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	<title>VDBD - Viadellebelledonne</title>
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	<description>Blog letterario collettivo</description>
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		<title>VDBD - Viadellebelledonne</title>
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		<title>VINCENZO CONSOLO E “RETABLO”</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 06:27:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nuska</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni e note di lettura]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando un importante scrittore cessa di vivere, anche se su di lui è calato un velo di silenzio, improvvisamente tutti si ricordano del peso che ha avuto nelle patrie lettere. Di Vincenzo Consolo, come scrittore ma non come intellettuale, non si parlava più da un pezzo. E’ vero, la sua produzione letteraria era rimasta ferma [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33158&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/retablo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-33159" title="retablo" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/retablo.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Quando un importante scrittore cessa di vivere, anche se su di lui è calato un velo di silenzio, improvvisamente tutti si ricordano del peso che ha avuto nelle patrie lettere. Di Vincenzo Consolo, come scrittore ma non come intellettuale, non si parlava più da un pezzo. E’ vero, la sua produzione letteraria era rimasta ferma a <strong>Nottetempo, casa per casa</strong>, opera vincitrice di uno Strega nel 1992; il successo de <strong>Il sorriso dell’ignoto marinaio</strong> si era spento negli anni ottanta, ma  <strong>Retablo</strong>, vero e proprio capolavoro di linguaggio e di visionarietà, aveva suscitato una nuova vena di emozioni per la sua narrazione dalla struttura complessa e scenografica, come appunto i retablos spagnoli. Ricordo una lettura di brani di questo romanzo allo Spasimo di Palermo, (quando a Palermo era ancora possibile godere di eventi culturali seducenti), teatro di suggestiva atmosfera per il testo ammaliante ed evocativo di Consolo. L’evento fu tale che per l’occasione una nota cantina vinicola siciliana produsse un vino che chiamò proprio Retablo.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-33158"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Non si può dire che lo scrittore siciliano abbia goduto del successo popolare, quello per intenderci che fa scalare la classifica dei best sellers e che si traduce in fiction o in pellicole amate dal pubblico massmediale,  ma innegabilmente resterà nella letteratura come uno dei pochi che nell’era della post-avanguardia e della tecnicizzazione del linguaggio scelse la via più impervia, quella della sperimentazione della parola, del preziosismo e della contaminazione della lingua entro la quale immise termini lessicali di ordine aulico, lirico, dialettale, sempre con raffinata potenza espressiva. <strong>Retablo</strong> è un esempio di grande romanzo, un viaggio nel tempo e nella storia, e allo stesso tempo un  esaltante delirio d’amore.</p>
<p style="text-align:justify;">“<em>O mia medusa, mia sfinge, mia Europa, mia Persefone, mio sogno e mio pensiero, cos&#8217;è mai questa terribile, meravigliosa e oscura vita questo duro enigma che l&#8217;uomo sempre ha declinato in mito, in racconto favoloso, leggendario, per cercar di rispecchiarla, di decifrarla per allusione, per metafora?&#8230;e qui come mai mi pare di veder la vita, di capirla e amarla, d&#8217;amare questa terra come fosse mia, la terra mia, la terra d&#8217;ogni uomo, d&#8217;amare voi, e disperatamente&#8230;Voi o la vita? o me medesimo che vivo? Com&#8217;é ambiguo, com&#8217;è incomprensivo questo molesto impulso, questo sentire intenso che chiamiamo amore</em>!” E’ il pittore Fabrizio Clerici che invoca Donna Teresa Blasco durante il suo viaggio in Sicilia per dimenticarla. Con lui è Isidoro, monaco innamorato della cantante Rosalia, che per lei ruba e lascia il convento. “(…) <em>era in mantellina bianca damascata, e mi fece sentire brutto, sgraziato, nel mio albàgio logoro, sudato, col mio barbone nero, carico come uno scecco di Pantelleria, così davanti a lei, fresca e odorosa, bella di sette bellezze, latina come un fuso. Breve, la sera appresso conobbi il paradiso. E nel contempo comincio&#8217; l&#8217;inferno, l&#8217;inferno pel rimorso del peccato e per la ruberia del guadagno a danno del convento</em>.” Isidoro  incontra Fabrizio appena sbarcato dalla nave. <em>“&#8230;Fra merda fango e fumio di fritture di pannelle, mèuse, arrosti di stigliole, e voci, urla, bestemmie, Dio sia lodato!, e sciarre di pugni e sfide di coltelli. Ero nell&#8217;inferno. E per giorni, impaurito, cacciai mosche, e le notti dormii in dentro al fondaco coi facchini. Finchè non mi capitò quell&#8217;accianza d&#8217;oro, quel miracolo che mi fece San Francesco, del cavaliere Clerici che sbarca dalla Cala.</em>..” Tra stupori e rapimenti d’amore, fra inquietudini e malinconie, il viaggio di fuga e di dimenticanza del pittore continua nel perenne movimento dei pensieri, con la lucidità mentale di chi vuole conoscere e interrogarsi. Geniale romanzo, Retablo si insedia nel solco della grande letteratura, rivelando la modernità di uno scrittore che fece della ricerca e della sperimentazione la regola della sua scrittura.</p>
<p>Anna Maria Bonfiglio</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33158/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33158&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L’eterno femminino ci porta verso l’ alto (Goethe)</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 19:47:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolapluchino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chiara: Fe e Male, due anime in sfida dentro il corpo, l’anima, la creatività della donna. L’una, l’istinto razionale che muove dal sé andorgino, si sprigiona nell’uso di materiali maschili, nell’uso di figurini che modellano geometrie; l’altra Fe, è l’anima arcana e recondita del femminile che attraversa le sue opere con fare delicato e sottile, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33144&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chiara: Fe e Male, due anime in sfida dentro il corpo, l’anima, la creatività della donna. L’una, l’istinto razionale che muove dal sé andorgino, si sprigiona nell’uso di materiali maschili, nell’uso di figurini che modellano geometrie; l’altra Fe, è l’anima arcana e recondita del femminile che attraversa le sue opere con fare delicato e sottile, rivelando la piega segreta del sospeso, della favola platonica delle ombre, del teatro a marionette. Queste due anime, congiungono il verso nel gesto che presenta l’artista, raggiungibile a <a href="http://feandmale.tumblr.com/" target="_blank">questo</a> indirizzo. Chiara, ci ricorda molto una frase di un grande dell’arte contemporanea italiana, non per la resa espressiva, quanto per il pensiero che sottende a entrambi i lavori: parliamo di un male, parliamo di Michelangelo Pistoletto, che nel 1967 nel suo Le ultime parole famose – la speculazione scrisse:</p>
<p><em>Quando un uomo si accorge di avere due vite, una astratta in cui sta la sua mente e una </em><em>concreta, in cui sta pure la sua mente, o finisce come il pazzo che, per paura, nasconde </em><em>una delle sue due vite recitando l’altra, o come l’artista che non ha paura e le rischia tutte e </em><em>due.</em></p>
<p><em>Paola Pluchino <a href="http://www.theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/?p=1214">The Artship</a></em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33144/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33144&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;algebra della vita di Ivano Mugnaini</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 08:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciannaargentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lucianna Argentino]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni e note di lettura]]></category>
		<category><![CDATA[@ Francesco Marotta]]></category>
		<category><![CDATA[Greco & Greco editore]]></category>
		<category><![CDATA[Ivano Mugnaini]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli sviluppi nel corso del tempo dell’arte del racconto hanno evidenziato e messo definitivamente a fuoco una precipua caratteristica del genere: il suo essere, in buona sostanza, un banco di prova ineludibile per chiunque coltivi ambizioni di scrittura fuori dal circuito della serialità programmatica e dalle secche di una narrazione che si consuma, soprattutto oggi, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33096&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/algebra_vita-immagine-copertina1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-33098" title="" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/algebra_vita-immagine-copertina1.jpg?w=202&#038;h=300" alt="" width="202" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Gli sviluppi nel corso del tempo dell’arte del racconto hanno evidenziato e messo definitivamente a fuoco una precipua caratteristica del genere: il suo essere, in buona sostanza, un banco di prova ineludibile per chiunque coltivi ambizioni di scrittura fuori dal circuito della serialità programmatica e dalle secche di una narrazione che si consuma, soprattutto oggi, nella pura e semplice rappresentazione del dato, nell’ordinario e rituale esercizio affabulatorio che ha come unico fine quello di raccogliere i frammenti del reale e di ricondurli a un paradigma teorico preesistente, canonizzato. Il corpo a corpo con la scrittura, nel caso del racconto, avviene invece in un tempo metamorfico non mai assolutizzato, in un paesaggio altro dove le coordinate non sono mai prefissate ma si definiscono, nella loro essenzialità, solo nel farsi del discorso, nell’oltranza della narrazione – alla presenza, silenziosa e discreta, della tradizione, che agisce come propulsore e catalizzatore di voci, attraverso i fantasmi che lascia emergere, a ondate, dalle acque mobili del suo mare inattuale. Esattamente quello che avviene in questo libro.<span id="more-33096"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Con gli occhi costantemente rivolti allo spazio letterario classico, al luogo dove il racconto nasce, si definisce nella sua unicità e declina i suoi statuti, i suoi modelli e, in modo particolare, le sue varianti e variabili storiche, Ivano Mugnaini dimostra di aver compiutamente attraversato e metabolizzato, da cultore e lettore attento, tutta la tradizione del moderno sul filo di quello sguardo, prediligendo talune costellazioni narrative sicuramente più congeniali alla sua filosofia dello scrivere e alla sua idea di narrazione-come-rappresentazione attraverso figure definibili unicamente per la quantità di esemplarità che inglobano e trasmettono al lettore (soprattutto, e con esiti scritturali particolarmente felici anche dal punto di vista stilistico, nella dimensione del “negativo” – inteso come concetto limite e parametro di ogni rivelazione), o per l’ironica e dolente dote di sovversione e di utopia con cui danno l’assalto, votati comunque alla sconfitta o a una incomunicabile e dolente consapevolezza, all’universo delle convenzioni, al cielo ciclico di una storia e di un tempo conflittuali e vincenti rispetto alla più elementare definizione e pratica dell’umano.</p>
<p>Da un capo all’altro della grande tradizione novecentesca, con una sorta di predilezione genetica per autori solo apparentemente inconciliabili per intenzioni, finalità e modalità espressive (tra i più riconoscibili, sicuramente Pirandello, Landolfi, Kafka, Blixen, Cortázar, per non dire di quelli che concorrono col loro nome all’architettura concettuale e al tessuto complessivo di talune storie, o ne indirizzano il senso attraverso ben disseminate e disvelanti aperture epigrafiche), egli trascina scientemente fuori quadro e fuori schema, rispetto agli originali, i topoi più immediatamente identificabili e traducibili, votandoli a una destrutturazione ideativa, ad uno smontaggio e rimontaggio che, se da un lato ne prospettano ed evidenziano l’incommensurabile ventaglio di utilizzi e di adattamenti, dall’altro non intaccano, se non per scarti poco significativi, l’ordine, la geometrica immaginazione cartesiana della narrazione.</p>
<p style="text-align:justify;">La sua cifra stilistica, infatti, è caratterizzata da una scrittura piana, distesa, attraversata da un chiarore uniforme che rende cristalline le parole e le lega in una trama tutta percorribile, da un capo all’altro della pagina, senza sbalzi apparenti, senza inciampi di senso. Viene volutamente bandita ogni distopia di ordine naturale o concettuale, a favore di una sorta di anamorfico processo di lettura e di restituzione del reale che, escludendo la conversione della storia verso un unico centro significante, risolve la contraddizione della coesistenza dei possibili spostando ad arte, con eccellente tecnica mimetica, il fuoco della narrazione su ogni particolare (paesaggistico, descrittivo, dialogico, onirico, inconscio) capace di ampliare l’orizzonte della visione e di indirizzarla verso il molteplice e polimorfico trascorrere di presenze che ci circonda e ci ingloba.</p>
<p>L’irruzione del non-detto, che rappresenta una sorta di volano generatore del movimento e della disposizione della materia di parecchi racconti, rimanda alla specificità di un procedimento compositivo di matrice affatto poetica – ma con una sostanziale differenza, comunque, che ne rovescia i parametri consolidati pur alimentandosene in modo sotterraneo e insistito: vale a dire che alla creazione di forme, alla vocazione che detta e sostiene un disegno unitario, sia pure definito nei limiti del possibile, o soltanto intravisto a barlumi tra le pieghe e gli anfratti di una lingua che si dice abitando il segno, Mugnaini predilige la dimensione della parabola, una processualità significante che registra, in un percorso di chiara impostazione e ascendenza fenomenologica, ogni possibile smottamento, ogni permanenza o infrazione dell’ordine del discorso, ogni variazione, abnorme o impercettibile, che investe le figure del suo teatro quando sono spinte inesorabilmente, dal desiderio o dal caso, o dal concorso incendiario e corrosivo dei due elementi, davanti allo specchio di una vicenda di cui sono ignare pedine o della quale cercano di forzare le sbarre, varcare i confini, svelandone contemporaneamente la trama e il gioco perverso.</p>
<p style="text-align:justify;">In questa attenta ricognizione di mondi, concreti e palpabili anche quando la loro natura è sostanza immaginale o inconscia, in questa ri-codifica dell’esistente in corso d’opera, senza parametri dati a priori, l’autore resta coerentemente ancorato a una lingua “classica”, i cui segni sono cifre e coordinate di una geometria finalizzata al comprendere. E infatti, ci si accorge, fin dal primo approccio alla pagina, con immediata e solo apparente facilità di osservazione, che da ogni angolo visuale è sempre possibile guardare al fondo della narrazione e della storia; per scoprire subito dopo, con crescente stupore, che l’estrema leggibilità e la trasparenza espressiva sono un espediente-vortice che ingloba l’occhio e lo scaraventa in una raggelante e straniata atmosfera metafisica, dove l’ordine delle categorie – universale/particolare, alto/basso – è invertito, investito da una corrente emozionale che costringe la ragione allo smacco, alla resa, in nome di una superiore istanza etica non scritta: la stessa resa all’inevitabile che nel suo ordito geometrico trascina e consuma i personaggi, li consegna ad un ordine altro, all’improbabile, all’imponderabile – come fossero sillabe, sonore o mute, restituite alle cadenze di un alfabeto sconosciuto o, forse, nient’altro che piccole creature sperdute, immobili e pietrificate davanti a se stesse, riportate al mistero delle cose, all’insondabile humus di ogni esistenza.</p>
<p style="text-align:justify;">I suoi personaggi si muovono tutti disperatamente alla ricerca di qualcosa: qualcosa a cui non sanno dare nome e voce, divorati come sono da una febbre che gli impedisce di raccogliere quei lacerti di autenticità coi quali potrebbero, se solo riuscissero ad afferrarli e a decifrarne il senso, ricostruire il (loro) mondo; oppure di qualcosa che hanno già dentro da sempre, che custodiscono come un segreto nell’attesa che la vita, cedendo a caso da un versante inaspettato, increspando per pura follia di vento la superficie glaciale dei giorni, gli sveli l’attimo, l’incomprensibile fuoco che ha piantato il seme nella loro carne, ne ha fatti, magari, depositari, ignari o recalcitranti, di una libertà impossibile da reggere in mezzo agli altri, impossibile da partecipare ad altri se non a se stessi. In ambedue i casi, ad ogni modo, la volontà di agire (o il suo rovescio) è sempre figlia della speranza (o della sua negazione), e la speranza è immediata proiezione verso l’altro – una dimensione che manca totalmente a coloro che vivono senza sapere di averne cancellato lo spirito o di averlo sepolto dietro porte che è inutile forzare, perché mai più si apriranno.</p>
<p style="text-align:justify;">L’ansia di pienezza che li divora, allora, a fronte dell’impossibilità di darle corpo e di abitarla, diventa la vera protagonista di pagine intense, attraversate dallo stilo di una sotterranea ironia disvelante e da una pietas mai apertamente dichiarata e partecipata, che si indovina a tratti in quegli squarci di sospensione, fantastica quando non deliberatamente surreale, che proiettano luci inimmaginabili su queste fragili figure di vinti, azzerando, insieme al tempo della storia, le ombre malate che ogni esistenza si trascina senza trovare mai il coraggio di guardarle negli occhi e di nominarle una ad una. Ed è proprio questa nominazione mancata lo specchio in cui è più facile per il lettore riconoscersi, trovare, nel labirinto di destini che le varie storie disegnano, il centro, l’equazione che rende leggibile tutto l’intricato groviglio di cifre che ci confina e costringe all’immobilità del silenzio e del sogno, la stella cometa che orienta e segna l’orizzonte possibile e il cammino – un faro diventato sconosciuto e invisibile, inservibile ormai, a chi è da sempre accampato nel suo confortevole e anestetizzante cono d’ombra; inesistente o incomprensibile per quegli esseri che hanno rinunciato ai loro occhi per paura di guardare frontalmente le cose che mareggiano all’altezza delle loro vite, e di ritrovare riflesso in esse, negli atti, nelle speranze, nelle piccole apocalissi quotidiane disattese, nel tempo che trascorre e se li lascia irrimediabilmente indietro, il loro vero volto, la loro sottile e inquieta parvenza di verità.</p>
