Viadellebelledonne

Blog letterario collettivo

L’ULTIMO GIORNO


Indossò la sottoveste dal colore violaceo con piccoli movimenti leggeri e armoniosi, con un che di snervato.
Si preannunciava una giornata ordinaria, di coordinate azioni casalinghe, di efficientismo produttivo. Dopo aver terminato la vestizione,si spazzolò la bella chioma argentea dai metallici riflessi azzurrini.
Subito dopo iniziò a lavorare, c’era sempre qualcosa da fare, la polvere si infilava dappertutto, bisognava sprimacciare i cuscini, riordinare il tutto, lavare i pavimenti, solo dopo preparava la colazione per lei: non aveva orari, aveva imparato a non averne, a respirare un poco tra un impegno e l’altro.
Mise sul fornello un pentolino- un po’ammaccato a dire il vero- con del latte, lo faceva bollire per poi intingervi delle fette di pane, secondo le consuetudini della sua infanzia nella campagna veneta.
Ormai si poteva dire che si nutriva unicamente di zuppette e di budini di latte e uova, per via della delicatezza di stomaco, diceva lei. Questa era una sua ottusa convinzione, non corroborata da alcuna verifica medica, non erano necessarie verifiche esterne, era lei stessa il suo proprio medico e questo lo diceva convinta a chi si azzardava a farle qualche obiezione. Subito dopo aver messo il latte a bollire, preparò la tazza ed il pane sbocconcellato e li mise da parte.
Tirò fuori, poi, una pentola più capiente per cuocere a fuoco lento delle pesche di seconda scelta, che le erano state regalate dal fruttivendolo il sabato precedente, il giorno in cui era uscita con quella sua bella gonna di seta a fiori screziati, di eleganza estrema, lei una donna di finezza quasi perversa che andava a fare compere per la cena della sera a base di diverse qualità di lesso, cena a cui era stato invitato il figlio maschio con la moglie.
Era stata la sera in cui il figlio si era accorto di quel suo vecchio messale dalla copertina nera e dal segna -pagine dorato,( lo aveva visto appoggiato sopra delle riviste su di un tavolino posizionato davanti alla televisione nella sala da pranzo) e allora , dopo averlo sfogliato un po’, le aveva chiesto chi mai leggesse quelle massime e quelle affermazioni di carattere apocalittico o quantomeno fortemente punitivo, quasi si trattasse di un libro di chiesa risalente ad epoche ormai remote, di stampo posttridentino addirittura, un libro con una visione manichea e quasi tenebrosa della condizione umana.
A quel punto, la madre non si era peritata di rispondere assertivamente, che sì, che c’era mai di strano, era proprio lei a leggerne un paio di righe ogni sera, ricavando da quei termini tuonitronanti- da quell’enfasi retorica volta a mettere in primo piano immagini di morte ed espiazione- una sorta di misterico conforto, quasi come se il peso spirituale della crudezza di un mondo rappresentato a tinte fosche finisse , per osmosi, a stingere timori e dubbi, in modo perfino assurdo, ne convenne.E dopo queste sue parole il figlio pensò ad una specie di processo di mitridizzazione, un po’ di veleno al giorno per restare stranamente in vita,un breve assaggio di infernale girone per attingere poi ad una visione salvifica.
Il figlio rimase comunque stranito, non era abitudine di lei un approccio devozionale, la madre era una donna dalle idee moderne che anzi aveva mal sopportato il suo essere capitata in una famiglia (quella del marito) cosi banalmente asservita alle norme ataviche di un bigottismo che non si poneva domande, e che non lasciava neppure respirare se per questo.
