A otto anni non è possibile sapere dove ci porterà la vita, e se chiedevano a Giacinta quale mestiere le sarebbe piaciuto fare da grande la bambina rispondeva: “Ancora non ho scelto tra l’attrice, l’esploratrice o la scienziata”.
Eppure quel pezzettino che dondolava le gambe per l’aria, perché seduta non arrivava a toccare con i piedi il pavimento, era certa che la vita le avrebbe riservato molte belle sorprese e che sarebbe diventata una donna famosa.

In effetti, si comportava già come se fosse una piccola star, grazie anche alla mamma che desiderava vederla sempre pulita e in ordine.
Giacinta usciva da casa senza un ricciolo fuori posto e con la mise inamidata. Possedeva tre cambi di vestiario per la scuola, due per lo sport, due per la danza, uno per il saggio di pianoforte e alcune tute da ginnastica o combinazioni pantaloni-magliette-felpe piuttosto comode per giocare ai giardini.
Nell’armadio della sua camerina, gli abiti erano ben allineati secondo la lunghezza: davanti le gonne, dietro le giacche, quindi i vestiti e i cappotti; in estate la successione all’interno del mobile variava di poco, al posto dei cappottini e delle giacche di piuma d’oca erano appese le giacchine di cotone, in stoffa e in maglia, e alla fine, uno spolverino per non farsi cogliere di sorpresa dai temporali di fine agosto.


Insomma, Giacinta dava l’impressione di essere sempre impeccabile, di avere un’intelligenza vivace, una buon’educazione e, infine, era molto, ma molto carina, dettaglio che nella vita non è certo da sottovalutare.

Durante la crescita cercò di mantenere intatto l’alone di perfezione che si era creato attorno alla sua personcina e superò la fase dell’adolescenza senza rivolte rocambolesche, come accadeva alla maggior parte delle coetanee in costante contrasto con la famiglia.
Studiava senza fatica, frequentava i giovani di buona società e, quasi senza accorgersene, si ritrovò fidanzata con un ragazzo perfettino, appartenente a una famiglia agiata.
– Io Giacinta, accolgo te, Flavio, come mio sposo. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti…
Tra i presenti alla cerimonia, nessuno si accorse dell’attimo d’esitazione che passò nel pensiero e negli occhi di Giacinta mentre ripeteva a voce alta la formula; era stata colta da un brivido, da un lampo d’incertezza sul futuro, dovuto alla paura, paura di non poter arrivare a quella fama che lei sapeva di meritarsi e che aveva allontanato guardando Flavio.
Era talmente perfettino che l’avrebbe assecondata in tutto. Così, sicura del tappeto rosso sul quale avrebbe camminato, terminò la frase: – … e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Come ogni femmina che si rispetti, rimase nell’attesa di un figlio e la sua bellezza scoppiò letteralmente: la pelle acquistò una lucentezza dorata, il ventre crescente la rendeva, al contrario di quanto capita alle donne comuni, ancora più attraente. Al quinto mese sembrava essere in stato interessante di quaranta giorni, al nono di sei mesi. Senza dubbio era veramente bella, anche incinta.
Al corso di preparazione al parto, le altre sembravano ippopotami, lei una signora piena d’energia. Le altre affannavano nel piegarsi, lei respirava. Il ginecologo portava per esempio la sua gravidanza serena per incoraggiare chi temeva il momento del travaglio, col risultato di umiliare invece che di rassicurare. 
Partorì, senza problemi, un bel pupetto biondo. Nessuna poteva competere con lei, era stata baciata dal destino. Flavio, per la felicità, le affiancò una domestica e una bambinaia ucraina che s’inserì nella famiglia come se n’avesse sempre fatto parte e si prendeva cura del neonato come fosse suo nipote.

A quel punto Giacinta decise che era arrivato il momento di intraprendere la strada della sua vita: raggiungere il successo e diventare famosa. Per distrarsi e, nello stesso tempo, accrescere il suo bagaglio culturale – questa la versione che dava a familiari e amici – s’iscrisse alla scuola di recitazione più seria della città e naturalmente le sue doti si rivelarono eccellenti.
Da persona intelligente intuì all’istante che, per sfondare nel campo dello spettacolo, avrebbe dovuto sottoporsi a tournée teatrali massacranti che l’avrebbero sfibrata con conseguente deterioramento del suo fisico.
Il gioco non valeva la candela e provò ad accelerare i tempi e così si presentò al provino del Grande Fratello n. 22 al quale, senza esitazione, fu scritturata dagli esaminatori.
La fama giunse il giorno seguente alla sua apparizione in TV, successo prevedibile, perché tra tutti i partecipanti spiccava come un solitario narciso giallo in un campo verde.