<p style="text-align:justify;">Il peccato originale di questi esseri è tutto nell’incapacità di pianificare vie di fuga essenziali e vitali, di immaginare mappe possibili di evasione, di risvegliare la parte inviolata, latente, di un’esistenza quasi tutta sacrificata al superfluo: ed eccoli, allora, impossibilitati a varcare la soglia che gli si dischiude, proprio nel momento in cui un dato, un oggetto, una parola, uno sguardo laterale e distorto viene per incanto a increspare l’ordine del vuoto e il familiare e il quotidiano si fanno precipizio: voragine che nell’attimo estremo dell’agnizione proietta fuori dalla storia, nella follia immota di chi contempla il proprio ritratto su una parete vuota. Eppure sempre, ad ogni istante, una piccola crepa si apre sulla superficie uniforme dell’esistenza, ad ogni istante un’altra si allarga fino ad inglobare l’occhio nella metamorfosi che rende illeggibile ogni trama conosciuta, nella sovversione silenziosa e inarrestabile dell’alfabeto delle stagioni: l’universo muta pelle costantemente nell’indifferenza di uno sguardo assuefatto agli oggetti e alle immagini di una familiarità consunta e rituale, di una abiezione dell’ordinario che proietta sull’altro, sul difforme, paure inconfessabili, quasi ad esorcizzare il particolare fuori quadro, la lettera superstite di una pagina mai scritta.</p>
<p>Solo l’umanità più derelitta e marginale, solo coloro ai quali il destino ha strappato finanche il ricordo del nome mantengono intatta la capacità di immergersi nello stupore quotidiano di ciò che da tempo immemorabile si dà, all’insaputa delle nostre paure o delle nostre pallide aspirazioni e velleità, nella pura gratuità dell’atto: un atto di amore smisurato verso la vita conservato gelosamente nel palmo della mano, una mano sempre pronta ad aprirsi in segno di offerta proprio quando all’apparenza la tendono nel gesto di chi sembra chiedere; oppure sulle labbra, che per sublime, incomprensibile sfida all’indifferenza e al rifiuto disserrano per pronunciare parole senza senso, per raccontare storie che non hanno mai voluto possedere né esserne prigionieri, fedeli a quel respiro di libertà che li accompagna sulle strade dove posano i loro inudibili passi.</p>
<p>L’evasione da un universo esistenziale scandito da giorni tutti uguali, dall’impossibilità di confidare finanche alla persona amata che la sua presenza non rientra più nel cerchio perfetto del sogno che ci abita, si snoda lungo i paesaggi e le linee di una geografia umana che l’autore ricostruisce, traccia su traccia, con geometrica cura, seguendo il furore quieto e la precisione minuziosa, maniacale, dei suoi personaggi – soprattutto quando credono di avere in mano, ben saldi, i fili del proprio destino, si illudono di deciderne la rifrazione e l’angolo di incidenza, come fosse una lente lavorata con l’arte immaginaria dell’ottico che non sono e non saranno mai: una mappa perfetta, ma invariabilmente disattesa da una mano invisibile che scompagina ogni segno conosciuto, decifrabile, e precipita nell’atmosfera difforme di chi può solo avvertire i suoi passi, i suoi pensieri, le sue emozioni parte di un gioco infinito che lo trascende: ci si lascia indietro la morte, come in una corsa in salita contro i propri fantasmi, solo per accorgersi di essere da sempre un graffio di polvere sul margine più in ombra del suo interminato disegno.</p>
<p style="text-align:justify;">Il correlativo della fluidità e leggibilità dell’esercizio e del dispositivo narrativo che Mugnaini mette in atto in ogni racconto risponde, in definitiva, ad una tensione interiore che allinea la tessitura di ordine estetico a un dettato filosofico di sostanza etica – per cui ogni trama viene ridotta all’essenziale (è la fabula stessa a farsi gioco del mondo e totalità ermeneutica) per far trasparire, fuori da ogni opacità e aporia dottrinale, l’estrema ratio gnoseologica del racconto. Forte della lezione, ampiamente metabolizzata, del narrare morale di Socrate, di Erasmo, di Schopenhauer (le cui voci, tra tante altre di analogo timbro, risuonano più ricorrenti e familiari dietro le quinte dove s’inscena l’equazione finale di ogni vicenda), egli lascia che la fenomenologia delle storie e degli eventi si dispieghi in un susseguirsi esemplare di figure del disvelamento, in una recita che trascorre in parallelo con ogni nostra possibilità di interpretazione, di coinvolgimento, di naturale proiezione in forme, da riscoprire o da ricostruire, di azione volta al futuro, di legami da rinnovare, di bellezza. E’ un movimento incessante, una tensione al mutamento che salva, una dialettica circolare che si ripete all’infinito in cadenze sempre nuove, animata da un ritmo segreto, inarrestabile, in cui uomo e natura (“due scrigni… dei quali uno contiene la chiave dell’altro”) si scambiano i segni e i suoni dei rispettivi alfabeti fino a confonderli. Quando dietro ogni maschera non c’è più un volto ancora capace di trasformare la finzione suprema in autenticità ritrovata, ma un vuoto ontologico, una parvenza d’essere, un simulacro costretto inevitabilmente a inciampare, e a franare, contro il muro del suo doppio rimosso, perduto, quel movimento impone di rialzarsi, di raccogliere i propri frammenti e farne sogni da seminare nei giorni, riprendere la corsa con questa consapevolezza nuova, guardare il mondo e noi stessi con lo sguardo inaugurale del primo respiro.</p>
<p style="text-align:justify;">Francesco Marotta</p>
<p>Ivano Mugnaini è nato a Viareggio. Si è laureato in Lettere con una tesi sul teatro rinascimentale europeo. Scrive per alcune riviste, tra cui “L’ Immaginazione”, “La Clessidra”, “Nuova Prosa”, “Il Grandevetro”, “Gradiva”, “La Mosca di Milano” ed altre. Ha pubblicato la silloge Inadeguato all’eterno e la raccolta di poesie Il tempo salvato . Il suo racconto lungo dal titolo Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio, e il racconto Un’alba da Marcos Y Marcos. Ha pubblicato inoltre la raccolta di racconti La casa gialla e i romanzi Il miele dei servi e Limbo minore (Piero Manni, Lecce). Di recente uscita il volume di racconti L’algebra della vita (Greco &amp; Greco, Milano). Dirige la collana di narrativa della casa editrice Puntoacapo. Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario”, www.ivanomugnaini.splinder.com . Scrive recensioni su film e lavori teatrali. È autore di testi premiati o segnalati in concorsi letterari, tra cui il Premio “Loria”, il Concorso &#8220;Nuove Lettere&#8221;, il Premio “Eraldo Miscia &#8211; Città di Lanciano&#8221; e il Premio “Teramo”. Tra i critici che si sono occupati della sua attività letteraria ricordiamo: Andrea Camilleri, Ferdinando Camon, Vincenzo Consolo, Michele Dell&#8217;Aquila, Luigi Fontanella, Gina Lagorio , Paolo Maurensig, Raffaele Nigro, Elio Pecora, Antonio Spagnuolo, Giorgio Saviane.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Giorno della memoria. Scrittori israeliani in Italia: A.B. Yehoshua, Nir Baram e Nava Semel.</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 10:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giusi Meister</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorno della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori israeliani]]></category>

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		<description><![CDATA[Conferimento della laurea honoris causa ad Abraham B. Yehoshua il 27 gennaio a Pisa Programma Conferimento del Diploma di perfezionamento honoris causa ad Abraham B. Yehoshua Lectio magistralis Abraham B. Yehoshua The Holocaust as Junction Dove Scuola Normale Superiore Palazzo della Carovana A.B.Yehoshua, Conferimento laurea honoris causa. Scuola Normale Superiore di Pisa. Sala Azzurra Quando [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33149&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter" src="http://www.sns.it/scuola/attivitaculturali/eventispeciali/annoincorso/yehoshua/sideimg.jpg/" alt="" width="185" height="292" />Conferimento della laurea honoris causa ad Abraham B. Yehoshua il 27 gennaio a Pisa</strong></p>
<p><strong></strong>Programma</p>
<p>Conferimento del Diploma di perfezionamento honoris causa<br />
ad Abraham B. Yehoshua<br />
Lectio magistralis<br />
Abraham B. Yehoshua<br />
The Holocaust as Junction</p>
<p>Dove<br />
Scuola Normale Superiore<br />
Palazzo della Carovana<br />
A.B.Yehoshua, Conferimento laurea honoris causa. Scuola Normale Superiore di Pisa.<br />
Sala Azzurra</p>
<p>Quando<br />
Venerdì 27 gennaio, ore 15.00<span id="more-33149"></span></p>
<p>Informazioni<br />
Relazioni esterne<br />
tel: +39 050 509307 &#8211; 324<br />
e-mail: relazioniesterne@sns.it</p>
<p>***<br />
<strong>Nir Baram il 26 gennaio all&#8217;Università di Teramo il 27 e 28 gennaio all&#8217;università della Calabria</strong></p>
<p>giovedì 26 gennaio, a Teramo, alle ore 10.00, nella Sala delle lauree delle due Facoltà, un convegno dal titolo Ricordare la Shoah con le arti.<br />
L’incontro all’Università di Teramo sarà dedicato alla Letteratura israeliana davanti alla Shoah, con la presentazione del libro di Nir Baram Brave persone (Ponte delle Grazie, Milano 2011).</p>
<p>Gli interventi saranno di Emilio Cocco e Simone Misiani, della Facoltà di Scienze politiche, che affronteranno, rispettivamente, i temi I giovani, la memoria e l’identità e Un riferimento alla storia della memoria.</p>
<p>Saranno infine Raffaella Morselli, direttore del Dipartimento di Scienze della comunicazione,e Simone Gambacorta, segretario del Premio Teramo, a parlare con l’autore, Nir Baram, del romanzo di cui saranno letti alcuni brani, accompagnati da interventi musicali curati da Paola Besutti, della Facoltà di Scienze della comunicazione ed eseguiti dall’Insieme strumentale Acquaviva.<br />
<strong>Venerdì 27 gennaio</strong><br />
Università della Calabria, Aula Magna<br />
10.00<br />
Paolo Coen, Manlio Gaudioso, Galileo Violini, Le ragioni del convegno<br />
10.30<br />
Prima sessione<br />
Introduce e modera Viviana Burza<br />
Roberto Finzi, L’incubo del diverso: alle origini di antisemitismo e razzismo<br />
Dibattito, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria<br />
12.30<br />
Pausa per il pranzo<br />
14.30<br />
Seconda sessione<br />
Università della Calabria,  Sala stampa Centro congressi Aula Magna<br />
Moderano Paolo Coen e Nir Baram<br />
Antonella Salomoni, Razzismo ed antisemitismo nella Russia sovietica<br />
Adele Valeria, “Pulire il paese da ogni grumo insolubile”: razzismo ed antisemitismo nell’America della<br />
Grande Crisi<br />
Adachiara Zevi, Arte contemporanea e Shoah: le Pietre d’inciampo<br />
Zuzanna Kraznopolska, Bruno Schulz e la ‘palude dei dintorni’<br />
Graffiti: la parola agli studenti, a cura di Alessandro Gaudio</p>
<p><strong>Sabato 28 gennaio</strong><br />
Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia<br />
9.30<br />
Nir Baram, Raccontare “Brave persone” a Ferramonti: raccontare me stesso<br />
Interventi programmati di Nadia Crucitti, Carlo Fanelli, Alessandro Gaudio, Bruna Mancini e Dina<br />
Smadar. Con la presenza e la partecipazione di Edith Gilboa, Rachel Porcilan e Joseph Wesel.<br />
***<br />
<strong>Nava Semel a Roma il 30 gennaio</strong><br />
In occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio), si incontrano l&#8217;israeliana Nava Semel autrice de &#8216;E il topo rise&#8217;, e la tedesca Iris Hanika, scrittrice de &#8216;L&#8217;essenziale&#8217;.<br />
Due autrici di nazionalità diverse descrivono la necessità di ricordare cosa ha rappresentato l&#8217;Olocausto. Per la scrittrice europea, il senso di colpa di ogni tedesco apre una finestra sulla possibilità di vivere, amare e scrivere dopo Auschwitz. Iris Hanihka scrive: Auschwitz vive in ogni poesia, ogni filo d’erba, ogni fiore di pesco. Auschwitz vive in ogni poesia e anche nell’animo di ogni tedesco.</p>
<p>Anche per Nava Semel è indispensabile ricordare, descrivendo la moderna favola di una bambina ebrea nascosta, durante la Seconda guerra mondiale, per sfuggire ai nazisti, in cantina con un topo. La memoria dell’Olocausto: dimenticare per sopravvivere, ricordare per vivere.</p>
<p>Entrambi le scrittrici saranno in Italia per presentare i rispettivi romanzi.<br />
<strong>Date</strong>:<br />
Nava Semel sarà a Firenze il 26 gennaio (in collaborazione con l&#8217;associazione Italia Israele di Firenze), a Perugia il 27 gennaio e a Roma il 30 gennaio (in collaborazione con l&#8217;Ambasciata israeliana e il Centro di cultura ebraica).<br />
Iris Hanika sarà a Roma il 27 gennaio (in collaborazione con il Goethe Institut).</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33149/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33149&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Ofra</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Omaggio alla Giornata della Memoria</title>
		<link>http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/01/24/sabato-28-gennaio-dalle-18-30-omaggio-alla-giornata-della-memoria/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 04:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vivianascarinci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione PoEtica]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Videtta]]></category>
		<category><![CDATA[Edo Notarloberti]]></category>
		<category><![CDATA[giornata della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Libreria Libra]]></category>
		<category><![CDATA[Morlupo]]></category>
		<category><![CDATA[Rignano]]></category>
		<category><![CDATA[Vivianan Scarinci]]></category>

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		<description><![CDATA[La libreria Libra &#38; Associazione PoEtica Sabato 28 gennaio dalle 18.30 Villa Samadhi, Rignano Flaminio Un&#8217;intervista di Viviana Scarinci a Corrado Videtta degli ARGINE 1.   In che misura le tue esperienze precedenti ti hanno portato a concepire il progetto musicale ARGINE secondo collaborazioni cui è consentita, da come si evince dal vostro background, una contaminazione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32991&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:center;"></h3>
<h3 style="text-align:center;"><a href="http://lalibrerialibra.com/">La libreria Libra</a> &amp; <a href="http://associazionepoetica.com/">Associazione PoEtica</a></h3>
<h3 style="text-align:center;">Sabato 28 gennaio dalle 18.30</h3>
<h3 style="text-align:center;">Villa Samadhi, Rignano Flaminio</h3>
<h3><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/exultimo.jpg"><img class="aligncenter" title="exultimo" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/exultimo.jpg?w=280&#038;h=400" alt="" width="280" height="400" /></a></h3>
<p>Un&#8217;intervista di <a href="http://vivianascarinci.wordpress.com/">Viviana Scarinci</a> a <strong>Corrado Videtta</strong> degli <a href="http://www.argine.net/">ARGINE </a></p>
<p style="text-align:justify;"><em>1.   In che misura le tue esperienze precedenti ti hanno portato a concepire il progetto musicale ARGINE secondo collaborazioni cui è consentita, da come si evince dal vostro background, una contaminazione profonda e condizionante del risultato? Ossia che valore e potere ha per te il dialogo artistico in corso d’opera?</em></p>
<p style="text-align:justify;">A dire il vero le mie esperienze musicali precedenti alla creazione del gruppo Argine sono poche, suonavo spesso con alcuni amici con cui mi esibivo alla chitarra e alla voce presso case private in occasione di feste e ritrovi. Avevamo circa sedici anni e affiggemmo in tutta la città dei volantini in cui ci offrivamo gratis solo per feste private. Invece di andare il sabato con i compagni di classe a mangiare la pizza, suonavamo in case meravigliose tra long drinks e belle ragazze. Ciò che ha formato il mio credo musicale è stato semmai lo studio della musica durante la frequentazione del Conservatorio. In quegli anni capii che usare delle dissonanze con il suono di strumenti tipo il violino o il sassofono soprano era più stimolante per me rispetto all’ utilizzo del suono distorto di una chitarra elettrica, benché ne abbia fatto comunque largo uso. Il valore della collaborazione per me è alla base del suonare. Il concetto di squadra mi piace. Applicato alle discipline artistiche o a quelle sportive o della ricerca in generale ritengo che conferisca una componente esaltante al risultato finale della rappresentazione.<img title="More..." src="https://vivianascarinci.wordpress.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-32991"></span></p>
<p style="text-align:justify;"><em>2.    In che relazione poni lo studio di Conservatorio con la pratica quotidiana di generi contemporanei o che esprimono la contemporaneità. In che modo questa dialettica tra classico e contemporaneo si lega concettualmente alla tua poetica musicale?</em></p>
<p style="text-align:justify;">Il Conservatorio forma il musicista in modo completo in quanto attraverso lo studio della musica cosiddetta seria che comprende secoli e secoli di esperienze musicali riesce a dare un bagaglio importante da cui attingere per la creazione di qualcosa di personale. Non ho mai creduto ai confini invalicabili tra stili e concetti. Credo semmai che anche per produrre musica contemporanea di qualunque genere lo studio dell’umanità nei secoli attraverso la musica sia di grande aiuto. Si può comporre un brano di musica punk avendo alle spalle anni di studio su fughe e sonate, il contrario è impossibile. Lo studio della musica classica non mi ha fatto mai creare preconcetti nei confronti della musica pop o rock, né la musica pop o rock ha deviato il mio interesse per il passato. L’approfondimento di un’arte attraverso lo studio accademico può solo ampliare il tuo orizzonte percettivo in primo luogo e poi quello creativo. La condizione necessaria è semplicemente avere qualcosa di vero da dire. La sostanza è in primo piano rispetto all’involucro.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>3.    Le Luci di Hessdalen, il vostro album uscito nel 2004 prende il titolo da noti fenomeni luminosi ricorrenti nella valle di Hessdalen, in Norvegia. Perché la scelta di intitolare un intero album con il nome di un fenomeno fisico che ha luogo in un preciso punto del mondo e solo in quel luogo?</em></p>
