasse di laminato ferroso provenienti da vicine industrie metallurgiche di acciaio profilato i cui capannoni sterminati- dall’architettura minimalista che li faceva assomigliare a scatolame per scarpe o a giganteschi mattoncini di lego- imperversavano stolidi sulla tangenziale di scorrimento che univa una provincia all’altra, tra svincoli sopraelevati che portavano a piccoli paesi senza storia ma con ancora qualche bellezza ambientale sia pure malcurata o in via di sfruttamento parossistico per farne zone residenziali fotocopia, artificiali enclaves per arricchiti che anelavano a appositi recinti fuori dal degrado cittadino…
Mentre camminava, lei si guardava attorno, ma lo faceva con uno sguardo un po’ vacuo, come se poi a lei non interessasse vedere davvero ciò che la circondava, forse perchè quel panorama lo conosceva a memoria, avendo percorso quella strada di comunicazione tra i due paesi un numero spropositato di volte, pressocchè ogni giorno e questo per anni.
Subito oltre le sbarre chiuse della piccola stazione, attraversata la strada, proprio di fronte all’entrata del primo paese, ecco il cimitero, davvero non c’era che una distanza irrisoria dal paese vero e proprio e questo fatto l’aveva sempre colpita, un cimitero come una sorta di benvenuto a coloro che per ventura fossero mai capitati da quelle parti, un cimitero stinto e circondato da cancellate tra muretti di mattoni rossicci e traforati, mattoni dall’aspetto scrostato e affastellati in qualche maniera, sbarre che terminavano con punte metalliche romboidali come lance di guerra o picche, reticoli da cui anche in pieno giorno riverberavano luci elettriche di lumini perpetui cinti da piccoli mazzetti di fiori plastificati – fermati senza grazia da legacci metallici e sottili come fili di garrota – fiori falsi che attorniavano i loculi microscopici dove venivano spostati i defunti da più tempo, un cimitero che ora si presentava in fase di ampliamento, con un’intera nuova ala in costruzione.
Subito dopo, la strada curvava leggermente per poi diventare un rettifilo monotono, e pulito, senza alcuna visuale particolare da memorizzare al di fuori di linee montuose trascoloranti all’orizzonte, trascoloranti fino alla svaporizzazione come fossero velate dal calore eccessivo di quel pomeriggio di inizio settembre: intorno solo case intervallate da spazi vuoti, case, e ogni tanto superfici piatte di vecchia campagna in via di restringimento per ulteriori appezzamenti venduti come lotti edificabili, case e spazi vuoti e poi e poi case, magari riadattate da rustici, nessuno per la strada, nessuno a camminare tranne lei, lei con il suo vestito rosso……
E scarse, davvero scarse, macchine sulla strada che pareva una linea retta, e che invitava a un andamento più sostenuto nel solito tragitto casa-lavoro degli automobilisti locali, lei aveva imparato a definirli automobilisti stanziali, automobilisti che facevano tragitti brevissimi dalle loro abitazioni al loro posto di lavoro, dal posto di lavoro alla loro abitazione, alcuni li conosceva di vista, e infatti mentre camminava la salutavano con dei cenni, o le suonavano dietro, erano i camionisti che le suonavano dietro, del resto anche loro per parecchio tempo l’avevano vista andare avanti e indietro con le borse della spesa, su quella strada di qualche chilometro dove non camminava mai nessuno, perchè tutti avevano un automezzo con cui spostarsi.
Verso metà strada, giusto in prossimità di una casa che conservava ancora la struttura di vecchia cascina – uno dei pochi edifici che non aveva ancora subito la maniacale omogeneizzazione standard che faceva sì che ogni abitazione in breve tempo assomigliasse alle altre, secondo il modello medio privilegiato dalle legioni di geometri imperanti in quelle zone senza storia – si dovette fermare, per rimettere a posto il vestito, che tendeva a risalirle, e di parecchi centimetri , soprattutto nella parte posteriore, aderendole sempre più su, e come minacciosamente, tendeva a risarirle su anche ogni volta che con le mani cercava di scostare il tessuto, e ormai lo faceva con un gesto di stizza, impaziente e anche tesa, come se sapesse che i suoi gesti non servivano a niente e il tessuto più cercasse di allontanarlo dalle cosce più si arrotolasse pervicacemente addosso come incollato alla carne da un sudore che faceva da adesivo, in quel giorno scaldato da un sole eternamente allo zenit.
