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Il sentiero- o per essere più esatti la strada sterrata che dalle ultime propaggini della frazione si snodavapolverosa tra campi non tutti coltivati verso la vecchia strada non più ricostituita dopo la frana- era ondulato e a saliscendi, e sulla destra presentava panorami contornati d’ azzurrino, pendii declinanti e , in alcuni punti, quasi scoscesi.
Oltrepassato l’angolo dove, proprio sul bordo della stradina e sempre dal lato destro venendo dal paese, s’ergeva la quercia più vecchia, talmente vecchia da assurgere ad una qualità intrinseca di feticcio mitico ( naturalmente soprattutto davanti agli occhi sgranati dei più piccoli) si arrivava ad un esteso prato una volta coltivato che , sempre tra parti pianeggianti e molli declivi, finiva poi per incunearsi- restringendosi sempre più seguendo la linea irregolare e a sbalzi di un rivo d’ acqua stretto e come imbrigliato tra pareti difformi – e poi disperdersi in un boschetto di cui quasi non si sarebbe potuto sospettare la esistenza se non nell’ esatto momento in cui ci si fosse trovati comeper caso ad addentrarsi tra rovi e arbusti spinosi con dei strani filamenti biancastri, per poi trovarsi totalmente immersi nelle ombre ancorafolte dei carpini ramati.
Quello era uno dei punti dove i due cani – uno piccolo e compatto, estremamente compatto, con delle masse elastiche e sempre tese e vibranti, l’altro una femmina dalle belle tonalità di un caldo marrone, con dei riverberi quasi aranciati – venivano spesso portati a cercare tartufi.
Era un vero spettacolo quello dei due cani che avanzavano sul tappeto di foglie, da vedere come si muovevano nevroticamente e nel contempo mossi da un impulso interno talmente aizzante da non parere un vizio artificiosamente indotto, ma un’ azione naturale del loro istinto più atavico, il portato della loro pelle di animali primitivamente selvatici sempre all’erta e all’eterna ricercadi prede concuisfamarsi , con cui appagare una fame in realtà inappagabile, una specie di arsura perenne.
Subito dietro i due cani bastardini, figli della medesima madre ma di padre differente, sul tappeto di foglie talmente spesso che ogni tanto il piede sembrava perfino sprofondare- quasi che al di sotto il terreno fosse stato reso molle e penetrabile da erosioni e infiltrazioni di acque sotterranee, il rivo d’ acqua era proprio lì, a distanza estremamente ravvicinata e ogni tanto, in corrispondenza di alcuni scoscendimenti formava piccole cascatelle gorgoglianti- procedevano anche se non appaiati, anzi piuttosto discosti, un uomo ed una donna. Un uomo ed una donna che camminavano talmente lontani uno dall’ altra, oltretutto su due sentierini diversi, da parere come completi estranei, due totali estranei che per una serie di coincidenze si fossero trovati ad essere compagni occasionali del tragitto. in quel boschetto di carpini leggermente mossi da un vento di volate per la prima volta fredde.
I due cani bastardini ogni tanto si fermavano quasi sentissero in quel punto preciso un’ eco di voce che gli uomini non potevano sentire, il riverbero sonoro degli incitamenti e delle gratificazioni del loro vecchio padrone, l’uomo che li aveva addestrati con pazienza e con gioia. Erano quelli dei punti che a loro ricordavano qualcosa, magari il giorno in cuiil loro padrone in quella valletta ombrosa, o in quello scoscendimento abbastanza ripido, vicino ad una quercia od attorno ad un giovane carpino svettante, li aveva premiati per il tartufo portato alla luce, cavando da una logora sacchetta di tela appesa a tracolla delle crocchette energetiche., o dei biscotti appositamente per cani, le cui briciole sminuzzate ogni tanto si ritrovavano nelle tasche di ogni suo abito, anche di quelli più belli, quasi lui dovesse essere sempre pronto ad offrire loro qualcosa, come il vecchio parroco di un tempo che, dalle tasche oblunghe – come sfiancate dal suo mettervi mano e frugarne le profondità alla ricerca di qualcosa- dell’ abito talare liso e rammendato più volte riusciva arecuperare caramelle di diverso gusto per offrirle ad ogni bambino che incontrava, lui, un incantatore alla Hamelin.
