Tag

, , , ,


george-segal.jpg

Era il titolo di una canzone, la sua preferita, quella che cantava ogni qualvolta si presentava un attimo di silenzio inatteso e vacuo, e forse troppo prolungato, una bolla di sapone in attesa dello scoppio.
Sì, Mario lo avrebbe sopportato un certo silenzio, ma solo se non avesse ecceduto un limite consentito e da lui matematicamente fissato, doveva essere una misura aurea di silenzio, ecco, non di più,

c’era il pericolo che tutto potesse malignamente franare in quel vuoto pneumatico come inghiottito da un buco nero magnetizzato, come se a partire da ogni discorso seguito poi da una pausa troppo lunga, da ogni discorso, per quanto banale e innocuo (o forse proprio a partire dal più banale e innocuo che però innescasse strane reminiscenze e collegamenti subliminali e truffaldini ad incidere il profondo, a riaprire lembi suturati di cicatrici ormai in via di estinzione) fuori da ogni discorso e da ogni silenzio come fuori da crepe e crepacci e buche e erosioni di qualsivoglia diametro e dimensione (e fuori da sprofondamenti sotterranei non più malamente occultati, da pertugi occlusi con materiali di scarto e di risulta , soggetti quindi a uno sgretolamento massivo ) potessero tracimare melma e miasmi suppuranti.
Lui sapeva, lo viveva sulla pelle il trauma delle parole trabocchetto, il trauma del silenzio fagocitante che alcune volte si faceva forcipe della nascita di discorsi che si tendevano taglienti come cappi al collo a togliere il respiro, quasi il silenzio troppo accentuato e non utilizzabile in modo banale diventasse poi un detonatore esplosivo di ricordi dolorosi, a riposizionare come stiletto piantato nel cuore l’ indicibile tutto, lo specchio deforme del mero accadimento non più cancellabile, l’acre effluvio dell’universale incancrenimento, il flusso corrosivo dell’omega della separatezza, e dell’assenza.
Lui sapeva, lo sapeva che in ogni lamina d’aria, in ogni infinitesimale punto del tempo e dello spazio era l’inizio della deriva catastrofica, della rovina senza rattoppi possibili.
E Mario cantava, allora cantava a cantava per ricucire la trama lacerata, per avanzare di un solo passo sul terreno infido, per oltrepassare momentaneamente il guado scivoloso dell’indicibile.
Perfino nei brevi tragitti in macchina – la macchina del cugino, era lui che guidava, la sua la lasciava solitamente nel paesino della periferia francese, dove era emigrato tantissimi anni prima, era emigrato per cercare lavoro, lui si era specializzato nel campo dell’edilizia, era un provetto manovale e gran lavoratore, controsoffittava e impavimentava e sapeva utilizzare il platre, il gesso, faceva lavori di fino e di decorazione anche artistica, era molto bravo, ma poi si era ammalato di un eczema alle mani causato dai materiali con cui veniva in contatto,e aveva dovuto smettere prima del tempo – se in quei brevi tragitti le chiacchiere che servivano a dare una nuova freschezza ai ricordi di quando i due erano giovani si bloccavano per un ingorgo emotivo causato da un eccesso di malinconia struggente ( oh, ecco il vecchio mulino in disuso, sembrava immutato, sembrava, lì sullo slargo dalla strada tutte curve, il vecchio mulino che era stato proprietà di suo padre) ecco che Mario si metteva a cantare a squarciagola una canzone, quella intitolata “tutti mi chiamano Mario, e son Marino”che lui diceva essere del periodo risalente appunto alla seconda guerra mondiale, una canzone senza autore, o perlomeno una canzone mai assurta ad una qualsiasi fama.
Forse era un parto della sua fantasia, arrivò a pensare lei, ascoltando quei versi che nel ritmo stridente sembravano rompersi improvvisamente per poi riprendere come se niente fosse, e magari su una tonalità diversa da prima, versi che cercavano di dare struttura ad una storia strappalacrime, imperniata sul tradimento di un amore come non ce n’erano più, o forse di un amore che avrebbe potuto esistere solo nelle canzonette d’ antan, l’amore che portava alla morte, e non poteva che essere cosi.