<p style="text-align:justify;">Quando venni a conoscenza del fenomeno a cui fai riferimento mi emozionai e lo accolsi come un segnale di cui avevo un immenso bisogno: avere la certezza che l’uomo contemporaneo in alcuni frangenti possa ancora meravigliarsi e rimanere attonito nei confronti di una rappresentazione della natura. Il percorso di conoscenza non è ancora ultimato e forse mai lo sarà. L’aspetto sociologico del fenomeno di Hessdalen rompe i piccoli confini della locazione geografica ed assurge a simbolo di una ritrovata sete di conoscenza. I globi di luce sono un fenomeno meteorologico per una branca della scienza, per un’altra rappresentano un contatto con l’al di là, per un&#8217;altra ancora la possibile prova dell’esistenza di forme di vita provenienti da altre galassie. L’elemento al centro del fenomeno è l’energia. Metaforicamente l’energia diventò il simbolo dell’album e questo si evince anche dagli arrangiamenti dei brani che lo compongono.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>4.    In una tua intervista rilasciata qualche tempo fa si legge: “L’arte per me è il veicolo perfetto che crea il punto d’incontro tra l’essere mortale e l’eternità, per questo ritengo che sia un veicolo divino (…) Dan Flavin è un fulgido esempio di arte dei nostri giorni (…) Ritengo che creare arte così pura utilizzando oggetti di tutti i giorni come le lampade fluorescenti e trasformarli in un mezzo per arrivare ad un punto così alto di spiritualità, sia da considerarsi uno slancio notevole verso l’alto”. Questo tuo riferimento all’arte contemporanea nel senso di sentirla capace di un sorta di rinnovamento/ritorno a una spiritualità di cui l’artista è l’officiante mi colpisce. Puoi spiegarmi in che modo le tue scelte musicali rivolte alla contemporaneità si riallacciano a un concetto così classico del ruolo dell’artista? E come si relazione per te un ruolo così alto con la “trasformazione” che nomini e che l’artista compie sugli oggetti di tutti i giorni?</em></p>
<p style="text-align:justify;">A Londra ebbi modo di ammirare alcune opere di Dan Flavin. Mi rapirono all’istante, emozionandomi per la loro sacrale semplicità, un effetto di purezza dell’arte che annienta le dispute concettuali, sebbene del tutto lecite, sulla valenza e la validità dell’arte contemporanea. Per me l’arte per tendere realmente verso l’alto deve: essere portatrice di verità nell’invenzione, manifestare l’essere dentro attraverso un’esteriorità, rappresentare l’essere vivo attraverso cose inanimate (la materia) che però prendono vita da chi sappia attingere da un bagaglio insito in un’esistenza solo apparentemente silente che è la nostra spiritualità. Se l’artista sa suscitare reazioni di profonda commozione in colui che usufruisce dell’opera d’arte, credo sia riuscito a tendere verso l’alto e ad avvicinarsi a livelli superiori di esistenza. Credo che non cambi la sostanza delle cose sapere se l’oggetto capace di tanta meraviglia sia una tela o una lampada al neon.  Un paesaggio può essere uno spunto per rappresentare sé stessi, così come un qualunque altro pretesto, attraverso la natura, anche se in realtà è la natura stessa che si rappresenta attraverso l’artista perché esso ne è parte integrante.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>5.    Una grande scrittrice tua conterranea, Anna Maria Ortese, sosteneva che i veri diversi sono i cercatori di identità propria e collettiva. Che peso ha nell’ambito della tua ricerca musicale l’identità? In che modo relazioni l’identità degli individui alla capacità di custodire la memoria della loro provenienza?</em></p>
<p style="text-align:justify;">Ogni individuo è portatore della propria identità consapevole o inconsapevole che sia. L’identità ha una matrice inconfutabile che è la materia genetica, l’involucro della mente ed una mutevole che scaturisce dalle esperienze e che si integra con la cultura di un’epoca o di un luogo del mondo in particolare. Un soggetto cerca se stesso dal momento in cui nasce per cui da subito inconsapevolmente attinge informazioni dall’esterno nutrendosi pian piano dell’identità culturale e sociale che lo circonda, partendo dalla famiglia fino ad arrivare ad una società globale. Chi viaggia molto ha la possibilità di trovare la propria vera identità depurandola dai fattori derivanti da condizionamenti esterni. Ma ognuno di noi ha il dovere di essere portatore dell’individualità culturale della comunità in cui si è formato. La globalizzazione del mondo può avere risvolti positivi solo se ciascuno di noi nel rapportarsi a nuove realtà riesce a vedere il diverso come un arricchimento pur rimanendo manifesto vivente della propria identità culturale. Per me la ricerca dell’identità attraverso la musica è alla base del voler essere musicista. Questa ricerca è perenne. Il mio messaggio artistico si basa sulla ricerca dell’identità che supera anche il concetto musicale sia attraverso le parole che talvolta attraverso le immagini. Il suonare assieme cercando un unicum che sia il manifesto dell’identità quanto meno delle persone che lo fanno, ha di per se un peso enorme.</p>
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<h3><strong>Perché Libra PoEtica rende omaggio alla memoria insieme alla comunità ebraica</strong></h3>
<p style="text-align:justify;">Il sistema prescelto per&#8221;ripulire&#8221; la Germania dagli ebrei fu, nella prima fase, costringerliad emigrare. Rendendo loro intollerabili le condizioni di vita attraverso unalegislazione sempre più oppressiva, si cercava di spingerli verso un esodo definitivoall&#8217;estero. Il bilancio di questa fase, che va dal 1933 al 1939, non ebbe moltosuccesso. Nel 1940 vi erano 520.000ebrei tedeschi, ma occorreva sbarazzarsi anche degli ebrei polacchi cheassommavano a 2.000.000 di persone. L&#8217;invasione del Belgio, dell&#8217;Olanda, dellaFrancia, della Danimarca e Norvegia fece aumentare il numero degli ebrei cadutinelle mani del nazismo. L&#8217;obiettivo prioritario, rendere judenfrei laGermania si allargò a dismisura: si trattava ora di rendere judenfreil&#8217;intera Europa. Il 22 giugno 1941 la Germania invadeva l&#8217;Unione Sovietica. Neiterritori che con estrema velocità le armate tedesche stavano occupandovivevano 4.000.000 di ebrei.<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">La soluzione di sterminare sulposto gli ebrei rappresentò un &#8220;salto di qualità&#8221; nel progetto dieliminare il giudaismo europeo. Ma non si potevano assassinare in massa gliebrei olandesi, francesi, greci alla luce del sole. Occorreva studiare un altrometodo. Si fece strada la &#8220;soluzione finale&#8221;, cioe&#8217; l&#8217;annientamentofisico degli ebrei in campi di concentramento predisposti a Oriente. Lateorizzazione di questa soluzione finale venne affidata ad Himmler e ad Heydrich.Lo spartiacque storico venne marcato dalla cosiddetta Conferenza del Wannsee,una riunione nella quale si iniziarono a coordinare tutti gli enti interessatial buon esito della soluzione finale. All&#8217;inizio del 1942 la &#8220;soluzionefinale del problema ebraico&#8221; era stata varata.</p>
<p style="text-align:justify;">La più ampia definizione che include i Rom e Sinti, disabili e malati di mente, gli oppositori o dissidenti politici e religiosi, i prigionieri di guerra e i civili sovietici, gli omosessuali, i Polacchi e gli Slavi porta il totale di morti addirittura a 17 milioni.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="www.olokaustos.org">Fonte: www.olokaustos.org</a></p>
<h3 style="text-align:justify;"><strong>Perché Libra PoEtica rende omaggio alla memoria insieme alla comunità armena</strong></h3>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;espressione Genocidio armeno, talvolta Olocausto degli Armeni si riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il primo è relativo alla campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II negli anni 1894-1896; il secondo è collegato alla deportazione ed eliminazione di armeni negli anni 1915-1916. Il termine genocidio è associato soprattutto al secondo episodio, che viene commemorato dagli Armeni il 24 aprile. Il 24 aprile 2010 è stato commemorato il 95º Anniversario del Genocidio Armeno. Nello stesso periodo storico l&#8217;Impero Ottomano aveva condotto (o almeno tollerato) attacchi simili contro altre etnie (come gli assiri e i greci), e per questo alcuni studiosi credono che ci fosse un progetto di sterminio. Sul piano internazionale, ventuno stati hanno già ufficialmente riconosciuto un genocidio negli eventi descritti. Il nome di Vahan Kuyumgian forse a molti non dirà nulla; eppure quest’uomo è stato uno dei più grandi benemeriti della cultura armena, avendo salvato da sicura ed irreparabile perdita quell’ inestimabile patrimonio che è costituito dalla poesia popolare di Akn.</p>
<p style="text-align:justify;">Akn, attualmente Kemalye in Turchia, è una cittadina dell’Armenia Minore sulla riva destra dell’Eufrate. Luogo d’una grande bellezza naturale, ricca di corsi d’acqua, di vegetazione e di splendidi panorami, questa città ed i suoi dintorni venivano decantati come sito ideale per l’ispirazione di poeti. Non per nulla è di questa regione la più ricca e significativa produzione di poesia popolare armena. Dopo aver trascritto, e quindi salvato, centinaia di brani di poesia popolare, un altro avvenimento mise in pericolo quanto era stato raccolto: il genocidio.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel 1915 Vahan Kuyumgian si trovava ad Adapazar, nei pressi di Nicomedia (attuale Izmit, in prossimità del mar di Marmara) e, in quanto deportato al pari degli altri armeni, fu costretto in poche ore a vendere –o meglio, svendere- tutto ciò che aveva per unirsi alla carovana dei deportati. Lasciò lì anche tutta la sua biblioteca e prese con sé soltanto il blocco di fogli sui quali aveva trascritto i canti popolari di Akn. Avvolse il tutto in una coperta e si mise in marcia con il chiaro proposito di salvare ad ogni costo quelle carte e di non separarsi da esse se non in caso di morte. Con grossi sacrifici riuscì a trovare un temporaneo alloggio in un albergo di Konya e lì, preoccupato per un’eventuale perdita della raccolta di canti popolari, decise di farne una copia. Cosa che fece sua moglie, passando delle notti insonni, intenta a ricopiare alla luce di una fioca lampada. Per sua fortuna Vahan Kuyumgian riuscì a fuggire e ad unirsi, come interprete, ad un reparto militare tedesco che operava sulle montagne del Tauro.</p>
<p style="text-align:justify;">Cosicchè si salvò dallo sterminio ed al termine della prima guerra mondiale ebbe la soddisfazione di aver salvato quel patrimonio di folklore popolare armeno che è costituito dai canti popolari di Akn. Successivamente tutto il materiale raccolto lo mise a disposizione dell’Associazione Compatriottica di Akn che lo pubblicò interamente nel 1952 in un grosso volume dedicato alla memoria di questa città.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.voce-armena.info/Poesia%20di%20Akn.htm">Fonte: http://www.voce-armena.info/Poesia%20di%20Akn.htm</a></p>
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		<title>Francesco Bellomi: scritture musicali</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 06:09:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>margherita ealla</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Autori qui presentati, presenti, passati]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Bellomi]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[scritture musicali]]></category>

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		<description><![CDATA[per ascoltare la Fantasia per tuba e organo del 1986 qui . [trascrizione]   [da “Parole chiave: trascrizione” qui] . Chi ha avuto la fortuna di avere qualche nonno o qualche vecchia zia, appassionati di musica, si sarà inevitabilmente incontrato con certi vecchi libri, dalla carta giallina e pelosetta, un po’ consumati vicino all’angolo della voltata [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33042&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_33043" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/scrittura_musicale_francesco_bellomi.jpg"><img class="size-medium wp-image-33043" title="scrittura_musicale_francesco_bellomi" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/scrittura_musicale_francesco_bellomi.jpg?w=300&#038;h=217" alt="" width="300" height="217" /></a><p class="wp-caption-text">prima pagina della &quot;Fantasia&quot; per Tuba e organo del 1986. Righe tracciate con pennino a 5 punte. Notazione con penna da calligrafia Scheaffer.</p></div>
<p style="text-align:center;">per ascoltare la Fantasia per tuba e organo del 1986 <a href="http://www.youtube.com/watch?v=0X8BxBJzcd0">qui</a></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">[<strong>trascrizione</strong>]   [da “Parole chiave: trascrizione” <a href="http://sites.google.com/site/bellomifrancesco1960/parole-chiave">qui</a>]</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">Chi ha avuto la fortuna di avere qualche nonno o qualche vecchia zia, appassionati di musica, si sarà inevitabilmente incontrato con certi vecchi libri, dalla carta giallina e pelosetta, un po’ consumati vicino all’angolo della voltata di pagina, nei quali sinfonie, opere liriche, quartetti, concerti, quadriglie e valzer viennesi, aspettano pazientemente il momento di risuonare sotto le mani di un improvvisato duo pianistico. […] Chi ha avuto la fortuna di avvicinarsi alle grandi opere musicali del passato attraverso queste trascrizioni ha, di solito provato, emozioni indelebili e ha imparato <em>sulla propria pelle</em> in modo altrettanto indelebile la meravigliosa architettura delle musiche suonate. Erano spesso umili trascrizioni, opera di sconosciuti musicisti, che non chiedevano l’esecuzione pubblica ma che regalavano immense gioie ai lettori. [...]<span id="more-33042"></span><br />
Del resto, ancora oggi come cento anni fa, gli studenti di composizione imparano ad orchestrare trascrivendo: si prende un pezzo pianistico o un quartetto o un pezzo cameristico, e lo si trascrive per orchestra. [...]. Esistono poi quelle che potremmo chiamare le trascrizioni d’arte, quelle trascrizioni cioè che sono delle vere e proprie reinvenzioni del testo base. J.S. Bach che trascrive Vivaldi è spesso un vero e proprio co-autore: tante e tali sono le sue varianti, le sue aggiunte e le trasformazioni ornamentali e contrappuntistiche che mette in atto. Ci deve essere qualcosa di predestinato nella vita dei trascrittori visto che proprio Bach, il grande trascrittore di se stesso e di altri, è fino a oggi uno degli autori più trascritti della storia della musica. Trascrivere la musica di un altro musicista è per un compositore una sorta di antropofagia rituale: si ama talmente quella musica da volerla quasi mangiare, attraverso la trascrizione, per possederne lo spirito e le qualità. Quasi tutte le trascrizioni d’arte sono però delle trascrizioni che moltiplicano le difficoltà esecutive dell’originale: Liszt che trascrive Schubert ad esempio, o Busoni che trascrive Bach. Non poteva mancare, in questa sede, una tappa sulla trascrizione  che va nella direzione opposta, quella facile, per il diletto dei principianti oppure ad uso didattico. Guardata con aria di sufficienza e superiorità dagli acrobati della tecnica, la trascrizione facile è una delle cose più difficili da fare. Già, perché per facilitare bisogna lavorare di lima e di bisturi, e certi tagli possono essere molto dolorosi. E’ facile scrivere e trascrivere musica difficile, è difficile scrivere (buona) musica facile e ancora più difficile fare buone trascrizioni facili. Forse proprio per questo molti grandi autori hanno evitato di avventurarsi nella trascrizione facile, lasciando campo aperto ad ogni sorta di trascrittori della mutua. Trascrittori che hanno usato la didattica come un comodo paravento capace di nascondere le più abominevoli operazioni. Al contrario il caso di Bela Bartok è forse l’esempio più alto di uno straordinario rispetto e di una meravigliosa attenzione nel lavoro di trascrizione funzionale che egli compie come etnomusicologo sulle melodie popolari e al tempo stesso di una genialità creativa e di una ineffabile poesia quando trascrive le stesse melodie in arrangiamenti facili per due violini o per pianoforte. Si può chiedere di più? Ma Bartok, come sappiamo, era ben poco incline ai compromessi commerciali.[...]</p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p>****************************</p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<div id="attachment_33049" class="wp-caption alignleft" style="width: 222px"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/bellomi_variazioni.png"><img class="size-medium wp-image-33049" title="bellomi_variazioni" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/bellomi_variazioni.png?w=212&#038;h=300" alt="" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">prima pagina 99 variazioni (var. 1-13) per Piano su &quot;Copa la Vecia col Flit&quot;</p></div>
<p><span style="font-size:medium;"><strong><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/pag10.png"><img class="size-medium wp-image-33050 aligncenter" title="pag10" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/pag10.png?w=212&#038;h=300" alt="" width="212" height="300" /></a></strong></span><br />