Si era fermata proprio davanti alla corte della casa colonica, delimitata da uno spiazzo sassoso, uno spiazzo di bianco che riverberava e che sembrava fatto da ciottoli di fiume. E subito era uscita – come se la donna se ne stesse appostata tutto il giorno dietro alle tende per controllare i minimi spostamenti della solita gente, e fosse stata colpita da una figura non del tutto conosciuta – la vecchia matriarca, che lei conosceva, qualche volta si era fermata da lei a bere il caffè.
“Su, entri, si riposi un po’. Si fermi un po’ a chiacchierare. Come mai da queste parti, e sotto questo sole, poi?
Eh, capisco, le è venuta un po’ di nostalgia, eh, le piaceva stare qui, eh?”
“Ha ragione, ha proprio ragione sa, sono venuta per rivedere questi posti, mi ero affezionata, mi piaceva stare qui, anche se all’inizio…
Ma, mi dica, lei la trovo bene, è sempre la stessa, e suo marito, suo marito come sta, mi dica…”
“ Eh, mio marito…sa, è vecchio, molto vecchio, e del resto anche io sono sono vecchia….A mio marito io non lo capisco più, sta tutto il giorno sul divanetto vicino alla portafinestra, che da’ sul balcone, sta lì a biascicare preghiere continue, o almeno mi paiono delle preghiere, insomma le inventerà lui, io non le ho mai sentite prima, sembrano ostrogoto, non le conosco, mi suonano nuove…bah non lo aveva mai fatto prima.. e poi. E poi… Ma lo sa, vorrebbe continuamente confessarsi, vorrebbe che chiamassi il parroco ogni giorno, vorrebbe, a sentire lui ha commesso peccati inconfessabili, peccati tremendi di cui vorrebbe liberarsi ..e quando gli chiedo, glielo chiedo perchè comincia a agitarsi e allora ho paura che stia male e allora glielo chiedo ma quali peccati hai mai fatto, sei sempre stato buono tu, a me non sembra che tu abbia fatto peccati gravi, allora lui mi dice ma non ti ricordi di quella volta che ci siamo baciati per la prima volta, ci siamo baciati e abbiamo fatto peccato, ABBIAMO FATTO PECCATO!
E lei pensò a quell’uomo boccheggiante a bocca spalancata in parossistica ricerca d’aria (lo immaginò come una vecchia balena arenata sulle secche, un mammifero steso sul divanetto con centrini di pizzo come poggiatesta, era un uomo molto imponente che non sapeva mai dove posizionare il suo grande corpo che pareva non avere un baricentro) un vecchio boccheggiante a mormorare parole incomprensibili, o forse inesistenti, come mantra ripetitivi per scacciare colpe anch’esse inesistenti.
Quando riprese a camminare lo fece con una certa lentezza, il sole era al suo punto massimo di calore, e lei a piccole tappe stava avvicinandosi alla curva dell’incrocio, avrebbe dovuto esserci una lapide a contrassegnarla (e se ci fosse davvero stata lei non se ne sarebbe stupita per niente) come se in quel punto si fosse verificato in qualcosa di tremendo e ci fosse bisogno di una testimonianza purchessia, una lapide con la data, una lapide a eterna memoria, lì, esattamente lì, e se ancora non c’era – certo che non c’era, era una sua deviata illazione, quella – la lapide l’avrebbe posta lei, sia pure solo con la mente, era quello il posto più giusto, lì dove la strada di collegamento tra i due paesini agli antipodi deviava con una leggera curvatura verso destra venendo da casa sua per poi continuare lungo la traiettoria principale senza altre curve oltre quell’unica curva, e, nel contempo, si divaricava immettendosi in un’altra strada che la univa a un terzo paese, più grande e più lontano, anch’esso in vicinanza di un bel lago.
Era stato in quel punto preciso che lei quel giorno aveva visto inchiodarsi- sì, era quello il termine giusto, la macchina si era inchiodata, con una lieve impuntatura, come se il guidatore avesse frenato in una frazione di secondo, cambiando idea all’improvviso, forse colpito da qualcosa – aveva visto inchiodarsi una bella macchina dalla cromatura argentea, una macchina lussuosa e certo veloce, una macchina di una famosa casa automobilistica tedesca, erano le sue preferite come macchine, e per quel motivo lei aveva riconosciuto la marca, di altre marche automobilistiche non se ne intendeva affatto, sapeva qualcosa solo di quell’unica marca.