La voce di Mario non era intonata, strideva e sobbalzava, passava da un tentativo fallito di prendere le note più alte, ad un abbassamento sussultorio e senza ragione musicale, e si spezzava nei punti più melodrammatici – nel momento in cui il protagonista, dopo essere stato sul fronte greco, torna e incontra improvvisamente la sua amata in compagnia di un altro uomo- lì sembrava perdere colpi, la voce, come se Mario s’ immedesimasse nel Mario della canzone, e lui stesso fosse venuto a trovarsi in un punto nodale, irretito in un sentimento malsano e appassionato, ed ecco la voce già tortuosa che diventava ansante e luttuosa, al pari del verso di un animale condotto al macello, che sapesse, sapesse tutto..
Nell’abitacolo dell’utilitaria di seconda mano, l’aria calda dell’estate fiammeggiante sembrava rarefarsi, tutti i passeggeri, chiunque fossero, rimanevano allora in silenzio E dopo un raschiamento alla gola, e un breve scoppio di una sua tosse parossistica e cronica, anche questa a sussulti (Mario non faceva che fumare : incominciava a fumare subito all’alba, appena alzato, fumava pestilenziali sigarette forti di marca francese, di sigarette così, forti e poco costose, non se ne trovavano più nemmeno in Italia, non avevano più mercato. Un tempo le compravano le classi più povere, adesso di poveri sembrava che non ce ne fossero più, erano sigarette simili a quelle che si potevano fare manualmente con del trinciato grezzo poi avvolto in sottilissimi strati di carta come velina , la stessa qualità di trinciato forte che una vecchissima sua prozia un po’ mascolina e che aveva fatto la perpetua inalava a manciate da una graziosa scatolina di argento, lo inalava offrendone dosi generose a tutti , perfino ai bambini perfino- diceva Mario- lo offriva perchè teneva lontano dalle infezioni, da tutte le infezioni, forse perfino dalla peste) subito riprendeva, ed allora era un tutt’uno fino alla fine, fino ai versi che dicevano “mamma, perdonami, del male che ho fatto, è stato il troppo amore che mi ha ridotto qui “
E allora tutti, tutti quelli che avevano sentito la canzone fino alla fine fatale e anche un po’ melodrammatica, tutti se ne stavano lì, immobili, a pensare a quel torbido amore infelice, infelice, e torbido, e finito male, con il soldato sullo sfondo a giganteggiare come una figura di estrema dignità , lo si vedeva , lo si riusciva a vedere il soldatino giovane e magro, pronto a essere trascinato in prigione, per pagare il “fio”del troppo amore.
Quella canzone che parlava di un uomo costretto a farsi assassino per un amore non corrisposto , ( con un testo di quel tipo, già sovrabbondante per un surplus di tematiche e di topoi sentimentali e con tanta dolcezza estenuata su cui un destino cinico lavorava subdolo fino a plasmare il tremendo) cantata così, cantata con la sua voce era davvero espressiva, si addiceva a lui, era come un calco della sua anima, anche se qualcuno, qualcuno che non lo conoscesse se non in superficie, non poteva capire che sì, in lui, c’era dell’anima, c’era.
Ecco, pensava lei, lui la viveva in prima persona la canzone, tra quelle parole faceva intravedere la sua weltaschaung , il motivo ispiratore della sua piccola vita di “Lavoratore del gesso”emigrato in terra straniera.
