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Lei, quella sera, pensò e ripensò…
No, no, non è possibile, eppure..
Eppure quel tale è cosi, si disse poi, l’assurdità fatta persona, l’emblema del miscuglio della visione fredda della realtà –lì con il suo occhio da entomologo a sezionare gli oggetti e le persone,per poi meglio impagliarle e appenderle quali reperti ormai innocui ( sarà forse la paura a fargli poi assumere un tale atteggiamento? Lei si chiedeva per poi dare una plausibile risposta al busillis), quasi da scientista amante

degli esperimenti in corpore vili- come già forse preannunciavano le torture certamente inflitte fin da bambino alle famigerate lucertole, cui monomaniacalmente mozzava la coda, per verificare se dopo questa amputazione le povere lucertole continuassero poi a scattare fulminee e a nascondersi sotto le pietre, nei loro zig-zag da animali impauriti dall’ombra umana, che si proiettava minacciosa negli interminabili pomeriggi assolati- con le fallaci e pasticciate ipotesi di una grande cospirazione ordita ai suoi danni da vari personaggi non del tutto specificati e come emergenti da una nebulosa che tutto invadeva, se non l’intero mondo quantomeno invadeva la sua fraudolenta vita scornacchiata, s’intende.
Dunque, a sentirlo vacuamente parlare – incominciava perentorio e definitivo, accompagnando con gesti insistiti e come meccanizzati, poiché sempre si ripetevano uguali, parole scolpite a segnare la irrefutabilità di ciò che man mano diceva, ma poi , proseguendo perdeva inevitabilmente le proprie connessioni interne, per poi risultare alla fine altamente scoordinato, ed anche un po’ scomposto, e come parlante unicamente a se stesso- si passava da un certo interesse per una persona che si dimostrava, o almeno cosi dava l’impressione, amante della conoscenza e di esperienze diversificate, poliedrico insomma, e vitale anche, al montare accentuato di un disagio non comprimibile oltre un limitato livello, allorché i suoi interventi elocutori cominciavano a perdere colpi, sprofondando di colpo in una melassa indistinta , là dove le risposte a tono prendevano un abbrivio straniante, ed anche un po’ pericoloso, aprendo voragini di mancanza di senso e di logica, come se si fosse artatamente riimesso nella teca , da cui era sguisciato fuori in un ansito di libertà, disappliccandosi gli spilloni che lo inchiodavano nella sua ossessione mentale, nella sua visione vetrificata e impagliata.

Cominciò tutto cosi, in una chiara giornata di maggio, lì sul lungofiume, durante l’annuale festa popolare dedicata alla mostra dei cavalli, cavalli di razza pregiata eppur resistenti all’agra fatica della vita rurale.
Sfilate di uomini rozzi e squadrati, dalle carni massicce e non rifinite, con sguardi sornioni e come maneschi, sguardi da intenditori e valutatori di carni, sguardi e mani che si insinuavano nell’apparato masticatorio dei quadrupedi per verificare l’efficienza della squadratura dentale, che misuravano l’altezza al garrese per decretare poi i campioni della razza, sempre attenti alle cifre e alla valutazione meramente biologica delle povere bestie in mostra.
Uomini e bestie sfilavano, e perfino a lei sembrava di essere in mostra, lì, sul lungofiume, seduta accanto ad un tavolo oblungo, dove, in equilibrio precario ad ogni soffio di vento proveniente dall’ansa del fiume, erano esposti i suoi quadri.
Alcune persone si erano già fermate, le avevano fatto i complimenti, avevano iniziato un abbozzo di conversazione, per poi riimmettersi nella fiumana che procedeva inarrestabile verso il punto di ristoro, o verso il recinto apposito dei cavalli.
Lui non lo si sarebbe potuto non notare, bardato com’era.
Un cappellone da cow-boy- dal quale fuoriusciva una lunga coda attorcigliata , sinistramente simile alla coda di un cavallo, una lunga coda di capelli dalle sbavature color platino ,che ormai stingevano sul nero colore originario, una stretta magliettina adolescenziale sul cui bianco era impressa (pantografata) una testa di cavallo, pantaloni color verdino, anch’essi attillati, come se anche le sue specifiche merci fossero in mostra. Che merci poi, se a lei parve solo come un uomo attempato, che riluttava ad arrendersi all’avanzare impietoso del tempo.