La donna , estremamente attenta ad ogni movimento dei cani, quando si accorgeva che le loro improvvise fermate non erano dovute alla necessità di scavare nelle vicinanze, si fermava anch’ essa: e il suo sguardo diventava improvvisamentetriste ,mentre toglieva da una specie di piccolo e teso marsupio- che conteneva anche un piccolo attrezzo dettovangarola che serviva alla escavazione del terreno micorizzato- i dolci per loro.
Appena divorate le crocchette, su cui si avventavano con avidità e scuotendo con vigore le code tese in movimenti come circolari, a riempire spasmodicamente ogni possibile direzione,subito incitati dalla donna -che li chiamava per nome – si gettavano di nuovo alla ricerca, abbassando il muso fino a terra, impestandolo quasi nel tappeto di foglie color ruggine , muovendo e facendo vibrare le narici delicatissime, odorando ossessivamente ogni minimo elemento che incontravano sulla loro strada, nell’umidore, e nell’umore, marcescente tipico del sottoboscoautunnale.
Anche l’uomo osservava, osservava i movimenti dei cani che si muovevano davanti a lui: tranne scarne parole neutre a riempire i silenzi più dilatati che sembravano imbarazzarlo ( a quel punto , sui suoi zigomi alti si formavano macchie rosse improvvise, lei era riuscita a scorgerle, in uno scarto non controllato del suo volto verso di lei, quando forse l’ uomo stava pensando che lei non avrebbe potuto in alcun modo accorgersi che lui la stava guardando), l’ uomo si limitava guardare ciò che i cani facevano, d’ altra parte era statoesattamente per quello – per imparare come ci si doveva comportare con i cani da tartufo- che lui le aveva chiesto, oltretutto attraverso una terza persona conosciuta da entrambi,loro infatti si conoscevano, e per giunta vagamente, solo di vista, se poteva accompagnarla durante la sua passeggiata.
Solo limitati spicchi di cielo si indovinavano nel bosco che sembrava farsi sempre più fitto- sembrava un tunnelscavato tra gli alberi – l’aria si era oscurata leggermente, come se il pallido sole velato da un’ umidità crescente stesse per intorbidarsi , mentre lieve volute nebbiose si sollevavano a strati dal terreno, facendo crepitare leggermente le foglie cincischiate dalle zampe degli animali concentrati nella loro ricerca.
“Eh, come sono nervosi, i cani, o almeno mi sembra. Guarda come stanno usmando impazienti. Forse forse , hanno trovato qualcosa…mi sembra proprio di sì…Ecco, sì, proprio lì, in quel punto preciso “
Le parole dell’ uomo la scossero lievemente, e la sua attenzione si rivoltò verso i cani, anzi verso il cane maschio, il cane dal nome Tiberio, il nome di un imperatore romano, nome che ben lo definiva, per lo sguardo sicuro,per una sorta di compattezza algida che rimaneva anche nei momenti in cui era costretto ad abbandonarsi ad una scompostezza atavica, come quando si inebriava – i suoi occhi puntuti di mica lanciavano bagliori sacrileghi, allora – si inebriava nel sentire scricchiolare le tenere cartilagini delle piccole prede stanate da cavità sotterranee, che lui inghiottiva intere con una sorta di stolidità frenetica senza lasciarne poi tracce( sui baffetti che parevano elettrizzati da qualche magnete rimaneva un tremolio spasmodico, quasi un rictus, mentre si leccava la bocca, passando e ripassando la lingua, forse per risentire l’ odore della piccola preda sacrificata ,solitamente un piccoloroditore scovato rabbrividente mentre cercava di occultarsida qualche parte, magari inoltrandosi nei tunneldelle talpe escavatrici, che erano maledette dai proprietari dei campi coltivati a motivo delle loro devastazioni)
Tiberio stava scavando freneticamente attorno ad un tronco , la sua coda era ritta, il suo corpo vibrava ,anzi man mano che, con il muso immerso nel buco che stava sterrando con movimenti scomposti delle zampe, sentiva l’odore fruttato della scura terra imbevuta di spore, e percorsa dai sottili rivoli dei liquidi colloidali di corpi vegetali ed ipogei in decomposizione , vibrava come ridotto ad una unica potente vibrissa odorifera – e questo lo si capiva dal tremolio traballante che sembrava percuotere le costole ricoperte da un pelo raso e aderente che permetteva il rilievo dei muscoli sottostanti – sembrava addirittura sussultare fino al parossismo, come fosse dominato totalmente da una potente forza ancestrale, quasi inebriato fino alla smemoratezza, invischiato in una sorta di trance.