Il muso della macchina fermatasi all’improvviso, e in quel punto pericoloso poi, proprio al bordo estremo della curva angolata a forma di cuneo, subito prima che ci fosse il prato dalle erbe alte e pieno di arbusti (nessuno falciava da tempo immemorabile quel campo d’angolo che sembrava non avere proprietario, non c’era nessun marciapiede, tutta la strada non aveva marciapiede, e del resto non c’era mai nessuno che camminasse, e per quello non avevano ritenuto opportuno costruire i marciapiedi, c’erano solo erba ai lati e una striscia di bitume) aveva avuto come uno scatto sbilanciato in avanti, una specie di sussulto sbalestrante accompagnato da uno stridore di freni, e solo a quel punto lei, con le mani cariche di borse della spesa e dall’altro lato della strada, si era accorta che una macchina si era fermata proprio lì, sulla curva ad angolo, in obliquo rispetto al suo sguardo. E allora lei in un lampo si era detta tra sé che quella era una macchina che certo sarebbe piaciuta a X, quella, non ci potevano essere dubbi, ad ogni modello nuovo lui la cambiava, le aveva passate tutte, era monomaniacale, variava leggermente e solo nel recinto delle sue manie abitudinarie, lui.
Lei non si era fermata, anzi aveva continuato a camminare, sì aveva avuto quel pensiero, il pensiero che certo quel modello di macchina gli sarebbe piaciuto, ma era stato un lampo, non aveva fatto collegamenti mentali, certo non aveva potuto fare a meno di accorgersi di quella macchina che aveva frenato in quella strana posizione, era stato il sibilo metallico dei freni a farle spostare lo sguardo indirizzandolo lì sull’unica curva – magari se non avesse frenato non se ne sarebbe nemmeno accorta della macchina, o perlomeno non se ne sarebbe accorta subito – lì dove lei di solito tagliava la strada per accorciare il tragitto che la conduceva a casa.
Si limitò a pensare che magari l’automobilista si fosse reso conto in lieve ritardo di avere oltrepassato l’immissione nella seconda strada, quella specie di divaricazione che indirizzava verso l’altro bel paese lacustre, e attraversò come avrebbe dovuto comunque fare, era stufa, si stava sciogliendo per l’afa, e le borse cominciavano a pesare, i manici a tagliarle le mani, anche se lei cercava di equilibrare il peso delle borse con dei piccoli continui spostamenti per evitare l’assottigliamento tagliente della plastica operato dal peso eccessivo.
Attraversò, e dovette per forza avvicinarsi alla macchina ancora ferma, che strano, come mai era ancora lì, uffa oltretutto adesso lei non poteva non vedere che una portiera – ci stava per sbattere addosso, ci stava – che una portiera, quella dal lato del passeggero, era completamente spalancata, non ne poteva davvero più, ma allora non era un automobilista che avesse sbagliato manovra o tragitto, in quel punto pericoloso, poi, non era lì per caso, insomma era uno dei soliti tentativi di contattarla da parte della mandria dei maschi in calore, naturalmente lei non c’entrava nulla, era la strada a dettare quei maledetti comportamenti – anche un po’ noiosi, si era detta mille volte, non è che le modalità fossero poi diverse, anzi, ormai vi si era assuefatta, erano approcci fotocopia, come se perfino le fantasie seguissero percorsi obbligati, e tra l’altro anche le sue risposte erano diventate risposte fotocopia, a ogni tipologia di maschio seguiva una specifica sua reazione, ormai aveva a che fare con una vera e propria casistica simile alla sperimentazione dei cosiddetti riflessi pavloviani, anche se lei cercava di diversificare il più possibile, alcune volte era perfino capace di usare le parole come armi contundenti o come se si stesse esercitando su dei punching-ball virtuali, in alcuni casi era riuscita a stordirli, uno poi lo aveva talmente tramortito con risposte incongrue che era caduto dalla sua bicicletta ( ebbene sì quel tale se ne andava a rimorchiare donne in bicicletta, forse poi le trasportava sulla canna e se le portava in giro) e lei ne aveva sorriso come di una marachella- in quel caso, siccome era stanca, avrebbe fatto le viste che non ci fosse nessuna macchina, nessuna portiera spalancata di cui evitare il contatto, che non ci fosse niente di niente.