Sul set del reality show si muoveva a suo agio, era cordiale con tutti, sembrava trovarsi nel suo habitat naturale. Apparve subito chiaro che sarebbe stata lei il leader del gruppo; aveva carisma e nello stesso tempo non era arrogante e presuntuosa. Poi era bellissima. Gli operatori televisivi riuscirono a rubare qualche immagine nature e il giorno successivo alla prima puntata, tutti i giornali cartacei e on line uscirono con la sua immagine in copertina, a figura intera, a mezzo busto, mentre rideva o faceva un cenno di vittoria.
L’essere stata sicura, sin dall’infanzia, di diventare una donna di successo, la portò a vivere con scioltezza la popolarità raggiunta; per lei era normale avere i riflettori addosso, essere riconosciuta per la strada, ricevere proposte di fiction e richieste di partecipazioni a programmi televisivi.
Infatti, vinse.

Giacinta si sentiva realizzata, aveva raggiunto quanto sapeva di meritarsi per la sua bellezza e la sua intelligenza, ma la turbò, come una burrasca non segnalata dalla guida meteo, la distrazione, seppur provvisoria, della fortuna.
Se la sua celebrità diminuiva un pochettino, entrava in una stato che rasentava il panico. Sfogliava con ansia settimanali e quotidiani, ansia che si trasformò, alla seconda distrazione della fortuna, in ossessione.
Cominciò a spendere un capitale dall’edicolante sotto casa, dal quale aveva prenotato, per mesi interi, i giornali; anche quelli d’economia perché non si poteva mai sapere. Inoltre consumava centinaia di euro negli istituti di bellezza per non far sfiorire la sua figura e nei negozi d’abbigliamento perché voleva essere la più desiderata alle serate mondane della capitale alle quali cercava di non mancare mai.

A seguito di una settimana di silenzio da parte della stampa sulla sua attività e sulla sua vita, il suo Io s’incrinò ulteriormente. Se non trovava la sua immagine e il suo nome nelle riviste patinate e il telefono rimaneva muto, Giacinta accusava un mal di stomaco così forte da doversi raggomitolare sul letto per non urlare.  Il mal di stomaco deformava i lineamenti e toglieva serenità a lei e alla famiglia. Non poteva distrarsi per nessun motivo.
Per fortuna Flavio aveva riempito la dispensa con una scorta di cioccolatini di Lione, il solo rimedio che riusciva a calmare tutti i suoi mali, a mano a mano che i quadratini neri extra fondenti si scioglievano in bocca.
Conoscendo le conseguenze di uno sbandamento psicologico, non voleva arrivare a dipendere dall’alcol o da altre droghe legali o meno.

Come una pera cotta cadde però nella dipendenza da cioccolato e se la fortuna sbadigliava e si allontanava un momento da lei, per aiutare magari qualche vecchietta ad attraversare la strada, si ritrovava a mangiare due scatole di cioccolatini uno dietro l’altro.
In pratica aveva dovuto scegliere tra la depressione e la cura del suo corpo, preferendo, come tutte le donne colte, di evitare la prima. Conseguenza logica fu che cominciò a ingrassare e non riuscì più a controllare il suo peso e si ritrovò a salire sulla bilancia con un’ansia simile a quella della vigilia di un esame di stato. La bilancia non aveva anima e sadicamente aumentava ogni giorno il numero degli etti che poi si trasformavano in chili.
– No, non è possibile! Sto diventando enorme. Mi metterò subito a dieta, domani.
Solo che a questa frase, che ripeteva in maniera meccanica prima di addormentarsi come se fosse l’Ave Maria serale, seguivano, di solito, tre cioccolatini prima di riuscire a prendere sonno.
Cominciò a ingrassare tanto, ma così tanto da sembrare – come potrei descriverla? – una matrona romana, una donna cannone, un peso bomba.