Camminava volitivo, menando passi accentuati, aderendo con i suoi stivaletti da vanchero alla pietraia non asfaltata del lungo fiume, come se dicesse: ” Eccomi son qui, anch’io in mostra, e voi non potrete far altro che notarmi”
Lei non potè far la vista di non notarlo, lui si piantò a gambe larghe davanti alla sua esposizione, e da lì non si schiodò, non subito almeno, non prima di aver suggerito chissà quale intendimento implicito lampeggiando quello che doveva poi essere nelle sue intenzioni un sorrisetto carico di sottintesi, che a lei parve unicamente un sogghigno senza ragione alcuna.
Stette li un poco, in attesa, ciondoloni., sogguardandola in tralice, squadrando i suoi quadri senza proferire alcuna parola.
Poi se ne andò, ma ritornò ben presto.
Sempre con quella specie di sorrisetto che voleva essere misterioso, e che lei inserì ben presto nella serie dei tic nervosi, talmente le parve inconcludente, finanche estorto ,una impalcatura teatrale a nascondere la vacuità, una vacuità totale.
Lo percepiva, percepiva la presenza di quell’uomo cioè, come si trattasse di un tafano, e lei fosse un animale, lui un tafano che si accanisse sugli animali delle stalle fino a farli sanguinare , tedioso, pervicace, di un avvolgimento morboso.
Forse, dopotutto, non era cosi.
Era forse solo la sua mente terribilmente analitica, ed anche terribilmente immaginifica, a farle pensare cosi- si disse lei.
No, no, era certamente uno dei tanti , anche se non si poteva non notarlo. Forse era un valutatore- giudice di cavalli, o un inserviente, o forse un allevatore.
Ad un tratto, senza che lei potesse trovare un espediente per evitare che ciò avvenisse, lui si mise a parlare.
Il sole incombeva verticale, il suo calore penetrava nei pori, lui parlava parlava.
Senza chiederle permesso, si accostò con una specie di seggiolino.
Lei lo osservava, pareva avere solo la bocca che vomitava parole su parole, il suo sguardo adesso era celato dagli occhiali da sole, e dalla tesa del cappello da cow-boy.
Spiattellò subito,assai crudamente a dire il vero, la notizia che si era separato dalla moglie dopo trent’anni di matrimonio.
Disse esattamente cosi, subito dopo.
-Sai, non ti sembrerà vero ma non faccio l’amore da cinque anni… Voglio dire , voglio dire cioè non faccio tecnicamente la penetrazione – ripetè la parola “penetrazione” più volte, quasi a volerla incistare ben bene nel cervello di lei- per il resto a dire il vero, la masturbazione la consigliano anche gli stessi dottori per evitare possibili malattie alla prostata, e aallora io mi masturbo giornalmente, altrimenti, non essendoci lo sfogo biologico, ci sarebbe un intasamento, e questo non va bene, non va bene. Fa ammalare, fa ammalare”
Lei non diede atto di stare ascoltando, lei, non rispose alcunché, sperando che l’allucinato discorso appena iniziato, subito si interrompesse per mancanza stessa dell’interlocutore.
Macchè, il suo silenzio sembrò a lui un implicito consenso, e dunque continuò, proprio come un tafano succhiatore di sangue dalla viva pelle delle sue vittime.
“Sai- continuò- mia moglie mi ha lasciato, ed io non posso più vedere le mie due figlie.
Avere dei figli è una cosa veramente importante, ma la penetrazione, oh la penetrazione è una procedura delicata, non è cosa da poco. Bisogna farla in un certo modo, è un qualcosa che può essere sconvolgente.
Sai, una volta, ho voluto far l’amore con mia moglie incinta, e quella volta mi è sembrato che i miei colpi, i miei colpi ( a quella cruda reiterazione, a lei che ascoltava parve di sentire la ricaduta metallica di qualcosa di contundente che cercava di farsi spazio nei suoi nervi , nervi elettrizzati dal discorso stralunato da paranoico ossessivo) fossero una rovina per il bambino. E quella volta, quella volta che lei era incinta ,preferii smettere. Mah, come ti dico, bisogna stare attenti., nella penetrazione, dico.