Aveva continuato a camminare, e tenendo gli occhi abbassati a metà altezza, giusto per non scontrarsi con la portiera, spalancata completamente come in un invito osceno, dio, come odiava quel tale, un deficiente, un vero deficiente, continuava a starsene lì fermo in quella curva, e tra poco lì sarebbero dovuti passare i soliti camion a rimorchio con il materiale ferroso da strasbordare sui vagoni merci, al diavolo, un vero deficiente..
“ Ehi, ehi, fermati, ma cosa continui a camminare, ma non vedi che sono io? Ma su, guardami, certo che se continui a tenere gli occhi per terra, tra un po’ cadi, non vedi nemmeno dove stai camminando, su, sono io, sali, sali ti dico, non posso stare fermo qui, ma allora non vedi che in che posto mi sono dovuto fermare, sali dai, me lo avevi detto tu l’ultima volta, che a quest’ora andavi a fare la spesa, e così ho pensato di venirti incontro, sali dai”
E lei era salita, un po’ rigida, e con la bocca che si era fatta asciutta, era lui, era lui, era X, e chi mai lo avrebbe detto, o anche solo potuto pensare, e adesso, ah , dio, no, forse era meglio che non fosse salita affatto, che ..
“ Ah ciao, come va, ti trovo bene, davvero, sei in forma eh”. E dicendoglielo, lui le aveva sorriso.
Lei lo sapeva di essere in forma, l’estate era la sua stagione, lo sapeva, non aveva risposto però, se ne era stata nella sua bolla, se possibile ancora più rigida sul sedile, con le mani a cercare di sistemare la sua gonna bianca a portafogli – e anche la maglietta attillata e a maniche corte era bianca, e ai piedi portava scarpe estive dalla zeppa alta – una gonna tremenda che si stava aprendo sul davanti, eh certo che si apriva, non poteva non aprirsi, l’apertura a portafoglio era sul davanti, in posizione centrale, e sotto era cucita una lieve sottoveste, si coprì dunque alla meno peggio, aveva cominciato a sentirsi penetrare dallo sguardo di lui, la stava passando ai raggi x, e lei voleva e non voleva, lo odiava, se ne veniva solo quando voleva, lui, e lei lo odiava. E poi, e poi, quel giorno, lei non lo aspettava, i giorni precedenti sì che lo aveva aspettato, avrebbe saputo cosa dirgli e cosa fargli, lei nei giorni precedenti sarebbe stata pronta, ma in quel giorno no, non si sentiva lei, non si sentiva pronta a niente lei, avrebbe voluto dirgli che cosa pensava di lui, dell’odio che provava nei suoi confronti, lo odiava e voleva dirglielo ma nello stesso tempo si sentiva invasa dalla sua presenza conturbante, e le parole sembravano mancarle. Lo guardava in obliquo, aveva cambiato taglio di capelli, prima li portava più lunghi, e allora si limitò a dire, con una voce strozzata che non pareva la sua, una voce che avrebbe voluto dirgli tutt’altro, magari gridargli una maledizione
“ Hai cambiato look, vedo, uhhm, mica male, del resto..”- e lui sorrise un po’ narciso, era bello, e lo sapeva.
“ Allora sei andata a fare la spesa, vedo, va bene,- e mentre parlava, si voltava, e la guardava, la guardava e lei si sentiva scottare la pelle – certo che devi camminare a lungo per fare la spesa, e in zone così, poi, sei solo tu per strada, solo tu vai a piedi, ma non ti stanchi a andarci ogni giorno, io mi stancherei, io… Uhmm.. senti, ah, senti, perchè non – e iniziava a parlare, ma subito smetteva, e si voltava a guardarla, e poi di nuovo iniziava a parlare – ah, senti, sai mi piacerebbe stare più a lungo a chiacchierare in un posto più tranquillo, anche se in realtà non avrei tutto questo tempo, perchè non facciamo quello che avevi proposto l’ultima volta, mi avevi invitato nel tuo studio, mi avevi detto che mi avresti offerto un caffè, lì potremmo stare un po’ soli, no?
Mi piacerebbe bere il tuo caffè mi piacerebbe, lo sai no , sì che lo sai, è da un po’ che non ci vediamo, no ?