le 99 variazioni per Piano su &#8220;Copa la Vecia col Flit&#8221; sono scaricabili in pdf <a href="http://sites.google.com/site/bellomifrancesco1960/download">qui</a></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">[<strong>abbellimenti</strong>]  [da “Parole chiave: abbellimenti II<strong>” </strong><a href="http://sites.google.com/site/bellomifrancesco1960/parole-chiave">qui</a>]</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">Uno dei procedimenti fondamentali della musica è quello della variazione. Procedimento che si insinua sottilmente anche nei brani più semplici o apparentemente ripetitivi: il Bolero di M. Ravel è un tema con variazioni (prevalentemente timbriche). Quando un compositore scrive un tema con variazioni l’intenzione di usare procedimenti di variazione è esplicita e, fra gli innumerevoli procedimenti di variazione, quello della “fioritura”, ovvero della variazione ornamentale, è uno dei più comuni e semplici. Si tratta in sostanza di aggiungere abbellimenti alla linea melodica del tema. In molti casi si parte da un tema relativamente semplice, magari di origine popolare, e nelle prime variazioni si incontrano delle pagine via via sempre più fitte di abbellimenti. Douglas R. Hofstadter in <em>Concetti fluidi e analogie creative</em> (Adelphi) ci racconta cose interessanti sulle variazioni partendo dalle serie di numeri. Si consideri la seguente serie di numeri molto banale: 1 2 2 3 3 4 4 5 5 6… (I tre puntini finali indicano la possibilità di continuare con la stessa logica). Si tratta della trasformazione in numeri della melodia iniziale del preludio op. 28 n° 12 in sol diesis minore di F. Chopin: in pratica una scala cromatica ascendente in cui ogni nota, tranne la prima, viene ribattuta. Hofstadter propone due diversi criteri di segmentazione:<br />
A 1 (2 2) (3 3) (4 4) (5 5) (6…<br />
B (1 2) (2 3) (3 4) (4 5) (5 6) (6…<br />
E si diverte poi a fare delle variazioni come le seguenti:<br />
A1 1 (2 2 2) (3 3 3) (4 4 4) (5 5 5) …<br />
A2 (1 1) (2 2 2) (3 3 3) (4 4 4) (5 5 5) …<br />
B1 (1 2 3) (2 3 4) (3 4 5) (4 5 6) …<br />
B2 (1 2 3) (3 4 5) (3 6 7 ) (7 8 9) …<br />
B3 (2 1) (3 2) (4 3) (5 4) (6 5) …<br />
An (1) (2 2) (3 3 3) (4 4 4 4) (5 5 5 5 5) (6 6 6 6 6 6) (7 7 7 7 7 7 7)…<br />
Quale sarebbe piaciuta di più a Chopin? Quale vi sembra quella più “fiorita”?<br />
Se provate a trascrivere numericamente i temi e le variazioni ornamentali di autori classici scoprirete che nella maggioranza dei casi vi è un progressivo infittirsi degli abbellimenti: una proliferazione di note “in superficie“ che “rivestono” progressivamente il tema di disegni sempre più elaborati. Igor Stravinsky ha fatto esattamente il contrario nel <em>Concerto per due pianoforti</em> (1931-35). In questo caso si parte dalle variazioni più lontane e degli abbellimenti più complicati per togliere progressivamente qualcosa ad ogni variazione ed avere alla fine il semplice tema. Uno strip tease sonoro in piena regola. Ma se una volta arrivati al tema proviamo a togliere ancora, cosa resta?<br />
Gran parte delle analisi “riduzioniste” operano esattamente in questo modo: si tolgono tutti quelli che sono considerati elementi di ridondanza e quindi non essenziali. Si può arrivare in questo modo ad avere dei grafici dove con tre o quattro suoni o numeri sono sintetizzate lunghe composizioni. Con i numeri si tratterebbe di individuare qual è il procedimento che sta alla base di una serie di numeri. Ad esempio la celebre successione di Fibonacci: 1,1,2,3,5,8,13,21,34,55,89,144,233,377,610,987,…dove ogni numero è la somma dei due precedenti può essere ridotta alla seguente espressione:<br />
F n = Fn-1 + Fn-2<br />
Così come la successione I° V° I° può essere l’estrema riduzione, nella metodologia schenkeriana, del I° movimento della terza sinfonia di Beethoven oppure, per Allen Forte, l’insieme di altezze 7-32: [7,8,10,11,1,3,4] (il celebre accordo della <em>Saga della primavera</em> di Stravinsky) assieme al suo complementare 5-32: [11,2,4,7,8] (l’accordo all’inizio di battuta 57 dello stesso pezzo) possono sintetizzare il materiale intervallare utilizzato da Stravinsky nel corso dell’intero brano.<br />
Un altro caso nel quale la tecnica della “fioritura” cioè dell’aggiunta di abbellimenti è fondamentale è quello che si presenta ai contrappuntisti che utilizzano il “quadrato magico”. Athanasius Kircher lo racconta nella <em>Musurgia Universalis</em> (Roma 1650). In estrema sintesi: è possibile predisporre degli “scheletri contrappuntistici” dove vengono collocate particolari altezze. Ad esempio:<br />
5 4 3<br />
3 6 1<br />
3 4 1<br />
Dove: 1 = tonica, 3 = modale, 4 = sottodominante, 5 = dominante, 6 = sopradominante<br />
Questo “scheletro” opportunamente “rivestito” di abbellimenti può diventare una complessa e articolata cadenza plagale in contrappunto triplo.<br />
Fra tutte le migliaia di abbellimenti che si conoscono ce n’è uno che, per la sua apparente semplicità mi ha sempre colpito, si ottiene, ad esempio, sul clavicordo producendo gradualmente e poi togliendo gradualmente una pressione eccessiva sul tasto dopo l’inizio del suono così che il suono sia prima via via più crescente e poi ritorni in tono. Charles. Burney racconta così l’effetto di tale abbellimento nelle mani di Ph. E. Bach: “…<em>nei movimenti patetici e lenti, quando vi era da eseguire una nota lunga, egli costringeva il suo strumento a produrre un lamento, come un pianto, di cui soltanto il clavicordo e soltanto Bach erano capaci</em>.”</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/01/23/francesco-bellomi-scritture-musicali/"><img src="http://img.youtube.com/vi/8mkAHjsjHWQ/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p>la Bacheca di Francesco Bellomi (che pubblica su youtube come <a href="http://www.youtube.com/results?search_query=vexations1960&amp;oq=vexations1960&amp;aq=f&amp;aqi=&amp;aql=&amp;gs_sm=s&amp;gs_upl=6238l7372l0l9011l3l3l0l2l0l0l217l217l2-1l1l0">vexations1960</a>) <a href="http://sites.google.com/site/bellomifrancesco1960/bellomibacheca">qui</a></p>
<p><a href="http://sites.google.com/site/bellomifrancesco1960/Home">questo</a> invece il suo sito di riferimento.</p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33042/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33042&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Non è che le manchi il suono, è che possiede il silenzio. Fina Garcìa Marruz</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 04:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vivianascarinci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fina Garcìa Marruz]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
		<category><![CDATA[Cuba]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia ispanoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[prosa poetica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Viviana Scarinci Riferirsi all’acqua come tramite per intendere un transito autonomo che da una condizione conduca più che a un&#8217;altra, a una proprietà mutevole dell’essere. Riferirsi all’acqua come un elemento capace di una contaminazione che una sola goccia può infondere fino a permanere in chi è colpito, nel profondo, come un segno caduto per [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32352&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/finagma1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-33124" title="finagma1" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/finagma1.jpg?w=300&#038;h=139" alt="" width="300" height="139" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">di <a href="http://vivianascarinci.wordpress.com/">Viviana Scarinci</a></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Riferirsi all’acqua come tramite per intendere un transito autonomo che da una condizione conduca più che a un&#8217;altra, a una proprietà mutevole dell’essere. Riferirsi all’acqua come un elemento capace di una contaminazione che una sola goccia può infondere fino a permanere in chi è colpito, nel profondo, come un segno caduto per guadagnare una fuga dello sguardo su un passaggio conchiuso come quello quotidiano. E’ questo il battesimo essenziale con cui le cose si danno al loro Dio in un aspetto assunto solo per mentirsi. L’immagine di questa singola goccia, del potere che significa cadendo sul capo di una persona, definisce più che molte pagine, la poesia di <strong>Fina Garcìa Marruz</strong>. poetessa cubana nata nel 1923 e voce femminile tra le più significative della poesia ispanoamericana del secolo scorso. Il potere battesimale di una goccia d’acqua, caduta su una certa strada percorsa sempre, è in grado anche di cauterizzare l’elargizione di un entusiasmo, come di quelle magie eccessive che le persone si scambiano volentieri a dimostrazione di qualcosa. La goccia è una cattura magica dell’eccesso, stana dal sogno delle cose, per ridare loro una verosimiglianza al reale. L’esattezza della trappola cui la goccia ti destina o ti libera mirandoti, è data dalla pratica alchemica dell’acqua come se di volta in volta quell’unica goccia che ti colpisse dall’alto, fosse un distillato di innocenza, deprivazione, necessità, una metamorfosi del creato che secerne in una goccia lo stato d’anima più terribile, quello che monta un agguato sempre.<span id="more-32352"></span> “Quando in mezzo alla gioia del gioco sentivo all’improvviso come se tutto si vuotasse: una volta mi accadde mentre mi lavavo la testa e allora vidi la pila dell’acqua diventare spaventosamente vuota, un’altra volta ero nel parco: io tremavo di paura ma non che mi succedesse qualcosa, bensì che sopraggiungesse “quello” che io conoscevo bene, che andava e veniva quando voleva lui e non io” (Fina Garcìa Marruz). La poetessa sa bene di non sapere quando e come, di essere sorpresa dal battesimo essenziale di chi vive all’aperto di un porto in cui a salpare e ormeggiare sono solo i bastimenti che accettano la loro sospensione sul mistero dell’acqua.</p>
<blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><em>Non è che gli manchi/ il suono,/è che possiede/ il silenzio fgm</em></p></blockquote>
<p>di <strong>Fina Garcìa Marruz</strong></p>
<p>Attenti voi a camminare per le strade strette dell’Avana Vecchia – ufficio, tipografia, ministero, pasticcini profumati color violino-, attenti potreste di colpo essere sorpresi dalla goccia d’acqua che discende da un piano alto, che può cadervi nel mezzo della testa, sulla spalla, sull’abito, senza preavviso, attenti a questa goccia d’acqua che sta sempre lì sospesa come una minaccia, attenzione, che potremmo mutarci in mendici imprevisti e far sì che i nostri passi lambiscano, con fame di cane, le lattine. Non andate voi che conoscete questo battesimo essenziale, fastidio e orgoglio dei suoi iniziati, a uno dei suoi più diafani misteri. Entrino solo quelli che apprezzano l’esattezza di quella trappola che ci toglie dall’eccessiva magia della passeggiata del mattino, o di un mezzogiorno quando la luce si squaglia lì, come un pezzo di marzapane natalizio, o della notte quando gli androni creano ombre gialle. Questa goccia d’acqua da sola contiene, nella sua triplice essenza, qualcosa che non sapevamo, che sì sapevamo, di questa Avana Vecchia, in lei sublimata – pipì di bimbo, annaffiatura del balcone povero, lacrima – saluto distratto con cui la strada premia, come può il nostro passaggio d’amore nella sua luce alta e ripartita, che sempre corteggia il bianco e l’azzurro imprigionati nella vetrata o il suo spruzzo tra l’odore di molluschi putridi e la nave che sta per salpare.</p>
<p>°</p>
<p>Voglio scrivere con il silenzio vivo.</p>
<p>Voglio dire quello che la mano dice.</p>
<p>Perché tu leggi meglio il testo vivo</p>
<p>E l’anima nella sua lotta muta scrive.</p>
<p>A volte l’ombra bianca batte la roccia</p>
<p>Di spumeggianti caverne e ne orla</p>
<p>Le fauci con una frangia che fa e disfa</p>
<p>Segni che tu decifri. Che la bocca</p>
<p>taccia e dia nel bianco nell’eroico</p>
<p>sforzo che si perde. La poca luce,</p>
<p>l’allontanarmi da te d’ogni giorno,</p>
<p>sono pause del senso, incompiute</p>
<p>immagini di me. La linea informe</p>
<p>salta e completa tu, la melodia.</p>
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	</item>
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		<title>&#8220;Il mio Afghanistan&#8221; di Federica Iezzi</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 06:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gisy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[assistenza]]></category>
		<category><![CDATA[cardiochirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Iezzi]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[mutilazioni]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[  Ciao amica mia, come stai? E&#8217; un po’ di tempo che non ti scrivo!! Spero tutto vada bene. Come va a scuola? E i tuoi figli? E tu? Io sono a dirigere la cardiochirurgia pediatrica-congenita a Kabul, in Afghanistan. In Africa sono stata bene, a parte qualche divergenza di pensiero sul management dell&#8217;ospedale, ma [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33008&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"> <a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/federica-iezzi.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-33009" title="federica iezzi" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/federica-iezzi.jpg" alt="" width="144" height="108" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Ciao amica mia, come stai? E&#8217; un po’ di tempo che non ti scrivo!!</p>
<p style="text-align:justify;">Spero tutto vada bene. Come va a scuola? E i tuoi figli? E tu?<br />
Io sono a dirigere la cardiochirurgia pediatrica-congenita a Kabul, in Afghanistan. In Africa sono stata bene, a parte qualche divergenza di pensiero sul management dell&#8217;ospedale, ma in ogni caso ho pensato ad operare il più possibile e alla perfezione. Adesso mi sto abituando all&#8217;Afghanistan, che è totalmente diverso sia politicamente che praticamente ad ogni altro posto. E&#8217; un paese che soffre ancora parecchio per la guerra, ci sono edifici pieni di buchi di kalashnikov o crollati, polvere dappertutto. L&#8217;ospedale dove sono è un edificio degli anni &#8217;70, ristrutturato e con tutto il necessario per far funzionare una cardiochirurgia, ma si sente che è un edificio che ha passato la guerra. Devi stare attento a parecchie cose, compresi gli accordi vari tra le fazioni (governo, talebani, mujaheddin, per non parlare delle &#8220;spinte&#8221; degli stati limitrofi Pakistan, India, Emirati Arabi). Non è proprio facile dirigere qualcosa qui, perchè devi avere contatti con tutte queste figure e devi cercare di incastrare tutto alla perfezione senza creare malcontenti. Un errore qua ti può anche far saltare in aria, da quello che ho capito. Ma per ora va bene, faccio il mio lavoro bene, opero praticamente solo bimbi, anche se mi è capitato qualche adulto e per ora ho risolto tanti problemi chirurgici che in questo posto non si sarebbero mai risolti. Conta che la &#8220;mia&#8221; cardiochirurgia è l&#8217;unica in tutto l&#8217;Afghanistan, per cui le persone arrivano da ogni angolo.<span id="more-33008"></span> Sto bene, le persone sono fantastiche, i pazienti sono bellissimi. In tutto l&#8217;Afghanistan l&#8217;ospedale dove lavoro è quello di riferimento principalmente per i cardiopatici congeniti ma a dire la verità vedo e faccio di tutto, dalla chirurgia toracica alla vascolare, alla cardiochirurgia acquisita e congenita adulti e bimbi piccoli piccoli. Ho iniziato programmi di training per il personale ospedaliero locale. Ho aiutato alcuni studenti afgani ad avere finanziamenti per frequentare le scuole di specializzazione in cardiochirurgia in Pakistan e in India. Perchè penso che i medici afgani sono il futuro dell&#8217;Afghanistan e non di certo io, una povera piccola italiana. Insomma vivo così e nel mio piccolo cerco di fare il meglio e di aiutare concretamente chi ne ha bisogno. E&#8217; tutto quello che ho sempre sognato di fare nella vita, non mi è mai interessato avere un posto fisso, guadagnare ogni mese lo stesso stipendio ma non fare quello che amo. Io ho sempre detto: se in cardiochirurgia non sono un fuoriclasse ma solo un chirurgo mediocre in mezzo ad un mondo cardiochirurgico di mediocrità, ritorno a fare la cameriera. Per fortuna non sono tornata a fare la cameriera!<br />
Scrivimi ogni tanto, quando hai tempo o magari quando ti senti un po’ sola!<br />
Un abbraccio gigante.<br />
Fede<strong></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Il mio Afghanistan</strong><strong></strong></p>
<p style="text-align:center;"><em>“Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti,<br />
né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri”</em></p>
<p style="text-align:justify;">                                                                                                                                                                   Saib-Tabrizi</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/afgh-paesaggio.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-33010" title="afgh paesaggio" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/afgh-paesaggio.jpg" alt="" width="276" height="182" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">   Una distesa di montagne impenetrabile, dipinta del colore candido della neve, con un labirinto di vie sfumate che sembravano essere state tracciate solo con la matita, capaci di sparire nel nulla da un momento all&#8217;altro.</p>
<p style="text-align:justify;">Sulle montagne che circondavano come una poderosa cintura Kabul, irrompevano grossi massi bianchi. Le traiettorie rettilinee tra questi massi indicavano le zone prive di mine antiuomo, per cui le zone sopra le quali era possibile camminare.</p>
<p style="text-align:justify;">Non è stato difficile capire che ero atterrata in un Paese che portava ancora profonde e insabbiate ferite di una estenuante guerra. Quello che si respirava nelle strade di Kabul era l&#8217;aria fredda e secca della montagna e la polvere in grado di permeare ogni cosa, perfino quell&#8217;aria che sembrava immacolata. Il fragile sole riscaldava la terra arida ma era poco per coprire la rigidità dell&#8217;inverno. Ogni angolo era occupato da militari e polizia locale con in braccio le loro armi e con le cartucciere a tracolla. Apparivano repentinamente quasi scolpiti nel paesaggio. Sfrecciavano invisibili mezzi e personale dell&#8217;UN e della NATO con tutti quei nomi strani delle varie &#8220;missioni di imposizione della pace&#8221; che si sono susseguite.</p>