Tu non credi a quello che ti dico, vero? Ma io sono uno specialista addetto all’inseminazione artificiale delle mucche, conosco tutto ciò che riguarda la biologia della procreazione animale, ho studiato da tecnico raccoglitore dello sperma dei tori ( e a questo punto l’allucinato studiatore della tecnica riproduttiva usò un termine,un termine specialistico che lei non aveva mai udito prima., e che più tardi non riusci a rintracciare su nessun vocabolario ) Sai, devo dire che ho imparato molto , da questo lavoro, ho imparato davvero molto, anche per ciò che riguarda l’ atto della inseminazione e della procreazione degli esseri umani… una cosa, una cosa, so tutto io, so tutto…delle cose…ihmm..delle cose so…
Ti potrei dire tante cose davvero a questo proposito, ma non qui, non adesso, magari un’altra volta, eh”
Il suo sogghigno a quel punto sembrò quasi deformargli la parte del viso non coperta dagli schermi occlusivi (gli occhiali da sole, la visiera del cappello spostata in giù) e lei lo immaginò coperto da una mascheratura metallica che doveva servire a mettere l’eventuale interlocutore- lei stessa in questo caso- in una posizione soccombente, lei senza paraocchi, e quindi indifesa davanti al suo sguardo da entomologo.
“Voglio però aggiungere anche questo- lui continuò logorroico e tremendo, spinto in avanti da un potente desiderio di abbondare micidialmente delle sue immagini brutali, che poi si incistavano nella mente di chi lo ascoltava come sorta di zecche somiglianti a quelle che potevano procurare perfino la meningite ai cani infetti con il loro rostro affondato nelle carni a mo’ di fiocina- io ho assistito al parto di mia moglie, dato la sua esile corporatura sarebbe stato necessario un parto cesareo, l’avevo pensato e lo avevo detto subito, invece il suo ginecologo non ha voluto sentire ragione, continuava a dire che bisognava seguire la natura, e infatti si è poi visto come è andata a finire.
E’ andata a finire che ha dovuto usare la ventosa e il forcipe: avresti dovuto vedere che strana forma aveva la testa di mia figlia, avresti dovuto io ho assistito a tutto, io ho visto,io ormai so. Io…
Avrei spaccato volentieri la testa al ginecologo, e sono contento che, a distanza di tempo beninteso, lui si sia impiccato mentre era solo nella sua casa di campagna, un carnefice in meno, un carnefice”
Senza soluzione di continuità, d’improvviso, come accorgendosi solo in quell’ esatto momento che si era fermato davanti ad una esposizione di quadri, si diede dunque l’aria di intendersene, non diede giudizi, quello no, riportò l’intero campo della pittura sotto il suo sguardo che sottindeva chissà cosa poi, una conoscenza millimetrica anche in quel settore specifico, una sua qualche abilità quanto mai misteriosa e comunque superiore a quella di qualsiasi altro.
Disse infatti:” Per meglio dirti cosa penso dei tuoi quadri, avrei bisogno di studiarmeli ben bene, con un procedimento speciale, sai io ho l’abitudine di guardare i quadri con una particolare lente, e non solo con la lente di ingrandimento, il quadro deve essere in piena luce solare, solo cosi vedo tutto, e capisco se uno è bravo o no.(Lei immaginò, in un breve flash visivo, una luce cruda e accecante che corrodesse i suoi caldi e bei colori, certo era un pasticcione, tutti sapevano che i quadri avevano bisogno di una luce particolare ,non certo di luce cruda, i quadri acquistavano infatti ad essere visionati nelle mostre apposite in ambienti chiusi e ben illuminati, non certo nel modo che diceva quel tale)
E poi.e poi, ne vedo tanti di imbrattatele, io invece ho inventato una tecnica particolare , e sono riuscito a creare un quadro eccezionale , un’opera unica, ma insuperabile.”
Il solito sogghigno che avrebbe voluto essere un sorriso ricco di sottintesi accompagnava ogni sua considerazione,quasi fosse un rictus determinato dal germinare di una malattia misteriosa e pervasiva.