Mentre sul fuoco cuocevano lentamente le pesche, lei si mise a consumare il suo umile pasto a base di latte, sospendendo ogni altro pensiero che non riguardasse i figli; pensò un poco ad ognuno di loro, anche a quello che avrebbe potuto essere il quinto, quello che aveva partorito da sola al sesto mese, perfettamente formato e nato morto, l’aveva partorito in bagno e gli schizzi di sangue erano dappertutto, come se avessero scuoiato un maiale.Non c’era nessuno in casa con lei in quel momento, e solo una mezzoretta dopo- quando tutto era finito e lei era in procinto di chiamare un dottore e il marito -casualmente le aveva fatto visita ( non aveva nemmeno bussato, se le era trovata di fronte all’improvviso) una lontana parente del marito, una donna benestante consorella laica delle Figlie di Maria, dedite a opere di benificenza e a visite patronali agli indigenti.Quella sua parente acquisita era colei che all’annuncio di ogni sua nuova gravidanza- lei sembrava sempre in gravidanza, e aveva avuto tre bambine in quattro anni praticamente, quello appena morto nella stanza da bagno sarebbe stato il primo maschietto, oh, come era bello!- per farle sembrare tutto facile la confortava dicendole che ogni figlio era inserito nel disegno misericordioso della divina Provvidenza, e nasceva già con il suo “cestino”già pronto: ma quella volta, quella volta, alla immediata ingiunzione da parte di lei di andarsene via (non le aveva spiegato perchè, non le aveva detto proprio niente ) si era limitata a guardarla e subito dopo se ne era andata via, senza pronunciare una sola parola, si vede che la sua faccia diceva tutto, e non c’era più niente da dire.Ritornò in sala da pranzo, in un turbinio di pensieri aveva iniziato a pensare – forse per analogia con il pensiero di prima -alla nuova nascita che ci sarebbe stata da li ad un mese, la nascita di una nipotina , la figlia della sua prima figlia.
Dalla scatola che racchiudeva fili forbici aghi prese un ritaglio di stoffa con sopra disegnato un fiore, voleva cucirlo sopra un paio di pantaloncini da neonato, era da un po’ che avrebbe dovuto farlo, chissà come continuava a rimandarlo, non era mai stata pigra, e adesso sembrava giunto il momento adatto: doveva fare un regalino alla sua futura nipotina, lei che era cosi brava a ricamare e aveva fatto a mano tutto i corredini per i suoi figli.
In un silenzio come sospeso quasi stesse facendo un qualcosa di sacro si mise a accarezzare quel fiore di stoffa, era una margheritina stilizzata, dal disegno sagomato.Poi accarezzò a lungo l’indumento con le sue belle mani, doveva trovare il punto esatto al quale cucire il fiore, il movimento però, quel suo movimento delle mani -quella carezza così tenera come se stesse toccando qualcosa di vivo- a poco a poco stava diventando sempre più lento, un po’ stanco, quasi decelerato. Ben presto si accorse che tutto stava decelerando, gli oggetti familiari intorno a lei si stavano facendo di colpo – e senza altri sintomi premonitori oltre alla lentezza spasmodica di quel movimento di mani – opachi e pesanti, l’aria stessa era diventata come immobile, quasi si trovasse all’improvviso in una bolla vitrea, in un laboratorio asettico, in una stanza chiusa dove provassero procedimenti di frammentazione artificiosa , di esplosioni sotterranee infinitesimali.
Senza alleggerimenti liberatori, il mal di testa, un mal di testa di acuti coltelli puntuti, si fece pressante, un mal di testa preagonico Fece appena in tempo a rientrare in cucina, e a spegnere il fuoco sotto la pentola, sul cui fondo le pesche si erano rapprese su una patina di bruciaticcio.
Cadde, poi, cadde rovinosamente, con un movimento sbilanciato e scomposto, come se venisse afferrata da una onda marina sinusoidale e risucchiante, fino ad impietrarsi con un tonfo sordo sul pavimento finto marmorizzato, massa invertebrata e ormai sfusa …