Dai, andiamo a casa tua, su”
Lei sapeva solo una cosa, che lo desiderava, lo desiderava al massimo grado, avrebbe voluto dirgli di fermare la macchina in un punto qualsiasi-  ce ne erano di posti adatti, lì si sarebbe potuto fare praticamente ovunque, abitando lì sapeva che ce ne erano a iosa, e pure belli, immersi nel verde- avrebbe desiderato che lui le strappasse via le mani (le mani con il palmo arrossato nei punti che erano stati strofinati dai manici taglienti delle borse di plastica cariche di spesa) le mani posate sulla gonna a portafoglio per cercare di nascondere la visuale delle cosce, che gli strappasse via la gonna tutta, magari rovinandola per sempre.
E che la prendesse in un’unica volta per tutte le volte che lei aveva desiderato che lui lo facesse, magari mentre nei lunghi pomeriggi solitari si metteva nuda in tutte le pose possibili – sentendosi anche un po’ ridicola – davanti ad un lungo specchio cercando di pensare a x , a x che si mettesse a prenderla come se nel suo corpo e nel suo sguardo ci fossero i mille uomini che da quando abitava lì le avevano fatto chiaramente capire che l’avrebbero voluta, lei li aveva respinti, e anche male, ma ciò che le dicevano mentre camminava per strada le ritornava poi ambiguamente in mente, mentre attendeva il ritorno di lui, che non veniva, che era venuto dopo così lungo tempo, era venuto con leggerezza in quel giorno come se l’avesse vista da pochissimo, due minuti prima e non così dopo tanto tempo invece, che era venuto quel giorno quando lei non l’aspettava, o forse lo aveva aspettato troppo, e ora si sentiva esausta, si sentiva.
Avrebbe voluto gridargli, gridargli con la voce rauca di un animale:
“Smettila di dire cazzate, ehi maledetto smettila, fermati, puoi solo fermarti, ma non lo capisci, lo sai vero che ti voglio, ti voglio anche se sei un maledetto, ti voglio anche se ti odio, prendimi bastardo, lo so che mi vuoi, e del resto perchè altrimenti saresti venuto, te lo si legge in faccia ciò che vuoi, lo so, l’ho sempre saputo, e del resto… ferma la macchina subito, e fallo, fallo, ti prego fallo, fallo una volta per tutte, fallo, fallo su”
Invece disse, ma impappinandosì piu volte, come se stesse biascicando parole mai esistite – anche lei come il vecchio contadino che recitava mantra incomprensibili spiaggiato come una vecchia balena allo stremo sul divanetto di casa – lei stessa si senti dire parole di cui non sapeva il senso, come se dalle sue viscere provenissero borborigmi di un ventriloquo che la possedesse per una fattura maligna, e che le facesse pronunciare parole aliene
“Mah, veramente, forse è troppo tardi, è già quasi mezzogiorno, sai ti farò il caffè un’altra volta, con calma, e poi, c’è mia madre, sarebbe un po’ difficile, insomma capisci, no ?
Dai, facciamo per un’altra volta, comunque adesso possiamo andare lo stesso a bere il caffè, se vuoi, dai andiamo, andiamo nel bar più vicino, andiamoci, possiamo comunque andare, mi farebbe piacere, dai andiamo”
Lui aveva abbozzato, e anziché prendere il sentierino che si incuneava in una specie di boschetto, da cui si vedevano i tetti di quattro casette – era lì che lei era andata a abitare, in una zona di villette di nuova costruzione immerse nel verde, anche se pericolosamente vicine allo svincolo dove, su di un masso dalla strana forma come di meteorite lunare sedeva notte e giorno una prostituta attempata che teneva una borsetta nera per terra, la borsetta era sempre quella, e pure la prostituta era sempre quella (e del resto ad ogni svincolo che dalla tangenziale immetteva in un qualche paesino stazionava come una vedetta una prostituta) – lui aveva proseguito e l’aveva portata a bere il caffè in un bar posizionato direttamente su una spiaggia che dava su uno scorcio di un lago magnifico.
Al bancone, vicina a lui, dominata dalla sua presenza atletica – dio, che bello, che alto, che magnifico, mai visto uno così – era tutta un tremito, non sapeva come stare, si muoveva a scatti, si sbilanciava ora su di un piede ora su di un altro in posizioni spastiche, si sentiva di fuoco, balbettava anzi biascicava monosillabi di un alfabeto mugolante, non rispondeva a tono, pasticciava, del resto era una esperta, lei, nei pasticci..