Quasi avesse capito – in un attimo di resipiscenza-di trovarsi di fronte a d un estraneo che lo considerava con sufficienza e che faceva quindi la tara ad ogni sua singola parola, tolse lestamente da una tasca dei suoi pantaloni verdini, un paio di pantaloni di moda simil –militare, e con tante tasche, e taschini, una foto con lui che teneva in mano un quadro.
Glielo porse come se la sfidasse, con tracotanza, con impudicizia anche.
Lei osservò la foto del quadro.
Si trattava certamente di una figurazione con un che di straniante, forse anche di morboso, lei non sapeva come dire.(tra l’altro, non si riusciva a capire neppure se si trattasse di un quadro ad olio, oppure di un fotomontaggio fotografico)
Era la rappresentazione di una cerimonia matrimoniale, con quattro personaggi, il marito il testimone l’officiante, e infine quella che doveva essere la sposa, o almeno avrebbe dovuto essere la sposa visto l’abito bianco. Di primo acchito, la solita ripresa di qualsiasi matrimonio se non fosse stato che ogni persona aveva il viso dell’attempato cow-boy, come se lui facesse ogni parte in commedia, in un’orgia identificativa e totalizzante, che dava da pensare, dava da pensare se non si trattasse per caso di delirio di onnipotenza.
Forse era megalomane- chissà poi se del tutto innocuo.- oltre che un delirante biologicista ( la sua attività di in seminatore artificiale di mucche lo aveva rovinato, lo aveva, gli faceva ormai pensare agli uomini in termini di animali),ma c’era un particolare, di cui lei s’accorse solo in un secondo momento, e solo dopo uno specifico invito da parte di lui.
“Ma non ti sei accorta della sposa?guardala bene, dai”
Lei non potè che sorprendersi: al posto della testa della donna, non c’era il volto del cow-boy, no no.
C’era un rimpicciolimento ( fotografico, od opera di fotomontaggio, non si riusciva a capire, non si riusciva affatto) quasi lillipuziano, in cui il cow-boy si mostrava inginocchiato con una mano ad accarezzare il pelame di un asino .
Una cerimonia matrimoniale davvero particolare, si disse tra sè e sè lei.
Un quadro come esatta inquadratura della sua mente contorta..
Mente , quella di lui, davvero instancabile, mente che subito riprese a elucubrare, come fosse afflitta dalla sindrome del moto perpetuo.
Mente, e parole partorite da quella fibrillante mente, ferreamente determinata a sfiancare fino al tracollo mentale chi, per azzardo fortuito, fosse stato da lui morbosamente irretito dal suo vasto repertorio di fallimenti, o disgrazie, o sequenza ottusa di tarature di ogni genere e natura: a lei parve di vivere in un quadro di Bosch, o di Grosz.. .proprio li, davanti ai suoi quadri esposti sul lungofiume.
Voleva fuggire, lei, voleva scappare, allontanarsi da quel tale che ormai si mostrava sinistramente sicuro della presa che i suoi disarticolati discorsi dovevano senz’altro avere su di lei, lui ne era certo.
Intanto il sole picchiava impietoso, e lei si sentiva in balia della crudità , la crudità del sole, e quella delle parole senza fine: doveva smetterla, doveva assolutamente smetterla, di vomitarle addosso il suo stravaso di livori e di odi ancestrali contro l’universo mondo, quelle di lui le parevano maniacali deiezioni, deiezioni a nascondere quello che in realtà un occhio attento avrebbe potuto definire come un sublimato killeraggio,un uccidere con le parole o con dei fotomontaggi chi gli aveva fatto del male, a cominciare dalla moglie.
No, quell’essere aveva deciso di portarla allo sfinimento, di sfiancarla definitivamente.
Riprese infatti, come se niente fosse, la sua litania degli orrori.
“Ah, a proposito, volevo dirti che in questo momento ho tutta una serie di cause legali , che spero si risolvino a mio favore. Naturalmente, ho una causa anche con mia moglie”
E qui, implacabile, ancora una volta reiterò:”mia moglie se ne è andata via, e con lei le mie due figlie, che non vedo più. Ma sono in causa anche con altre persone.. Naturalmente vincerò io, si ricrederanno , si ricrederanno tutti, sono sicuro..quei maledetti porci che mi hanno rovinato la vita…”
Nel cervello di lei ormai le parole penetravano da una distanza aliena, non lo seguiva più, lui ebbe l’impressione a quel punto che la donna avesse l’aria di guardare con attenzione la sua massiccia collana dorata, che brillava sulla maglietta bianca su cui era pantografato un muso equino.