Un giorno lei gli aveva detto:
“ Senti Mario, lo sai che questa canzone mi piace davvero, non so perchè mi piace, è una strana sensazione la mia, sai non è esattamente che si possa dire bella, e tu..tu come la canti poi tu, non sei intonato, nemmeno un po’, sì io penso che tu non sia intonato, no di certo . È vero che tenti di fare bella figura, si sente che ce la metti tutta, hai passione, hai, ma …..Però a me la tua canzone…anzi sai, mi è venuto un dubbio, non è che per caso l’hai scritta tu, non l’ avevo mai sentita prima di ora, sai, io mi interesso di tutto, e ho un’ottima memoria, e un testo del genere- lungo, lungo fin troppo per una canzone, e sgrammaticato, sì , non troppo e non del tutto, ma leggermente sgrammaticato-bah, dai se non sei stato tu a scriverla, dimmi allora chi l’ha scritta, e in che anno, così andrò a vedere…”
“ ma che stai dicendo, l’ha scritta un grande cantante, uno famoso molto tempo fa, non chiedermi chi era, non mi ricordo, se ti piace così tanto come dici, vengo a casa tua, e te la dico, anzi te la canto così mentre la canto con calma tu la scrivi, e potrai leggerla ogni volta che vorrai…è bella, è bella eh, , ti piace, lo so che ti piace quando canto”tutti mi chiamano Mario, e son Marino; vivo di borghesia, e son sincero, ho combattuto tanto sul fronte greco, per dare alla patria pace e civiltà. Amavo una ragazza e mi ha lasciato, pareva una rondinella di primavera.” Ti piace, lo so che ti piace, e non dirmi che sbaglio, lo so, lo capisco, che ti piace”
“ Sì, ebbene sì, mi piace, e allora, che c’è di strano? Mi pari meglio dei neomelodici, mi pari, tu, sei meglio, lo sai a me piace il rock, e il punk, e il grunge, ma questa canzone, questa canzone,non mi dispiace, è così così….terribile, la trovo terribile, e vera… “
Quell’anno, l’ anno del ritorno fugace a pochi mesi dalla morte del figlio-chissà perchè mai era venuto in paese, aveva cominciato subito a tormentarsi e a domandarsene la ragione, perchè mai era venuto, perchè diavolo, se subito, subito appena messo piede in paese, subito avrebbe voluto tornarsene indietro, almeno in Francia poteva andare al cimitero tutte le volte che voleva, almeno- avvicinandolo era forte l’impressione di trovarsi a maneggiare un reperto archeologico appena disseppellito, un reperto di spessore sottilissimo e rotto in più pezzi, e malamente incollato con un mastice istantaneo( la testa calva e il volto avevano l’aspetto di un cretto di Burri, avevano, e l’identico colore grigiastro di materia friabile).
E in ogni apparato organico del suo corpo fattosi nodoso alle giunture- tanto da parere uno di quei vecchi arbusti o rami da cui con mano svelta, seguendo la venatura e la tortuosità del legno con un coltellino, traeva piccole sculture e bastoni di accompagnamento dall’impugnatura a forma di strani esseri serpenteschi dallo sguardo maligno e stortignaccolo- e pure in ogni apparato organico del suo corpo e perfino in ogni suo osso un occhio attento avrebbe potuto visualizzare una fenditura, una fessurazione scomposta. che nessun preparato chimico avrebbe potuto saldare. Stava su per miracolo, stava su.
Faceva visite ai parenti e conoscenti, e li invitava anche a casa sua, ma ogni volta a casa sua si ricreava un’ atmosfera di “ visita al morto”, si aveva questa sensazione perfino nel tinello della vecchia casa di pietra da lui riadattata in qualche modo. Ci si sentiva attorniati in modo claustrofobico, e senza vie di fuga, e senza presidi antipanico: si aveva questa impressione lì nella cucina, magari stando seduti appoggiati coi gomiti al tavolo coperto da un’incerata, penetrati nell’aria asfittica da ogni dove( dai mobili, dalle pareti, dai ripiani sulle pareti) da mille sguardi rivolti verso un punto invisibile o forse inesistente, tutti a fissare monomaniacalmente le fotografie incorniciate su cui compariva il Figlio.