Più cercava di dimagrire per tornare in forma e riacciuffare la fama più le si attorcigliava lo stomaco provocandole crampi che placava con l’assunzione di cioccolatini. I cuscinetti di carne si arrotondavano, le camicette attillate non si agganciavano, aveva problemi a infilare le gonne dalla testa, perché il seno, già ben fornito di suo, era arrivato al punto che nella quarta di reggiseno proprio non c’entrava e quindi bloccava il passaggio. Però, convinta che avrebbe avuto la meglio sul grasso, si era rifiutata di comprarne uno di taglia superiore, col risultato di ciondolare per casa senza indossarlo con le due puppe che ondeggiavano come boe durante una mareggiata forza otto.
In quel periodo particolarmente nero, Gieffe, il suo amato figlio, provato dalla situazione creatasi in casa a causa dello stato della madre e avendo un grande ascendente su di lei, decise d’intervenire in maniera virile.
– Siediti e aspettami. Torno subito e risolvo il problema.
Andò in cucina scaldò il latte, vi sciolse la cioccolata e la versò in una tazza nella quale aveva posato due zollette di zucchero.

Giacinta capì che non sarebbe stato il marito perfettino, ma il figlio prediletto a tirarla fuori da quell’odiosa condizione. Ne era sicura: l’avrebbe aiutata a ritrovare il suo peso ideale, lo splendore e la via del successo. Nelle mani del figlio si sentiva al sicuro. Il profumo della cioccolata calda si espandeva per tutta la casa e, nell’attesa del suo ritorno, inspirò così profondamente che inebriata dall’odore del cacao si rilassò, come se avesse mangiato due stecche extrafondenti.
Si fidava così ciecamente che quando Gieffe arrivò e le chiese di mostrargli un seno, lo scoprì senza chiedere spiegazioni.
Accadde tutto in un attimo. Gieffe spinse un ago, uno di quelli usati per cucire i divani, nel capezzolo della madre e subito uscì un sibilo continuo e acuto, un sibilo che non sembrava voler cessare e che era contemporaneo allo sgonfiarsi, che sembrava anch’esso non dovesse finire mai, della donna. Quel suono che ricordava il fischio che esce dai copertoni delle ruote quando si toglie la valvola e la gomma sfiata, aumentava e si diffondeva a onde concentriche tutt’intorno, in casa, nella strada e nel quartiere, sino a essere udito a due chilometri di distanza. I vicini furono costretti a tapparsi le orecchie e cominciarono a battere colpi ai muri con gli zoccoli, con i manici di scopa, con minerali da collezione, con ogni oggetto utile a esprimere la loro rabbia per il sibilo che sembrava volergli rompere i timpani.

– Sì, cocca, in effetti, il figlio aveva esagerato un po’ troppo nella sua operazione e, nel giro di un’ora, Giacinta diventò magrissima, quasi trasparente, anche perché il buco, non si era rimarginato con facilità. Fu così che Giacinta imparò a coltivare manie di grandezza. Nella vita non si può ottenere il massimo senza sacrificio e quindi: “Stretta la foglia larga via, dite la vostra che ho detto la mia!”
– Che strana storia nonna! Ma racconti di fantascienza o di fantasia non ne conosci?

Annoiata la piccola Sara si raggomitolò nel letto, in posizione fetale, con il viso rivolto verso il muro, per addormentarsi.
Sandra le rincalzò il piumino con cura, le coprì il mento con il lenzuolo e poi uscì dalla camerina sorridendo e sussurrando tra sé che quella era la strada da seguire nelle sere in cui sarebbe rimasta a casa della figlia, per permetterle di uscire dopocena.
Nel soggiorno, con le cuffie senza filo, si accomodò in poltrona a guardare su un canale satellitare il Grande Fratello 30, convinta di aver contribuito alla fine dell’età che vedeva le nonne raccontare la sera le fiabe ai nipoti.
La nipotina si sarebbe stufata e avrebbe iniziato a leggere i libri senza pretendere che lei raccontasse storie e fiabe che non conosceva. Ed era fiera di sé.

Il giorno seguente l’attendeva il provino per il Grande Fratello Senior n. 5.

Racconto tratto da “ Ciao, come sto?” , Genova, Liberodiscrivere, 2006
 

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