<p style="text-align:justify;">Ai lati delle strade caotiche, in continuo mutamento, vive e vissute, vecchi uomini dai lineamenti scolpiti vendevano legna. Avevano una lunga barba curata, erano vestiti con i loro <em>shalwar</em>, larghi e cascanti pantaloni a mezza gamba, e lunghe casacche chiare con sopra una specie di gilet scuro ed erano coperti da ispidi mantelli di lana. Il loro capo era coperto dai <em>chapans</em>, dalle <em>kefiah</em> o dai <em>pakul</em>. E rispetto alla posizione del copricapo, si poteva percepire se erano sciiti o sunniti.</p>
<p style="text-align:justify;">Una donna per stare fuori di casa doveva mettere il velo. Le anziane donne portavano il <em>burqa</em> afghano blu, con una retina posta all&#8217;altezza degli occhi che permette solo una visione parziale, si vede solo ciò che è davanti a te e non lateralmente. Le donne adulte invece indossavano il <em>chadar</em>, simile al burqa completo, con la differenza che sul davanti questi abiti coprivano solo il petto, le braccia rimanevano scoperte. Le origini di questi indumenti risalgono ai primi anni del &#8217;900, con la motivazione di proteggere la bellezza delle donne, la profondità degli occhi e il colore della pelle. Il Corano infatti parla della sola copertura del capo, non accenna invece alla copertura del viso o del corpo. Le ragazze portavano solo la <em>hijab</em>. Le bimbe erano autorizzate a tenere il capo scoperto, anche se tutte, incredibilmente, sceglievano di mettere un sottile velo sulla testa, forse più per ripararsi dal freddo.</p>
<p style="text-align:justify;">Le case erano costruite con mattoni di fango, intonacate dallo stesso fango, e apparivano, agli occhi ingenui, protette da alte mura di cinta. Attraverso le fessure nei muri, passavano indisturbati i raggi di quel fragile sole.</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;ospedale era affacciato su uno dei viali più grandi di Kabul, in una zona vecchia della città, dove negli anni &#8217;20 sorgeva il primo ospedale, devastato dalla guerra. Sono rimasti solo la muratura di un vecchio edificio, pieno di buchi di kalashnikov, e un ponte che metteva in comunicazione due ali dell&#8217;ospedale. Tutto era circondato da conifere che creavano un vasto giardino interno. Oggi di quegli alberi sono rimasti solo alcuni abeti, del giardino non è rimasto nulla, solo ghiaia polverosa e un&#8217;altalena di ferro dove i bimbi giocano senza allegria. La terra è  disseminata dai segni della guerra: frammenti di proiettili, alberi sfrondati e spogli, macerie di muri crollati.</p>
<p style="text-align:justify;">Il saluto per queste persone è l&#8217;inizio di una conoscenza profonda che non ci si aspetta, ma che invece contro tutto e tutti si arricchisce ogni giorno di piccole cose. Il palmo della mano destra portato sul cuore mentre si scandisce <em>“Salam alaykum”</em> e una tazza dell&#8217;asiatico te verde bollente senza zucchero: si inizia così. I pasthun, tra i più conservatori, componente etnica principale dei talebani, raccontavano le loro storie di guerra, come facevano i nostri nonni con la seconda guerra mondiale. Loro non hanno mai lasciato l&#8217;Afghanistan per i campi profughi pakistani, per l&#8217;Iran, l&#8217;India e l&#8217;Europa; nei momenti più difficili, loro erano accanto alla loro terra.</p>
<p style="text-align:justify;">Convivono decine di etnie in Afghanistan, quattro sono le principali: pashtun, tagiki, uzbeki, hazara, con le loro rispettive quattro lingue: pashtu, dari, uzbeko, hazaragi. Queste popolazioni sono disposte ai quattro angoli della cartina afghana. Le montagne e la lacuna di comunicazioni, danno oggi il risultato che questi quattro popoli, figli della stessa terra, non si possano comprendere tra di loro.</p>
<p style="text-align:justify;">I pashtun hanno grandi occhi marroni, la carnagione scura e molti di loro hanno la barba curata, segno distintivo di un uomo diventato adulto.</p>
<p style="text-align:justify;">Capelli e occhi scuri  disegnati sulla pelle chiara: è la fisionomia dei tagiki.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli uzbeki, ruvidi e duri, hanno occhi a mandorla, gote rosse, perchè abitano alte montagne, e capelli corvini.</p>
<p style="text-align:justify;">Il popolo hazara, dai lineamenti marcatamente asiatici, discendono da incroci tra guerrieri mongoli. Hanno visi tondi come bamboline cinesi, pelle chiara con qualche lentiggine, occhi azzurri, capelli ramati.</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;<em>adhan</em> in Afghanistan si infiltra tra le vette elevate delle montagne, attraversa le vallate, punge l&#8217;aria fredda per arrivare nelle case di chi aspetta di pregare. Il richiamo lento e scandito accompagna gli uomini e le donne che sopravvivono grazie al ripetersi di questi semplici rituali.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo splendido Paese continua a ferire se stesso in uno spaventoso susseguirsi di alleanze, tradimenti e massacri. Non immagini mai il rumore di un&#8217;esplosione fino a che il fragore violento non ti entra prepotentemente nelle orecchie e non ti rimbomba in testa per giorni. Perchè la bomba non fa differenza tra bambini, anziani, malati o sani. E dopo pochi minuti, ti ritrovi inerme dentro un enorme ospedale, in compagnia solo delle grida di centinaia di bambini, che invece per natura dovrebbero correre e giocare liberi sulle strade. Tutti aiutano tutti, questa gente è speciale. Ognuno di loro lotta per la vita e, nella più sconvolgente disperazione, trova il tempo per aiutare chi gli è accanto in quel momento, non importa se è sciita o sunnita, pashtun o hazara. Si pensa alla sala operatoria come ad un luogo magico, da cui si ritorna come prima. Ma in quella stanza non c&#8217;è Dio, ci sono solo poveri uomini che cercano di fare tutto quello in loro possesso, nel disastro più estremo, per strappare anche un bimbo in più da una morte sleale. Ci sono cose che non si possono raccontare, l&#8217;unica maniera di conoscere è sentire e vedere.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono affascinanti i minuscoli panifici di Kabul. In Afghanistan molte famiglie dipendono da questa attività e dal consumo del <em>Nan-i-Afghani</em>, il pane non lievitato che mangiano tutti gli afghani.</p>
<p style="text-align:justify;">All’interno dei negozi, ci sono spesso bambini vestiti di bianco, scalzi, nonostante le temperature glaciali, che lanciano mucchietti di pasta ammassata al cuciniere. Questo, dopo averla stesa, la introduce ordinatamente in forni verticali, differenti dai nostri forni dalle forme orizzontali e con due ferri lo fa aderire alle pareti. Dopo pochi secondi lo tira fuori, fragrante e caldo. E sorridono, divertiti per l&#8217;intrusione di stranieri buoni.</p>
<p style="text-align:justify;">In alcune zone di Kabul i mujaheddin tagliarono le linee per la conduzione elettrica. Per cui nel bel mezzo di una città, che fa di tutto per mostrarsi moderna e competitiva con la prosperità occidentale, appaiono queste zone prive di luce elettrica e illuminate nella notte solo da flebili fiammelle. In queste zone, il balcone di ogni casa è dotato di un piccolo generatore di corrente. Il rumore che proviene da quell&#8217;aggeggio è continuo e penetrante. Dopo il tramonto del sole, Massud e i suoi “combattenti per la fede”, non permettevano quel rumore, così tutti i generatori si spegnevano e nelle case iniziavano a comparire fioche luci, date dal fuoco.</p>
<p style="text-align:justify;">Al tramonto le vie di Kabul sono deserte, solo le ombre non definite di persone senza una casa, si riscaldano ai piedi di piccoli fuochi, ai lati delle strade.</p>
<p style="text-align:justify;">Nell&#8217;intenso buio si vedono solo girare i lampeggianti blu delle auto della polizia locale, si intravedono uomini armati ad ogni incrocio, con indosso una sorta di passamontagna nero e con grosse torce in mano. Non è difficile notare che al passare di ogni auto, questi uomini guardano, come prima cosa, se le donne portano il capo coperto. Quando nella notte di Kabul, apparivano come fulmini, lampeggianti verdi, ti dovevi aspettare massicci mezzi blindati che solcavano le strade, con le loro scritte <em>“Army”</em>, e ti dovevi aspettare una perquisizione attenta ed accurata.</p>
<p style="text-align:justify;">Arti artificiali, grucce e sedie a rotelle sono parte integrante del commercio afghano. Enormi gruppi di bambini affollano le riabilitazioni dopo essere saltati su una mina antiuomo, mentre in primavera rincorrevano i loro aquiloni, e dopo aver perso le gambe e le mani. Aspettano la loro protesi e, senza versare una lacrima, iniziano il rito. Indossano una calza di lana marrone, utilizzata per non creare piaghe sullo strato delicato di pelle che risulta dopo un&#8217;amputazione, poggiano la protesi a terra e la indossano con un movimento sicuro e veloce. Le lunghe sale li aspettano. Pronti, iniziano a camminare, appoggiati alle sbarre di metallo.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel centro della città, quasi tutti i piccoli edifici a un piano che si affacciano sulle strade, ostruite di traffico e di bambini, che corrono tra buche e deviazioni, da un&#8217;auto all&#8217;altra, elemosinando o vendendo piccoli articoli, sono botteghe in cui si macella carne, si vendono stoffe, pelli o tabacco, si riparano scarpe.<em> </em></p>
<p style="text-align:justify;">Questi edifici si nascondono tra<em> </em>alti muri in cemento, i cui profili sono disegnati da filo spinato, tra  fortini in miniatura, dotati di sacchi di sabbia e poliziotti o militari afghani armati di mitragliatori, con lunghe cartucciere sempre piene e a vista, come accessorio.</p>
<p style="text-align:justify;">Elicotteri sorvegliano il cielo e fanno tremare la terra. La gente cammina indisturbata sui malaticci marciapiedi tra fucili, granate e pistole, tra kalashnikov e veicoli blindati, ognuno con un uomo alla mitragliatrice in torretta. Comprano e vendono davanti ai muri che mostrano ancora i grossi fori dei proiettili sparati durante la guerra, sotto grossi cartelloni pubblicitari di acciaio, vagamente simili a quelli occidentali, che promuovono la Roshan.</p>
<p style="text-align:justify;">Sembra che tutta la violenza di queste immagini quotidiane sia percepita come lontana e non come qualcosa che ti è di fronte e che può perdere il controllo da un momento all&#8217;altro.</p>
<p style="text-align:justify;">A me in Afghanistan regalano un pugnetto della prima neve della stagione, segno di grande stima e rispetto, perchè non sono qui per progettare sistemi operativi Pakistani o per prendere notizie dai servizi segreti spagnoli, ma sono in mezzo all&#8217;abbandono di pashtun, hazara, tagiki e uzbeki per curare i loro bambini, che un giorno prenderanno il posto di quelle persone che hanno massacrato la vita di questo paese.</p>
<div style="text-align:justify;">
<p><strong>                                                                                                                                                                                                                Federica Iezzi</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
</div>
<p style="text-align:justify;" align="center"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;" align="center"><strong>  I meno due gradi delle notti afgane</strong></p>
<p style="text-align:center;" align="center"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/afgh-donna-occhi-verdi.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-33011" title="afgh. donna occhi verdi" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/afgh-donna-occhi-verdi.jpg" alt="" width="197" height="256" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Soraya arriva dal sud dell&#8217;Afghanistan, terreno incontrastato dei talebani. Hanno scelto questo nome dal plurale di <em>“talib”</em>, che significa: colui che cerca la conoscenza. Sono apparsi come i primi difensori disinteressati dei più deboli, contro i rapaci signori della guerra, per poi finire ad applicare la più rigida e inumana interpretazione della <em>shari&#8217;a</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;abbiamo chiamata un tardo pomeriggio sul telefono per andarla a prendere nella sua casa vicino Kandahar e per portarla in ospedale. Ma il telefono non squillava, non sembrava nemmeno spento. Poi mi hanno spiegato che nella terra dei talebani tutte le comunicazioni, per cui anche le linee telefoniche, vengono interrotte ogni giorno dalle cinque del pomeriggio alle sette del mattino successivo.</p>
<p style="text-align:justify;">Con la sua mamma ha dovuto camminare per tre giorni, prima di arrivare a Kabul, nei meno due gradi della maggior parte delle notti afghane. La mamma ha perso un braccio durante la guerra, quando i frutteti di melograni afghani sono improvvisamente diventati pesanti e aridi campi, disseminati di mine antiuomo.</p>
<p style="text-align:justify;">La mamma di Soraya mi racconta in pashtu che mentre si esce dagli ultimi sobborghi dei centri abitati, negli spogli e devastati altipiani, non è raro incontrare cimiteri, anche non lontani dalle abitazioni. Le tombe sono indicate con pezzi di lamiera o spuntoni di sassi piatti e c&#8217;è una netta separazione tra quelle pashtun e quelle hazara. Non c’è più un fiore e raramente si intravede un nome. Quando era ancora una ragazza, amava raggiungere quella Kabul dai soli 600.000 abitanti, con case semplici e pulite, al massimo costruite su due piani. Adesso fa fatica a riconoscere la Kabul dai sei milioni di abitanti, con palazzi alti quanto le montagne brulle e con un traffico disorganizzato e disarmonico. I talebani hanno proibito le immagini del mondo dei sogni di Bollywood o di Hollywood, che una volta erano disseminate sui muri della città, perchè non è consentito guardare una immagine senza anima, per preservare l&#8217;integrità e il carattere islamico dell&#8217;Afghanistan.</p>
<p style="text-align:justify;">A Soraya abbiamo tolto il tubo che l&#8217;aiutava a respirare solo dopo due ore dall&#8217;intervento al cuore. Una cosa che può risultare naturale nei paesi facoltosi, dai grandi sprechi, qui diventa un grande successo. Viste le spese altissime, contro cui una famiglia deve combattere per raggiungere un ospedale, almeno per chi ha la fortuna di avere uno stipendio che oscilla tra uno e tre dollari al mese. Visti i nemmeno 10 chili che i bambini pesano a 5 anni. Visto che invece di usare le bruciature sulla pelle all&#8217;altezza del cuore, una madre può vedere correre la propria figlia, senza il terrore di trovarla ferma ai bordi delle strade polverose, con la schiena curva per la mancanza d&#8217;aria.</p>
<p style="text-align:justify;">Spesso Soraya dimenticava di indossare il suo velo, quando correva su e giù per il corridoio del reparto, sempre inseguita dagli occhi vigili della mamma, così i suoi capelli corvini sembravano trasportati dal vento. Quando era stanca si aggrappava al lungo abito di velluto della mamma, alzava la sua innocente manina per salutare tutti e tornava nel suo letto. La madre stendeva un tappetino per terra e insieme alla figlia iniziava la <em>ṣ</em><em>alāt al-</em><em>ʿ</em><em>a</em><em>ṣ</em><em>r </em>,la preghiera del pomeriggio.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>                                                                                                                                                                                                     Federica Iezzi</strong></p>
<p style="text-align:justify;">French Medical Institute for Children &#8211; Kabul (Afghanistan) &#8211; Surgical mission 2011-2012</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em> </em></strong></p>
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		<title>the artship: Ferdinando Scianna punge la Sicilia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 23:07:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolapluchino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paola Pluchino]]></category>

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		<description><![CDATA[Palermo rievoca la sua memoria Ferdinando Scianna e la Sicilia- “da porta a Porta” è il titolo della mostra inaugurata il 17 dicembre 2011, visitabile fino al 22 gennaio 2012 a Palermo. Oltre 70 fotografie in bianco e nero e a colori che raccontano le tradizioni dell&#8217;isola, la sua bellezza quasi carnale, le sue contraddizioni, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33107&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Palermo rievoca la sua memoria</p>
<p><strong>Ferdinando Scianna e la Sicilia- “da porta a Porta” </strong>è il titolo della mostra inaugurata il 17 dicembre 2011, visitabile fino al 22 gennaio 2012 a Palermo. Oltre <strong>70 fotografie</strong> in bianco e nero e a colori che <strong>raccontano le tradizioni dell&#8217;isola</strong>, la sua bellezza quasi carnale, le sue contraddizioni, l’immaginazione segreta che i suoi riti provocano.</p>
<p>Un neorealismo duplice non solo teorico, del costume e della luce, del sofisticato bianco e nero di merletti e lutti, di devozione e di folklore ma anche pratico e contingente.<span id="more-33107"></span></p>
<p>La mostra ha infatti due sedi espositive: l&#8217;<strong>Oratorio dei Santi Elena e Costantino </strong>e il <strong>Loggiato San Bartolomeo</strong>, in un percorso che vuole collegare idealmente le due principali porte di Palermo: <strong>Porta Nuova (Palazzo d&#8217;Orleans)</strong> e <strong>Porta Felice (Foro Italico).</strong></p>
<p>Il nervo vago della mostra, dal cuore al mare della città, indica un itinerario simbolico, tracciato  da 70 banner bifacciali appesi lungo l’asse viario di Via Vittorio Emanuele.</p>
<p>Comune denominatore, l’espressività dei soggetti fotografati che si fa poliedrica e in divenire, <em>passage</em> del tempo che attende all’icona: il volto scavato di un penitente al santuario dei Santi Alfio, Cirino e Filadelfo, a Tre Castagni sulle falde dell&#8217;Etna; la processione notturna a Baucina, per la festa di Santa Fortunata; ma anche la lava incandescente del vulcano in eruzione o il bianco delle miniere di sale; e ancora, i <strong>ritratti di Leonardo Sciascia</strong> e <strong>Gesualdo Bufalino</strong>, lo sguardo ridondante di <strong>Martin Scorsese</strong> mentre mostra la foto di sua madre in fasce.</p>