Era caduta  proprio come un piccolo uccello decollato, a picco.
Dalla gonna comune e da casa si intravedeva la bella sottoveste: era una sottoveste di seta, ed il suo color di violacciocca dalle sfumature screziate e gli inserti di pizzo nero ai bordi le davano una consistenza più sofisticata, quasi si trattasse di un reperto di tempi migliori.
Di quella sottoveste, tagliata a pezzi asimmetrici dalle pesanti forbici degli incaricati della assistenza pubblica, che avvolsero il suo corpo nudo in una specie di camicione sterilizzato prima di legarlo su di una barella e portarlo giù a piedi per cinque piani, rimasero brandelli scoordinati per terra, nell’esatto punto del cucinino dove era caduta, facendo sobbalzare gli odiosi inquilini del piano di sotto che, subito, ipotizzando( per riflesso mentale paranoico ) un rumore voluto.alzarono all’unisono- loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno- i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.

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Ho anche un blog di racconti : http://dellaidrairacconti.wordpress.com e uno di poesie: http://inconcretifurori.wordpress.com partecipo al litblog: https://viadellebelledonne.wordpress.com il mio blog cumulativo è : villadominicabalbinot.wordpress.com

28 commenti su “L’ULTIMO GIORNO

  1. dariodangelo
    luglio 20, 2007

    qui è possibile costruire una condivisione di significati che altrove, per scelta rispettabilissima, neghi… però che bello leggere e provare piacere invece di sentirsi sconsolati voyeur😎

  2. michele
    luglio 20, 2007

    Un racconto esmplare. Una giornata tragica e il tempo delle nostre quotidianità. Il senso di umanità e smarrimento e un saluto definitivo, dolce, silenzioso.
    Michele

  3. domaccia
    luglio 20, 2007

    Carissimo dariodangelo, avrei bisogno di sapere subito da te in quale contesto sei costretto a ridurti “sconsolato voyeur” a causa delle mie scelte ( presumo espressive):-)
    Mi interessa alquanto saperlo.

  4. domaccia
    luglio 20, 2007

    Carissimo Michele, grazie del tuo giudizio, a cui tengo molto del resto, come ben già sai!

  5. dariodangelo
    luglio 20, 2007

    le tue poesie – carissima domaccia😉 – … non si può certo affermare che siano rodariane:-) (e io “sono piccolo e nero” cit.)

    Ciao, Dario

    ps. chiaramente è solo un mio problema:-) non sono, e non riesco ad essere, un critico.

  6. domaccia
    luglio 20, 2007

    Carissimo dariodangelo: eh lo so, tu ben conosci le mie poesie, lo so, mi hai sempre letto, ne sono certa, anzi :-)
    sai, ti vorrei dire che – pur non essendo delicate e dolci, e nemmeno idilliache- le mie poesie vanno via via “leggermente ” migliorando rispetto agli inizi…come sai, se si cerca di scrivere con una certa costanza l’espressione e lo stile prendono man mano più forma…
    Per quanto poi riguarda il tuo giudizio “non da critico”, per me tutti i giudizi sono importanti, basta che abbiano una motivazione sottostante..
    Ciao, un caro saluto a te:-)

  7. dariodangelo
    luglio 20, 2007

    Aggiungo solo (ma forse lo sai) che un certo lubna ti ha sempre seguito in altri luoghi, seppur in silenzio😉

    Dario:-)

    ps spero ci sia stata (si sia capita) la sottostante

  8. luisa
    luglio 20, 2007

    Una storia scritta silenzionsamente. Ho cercato di non far rumore ed ho colto delle sensazioni particolari
    che mi hanno emozionata…

  9. domaccia
    luglio 20, 2007

    Ah, caro Dario, ma cosa mi stai facendo sapere mai!
    Mi sono “sforzata” un po’ e credo di avere capito ” la sottostante”, per me è un’autentica sorpresa: e chi mai lo avrebbe potuto immaginare; meno male che adesso lo so:-):-)

  10. antonella
    luglio 20, 2007

    ciao domaccia, tutto fila liscio fino alla fine, il racconto ha una sua logica ma non capisco l’apparire dei due personaggi, madre e figlio con rapporto incestuoso e cappellino sempre in testa estate e inverno, cosa aggiunge al racconto? a meno che questo non sia un frammento di un qualcosa di più lungo. ciao antonella

  11. domaccia
    luglio 20, 2007

    Carissima Luisa, il tuo commento lo trovo molto intenso: anche queste tue parole mi procurano emozione, grazie a te!
    Un caro saluto, ciao.

  12. domaccia
    luglio 20, 2007

    Carissima Antonella, il riferimento finale non è stata un’aggiunta pretestuosa, perchè non sapevo come concludere: certo è solo un appunto, ma è realistico, ahimè
    Però la tua impressione in qualche modo coglie il bersaglio: è da poco che ho scritto un racconto molto più lungo dove rtornano i due “personaggi” finali, e lì, avendo più spazio, si potrà capire di più sulla loro natura…
    grazie a te per la lettura:-)

  13. domaccia
    luglio 20, 2007

    Anzi, cara antonella, rileggendo freddamente il tutto, la parte finale con la coppia madre-figlio una sua significanza potrebbe comunque averla, anche non vedendola in prospettiva più ampia:l’inserimento di questa coppia -che al sentire un forte rumore batte sul soffitto perchè sia fatto silenzio -è capace di rendere il tutto ancora più doloroso, in un certo senso visto quello che è successo… o no?