Ce ne era una particolarmente riuscita di foto, c’erano i due figli seduti sul cofano di una macchina grigia, sorridevano con un sorriso come di attori, ogni volta che qualcuno volgeva lo sguardo in quella direzione, lui la prendeva in mano, la porgeva all’ospite, e gli diceva:” era bello eh, erano belli, eh sì, che ne dici, non ti sembra, guarda che bella foto, guarda” e il legno grezzo della cornice , a furia di passare di mano in mano, cominciava a lasciare cadere schegge appuntite, che si infiltravano come spine nelle dita.
E interveniva la moglie:
“ ma lo sapete,lo sapete no che a lui piaceva venire qui, anzi l’ anno scorso, la scorsa estate, quando sembrava essersi ripreso- ve lo ricordate anche voi, no, come stava bene, non potete non ricordarlo, stava benissimo dopo la chemioterapia, stava, sembrava tutto finito bene – la scorsa estate aveva iniziato a fare dei programmi di ristrutturazione di questa casa, a cui era così legato. Guardate, guardate il lampadario sul soffitto, l’ aveva comperato lui, l’aveva comprato lui, se ne era innamorato”
E allora gli ospiti alzavano lo sguardo al soffitto e si mettevano a guardare.
E si meravigliavano un po’: appeso al soffitto con un sistema di catenelle in leggero dondolio c’era un giogo, la pesante struttura lignea a cui si attaccavano i buoi che dovevano trascinare l’aratro, una trave con delle scanalature arcuate in corrispondenza della zona di appoggio della base dei colli. E sulla trave riadattata erano state inserite delle lampadine contenute in una struttura oblunga color avorio che le faceva assomigliare a quelle candele di chiesa accese con fiammelle elettriche davanti alle statue in cartapesta dei santi.
Un giogo appeso al soffitto, un giogo che pareva pesare sulle spalle di tutti lì nel tinello, un tinello che aspettava sempre di essere rigovernato ( in rigovernatura perenne era, come una stanza da cui si stesse per traslocare da un momento all’altro, una stanza di transito per gente in partenza, ora che il primogenito non c’era più ) un giogo come quello in cui erano ingabbiati i due genitori che pensavano ossessivamente al figlio morto, lì nella casa a due corpi separati,( nell’altro edificio vivevano altri due fratelli più giovani di lui) lì nel medesimo comprensorio abitativo da cui Mario fuggiva una sera sì e una no quando era bambino. Fuggiva costretto, per evitare sgridate, per non essere picchiato dal padre contadino e mugnaio, e padre di otto figli, se ne scappava impaurito e se ne andava a passare la notte dallo zio non sposato, che gli voleva bene davvero, e non lo considerava la pecora nera della famiglia, e nemmeno pensava che fosse un asino o peggio ,quando – mischiato con bambini di diversa età in una scuola di paese costituita da un’unica stanza senza tinteggiatura, e come calcinata- non ascoltava le lezioni della maestra ultracattolica controriformista, e vestita sempre di nero.
E Mario, quando , sulla macchina guidata dal cugino, passava davanti al mulino, non poteva non pensare a suo padre mugnaio e alla sua infanzia, ricordava come se l’ avesse davanti agli occhi in quel momento il padre che spingeva il loro asino caricato di sacchi di grano e mais da fare macinare, serviva l’ intera zona, serviva, e lo faceva bene.
Quell’asino era lo stesso asino che suo padre aveva poi dovuto nascondere per non farselo requisire dai fascisti, fascisti che erano il terrore della piccola comunità rurale, perchè pretendevano l’aggio di prodotti alimentari- erano sempre lì a esigere, a predare- oltre a generare terrore nei maschi giovani che non si erano arruolati volontariamente, e che perciò si nascondevano negli anfratti o nelle grotte degli animali per sfuggire alla militarizzazione forzata .