<p>Le terre della rimembranza, nei volti e nei luoghi di un’umanità a volte troppo lontana dalla frenesia, scostante verso i cartelli della moda, viaggiatrice della sua propria anima di sale e lava, pur qui, di fronte all’obiettivo del fotografo, si lasciano cogliere, ambientando l’immagine nella veste della percezione storica, dal remoto al suo contrario.</p>
<p><a href="http://www.theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/?p=1174">La Redazione The ArtShip</a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33107/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33107&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>CARLA DE ANGELIS- note di Narda Fattori</title>
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		<comments>http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/01/18/carla-de-angelis-note-di-narda-fattori/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 10:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vdbd2</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Autori qui presentati, presenti, passati]]></category>
		<category><![CDATA[Carla De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Narda Fattori]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni e note di lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Carla de Angelis]]></category>

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		<description><![CDATA[Carla de Angelis, Mi vestirei di mare, Edizioni Progetto Cultura Carla De Angelis non è nuova alla poesia: ha già pubblicato raccolte che hanno riscosso il successo dei lettori e di critici attenti, magari esterni a quel ristretto gruppo che decide chi è poeta e chi è scribacchino. Personalmente considero Carla una poetessa autentica nell’ispirazione, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32996&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/scansione0040ultima-narda-fattori1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-33005" title="scansione0040ultima narda fattori" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/scansione0040ultima-narda-fattori1.jpg" alt="" width="100" height="175" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Carla de Angelis, Mi vestirei di mare, Edizioni Progetto Cultura</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Carla De Angelis non è nuova alla poesia: ha già pubblicato raccolte che hanno riscosso il successo dei lettori e di critici attenti, magari esterni a quel ristretto gruppo che decide chi è poeta e chi è scribacchino.<br />
Personalmente considero Carla una poetessa autentica nell’ispirazione, nel contenuto , nell’uso del linguaggio terso e denso, chiaro e di spessa profondità.<br />
Questo libretto raccoglie alcune poesie già uscite precedentemente in “Salutami il mare” ; “Diversità apparenti” , “Il resto ( parziale) della storia”, libro dialogato con Stefano Martello e “ A dieci minuti da Urano” e alcuni inediti.<span id="more-32996"></span><br />
Il mare ritorna nelle poesie di Carla come movimento inquieto che però quasi sempre si riesce a dominare. E’ come fermo immagine dell’esistenza che , metaforizzata, come l’acqua se immobile si fa stagno, se docile al movimento ondoso trova una riva, e anche una facilitazione a raggiungerla.<br />
Ma non sempre l’onda è domabile con le nostre scarse forze, eppure occorre cavalcarla per non essere sopraffatti. Il mare è anche la grande quieta distesa che rimanda a altri orizzonti, ad altre possibili percorsi , a mete non percepibili, eppure immaginate. E la realtà del sogni non è meno vera di quella che quotidianamente affrontiamo.<br />
Carla è donna di grande forza, e da questa riva guarda, ben salda sull’instabilità della rena e del tempo, con sguardo sereno e fermo, decisa a non farsi travolgere ma a donarsi, ad immergersi fino al limite della sopravvivenza. Essa possiede la lucidità per avere chiara la consapevolezza che le è stato richiesto un surplus di energia , di amore, di pazienza. Non se ne lamenta, sono il suo tratto distintivo, la individuano e la cesellano e spesso lo scalpello che incide duole.<br />
Della figlia, amatissima, dice: “ Non chiedetemi/ gli anni che ha/ Ha gli anni/ del tempo/ che vive.” Non credo che vi sia un amore più oblativo di questo.<br />
A conferma delle mie osservazioni sopra riferite dice Carla :” Temo la vita senza emozioni/ abiti da comprare/ alberi da curare/ stoviglie nuove tappeti/ tappeti da dipingere/ appetiti di tavole imbandite/ desideri da fantasticare/ Temo di più la vita/ Senza il buio della notte/ Senza amore da giocare/ che la morte.” Nitore, ribadisco, chiarezza, consapevolezza: la poesia di Carla non ha fronzoli, non si dilunga in giochi di bella scrittura retorica; essa è contratta sul nocciolo, sfrondata da ogni eccesso, non apodittica ma essenziale: dice quanto basta e quanto serve; ogni parola in più la renderebbe meno efficace .<br />
E non trascura nulla: nelle sue poesie troviamo il compagno e l’amore, la figlia, la solitudine e la paura, l’apprezzamento per le minutaglie del quotidiano che proclamano la loro e la nostra vita: “…./Un gatto fermo sulla soglia/ fingo di non vederlo/ Mi vuole appartenere/ E’ il primo quadro che appendo.” Di nuovo l’oblatività, il non sapersi negare alla vita e anche il non volersi negare: da questi atteggiamenti nascono la grande forza di Carla e i suoi timori a tenere sempre dritta la barra del timone anche quando il mare si fa grosso.<br />
Ripeto che siamo di fronte ad una piccola raccolta antologica con testi inediti; nel corso del libretto non è contrassegnato il libro di provenienza e neppure la data in cui sono state stilate, eppure, leggendo tutte le poesie, non si avverte nessun processo di mutazione, né metrica, né ritmica, né di spessore esperienziale. La poetessa è arrivata al verso e alla poesia con il pieno possesso del bagaglio che serve al poeta e che è costituito da ben poche cose: parole, vissuti, sensibilità, un po’ di spudoratezza per osare mettere a nudo percezioni intime, senso del giusto accordo.<br />
Elencato così questo bagaglio sembra ben poca cosa, ma è dall’accostamento di ogni elemento che fa un poeta e che lo distingue dagli altri.<br />
La poesia di Carla è ben distinta, signoreggia sul ciarpame del dire quotidiano perché non teme di dare a quelle stesse parole, una nuova nascita; ma la poesia , in fondo, è un atto di creazione, di ri-creazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Narda Fattori<br />
Carla De Angelis è nata a Roma ne11944. Ha pubblicato i primi versi nella rivista internazionale &#8220;Pensiero ed Arte&#8221; e collaborato all&#8217;antologia dedicata a Dante Alighieri nel VII centenario della nascita. Nel 1995 il Presidente delIa Repubblica le ha conferito l&#8217;onorificenza di &#8220;Cavaliere al merito della Repubblica Italiana&#8221;. Ha pubblicato: Salutami il mare; Diversità apparenti, libro dialogato con Stefano Martello; Il resto (parziale) della storia, vincitore al concorso &#8220;Albero Andronico&#8221;; “ A dieci minuti da Urano&#8221; (poesie di tentata conquista), secondo classificato al premio &#8220;Vittoria Colonna&#8221; 2011.</p>
<p style="text-align:justify;">*<br />
Non sai del tempo<br />
Guardo il tuo bel viso<br />
I tuoi capelli biondi<br />
Lui ti riconosce</p>
<p style="text-align:justify;">Piove gocce di luna<br />
Ad imbiancarti</p>
<p style="text-align:justify;">*<br />
Chiami sempre<br />
finanche quando dormi<br />
mamma &#8230; mamma<br />
mamma m&#8217;aiuti?</p>
<p style="text-align:justify;">Resto orfana<br />
quando vai in vacanza<br />
*<br />
Esco da me guardo la mia casa<br />
stupisco dei suoi muri del colore delle pareti</p>
<p style="text-align:justify;">Mattoni animati nelle mani del muratore<br />
birre bevute da volti sudati</p>
<p style="text-align:justify;">Bottiglie vuote risate passi stanchi<br />
nel portare carriole di sabbia</p>
<p style="text-align:justify;">Racconti di famiglie che aspettano soldi<br />
le stanze prendono forma</p>
<p style="text-align:justify;">Un gatto fermo sulla soglia<br />
fingo di non vederlo</p>
<p style="text-align:justify;">Mi vuole appartenere<br />
E&#8217; il primo quadro che appendo</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Quando la terra e il cielo<br />
concepiranno altri figli</p>
<p style="text-align:justify;">tornerò a visitare il mondo<br />
come un missionario un presidente</p>
<p style="text-align:justify;">un attore un grande musicista<br />
un insigne professore</p>
<p style="text-align:justify;">Pulirò le strade taglierò l&#8217;erba<br />
scriverò del contadino</p>
<p style="text-align:justify;">del muratore e della casalinga<br />
Con l&#8217;argilla plasmerò</p>
<p style="text-align:justify;">la coppa del segreto<br />
rubato al tempo</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">*<br />
Un touch e scompare un volto<br />
rotolano nel cestino lettere messaggi</p>
<p style="text-align:justify;">tutti i baci e gli abbracci<br />
il respiro di un lungo tempo</p>
<p style="text-align:justify;">luoghi di tanti racconti<br />
mille e più amici</p>
<p style="text-align:justify;">Attenzione<br />
il nemico è silenzioso</p>
<p style="text-align:justify;">nessuno riposi<br />
nessuno riposa</p>
<p style="text-align:justify;">disperato a recuperare<br />
quel battito dal volto invisibile</p>
<p style="text-align:justify;">perso nello spavento del file<br />
Dovessi morire adesso<br />
nessuno saprebbe i pensieri</p>
<p style="text-align:justify;">che questa sera penso<br />
non potrei ordinarmi fra le lenzuola</p>
<p style="text-align:justify;">ritrovare lo stesso sogno<br />
che nel sonno tornava a casa</p>
<p style="text-align:justify;">A nessuno potrei dire<br />
l&#8217; incanto di quel sabato</p>
<p style="text-align:justify;">mancherei a tutti gli appuntamenti<br />
Fermo il cuore</p>
<p style="text-align:justify;">le gambe e lo stomaco non proverebbero più tremiti<br />
Il cellulare nuovo?</p>
<p style="text-align:justify;">La pasta che a malavoglia ho lasciato<br />
per il pranzo di domani?</p>
<p style="text-align:justify;">Un attimo e sarà come non avessi<br />
più bisogno del respiro</p>
<p style="text-align:justify;">Che farei delle mie mani pronte<br />
a trattenere il vento per non sbandare<br />
a contare i giorni di coraggio<br />
posati sulle ginocchia?</p>
<p style="text-align:justify;">Amici e parenti<br />
vuoteranno armadi bruceranno foto</p>
<p style="text-align:justify;">imbiancheranno le pareti della mia stanza</p>
<p style="text-align:justify;">solo il computer conserverà memoria</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32996/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32996&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La straniera</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 04:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vivianascarinci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
		<category><![CDATA[Amal al-Juburi]]></category>
		<category><![CDATA[antonella foderaro]]></category>
		<category><![CDATA[Enheduanna]]></category>
		<category><![CDATA[filosofi per caso]]></category>
		<category><![CDATA[francesco colia]]></category>
		<category><![CDATA[Joumana Haddad]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia arba]]></category>
		<category><![CDATA[Rita El Khayat]]></category>

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		<description><![CDATA[di Viviana Scarinci Su un memorabile articolo che Antonella Foderaro scrisse qualche tempo fa, l’autrice condusse un’avvincente disamina sulla figura dello straniero. Circumnavigando  tematicamente Pasolini, attraverso uno dei suoi racconti più intensi come Atti impuri, la Foderaro culminò il discorso in questi termini “Non è più sufficiente parlare di razzismo (in tutte le sue declinazioni), gridare e piangere l’ingiustizia del sistema, poetizziamo piuttosto, “reinventiamo” il linguaggio, solo così rivoluzioneremo il sistema che abbiamo ereditato e che ci veste male, anzi che denuda le nostre deficienze.” La mancata poetizzazione del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32094&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/img059.jpg"><img title="img059" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/img059.jpg?w=300&#038;h=104" alt="" width="300" height="104" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">di <a href="http://vivianascarinci.wordpress.com/"><strong>Viviana Scarinci</strong></a></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Su un memorabile <a href="https://vivianascarinci.wordpress.com/2009/10/09/ascoltando-la-voce-dell%E2%80%99altro/">articolo che Antonella Foderaro scrisse </a>qualche tempo fa, l’autrice condusse un’avvincente disamina sulla figura dello straniero. Circumnavigando  tematicamente Pasolini, attraverso uno dei suoi racconti più intensi come Atti impuri, la Foderaro culminò il discorso in questi termini “Non è più sufficiente parlare di razzismo (in tutte le sue declinazioni), gridare e piangere l’ingiustizia del sistema, poetizziamo piuttosto, “reinventiamo” il linguaggio, solo così rivoluzioneremo il sistema che abbiamo ereditato e che ci veste male, anzi che denuda le nostre deficienze.” La mancata poetizzazione del linguaggio denuncia quindi le nostre deficienze anche sociali. Questo in primo luogo però dovrebbe rassicurare sul fatto che la poetizzazione delle cose è accessibile almeno quanto la facoltà che  tutti hanno di cambiare il linguaggio attraverso cui si esprimono, seguendo un’evoluzione non solo mimata. La terminologia corriva, il ripetersi di immagini che riducono il pensiero a stereotipi svuotati di senso, imprigionano in una deficienza che non crea vera azione o che rende le azioni inaccessibili al cambiamento, e il linguaggio incapace di rinnovare un senso delle cose che pure essendo il medesimo di prima, prende le sfumature precipue del caso in ogni minuzia e solo in ciò trova la differenza che permette di narrare una storia vera. Non ho potuto pensare che questo quando mi è stato comunicato che il tema del secondo numero della rivista cartacea Filosofi per caso, di cui Antonella Foderaro è cofondatrice insieme a Francesco Colia, sarebbe stato Lo straniero. <span id="more-32094"></span>Pensando a questo ho compilato una brevissima galleria di ritratti femminili di donne arabe contemporanee, dedite soprattutto alla poesia e alla letteratura, nella convinzione che il primo stereotipo della sottomissione della straniera  fosse sbugiardabile mostrando come il linguaggio di diverse autrici arabe fosse in grado di smontare, anche limitandosi a pochi incisi, leggende metropolitane annose e massimamente nocive. Il secondo numero della rivista mi dimostra più di quanto già non fossi convinta, la coerenza e l’assoluta necessità del lavoro che la redazione di Filosofi per caso, col blog prima e ora con la rivista, stanno svolgendo da molto tempo. L’originalità con cui in ogni articolo si affronta lo straniero e le differenze a cui questo costringe lo sguardo, le suggestioni  che molte immagini scelte per il numero sanno suscitare, confermano a mio avviso la necessità di reinvenzione poetica del presente in primo luogo attraverso l’effettiva comunicazione tra sé e l’altro da sé, come denunciava Antonella Foderaro assai prima di adesso.</em></p>
<h3>[<em>articolo</em> <em>apparso sul numero 2 della rivista <strong>Filosofi per caso</strong> nata dal <a href="http://www.filosofipercaso.it/">sito</a></em>]</h3>
<p style="text-align:justify;">Chi scrisse per primo? Potrebbe sorprendere che fosse una donna, una donna sumera, il suo nome era Enheduanna, sacerdotessa e figlia del re Sargon di Akkad e visse circa tra il 2285 e il 2250 a.C. Stando alle iscrizioni poste dietro ad un antico disco di alabastro, Enheduanna è il più lontano autore noto al mondo, le cui opere sono state scritte in caratteri cuneiformi circa 4300 anni fa. <!--more-->Era sacerdotessa di Inanna, la dea della luna, ed è proprio alla dea di cui praticava il sacerdozio che Enheduanna dedicò la sua poesia. Al di là delle numerose leggende sorte intorno a questa figura, leggende che vedono la sacerdotessa in tale profondo rapporto con la sua divinità, da ottenere da questa qualsiasi cosa chiedesse per il suo popolo, i versi di Enheduanna, spiccano per una caratteristica allora sconosciuta, l’utilizzo della parola”io”, della prima persona, per giunta femminile, che spiega attraverso la poesia, la difficoltà e anche la pena delle pratiche legate alla professione del culto di Inanna. Il risultato fu che il suo testo venne ritenuto sacro al punto che 500 anni dopo fu usato come esempio per l’insegnamento dell’arte dello scriba. Enheduanna e Lilith, queste, due tra le figure femminili più antiche che si ricordino, sono al centro della maggiore parte della poetica della poesia araba femminile contemporanea. Scrive Amal al-Juburi riferendosi a Enheduanna</p>
<blockquote><p>Lei era il gioiello di Sargon,<br />
ora è sacerdotessa della frammentazione.<br />
Urlate e non dimenticate,<br />
monumenti maledetti,<br />
che il cuore di Enheduanna<br />
era più grande della<br />
scrittura di questi tiranni</p>
<p>(Amal al-Juburi poetessa irachena nata nel 1967)</p></blockquote>
<p style="text-align:justify;">ma se nel caso della celebrazione di Enheduanna, per una poetessa contemporanea, si tratta dell’esaltazione di un “metodo” di promozione dell’io creativo che lega la scrittrice a un processo di emancipazione femminile della donna islamica del tutto attuale, nel caso di Lilith, l’attenzione dal metodo di emancipazione si sposta sull’alto valore archetipico cui, Lilith, la prima sposa ripudiata da Adamo, finisce per suggerire in buona parte degli scritti a essa dedicati. Da non dimenticare poi che sia Inanna, che Lilith si legano entrambe simbolicamente alla luna, che con i suoi cicli rappresenta il lato femminile del creato. La prima ne è la dea, cioè la componente femminile visibile, cui la donna islamica, secondo la poesia che se ne fa portavoce, assurge a modello dal punto di vista dell’emancipazione pratica, la seconda, Lilith, la luna nera è la faccia di un’intimità esistente e celata che la femminilità araba esalta attraverso molte voci contemporanee ma soprattutto tramite la sua poetessa più significativa, Joumana Haddad</p>