Ma lui, sicuro come non mai, lui, sembrò non accorgersene, o magari se ne era accorto, ma l’aveva voluta punire, rimanendosene indifferente di fronte a quei suoi tic improvvisi, a quegli scarti di movimento, e di parola, scarti aritmici che delineavano chiaramente le pulsazioni nervose del suo cuore mentre si limitava a guardarlo con i suoi occhi colore di foglia, lì in piedi con quella sua gonna a portafoglio che ora tendeva a aprirsi anche se non era seduta – la camicetta bianca invece sembrava essersi fatta di una misura più piccola, tesa allo spasimo sul suo petto ansimante – mentre il viso di lei diventava rosso sopra il leggero colore dell’abbronzatura, e la sua pelle iniziava a scottare come ustionata, come se camminando per strada in quell’ora così calda avesse preso un’insolazione.
Stettero a lungo nel bar in piedi, a sogguardarsi mentre facevano finta di scambiare qualche parola, erano capaci di guardarsi davvero solo quando uno dei due volgeva per un momento l’attenzione in un’altra direzione, e allora lei capiva che lui la spogliava fino al midollo come svuotandola, e si sentiva uno straccio.
Dopo un po’ lui disse :
”Andiamo, devo proprio andare adesso, si è fatto tardi, ti riporto a casa, devo andare, andiamo su”
E la riportò indietro, fino all’inizio del sentiero, ebbe solo il tempo di darle un bacio, un unico bacio appassionato, prima di ripartire sulla sua bella macchina colore d’argento.
E poi era successo quello che era successo, e lei ora era lì, ferma dall’altra parte della strada – starsene lì sulla curva non l’aveva reputato possibile anche se dentro di sì avrebbe voluto starsene proprio lì, era un punto da dove non si potevano scorgere gli eventuali autoveicoli in arrivo, se fosse passato uno dei soliti camion con rimorchio l’avrebbe arrotata, l’avrebbe – era ferma immobile come una statua dall’altra parte della strada, ma con lo sguardo che seguiva ottusamente una misteriosa traiettoria lungo un’immaginaria linea obliqua che univa il punto in cui lei si trovava adesso con l’esatto punto opposto, in cui quella volta aveva incontrato x, e lui aveva frenato di colpo vedendola, e poi aveva aperto la portiera per farla salire.
Sì, era quello il punto dove doveva essere posta una lapide, lì, sulla curva, dove adesso l’erba non si presentava cosi alta e selvaggia, era stata tagliata anche se non benissimo, adesso il delimitare della curva segnava il confine di un appezzamento reso edificabile, lo diceva un grosso cartellone che indicava il nome della ditta appaltatrice e della data ultima di esecuzione dei lavori.
Se ne stette lì ancora, avrebbe voluto continuare a camminare, e proseguire fino alla fine del paese, per rivedere da distante la villetta – era di colore ocra, e a lei era piaciuta tanto – la villetta nel bosco dove aveva abitato, qualcuno le aveva detto che adesso tutto era stato recintato, dal cancello d’entrata potevano passare solo i proprietari, il sentierino (che serviva molto spesso ai clienti della prostituta fissa, quella donna dai capelli tinti di un biondo falso seduta fin dal mattino presto anche quando pioveva, lì sul suo masso dall’aspetto di meteorite precipitato sulla terra dall’oltremondo all’altezza dello svincolo che immetteva sulla tangenziale ultratrafficata, la donna con delle minigonne strizzate sulle carni massicce e che faceva finta di leggere giornaletti di gossip, che riponeva stizzita all’arrivo dei clienti, come se loro in qualche modo la venissero a disturbare) il sentierino adesso era impraticabile, chissà dove si erano dovuti spostare per i loro accoppiamenti da operai alla catena di montaggio del sesso, che nemmeno si guardavano in faccia mentre lo facevano.
