Jiri Orten

di Lucianna Argentino

“Il 29 agosto 1941, vigilia del suo compleanno, Jiri Orten scrisse una nota nel suo diario e una poesia che si riferiva appunto a quel compleanno. La mattina seguente uscì in strada con la ragazza presso i cui genitori era alloggiato. Pregò la ragazza di aspettarlo e attraversò per andare a comprarsi le sigarette. Il chiosco era chiuso. Jiri ritornava sui suoi passi; era già al centro della via. Quando lo chiamò il tabaccaio che stava rientrando in quel mentre. Jiri che si era voltato di scatto e aveva appena fatto un primo passo, venne sbattuto a terra da una macchina tedesca sopraggiunta a tutta velocità e trascinato per alcune decine di metri. La ragazza persuase il conducente a trasportare Jiri all’Ospedale generale, dove però non venne accettato a causa della sua origine. Bisognò quindi trovare un’ambulanza per trasportarlo fino alla via Katerinska dove si trovava il reparto per casi del genere. Lo trasportarono in stato di coma, con emorragia cerebrale e polmonare. Dal coma non si svegliò più. Due giorni dopo, il 1 settembre 1941, morì”.

E’ il fratello di Deniky Jiri Orten a raccontarci la sua morte, avvenuta a Praga il giorno in cui compiva 22 anni, era nato infatti nel 1919 a Kutna Hora in Cecoslovacchia. Ho scoperto Jiri Orten e la sua poesia per caso, ammesso che io creda al caso, in biblioteca ed è stato subito amore. Un amore dopo tanti anni ancora fresco, un amore che sa ancora di innamoramento, almeno per quel senso di stupore, di meraviglia che mi prende ogni qual volta ri-leggo le sue poesie, ma che pure ha la solidità del conosciuto, del familiare. Una piccola annotazione in calce. Quando nell’introduzione al libro di Jiri Orten “La cosa chiamata poesia” (Oscar Mondatori 1991) a cura di Giovanni Giudici e Vladimir Mikes, lessi il brano sopra riportato non potei fare a meno di notare una tragica coincidenza. Ossia che mentre Jiri era in coma , il 31 agosto a Elabuga Marina Cvetaeva moriva della sua “morte verticale”. Il 28 marzo di quello stesso anno era stata Virginia Woolf a riempire le sue tasche di pietre e a immergersi nelle acque del fiume Ouse.

“Ho vissuto in un tempo di grande ottenebramento del mondo, che nessuno degli uomini lo dimentichi, se un giorno m’incontrerà!” , annota Jiri nel suo diario il 2 giugno del 1940 e a quasi settant’anni  di distanza spero di aver contribuito ad esaudire il suo desiderio.

La cosa chiamata poesia

La cosa chiamata poesia

quella vorresti fare?

In solitudine singhiozzare

e tanto volere bene.

Senti? E’ il suo ticchettio

Così disperato giocare

La cosa chiamata poesia

quella vorresti fare?

Forse lo sai che spesso

la parola è troppo sciocca

Ma Dio ti chiude la bocca

e altro non ti può dare

La cosa chiamata poesia

quella vorresti fare?

Di chi sono?

Io sono dei piovaschi e delle siepi

e delle erbe chinate dalla pioggia

e della chiara canzone che non gorgheggia,

del desiderio che sta chiuso in lei.

Di chi sono?

Io sono di ogni piccola cosa smussata

che mai spigoli ha conosciuto,

dei piccoli animali che reclinano la testa,

sono della nuvola quando è straziata.

Di chi sono?

Io sono del timore che mi ha tenuto

con le sue trasparenti dita,

del coniglietto che in un giardino in penombra

esercita il suo fiuto.

Di chi sono?