<blockquote><p>Sono Lilith, la tenebra femminile, non la tenebra luce. Nessuna interpretazione mi definisce, non mi piego ad alcun significato. La mitologia mi ha accusato di malvagità, le donne mi hanno trattata da uomo; non sono la donna virile né la donna bambola. Sono il compimento della femminilità mancante. Non dichiaro guerra agli uomini, né rubo i feti dagli uteri delle donne, perché sono il demone ricercato, scettro della coscienza, sigillo dell’amore e della libertà</p>
<p>(Joumana Haddad poetessa libanese nata nel 1970)</p></blockquote>
<p style="text-align:justify;">E’ sempre Joumana Haddad a dare con la poesia, attraverso il suo ultimo libro, Ho ucciso Shahrazad , la misura di un fraintendimento tutto occidentale riguardo la consapevolezza reale della donna araba, nonostante ancora in molti paesi del mondo islamico essa subisca una coercizione volta a celare se non a mortificare molteplici aspetti della sua femminilità. Sottotitolando il libro “Confessioni di una donna araba arrabbiata” la Haddad attacca le credenze e le leggende fomentate da una non conoscenza reale del mondo arabo, così vario e plurale, in riferimento alle donne, rivelando agli “stranieri” l’autonomia, il giudizio, l’intelligenza, l’indipendenza di molte donne arabe di cui non si parla. Ma l’impegno delle donne arabe riguardo l’emancipazione della propria condizione non viene esercitato solo attraverso la poesia, come per esempio nel libro pubblicato da Rita El Khayat, intellettuale marocchina, candidata al Nobel per la pace nel 2008, che come accade sovente tra le donne colte di quelle aree geografiche, si è occupata con impegno e profondità tanto di letteratura quanto di politica. Rita El Khayat è stata la prima donna del mondo arabo a scrivere nel 1999 a un sovrano, Re Mohamammed VI, Epistola di una donna a un giovane monarca . Documento che in meno di due mesi è stato tradotto in undici lingue. Il suo libro, Cittadine del mediterraneo è una puntuale attestazione d’amore per tutto ciò che da secoli concerne la donna marocchina, nelle abitudini, nelle tradizioni, negli obblighi, nelle circostanze effettive del quotidiano, attraverso la spiegazione di parole, oggetti, cerimonie, usanze che sono descritti fin dal nome con occhio amorevole. La scrittura di questo libro è propensa in ogni passaggio a una bellezza che rende a chi legge il servizio di rigenerare e restituire alla contemporaneità una tradizione mondata di quegli aspetti che la rendono troppo pesantemente contenitiva per i nuovi nati in quel contesto</p>
<blockquote><p>In questi ultimi anni si è affermato che la condizione femminile è in genere difficile. Io ho voluto rettificare questa posizione. Essere donna può essere piacevole: le donne sono belle, ridono e scherzano. Raccontano e si raccontano, cantano e danzano. Si vestono di colori sgargianti e di molteplici riflessi cangianti. Amano i gioielli e sanno indossarli, la loro ricerca del piacere è già di per sé una forma di bellezza.</p>
<p>(Rita El Khayat scrittrice marocchina, nata nel 1944)</p></blockquote>
<p style="text-align:justify;">Rita El Khayat, infatti è semplicemente una donna che in queste pagine descrive alla figlia ciò che ama che è anche la condizione germinale della sua esistenza in vita in quanto figlia e nipote di donne marocchine. Per questo la sua scrittura assume una bellezza che va oltre l’aspetto sociologico dell’analisi dettagliata della cultura marocchina e a buon diritto prende il titolo di Cittadine del mediterraneo, indicando a chi legge al di là del Marocco, come sia possibile una cittadinanza restituita ai confini effettivi di se stessa, in qualsiasi ambito geografico culturale si trovi a mediare. Questo epocale lavoro di restituzione alla propria cultura che le intellettuali arabe stanno compiendo, assume un valore che supera l’ambito strettamente legato al loro territorio per via dell’impegno trasversale che quella poetica femminile evidenzia nel rivolgersi alla sua origine per esaltare nel presente la politica di un’emancipazione che può essere considerata esemplare, non solo dal punto di vista della condizione femminile e non solo dalle popolazioni arabe. Riflettendo infatti sull’apparente estraneità di una cultura, può accadere che essa coincida con il disagio, con lo straniamento anche inconscio che una diversità apparente finisce per suscitare. Ma se si pensa allo straniamento come termine con cui si indicano alcuni aspetti emotivi suscitati da “forme” altre, non si può far a meno di pensarlo un movimento interiore anche capace di portare al di fuori di se stesso chi guarda a quelle forme estranee. Ciò magari con il risultato auspicabile che istanze universali come quella dell’emancipazione e del rispetto tra popoli, possano essere assunte nel proprio contesto culturale, in un punto di vista sulle cose presenti e attuali, sensibilmente più ampio e inclusivo.</p>
<p><strong>Libri consigliati</strong></p>
<p><em>AAVV, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori, 2007</em><br />
<em> Joumana Haddad, Il ritorno di Lilith , L’asino d’oro edizioni, 2009</em><br />
<em> Joumana Haddad, Ho ucciso Shahrazad, Mondadori, 2011</em><br />
<em> Rita El Khayat, Cittadine del mediterraneo. Il Marocco delle donne, Castelvecchi, 2009</em></p>
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		<title>&#8220;Il lungo sonno di Giulietta&#8221; di Laura Leoni</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 06:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gisy</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulietta e Romeo]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Leoni]]></category>
		<category><![CDATA[Verona]]></category>

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		<description><![CDATA[           Appesantita di veli, l’ombra di Verona nutre il pensiero di Giulietta nell’idea del suo decesso. La notte e il giorno in un crescente squilibrio, avvicendano notti nei giorni e giorni nelle notti. Con la cuffia slacciata e le labbra ancora bagnate, adagiata su un letto di marmo, Giulietta dorme in [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32820&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"> <a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2011/12/romeo-e-giulietta.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-32824" title="Romeo-e-giulietta" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2011/12/romeo-e-giulietta.jpg?w=201&#038;h=300" alt="" width="201" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">         Appesantita di veli, l’ombra di Verona nutre il pensiero di Giulietta nell’idea del suo decesso. La notte e il giorno in un crescente squilibrio, avvicendano notti nei giorni e giorni nelle notti. Con la cuffia slacciata e le labbra ancora bagnate, adagiata su un letto di marmo, Giulietta dorme in un’apparenza di morte.</p>
<p style="text-align:justify;">   Nella cripta dei Capuleti, un profumo di gigli si disperde tra le colonne e circonda la veste cremisi, sorretta agli orli da babbucce di raso. L’ombra veglia e condivide nelle ore quel sogno, nel lungo sonno di Giulietta<em> </em>aprendosi ala al suo fianco.</p>
<p style="text-align:justify;">   Smagrita, in un colore livido, cosparso di rosa sulle guance, Giulietta si consuma d’amore, aspettando Romeo.<span id="more-32820"></span></p>
<p style="text-align:justify;">   “ Dove sono? Romeo sei qui? Perché non rispondi? Sono io, Giulietta! Non ricordo….non so più chi sono!”</p>
<p style="text-align:justify;">   E’ l’alba, ma per Giulietta tutto si confonde in un respiro trattenuto nel tempo. Solo l’ombra la consola. Il suo corpo, di una bellezza esangue, vive in una stanza di pietra e stringe tra le dita funeree ghirlande nel simbolo di una sposa.</p>
<p style="text-align:justify;">   I suoi pensieri vibrano tra le pareti:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Annientata nel nulla, ripongo la mia speranza nel nulla, affinché il nulla esaudisca i miei desideri, fluttuo nell’aria e sono forse Giulietta? O forse Giulietta dal suo sonno profondo mi ha rilasciato in una buia estensione di cieli dove la morte ha raggiunto anche le stelle!”</p>
<p style="text-align:justify;">   L’ombra di Verona le si acquatta vicino mentre per Giulietta in un’ ascesa evolutiva è difficile associare la sua vera identità, galleggia nell’aria e nel percorso da crisalide via via assume l’aspetto di una farfalla. Dalle sue ali striate, sfarinature di colore si perdono, incorporandosi in arcobaleni di luce.</p>
<p style="text-align:justify;">    Si libra nell’aria e si sofferma negli orti, succhia liquidi zuccherini dai frutti,osserva Verona dall’alto e abbassandosi nota un giardino che assomiglia al suo. Risale e nell’incertezza ridiscende, aleggia intorno, risale verso il balcone e riconosce che è il suo. Lentamente si posa sul davanzale di pietra, liberando da quella sua lievità un pulviscolo iridescente. Con Romeo lì si sono scambiati le loro promesse d’amore. La finestra della camera è aperta e Giulietta sente un pianto interrotto da alcuni singhiozzi.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ E’ la mia balia! Non posso consolarla, né farmi vedere…. Sono solo una farfalla. Se solo immaginasse che sono io e sono qui!”</p>
<p style="text-align:justify;">   Entra in quella stanza che qualche ora fa le apparteneva, vede la balia toccare le sue cose: il pettine, le ciotole con i petali essiccati di rose. Nei cassetti che la nutrice apre ci sono le federe con le iniziali ricamate. Giulietta le svolazza attorno, cercando di distoglierla dalla sua concentrazione.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Che bella farfalla! A Giulietta piacciono,….piacevano tanto. Se solo la potesse vedere ancora! Se non avessi dato retta al suo cuore e a quel suo Romeo! Non me lo perdonerò mai!”</p>
<p style="text-align:justify;">   Giulietta le si avvicina ma non potendo spiegarle quanto era accaduto, compie giri convulsi e concentrici dentro la camera, quasi a voler significare con rimpianto il distacco (seppur necessario) da Romeo. Come se la ragazza fosse presente la balia le parla tra le lacrime mentre apre il suo armadio:</p>
<p style="text-align:justify;">   “  I tuoi vestiti, o mia Giulietta! Oh mia cara Giulietta!”</p>
<p style="text-align:justify;">   Nella prematura scomparsa, tutto è rimasto ancora come alla vigilia delle nozze: l’abito da sposa sul manichino, insieme alla corona intrecciata di fiori e foglie per ornarle la testa. Nella sala, i festoni per il banchetto ristagnano di viole e sulla soglia la scena è reliquiario d’amore e di morte.</p>
<p style="text-align:justify;">   Giulietta, commossa, in uno stropiccio d’ali si appoggia sui fiori della coroncina, poi va sulla spalla della nutrice. La donna con tenero atteggiamento cerca di mandarla via:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Va’….va’ via da qui! Ora chiudo tutto e se resterai in questo buio, morirai Va’….vola via, bellissima farfalla prima che sia troppo tardi. Se ci fosse stata Giulietta ti sarebbe venuta dietro”</p>
<p style="text-align:justify;">   Dietro il suo invito la farfalla fugge via, finchè scompare nel cielo, leggera come una piuma in un giorno divenuto qualunque in casa Capuleti. La farfalla raggiunse in segreto altre farfalle in una valle popolata solo da farfalle chiamata appunto con quel nome.</p>
<p style="text-align:justify;">   Giulietta si ricordava di quel posto poiché, attratta dai loro colori, a volte nei suoi svaghi (proprio come aveva detto la nutrice) le inseguiva. Un pomeriggio d’estate le  capitò così di trovarsi vicino ad un ruscello dove in moltitudine le farfalle si riunivano. Sollevandosi a gruppi, le vide danzare in uno spolverio luminescente e con i loro corpi esili eclissarsi.</p>
<p style="text-align:justify;">   Le sembrò tutto così talmente bello che espresse il desiderio di fare ritorno. Ora però essendo stanca, voleva solo riposare. Fece combaciare le ali addormentandosi sulla borraccina e si svegliò confusa dal gorgoglio dell’acqua in una melodia simile a quella dell’allodola. Guardò attraverso la trasparenza del ruscello se dietro di lei si trovasse quell’uccello e se per caso (assalita da un dubbio) quella sua grazia variegata fosse mutata ed esclamò:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ E le mie ali ora dove sono?”</p>
<p style="text-align:justify;">   Fece alcuni movimenti per verificare le sue perplessità e si accorse di non essere più una farfalla. Nella notte l’allodola era venuta a trovarla e le aveva fatto dono del suo canto e delle sue piume:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Ora sono un’allodola e come in quell’alba potrò risvegliare il ricordo del mio Romeo….se solo riuscissi a trovarlo.”</p>
<p style="text-align:justify;">   Romeo, dopo aver ucciso Tebaldo, era stato esiliato a Mantova.</p>
<p style="text-align:justify;">   Milano e Mantova in quel periodo erano sotto l’epidemia della peste e Romeo, costernato già per la separazione da Giulietta, arrivò alle porte della città in uno stato di abbandono e tristezza.</p>
<p style="text-align:justify;">   Durante quel tragitto, un susseguirsi di eventi aveva turbato quel suo già forte malessere, ostacolandone la fuga. Stanco e nervoso, era sceso più volte da cavallo per bagnarsi le palpebre, quando vicino alla sua destinazione gli sembrò di avvertire nel bosco un lamento simile a quello di un cervo.</p>
<p style="text-align:justify;">   Lungo i bordi del sentiero, una cerva aveva perso e stava grondando molto sangue. Lo aveva guardato come ad implorarlo di fare per lei qualcosa.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Cosa ti è successo, piccola cerva? Vorrei poterti aiutare ma non so come, forse&#8230;potrei lenire il tuo dolore procurandomi delle erbe.” disse Romeo dispiaciuto.</p>
<p style="text-align:justify;">   Romeo cercò così di alleviare quella sua sofferenza, ponendo delle foglie medicamentose sul suo dorso. La cerva ferita, nel lasciare Romeo lo seguì con il suo sguardo languido e parve ringraziarlo della premura, poi distese il suo corpo in quei cespugli e si addormentò. A Romeo avrebbe fatto piacere trattenersi ancora e magari sapere se da quell’erba l’animale avesse trovato il giovamento necessario ed essersi ristabilito. Purtroppo non gli fu possibile perché aveva già perso molto tempo e doveva affrettarsi. Iniziò a galoppare più forte pensando alla sua Giulietta e a quelle ore trascorse nella notte.</p>
<p style="text-align:justify;">   Poco dopo, la cerva in un rantolo d’agonia, protese per l’ultima volta il collo verso Romeo ma non lo vide. Voleva salutarlo e ringraziarlo ancora. Poi quasi in sintonia, in un soffio di vento depose il muso di lato alla terra e spirò.</p>
<p style="text-align:justify;">   Arrivato a pochi metri dalla città, nel momento stesso in cui la cerva morì, Romeo si girò indietro quasi a presagire in quell’attimo qualcosa di funesto. Mentre pensava, venne come accecato da una luce in mezzo alla strada. Strinse le briglie, intimando al cavallo di fermarsi, quando in un alone fosforescente gli apparve la sagoma della cerva che si dileguava nel nulla.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Oh! Mio Dio, ma cosa è stato! Credo di aver avuto un’ allucinazione! Mi è parso di vedere il fantasma della cerva. Forse sono troppo stanco e ho bisogno di riposare!”</p>
<p style="text-align:justify;">   Per tutte le fatalità capitategli, anche se disorientato, Romeo percepì più tutto questo come un avvertimento. Si sentiva smarrito e cominciava ad avere anche un po’ di paura ma si rincuorava, sapendo che il vero amore non conosce divieti. Rassicurato da questa sua intuizione, entrò a Mantova.  La peste si tingeva ormai di un macabro affresco. Cadaveri ammassati in comuni barrocci per le vie penzolavano in braccia e gambe inermi. Romeo si addentrò così in quella desolazione domandando, di un alloggio, fino ad arrivare nella piazza sotto gli archi.</p>
<p style="text-align:justify;">   Un barelliere, che usciva da una porta, teneva in braccio una ragazza per andare a seppellirla in un luogo comune. Nella loro disperazione i genitori della fanciulla la seguivano. Romeo, che assisteva in lontananza alla scena si figurò in quella purezza l’innocenza di Giulietta, sussurrando quel nome.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Ehi, bel giovane, dove vai? Perché non ti fermi? Non sono mica un’appestata! Vieni qua che ci divertiamo!”. Romeo continuò a sbirciare, passeggiando tra  morti ed ubriachi, appoggiati lungo i muri ma sembrava non sentire. Il suo pensiero era rivolto a Giulietta, tanto da crederla e inventarsela in quelle pose strane, offerte in una grazia misteriosa.</p>
<p style="text-align:justify;">  Quella notte, consapevole delle sue malinconie, appagato dalle sue immaginazioni, si addormentò sperando in quell’incontro che solo Giulietta gli avrebbe saputo donare e Giulietta arrivò puntuale nei suoi sogni e si distese accanto a lui.</p>
<p style="text-align:justify;">   Con l’abito da sposa fiorito di pesco lo prese per mano. Insieme attraversarono campi brumosi d’alba. Raggiunsero un trono d’erbe che solo loro conoscevano, incoronandosi sovrani di un amore eterno. Si dissetarono di humus e piogge fino a dissolversi l’uno nell’altro e come in quel mattino, ancora una volta l’allodola tornò a svegliare Romeo col suo canto.</p>
<p style="text-align:justify;">    “ E’ il canto dell’allodola, ne sono sicuro! Cosa sarà venuta mai ad annunciarmi? Dove sarà la mia amata Giulietta? L’ho vista in sogno e l’ho sfiorata, ha bevuto ed è svanita, lasciandomi nuovamente solo con le mie angosce. Cosa avrà voluto mai dirmi la mia Giulietta che io non so?”</p>
<p style="text-align:justify;">   Romeo cercò di decifrare il messaggio ricevuto in sogno, ma per quanto lo interpretasse non gli apparve così chiaro.</p>
<p style="text-align:justify;">   Intanto nei suoi mutamenti il caso, travisa la vita, deformandola. Baldassarre, fidato servitore dei Montecchi, giunge a Mantova dando notizia a Romeo dell’avvenuta morte di Giulietta. Nell’apparenza tutto si compie, simulando  un evento che trascina il giovane innamorato, in un comportamento insensato mentre un veleno ostinato si instaurava nella sua mente, nelle sue viscere.</p>