“ah, sai io sono molto legato a questa collana, ed anche a questo anello-e le mostrò un anello quadrato e stranamente arzigogolato, infilato su di un dito della mano destra, dito sormontato da un’unghia inenarrabilmente lunga, e giallastra, l’unghia tagliente di un animale carnivoro-
Vedi , li vedi no questo anello, e questa catena, sono un ricordo dei miei genitori, e non me ne stacco mai.
Perfino quando per un anno intero mi sono messo volontariamente a fare il barbone,sai, non l’ho fatto per necessità, io sono ricco di famiglia, perfini in quei momenti mai e poi mai li avrei portati al monte di pietà, sono troppo importanti per me, non li venderò mai.. Del resto , io abito in una casa del settecento, e sto benissimo, sto..”
Sembrò aver terminato, ormai aveva raccontato tutto del suo universo mondo, lei cominciò a respirare normalmente,in attesa che tutto si concludesse definitivamente,e che lui, cosi come era comparso, scomparisse, al pari di un’allucinazione ottica e uditiva sotto l’inarrestabile vampa del crudo sole a picco.
Sole senza pietà, sull’arida pietraia sconnessa che fronteggiava l’insenatura del fiume.
No, non aveva smesso. Si era fermato solo per potere dare il colpo finale al suo discorso, che aveva come unica linea ispiratrice una visione della realtà poggiante su dati bruti , e biologicisti, pervenuti da un verminaio in una continua polluzione senza fine.
“Lo sai tu, che tra pochi anni non ci sarà più la morte, e diventeremo immortali?
Ci sarà la procreazione artificiale per tutti, i geni difettosi verranno eliminati, saremo sempre giovani…”
Lo lascio li’a sproloquiare , arrossato nel viso, e con parole impastate ,un clone in minore dello scrittore Houllebecq, in un mondo delirante di non più umani, di mutanti geneticamente modificati.
Si fece portare subito a casa,da una occasionale vicina della fiera, che esponeva sul suo banchetto la produzione della sua fattoria.
La notte fu lunga, attraversata da incubi soffocanti che non riusciva a decifrare.
Il più terribile la fece urlare, e se lo ricordò se lo ricordò ,per parecchio se lo ricordò. E forse se lo sarebbe ricordato per sempre.
Arrivava il tale nel sogno .No, non era bardato da cavalleggero rurale. Era vestito come gli infermieri e gli addetti di una camera operatoria sterilizzata.con protezioni monouso su ogni parte del suo corpo, tranne in un punto, un dito dalla mano destra-non si ricordava quale dito- un dito sormontato da una unghia di lunghezza spropositata, e dalla tonalità giallastra, mentre il resto della mano era imbrigliato in guanti di lattice.
L’alieno sterilizzato aveva con sé una grosso apparato di specchi rotanti e di lenti d’ingrandimento di variegata dimensione, un apparato tecnico simile a quello necessario per la creazione di uno specchio ustorio, il sistema creato da Archimede per fare convergere i raggi del sole e provocare un incendio sulla
flottiglia dei nemici. Lei ne ebbe immediata consapevolezza, lui si sarebbe certamente servito di quel sistema per studiare meglio i reconditi sostrati interni di lei, ed anche il suo apparato scheletrico, arrivando a dissezionarla in nuce, come del resto penetrava molecolarmente, con l’aiuto di una lente ingrandente ed esponendolo in totale controluce, o gli insetti o gli animali di taglia piccola catturati per sezionarli e scoprire cosi i loro meccanismi esistenziali. ( lo faceva perfino con i quadri, perfino ).
L’ultimo frammentato ricordo relativo a quell’incubo notturno, prima dell’urlo che la fece svegliare, fu la visione estremamente nidita – un’immagine ingrandita mille volte a riempirle il diaframma della pupilla, a incenerirle lo sguardo- la visione di un’unghia oblunga e affilata come un bisturi metallico, che la penetrava, si la penetrava nel cervello, lasciando scie di sangue sulle membrane, e una poltiglia infetta nel liquor cerebro-spinale, a propagare il germe fin dentro nel midollo, fin dentro.