Io sono dell’inverno ostile ai frutti

e della morte, se il tempo lo chieda,

io sono dell’amore, di cui sbaglio la porta,

al posto di una mela ai vermi lasciato in preda.

da “Discorso dell’assente”

[…] Vuoi un pezzo di questa conversazione! Ecco qui: (Si parla di un libro) Allora anche lei scribacchia? (dice il padrone ) – Io taccio- Scribacchia? Scribacchia? E cosa scribacchia? – Così, quel che capita.- E magari teatri, no? e poi li recita nella scuola, no? (dice la padrona) – Io scrivo versi!- (Pam! Sentono questa parola per la prima volta, sorridono senza capire, e quando me ne andrò diranno che sono un tipo strano, che non faccio contenta la mamma, che sono un buono a nulla e che sarebbe meglio se facessi qualcosa di pratico). Sorrido, ma c’è poco da ridere. Gente simile è un muro intorno all’anima e di muri siffatti ce n’è a milioni, quante sono le stelle, impenetrabili, massicci, ignari. Sbattici contro e se ne stacca una pietruzza appena, e il piccolo buco subito si riottura. Questa gente ha vissuto molto più a lungo di me , ma non ha visto, non ha sentito e non ha provato niente tranne il suo muro. – Io anch’io ho il mio muro, certo. Ma questo muro mi opprime almeno, almeno mi soffoca, almeno mi cade addosso. Sono un cattivo lavoratore, il mio muro è forato, pieno di buchi, è come una visione del cappottino di Rimbaud. – non è quindi orgoglio ciò di cui ti parlo. Ma amo molto i ciechi, che imparano ad andare senza il bastone bianco. Che cadano, che inciampino, ma procedano appoggiandosi a se stessi!

22 luglio 1940

La punitiva

Ti avrà come una gemma.

Chiuderà nelle notti le persiane.

A contare le stelle gli servirai.

Ecco una stella e un’altra

e ce n’è molte di più.

Nell’intimo ti scaverà

Fino al centro ardente del fondo,

in te per incontrarsi col suo sogno.

Alla rovescia ti ricaverà.

E anche i sogni a contare gli servirai.

Ecco il sogno, che tutto conosce,

e ce n’è molti di meno.

Non devi avere paura. Ché lui lo sa

quello che in te perderai dopo il sangue.

O Dio tremendo, posso domandare

quanto profondo è ciò che sprofonda,

e come mi sai castigare,

o con l’inferno, se tale posso chiamarti,

o con l’amore, se tali sono i mattini

le cui sere saranno di pace,

quei mattini di nebbie e infedeltà,

perfettissimamente scavati,

o con un infinito mio contrario,

pietrificata ripetizione,

o con un desiderio di inseguire

nel volo uccelli e sogni, di essere tutto?

Non devo avere paura. Ché lui lo sa

Quello che in me perderò dopo il sangue.

Solo a causa di te ti domandavo.

Son poche le parole che peserà l’eterno.

Mi sono già castigato abbastanza

e un’altra volta non domanderò.

Essere alla fine, essere al principio,

e perso il padre perdere la madre

e perdere se stesso nel cuore

che lentamente decresce come la luna,

come la gloria amara in Unamuno,

essere un affollato cimitero,

e ancora mai salutare

il cielo che dimentica di albeggiare,-

perché sperava che Lui lo sapesse,

quello che in sé perderà dopo il sangue.

E’ passato il tempo in cui potevo porre un pensiero sulla morte volontaria, quel tempo è passato, perché devo nonostante tutto aspettare la libertà, anche se fossi reso spoglio di tutto e anche se già sono spoglio di tutto. Scrivo l’epitaffio del mio amore e mi pongo come compito per l’avvenire il silenzio. Scrivo l’epitaffio, perché solo questo è il mio mondo, la mia speranza, la mia fede, scrivere, scrivere fino al termine estremo.

7 dicembre 1940

Alberi, anni *

Alberi degli anni, come state?

La prima ed ultima volta, ora

so che il pianto vi irrora,

e che siete fatti di legno

perché il fuoco si accenda meglio,

perché i nostri occhi nebbiosi

vi guardino come bruciate,

alberi, alberi annosi!

In voi si rifugiavano fiere,

la gioia in voi mi ha negato

un domatore spietato,

tra voi s’è perso ogni mio avere,

da voi viene l’acqua sorgiva,

da voi l’alba che il giorno avviva,

dentro voi il sole in tramonti sereni,

alberi, anni, di ruggine pieni!

Ah potessi un momento ancora

fissare il cielo dell’aurora,

che comincia a rosseggiare,

e che si celebri il festino,

la libertà mi versi il suo vino,

e il tarlo di un letto non danni

quel che ho tentato di salvare

per ventidue anni!

* E’ l’ultima poesia di Orten

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