Si disse, verrò un’altra volta, oggi è troppo caldo, e ho pensato, e camminato troppo, sono sfiancata, il vestito sta diventando una tortura, anzi, guarda lì sul bordo, mi si sta addirittura sfilacciando, guarda quel filo rosso che pende, oddio mi si sfilaccerà a poco a poco tutto il mio vestito, è così leggero, oddio, è incredibile, mi fa male tutto il corpo come se qualcuno mi avesse bastonato, vado a casa, vado a casa, voglio andarmene a casa, sto male sto, sento caldo dappertutto… sento, anzi sto bollendo, aiuto, devo affrettarmi, devo.
Si mise a camminare verso la stazione, ma i piedi avevano iniziato, più esattamente il piede destro aveva iniziato a farle male, sul calcagno a furia di camminare si era formata una vescichetta, e la vescichetta si era aperta per i continui sfregamenti della pelle, la poteva vedere dalla calzatura aperta, ormai camminava quasi zoppicando, e sudava sudava sotto un sole maligno dai riverberi abbacinanti, palla di fuoco che la affocava intera sulla strada resa come bianca, del resto tutto lì attorno era al calor bianco, e anche lei tutta intera.
Appena alzava gli occhi dalla strada – le dava fastidio la luce bianca del sole eternamente allo zenit, le bruciava la retina, aveva fin paura di subire uno di quei fastidiosi abbagliamenti temporanei procurati dai riverberi che si formavano sulle lamiere delle macchine che ogni tanto sentiva passare – appena alzava gli occhi giusto per vedere se stava arrivando alla stazione, le sembrava di vedere sempre la stessa macchina rossa e di piccola cilindrata, sì era sempre quella, e la stava seguendo, non poteva che essere così, si muoveva, rallentava giunta nei pressi di lei, sembrava continuare, poi svoltava da qualche parte, e tornava indietro dalla direzione opposta, e lei se ne accorgeva perchè, a quel punto, ne vedeva la targa -sempre la stessa anche quella, non poteva certo sbagliarsi, lei memorizzava tutto, lei, ahimè – al di sotto del paraurti posteriore.
Lei camminava sempre più stanca, e lo si poteva notare, che il piede le faceva male, e che era tutta sudata, e che il vestito le si appiccicava, e che sembrava trasparente, e che lei ogni tanto doveva fermarsi per metterlo a posto, e fu così, che quell’uomo si fermò, e la convinse a salire.
Quando lui cercò di toccarla appoggiandole una mano sulla mano sinistra – lui si era fermato perchè lei l’aveva colpito con quel suo abito rosso scollato – subito si ritrasse senza che lei avesse bisogno di dirgli di lasciarla stare, e di limitarsi a accompagnarla alla stazione ormai vicinissima, la pelle di lei scottava, a lui sembrò di avere a che fare con un metallo fuso in un altoforno, con una barra di acciaio appena uscita da un crogiuolo, la temperatura della sua pelle era altissima, forse, anzi iniziò subito a preoccuparsi, non è che ti sta venendo chissà quale febbre lui le disse, eh, forse hai camminato troppo a lungo sotto questo sole, ti ho vista sai, quanto hai camminato, e ti ho vista anche quando ti sei fermata lì alla curva, ma quanto tempo ci sei stata lì, ma il sole non ti dava fastidio, ma come hai potuto stare lì cosi tanto tempo, e sotto il sole a picco poi, ti seguivo lo sai, ho cominciato a seguirti non appena sei scesa dal treno non dirmi che non te ne sei accorta, non ci credo, è da un’ora che giro e rigiro qui attorno e che ti seguo, dai non preoccuparti, guarda come sei rossa, ti porto subito alla stazione, se avessi tempo ti accompagnerei io a casa, per adesso ti accompagno, dammi il tuo numero telefonico, ti vorrei rivedere, dai dammelo.
Lei glielo diede – intendeva rivederlo, certo, lo avrebbe sicuramente fatto, perchè no si disse – e se ne salì sul treno, era combusta, chissà se qualcuno era mai morto per un processo di autocombustione, si chiese stordita, forse sì era accaduto, una volta aveva letto una notizia di quel tipo, si trattava di un episodio successo in america, sì non sbagliava, ne era certa, era proprio successo, chissà se era poi una cosa dolorosa, mah, forse no, lei se lo chiese prima di appoggiare il capo suoi sedili devastati dai vandali di quel trenino tutto di seconda classe, non ne poteva più, in quel momento le sarebbe andata bene qualsiasi cosa, e tutti avrebbero potuto farle di tutto, era combusta, era, e forse lo sarebbe per sempre stata, da lì in avanti.