Intanto che l’ animale scavava , lei , in piedi un po’ dietro, in posizione defilata rispetto all’uomo che era dunque più vicino al luogo del ritrovamento, osservava vagamente le due figure, le osservava come attraverso un velo perché proprio durante il mattino di quello stesso giorno, prima della passeggiata che sarebbe dovuta avvenire in compagnia di un perfetto estraneo. assai casualmente aveva dato una veloce scorsa, anche quella un po’ svagata del resto perché era impegnata supiù fronti , al testo di una strana poesia mai letta prima, e a cui era pervenutaper vie traverse andando alla ricerca della parola “rogaia”, sua nipote le aveva infatti confidato che avrebbe passato un periodo di riposo in un agriturismo situato in Toscana , l’agriturismo denominato appunto “la rogaia”. La poesia parlava di “ uste tentacolari, di una rogaia cespugliosa tra morbide cosce, di un tartufarsi vertiginoso, anzi di un tartufarsi fino all’azzeramento” Lei, tra sé, l’aveva definita una poesia terragna, il parto di un uomo neatherlandiano che sapeva usare i suoi sensi senza sovrastrutture castranti, una poesia nata da una sorta di humus germinativo. Per tutta la passeggiata, osservando l’andirivieni dei due cani e l’ ombra dell’estraneo che la precedeva nel cammino, non aveva fatto che sentirsi martellare dentro quei versi sparsi e di sonorità desueta, quei versi dotati di una voluttuosità asprigna e puntuta, esattamente come l’ odore penetrante e ricco dei succhi della terra che i due cani volevano stanare, frugando nell’umidore del terreno nero e reso grasso dai tuberi ipogeiabbarbicati in simbiosi alle radicidegli alberi .
La donna , vedendo l’ agitarsi panico del suo cane dal nome di un imperatore, un vero cane da tartufi per doti innate,l’ imperatore dei tartufi ,capì che l’ animale aveva trovato qualcosa, diede una voce all’ uomo, pregandolo di avvicinarsi a Tiberio, per impedirgli di mangiare il tartufo , anche lei intanto si stava avvicinando al bordo della quercia, si avvicinava dopo aver tolto dal marsupio l’ arnese che serviva a scavare senza rovinare il terreno ricco di radici .
Il cane, dopo aver smosso la terra con le zampe e perfino con il muso, aspettava l ‘ arrivo della padrona, mentre l’ uomo lo teneva fermo per il collare., per riuscire meglio a tenerlo si era messo in ginocchio sulla terra umida e scricchiolante per via delle foglie. Indossava un paio di pantaloni di fustagno marrone, e le sue mani avevano palme larghe e squadrate, ne bastava una per tenere immobile il cane prima frenetico.
Mentre scendeva lungo il molle declivio,alla donna pareva di precipitare con una specie di abbrivio sdrucciolevole che sembrava costringerla aprocedere- come fosse su uno scivolo gelatinoso cui non potesse opporre resistenza alcuna- e intorno tutto era ricoperto da una patina vischiosa di umori liquidi, mentre fumi nebbiosi come vampe di acque sulfuree trasudavano dal terreno impregnato di spore e di odori muschiati. E quando l’uomo l’ aiutò a risollevarsi dal punto in cui si era accucciata per ricoprire di terra la buca scavata dal suo cane, la mano di lui – larga e squadrata e dallo strato superficiale tagliuzzato dai mille lavori di campagna, la stessa mano con cui aveva tenutoimmobileil cane per il collare – le sembrò rasposa e umida come la lingua con cui il cane l’ aveva leccata dopo aver preso avidamente dalle sue mani le crocchette in premio.
Subito dopo, iniziò a piovere, e lei ebbe solo il tempo di guardare per un attimo gli occhi dell’uomo, occhi dall’ identico sguardo di un segugio in caccia.