Giunti con la macchina allo slargo curvilineo su cui s’ergeva il vecchio mulino in pietra con la sua macina ferma- lì sul lato destro il rivo d’acque in via di essicazione, con la bellissima mola ormai immobile- gli venivano anche altri pensieri, gli venivano, visto che subito lì accanto, c’era la strada sterrata che portava a una frazione di poche case, in una delle quali, poco tempo prima era stato trovato impiccato, impiccato nella stalla di sua proprietà, un uomo, un uomo giovane, e prestante, trovato penzolante da una trave dalla madre capitata lì per cercarlo, visto che non era uscito nei campi con le bestie, e il lavoro tardava.
A Mario, veniva in mente uno dei fratelli, morto prematuramente, gli veniva in mente per via di una connessione subdola, di un rimando mortale dei circuiti cerebrali e delle sinapsi mnemoniche: il suicidio recente di quell’uomo gli faceva ripensare al tentativo di suicido operato da uno dei fratelli, , il fratello più buono, quello d’animo semplice, un bravo sarto- dicevano che aveva le mani d’oro, e una grande cura nei dettagli, anche- costretto a diventare forzosamente muratore, anche lui in Francia.
Una volta tornato in Italia, si era fatto prendere da una forma maniacale di cafard, di malinconia, e aveva cominciato a bere senza misura, e a bere vini di pessima qualità, in breve si era infognato in un alcolismo progressivo che l’aveva fatto malare di cirrosi epatica, con accompagnamento di deliri allucinatori a carattere psicotico.
Era sempre di un umore patibolare, le sue giornate solitarie pullulavano di illusioni visive zoomorfe, vedeva ragni giganteschi ovunque sui muri tinti di fresco e spogli, e vipere come quella che una volta gli aveva inoculato il veleno ad un polpaccio e si era potuto salvare per miracolo.
E un giorno aveva fatto di tutto per farla finita, incidendosi verticalmente le vene di entrambi i polsi con i cocci di un bottiglione di vino guasto, in piena fermentazione acetica.
Ma si era salvato, allora, più esattamente lo avevano salvato a forza, gli avevano imposto di vivere un po’ di più tra una crisi e l’altra di una cirrosi ormai terminale.
E, pensando al fratello, anche pensando al fratello, e all’impiccato, e anche al suo bel figlio, a Mario gli veniva da prendere a cantare il ritornello di”Tutti mi chiamano Mario, e son Marino, vivo di borghesia e son sincero…”

Due mesi dopo la morte improvvisa di suo cugino- quel cugino che per lui era più di un fratello, era stato lui stesso a dirlo alla figlia di lui, quando aveva saputo- in paese era giunta la notizia, che Mario stava morendo di un tumore inoperabile ai polmoni, forse erano state le sue pestilenziali sigarette di marca francese, tutti si erano detti scuotendo la testa, come fossero convinti che prima o poi doveva morire di quella morte lì, era inevitabile, era, sarebbe certo successo, e infatti era sucesso.
Non era durato molto,il calvario di Mario, era morto di tumore, era morto, ma quando la moglie era tornata per un breve periodo in estate, la figlia di suo cugino aveva saputo da lei che , all’ospedale, sul suo letto di malato terminale sedato da dosi sempre più massicce di morfina, lui, proprio nel giorno che segnava l’anniversario della morte del figlio, si era reciso le vene, avrebbe voluto morire, avrebbe voluto morire per raggiungere suo figlio: non si sa come, chiusosi in bagno, aveva trovato un bicchiere, e lo aveva frantumato.
Era però morto di tumore, di lì a qualche giorno, lo avevano suturato e bendato , e poi lo avevano messo in una stanzetta da solo, sotto controllo severissimo, blindato, perchè non gli venisse la voglia di ritentare.
E lei aveva visto, aveva visto il caro Mario steso bendato,sul suo lettino, steso come ridotto a puro calco di quello che era stato, un calco di gesso polveroso, e bendato, una scultura disseppellita. Un artista come George Segal avrebbe intitolato una scultura come quella “L’uomo che aspettava il figlio” sì, non poteva che essere questo il titolo.