  14. erminia piki
    luglio 20, 2007

    oh, che storia, che dettaglio flaubertiano del racconto, specie alla fine. qui, sei un genio del male.
    toglerei quel “( per riflesso mentale paranoico ) “…spiega troppo. anzi toglielo certamente.
    vuoi vedere che dominika diventa una scrittrice in prosa di tutto rispetto? questo pezzo mi sembra ottimo.

  15. domaccia
    luglio 20, 2007

    carissima erminia,dico solo che la tua affermazione mi stordisce alquanto,
    e per vari motivi…
    La rileggerò nei momenti di “sconforto”, non solo “scritturale”.
    grazie tante a te, e non sai quanto:-)

  16. viadellebelledonne
    luglio 20, 2007

    sarà, ma a me sembra superfluo. ciao antonella

  17. Blumy
    luglio 21, 2007

    Era caduta proprio come un piccolo uccello decollato, a picco

    così, spesso, si finisce: attenti alle consuetudini di tutti i giorni, il pensiero rivolto a quello che ci si aspetta.

    ha qualcosa di noir in senso positivo, questo bel racconto, anche se non ci sono delitti.

  18. viadellebelledonne
    luglio 21, 2007

    infatti non vedo perchè erminia ha definito domaccia genio del male, più che male ci vedo una grande solitudine e grande dolore. a.

  19. viadellebelledonne
    luglio 21, 2007

    dove sta il noir? mi sa che i racconti di domaccia non li capisco:-)

  20. domaccia
    luglio 21, 2007

    Carissima Blumy, mi conforta il tuo “giudizio” positivo, e mi sembra che il tuo considerarlo con una punta di “noir” coglie perfettamente un’ atmosfera spesso molto presente -anche se magari non del tutto espicitata- in ciò che scrivo: in effetti non parlo di atmosfere lisce fino in fondo, o sempre e comunque, anzi…piuttosto avviene l’opposto!
    grazie a te, ciao.

  21. domaccia
    luglio 21, 2007

    Carissima Antonella, tiriamo allora le conclusioni, almeno nel senso che paiono a me ( e tu sei libera una volta di più di non consentire, o di dare una valutazione diversa, e perfino opposta, sai io amo la libertà di scrittura, e quindi amo di converso la libertà di interpretazione di un testo, e non potrebbe che essere così. mi pare!): a me le due posizioni ( quella di ermnia e forse anche quella di Blumy che vedono nel mio scritto una visuale noir, e la tua che vi vede tanta solitudine e dolore) non mi sembrano affatto antitetiche ,ma le trovo anzi l’una il completamento dell’altra, da un certo punto di vista:-)
    Forse ciò che mi spinge a scrivere è definibile come una sensazione di solitudine e dolore( ma questo penso avvenga in molti casi, esiste una sorta di epopea su ciò che spinge a scrivere, e molti sono spinti da ciò , pur essendoci anche quelli che sono spinti da una gioia totale e da una visione altamente ottimistica, e di quest’ultimi posso dire solo” meglio per loro!”
    Naturalmente partendo da ciò , e dalle mie convinzioni personali lungamente meditate e esperite, oltrechè dalla mia visuale altamente soggettiva, viene fuori – e non potrebbe che essere così, mi pare – una visione tormentata, non pacificata,conflittuale, per non dire di più , e tutto ciò si presta a far evidenziare- volente o nolente io stessa- un che di definibile come noir………..
    Grazie:-)

  22. antonella
    luglio 21, 2007

    scusa domaccia ribadisco quello che ho detto, il racconto ha una sua logica, tutto, fino alla fine tranne che in questa frase, che per me non c’entra niente:

    ” loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno”

    alzarono all’unisono- i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.

    cosa aggiunge al racconto il fatto che siano coppia incestuosa e che portano il capello sul capo estate e inverno? cosa c’entrano con la vecchia signora morta con la sottoveste viola e che ha partorito da sola il quinto figlio nato morto? dov’è il noir? dove sta l’orrore? dove gli assassini? questo non capisco. ma è chiaro che è una mia opinione e che tu puoi scrivere quello che vuoi. ciao antonella

  23. domaccia
    luglio 21, 2007

    Facciamo così, Antonella, rimani per un po’in stand-by per quanto riguarda questo specifico tuo ragionamento, cioè continua pure a mantenerlo visto che per ora il tuo giudizio di lettrice si può ovviamente basare solo su questo specifico racconto, che quindi deve essere giudicato completo e a sè stante, e sotto questo punto di vista il tuo appunto ci sta: se poi deciderò di postare il racconto molto più lungo che ha per tema lo stesso tema centrale (che riguarda non un episodio qualsiasi bensì l’episodio reale della morte di mia madre )allora certo potrai comprendere fino in fondo le ragioni sottostanti- e validissime, per me si intende- alla chiusa anche di “questo”racconto…va bene, così ?……….

    PS) non credo che per trovare in un qualsivoglia testo “un’atmosfera definibile come noir” ci debba obbligatoriamente essere un delitto: non lo credo affatto:-)

  24. antonella
    luglio 21, 2007

    quindi un frammento. hai ragione, ne avevi parlato sopra. a.

  25. marinaraccanelli
    luglio 22, 2007

    è una storia tremenda e delicata, questa tua, che cresce dalle pieghe di tanti dettagli; ma il tuo occhio, che non dà preferenze di importanza, finisce con l’amplificare i significati intorno ad ogni cosa – ne risulta una tensione acuta , uno sfondamento del reale…mi permetto, senza voler criticare le tue poesie, di esprimere la mia preferenza del tutto personale verso questo, ed altri tuoi brani in prosa, che non ho avuto tempo di commentare
    marina

  26. domaccia
    luglio 22, 2007

    A te, cara Marina, mi va di permettere tutto, anzi..:-) visto ciò che sei stata capace di comunicarmi con questo tuo commento, che davvero sento tanto, e per l’acutezza della tua analisi, e per la sincerità che traspare nel tuo giudizio “positivo”.
    Sono parole convinte come quelle che mi hai regalato che mi possono aiutare molto, e in vari sensi, visto che sto apprezzando – e impegnandomi -sempre più i racconti lunghi, con il non più tanto recondito desiderio di misurarmi sul romanzo, una volta che mi sarò “rafforzata” sul mio proprio stile, visto che gli argomenti, e l’immaginazione in sovrappiù non mi mancherebbero.-)
    Per quanto dici sulla poesia, te l’ho già detto, e lo ridico: i sinceri- e argomentati- pareri non mi dispiacciono, forse mi aiuteranno a vedere meglio la “strada” da privilegiare…:-)
    per intanto, grazie e tante
    un abbraccio, ciao.

  27. alivento
    luglio 22, 2007

    è un bel racconto, i commenti precedenti lo commentano giustamente
    a mio avviso rompono la tensione notevole di tutto il procedere la visita inaspettata quanto inopportuna della parente in pieno dramma d’aborto (la scena è talmente drammatica che occorre insistere oppure viceversa alleggerirla di parole) e in coda la descrizione dei due squallidi vicini. Ritengo che anche i racconti, come le poesie abbiano un tempo, un ritmo che lì in quei due punti si disperde un pò. Spero non ti dispiaccia la franchezza del mio commento.
    ciao

  28. domaccia
    luglio 22, 2007

    Carissima alivento, anche tu noti una tensione sottostante: e il fatto che la si noti è per me importante, quindi grazie:-)
    Per le tue successive osservazioni,analizzerò con calma quanto dici a proposito di quei due “momenti” , e non temere di farmi altri appunti ogni volta che ti sembrerà opportuno…
    io, infatti, ritengo che tutte le osservazioni su di un testo (fatte poi, come capita in questo blog, da persone che sanno che cosa vuol dire scrivere e “leggere”, da esperti del ramo in un certo senso) possono suggerire molto, e magari aiutare a vedere eventuali punti deboli e quant’altro…
    Ciao, e a te un carissimo saluto…:-)

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 20, 2007 da in Racconti, Villa Dominica Balbinot.

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