<p style="text-align:justify;">   Romeo, odorò, pregustando quel succo un po’ amaro e partì al galoppo verso Verona, in un’ intesa col cielo che nel frattempo avanzava cumuli di nembi. Dietro di lui un temporale rimbombava, illuminando il sentiero. Giulietta, rivestita di piume, nelle forme dell’allodola lo osservava in segreto. Avrebbe voluto gridare e fermarlo in quell’eco sorda prodotta dal fragore dei tuoni, ma qualsiasi tentativo per distoglierlo sarebbe stato inutile nell’idea di vederla, anche se per l’ultima volta, a Verona.</p>
<p style="text-align:justify;">     Mentre volava così rifletteva: “Chi potrebbe ascoltarmi in un’allodola e chi mai potrebbe percepirmi nel suo linguaggio se non un passero? Desidererei volteggiare in una versione opposta a quella dei cieli e non accompagnare Romeo nella triste sorte che la vita tradendomi mi ha affidato.”</p>
<p style="text-align:justify;">    Giulietta,consapevole del malinteso generatosi, pianse senza poter essere consolata se non da quella pioggia incessante che si unisce alle sue lacrime, acquattando il suo piumaggio.</p>
<p style="text-align:justify;">    Si rivide in un palpito, in un’aritmia d’elitre, nel peso dispiegato di una farfalla purificarsi in un battesimo d’ali. Ripercorse sé stessa, vide il suo corpo espandersi  e congiungersi alla sfera celeste. Nella paura di perdersi, si cercava nell’io più profondo. Infine, si rigenerò in una policromia di particelle,  che si plasmarono in una nuova costellazione a cui dette il suo nome. Si uniformò allo spazio, nei colori, in un calore che la gioia emana, in una sensazione che Romeo avverte sollevando lo sguardo al cielo.</p>
<p style="text-align:justify;">   Nel bosco, vide ad un tratto, sbucato da dietro le querce un lembo della sua veste sollevarsi ed impigliarsi in folte biforcature che si protendevano tra i rami. Sparsi tra il fogliame comparirono in un cerchio mille volti nelle mille fisionomie di <em>Giulietta</em>, implorandolo di fermarsi.</p>
<p style="text-align:justify;">   Romeo, ripensò alla cerva: in quel triste presentimento cercò di comprenderne il significato ma, non sapendo se Giulietta fosse ancora viva, correva verso il suo ultimo appuntamento per accarezzarla un’ultima volta.</p>
<p style="text-align:justify;">   Incitò il cavallo e iniziò a galoppare più forte, arrivando a Verona. Vicino al sepolcro dei Capuleti, avvertì dei rumori provenire dall’interno e disse:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Giulietta non è sola, c’è qualcuno con lei, sento dei passi”</p>
<p style="text-align:justify;">   Il conte Paride (suo promesso sposo), in profonda prostrazione le teneva compagnia. Inginocchiato accanto al suo corpo le sussurrava frasi d’amore, colmandola di tenerezze.</p>
<p style="text-align:justify;">   La porta era socchiusa e nel momento stesso in cui l’anta si aprì, il cigolio dei battenti fece sobbalzare il conte, sbiancandolo di paura e stupore per l’inaspettata presenza di Romeo. Fermo sulla soglia, con la complicità della luna la sua ombra si allungava sulla pietra, sdoppiandosi fino a scomparire sulla folta capigliatura di Giulietta in un’atmosfera satura di intrighi.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Sei dunque qui! Sgradito non solo a me ma anche alla mia Giulietta Vattene….vattene via! Fuori di qui Giulietta è la mia sposa anche se era stata promessa a te!”</p>
<p style="text-align:justify;">   Romeo, accecato di rabbia e gelosia nel trovare lì Paride mentre avanza lentamente verso di lui sfodera il pugnale, intimandogli di andarsene:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Ho detto a te conte! Sei forse sordo?”</p>
<p style="text-align:justify;">   Paride lo guarda esterrefatto, non riesce a capire e confuso gesticola mentre impugna l’elsa della sua spada.</p>
<p style="text-align:justify;">   Solo qualche parola, poi Romeo sferra al suo cuore un colpo dritto e deciso. Paride vacilla e cade sanguinante ai piedi di Giulietta. Tutto quel sangue!……Romeo per un attimo ricorda quello perso dalla cerva e in quell’episodio intuisce appieno il tragico concludersi del suo destino.</p>
<p style="text-align:justify;">   Per una folle consolazione gira più volte intorno al marmo di Giulietta gridandole tutto il suo amore. Poi con gesto disperato estrae dalla sacca di pelle la fiala contenente il veleno e si appoggia di fianco a lei. Lo beve fino all’ultima goccia e la bacia aspettando la morte.</p>
<p style="text-align:justify;">   Romeo muore a poca distanza da Paride e nel delirio si sentono frasi come:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Dove sei Giulietta? Non ti vedo ancora! Ma dove sei, amore mio?”</p>
<p style="text-align:justify;">   Intanto a palazzo Capuleti la sala delle feste è addobbata e si interrompe in una fragorosa risata al suo arrivo. Figure, brindano in una foschia smorzata solo dalla luce delle candele.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>   * Tutto ritorna come all’inizio, in quella festa quando Romeo sperando di incontrare Rosalina (di cui si era invaghito), vede per la prima volta Giulietta.  Palazzo Capuleti vive ora in quello stesso spirito, in quel ballo mascherato in attesa solo della dolce Giulietta.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>    Paride (da poco deceduto)è in disparte rispetto agli invitati e guarda il suo rivale Romeo che l’ha raggiunto lì. Dietro alle colonne, le entità invitate, si rincorrono e ridendo si riuniscono a gruppi. Chi sono non si sa, tra di loro si trovano anche Tebaldo e Mercuzio e da dietro le maschere appaiono, senza farsi riconoscere.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;">   Le sagome trapassano le une nell’altre dileguandosi attraverso muri e colonne poste in simmetria sui due lati del salone:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Ma chi sono? Sono forse anime dannate in casa Capuleti? E lo sono forse anch’io? Ma non vedo ancora Giulietta!” Nella sua nuova dimensione, Romeo è impaziente e disorientato. Si accorge di vivere in un pensiero ma si accorge anche che i loro volti sono coperti proprio come in quella festa dove l’aveva conosciuta. Prova ad inseguirle ma come si avvicina si dissolvono insieme ai loro costumi, lasciandolo in una stupefazione profonda, pieno di dubbi.</p>
<p style="text-align:justify;">   Nel frattempo nella cappella di famiglia,Giulietta è rimasta sola. Con lei non c’è nessuno, tranne i corpi accasciati del conte Paride e di Romeo che le tiene stretta la mano in un ultimo e disperato atto d’amore. Nelle sue metamorfosi, era stata abbandonata anche dalla farfalla e poco dopo anche dall’allodola. Ma ora,dopo un sonno durato quaranta ore, un brivido ripercorre le sue membra intorpidite, in un  risveglio alla vita.</p>
<p style="text-align:justify;">   Come nell’ incantesimo di una brutta fiaba, Giulietta si  ridesta, in una stanza gelida dove nell’apparenza, in un sortilegio, il suo principe si è tolto la vita, credendola morta.</p>
<p style="text-align:justify;">   Poco dopo il decesso, Paride ha raggiunto gli invitati e si trova al ricevimento mascherato. E’ in disparte, vicino ad una colonna, non vuol farsi riconoscere da Romeo che ha visto entrare mentre brindava con gli altri. Si tortura chiedendosi il motivo nell’incontrarlo alla festa. E’ consapevole della sua slealtà, di averlo colto di sorpresa in duello. Ora togliendosi la maschera, lo sta osservando nei suoi movimenti senza capire e sopratutto trovare risposta nel vederlo in quel luogo. Vorrebbe parlargli ma un risentimento si annida ancora nel suo cuore, poi accidentalmente la maschera nello spostarsi gli cade.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Chi sei? Sei tu, ti riconosco. Cosa fai qui?” gli dice Romeo</p>
<p style="text-align:justify;">   “ E’ la stessa domanda che rivolgo a te!” gli risponde il conte infastidito.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Perché ci troviamo qui? Tu almeno sai dov’è Giulietta? Non è forse morta e quindi dove si nasconde ancora” ribadisce Romeo.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Per carità non lo so, vorrei saperlo anch’io. L’abbiamo trovata entrambi morta e tu mi hai ucciso in un atto di gelosia ma non so il perché io mi trovi ora qui insieme a te. Proprio come all’inizio siamo tutti e due a Palazzo Capuleti e Giulietta doveva essere presentata come mia futura sposa. Ma non domandarmi altro, poiché in questa pena mi sento triste”.</p>
<p style="text-align:justify;">   Nella semioscurità Paride mentre parla a Romeo, si commuove circondato da una pacata euforia che dal sottofondo sale esplodendo poi in delle risate. Sono sempre loro che ridono e continuano a ridere. Sono niente, travestiti nei loro costumi di niente, sono tutti invitati sembra, ad una festa ma nessuno sa il loro nome. Si riuniscono a piccoli gruppi, si divertono, spariscono e riappaiono, guardano, anzi spiano mentre loro due continuano a parlare sottovoce, confidandosi dietro ad una colonna.</p>
<p style="text-align:justify;">   Intanto, nella cripta Giulietta apre gli occhi e nota che il soffitto sopra di lei si snoda in un incrocio di archi. Questa volta a risvegliarla non è stato il canto dell’allodola, l’allodola è volata via. Ora un canto di morte e solo di morte nella nera figura di Verona la potrà sollevare, resuscitandola dal suo dolore. Ignara di tutto quanto le sta attorno, Giulietta  distoglie lo sguardo dalla cripta sorridendo e pensa al suo innamorato che la condurrà via per sempre.</p>
<p style="text-align:justify;">   Una sensazione strana però si impadronisce ad un tratto di lei, in un gelo che la chiude in un respiro dimezzato, qualcosa che trattiene la sua mano, mentre si rende subito conto che quel freddo non fa più parte del suo corpo. Ma cos’è?  Si volta e come si volta un urlo, con quel poco fiato che ha, le si strappa dal petto nel vedere il cadavere del suo Romeo che le sfiora le dita.</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Mio Dio! No, no…non è possibile! Romeo! Oh mio Romeo perché mi hai fatto questo? Frate Lorenzo non ti ha avvertito? Cosa mai è potuto succedere che non hai potuto sapere del suo piano?” E aggiunge “Non hai visto comparire in un cerchio i miei mille volti e non hai capito che volevo trattenerti per non andare così presto a Verona? Adesso cosa mi resta da fare? Oh! Anche Paride è morto, disteso qui vicino a te e a me. Deve averlo ucciso sicuramente Romeo e poi si è ucciso anche lui per me!”</p>
<p style="text-align:justify;">   Nella mesta constatazione dei fatti, Giulietta scende da quella che ormai era considerata la sua tomba. Accarezza e abbraccia Romeo in un pianto disperato, da cui nessuno potrebbe mai confortarla. Non sapendo più cosa fare, in un gesto istintivo, cerca di succhiare dalle sue labbra quel potente veleno che lui ha ingerito, ma la sua bocca è secca,asciutta.</p>
<p style="text-align:justify;">   “Ingordo! Neanche una goccia! Speravo che almeno baciandoti ne fosse rimasta traccia, invece troverò un altro modo di raggiungerti e unirmi a te per sempre.”</p>
<p style="text-align:justify;">   Giulietta si trascina vicino al corpo del conte e in una delle più infelici e sconvolgenti idee recupera con forza lo stiletto conficcato nel cuore del suo promesso sposo. Ancora con i residui del suo sangue, affonda con violenza la lama appuntita nella sua carne e si adagia tra le braccia di Romeo, esalando l’ ultimo respiro.</p>
<p style="text-align:justify;">    Muta, l’ombra di Verona, piano piano si affievolisce, restituendo sua figlia alle ombre, in una luce che dirada ma non si spenge, in una stanza dove per la rivalità di due famiglie si è consumata la tragedia dei Capuleti e dei Montecchi.</p>
<p style="text-align:justify;">    Il salone delle feste a Palazzo Capuleti si anima e si illumina ancora. Le entità  sconosciute e camuffate applaudono all’arrivo di Giulietta. Sembra quasi che abbia finito di recitare la sua parte indossando un costume che sarà una sorpresa per Romeo.</p>
<p style="text-align:justify;">    Nella freschezza dei suoi quattordici anni a Giulietta piace scherzare, improvvisare e sorprendere soprattutto Romeo, che non sa riconoscerla nei panni di Rosalina. Si aprono le danze, Tebaldo da dietro la maschera, osserva sua cugina e la invita al ballo.</p>
<p style="text-align:justify;">    Solo a Romeo è dato non sapere e la scoperta per un attimo di veder sfilare nel Madrigale Rosalina al posto di Giulietta, lo abbatte in una spiegazione senza più certezze.</p>
<p style="text-align:justify;">    “ Rosalina! Come mai lei si trova qui? Non fa più parte dei vivi? E Giulietta, la mia Giulietta dove si trova ora?”.</p>
<p style="text-align:justify;">   Anche Paride si unisce a loro e lo invita a partecipare ma Romeo, trovandosi in una profonda costernazione, non lo ascolta, non lo vede neppure, abbandonandosi sempre più all’ angoscia.</p>
<p style="text-align:justify;">   Eppure, in quell’aria si è come diffuso un suo profumo, quel sapore che Romeo mantiene nella memoria del suo ultimo bacio. Nel frattempo, Mercuzio gli si avvicina togliendosi la maschera per farsi vedere:</p>
<p style="text-align:justify;">   “ Mercuzio, amico caro, come sono felice di incontrarti! Ho visto anche Rosalina di cui mi ero invaghito ma non riesco ancora a vedere la mia dolce innamorata. Perché siamo tornati qui a questa festa proprio come all’inizio dove, illudendomi di incontrare Rosalina, sbocciò il mio amore per Giulietta e perché, mi chiedo ancora, il destino continua a burlarsi di me in questo modo?”</p>
<p style="text-align:justify;">   Mercuzio lo supplica senza dargli nessuna risposta. Romeo ripone fiducia nel suo sguardo che si alza dalla posizione in cui si era accovacciato e lo segue. Quella sensazione che aveva avvertito poco fa ritorna in dei movimenti, in dei passi che attribuisce alla grazia nel veder volteggiare Rosalina, simile a quella di Giulietta che improvvisamente allunga il braccio nell’atto di sfiorarle la mano.</p>
<p style="text-align:justify;">   Un niente! Tutto! Un fremito intenso pervade entrambi e i due capiscono di essere innamorati più di prima. Nell’intenzione di Giulietta, Tebaldo cede il posto a Romeo nella danza.</p>
<p style="text-align:justify;">   Giulietta trattiene le lacrime, questa volta di gioia, mentre il giovane cerca di stringerla a sé. Romeo, però nel gesto dimentica l’incorporeità acquisita e si fonde con lei in un alito, in un calore, in una fosforescenza trasparendo in una medesima luce.</p>
<p style="text-align:justify;">  In quell’unico pensiero, il trono disfatto d’erbe appare a loro in tutta la sua meraviglia. Nell’intesa si dirigono e come in sogno mentre si siedono la visione si annebbia, incoronandoli sovrani di quell’amore per cui nella loro breve vita avevano vissuto.</p>
<p style="text-align:justify;">da &#8220;Dedalus&#8221; puntoacapo editrice 2011</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:center;"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/dedalus-1-6.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-32898" title="DEDALUS 1 (6)" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/dedalus-1-6.jpg?w=207&#038;h=300" alt="" width="207" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Laura Leoni, scrittrice e pittrice, vive ed opera a Firenze. Nel 1997 ha pubblicato la silloge poetica&#8221;Spoglia d&#8217;ali&#8221; (Gazebo edizioni) e nel 2008 &#8220;Anatomia di una goccia-Testi per balletti&#8221; (Ed. La Meridiana). Espone in molte mostre personale e ha eseguito per la chiesa di bagno a Vignoni l&#8217;opera in acquerello di Santa Caterina da Siena.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Carlo Gravino: “Il dio imperfetto”, Palomar, 2010</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 05:21:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Autori qui presentati, presenti, passati]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Gravino]]></category>
		<category><![CDATA[Di Monaco Bartolomeo]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni e note di lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, haal suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “Le Storie e gli Eventi”. Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie alle opere di un amico che vive a Lucca e che nacque proprio lì tanti anni [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32507&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/12/gravino_carlo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5425" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/12/gravino_carlo-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, haal suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “<em>Le Storie e gli Eventi</em>”.<br />
Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie alle opere di un amico che vive a Lucca e che nacque proprio lì tanti anni fa, Dino La Selva, ora medico in pensione, figlio di Giovanni, che fu prefetto anche di Lucca, letterato pure lui (tradusse “<em>I fiori del male</em>” di Baudelaire). Chi sa se Gravino, molto più giovane, non lo abbia conosciuto in occasione dei suoi ritorni al paese, di cui ha molto narrato (“<em>Fiabe di Capitanata</em>” e “<em>Racconti minimi di San Marco in Lamis e dintorni</em>”, ad esempio).<br />
Anche nel romanzo di Gravino si narra del ritorno al paese natale del protagonista Marco in occasione della morte della nonna aterna. È inverno, fa freddo, cade la neve: “<em>Il vento faceva vibrare i vetri degli alti balconi e vi attaccava sopra schegge di nevischio.</em>” Niente di più naturale abbandonarsi ai ricordi, srotolare la memoria. È ciò che accade a Marco, un uomo di successo che però ora è turbato dai rimorsi di non aver curato come doveva l’affetto che la nonna nutriva per lui.<span id="more-32507"></span></p>
<p style="text-align:justify;">L’autore racconta con una scrittura quieta, rotonda e mai superflua: “<em>La notte incuteva timore alla nonna; lei apparteneva a un tempo nel quale l’oscurità era popolata di presenze misteriose, che calavano nella valle dai più nascosti dirupi delle montagne per vagare tra le stradine del paese e mischiarsi alle mille ombre dipinte dal chiarore della luna.</em>”<br />
La memoria può colmare la solitudine, ma nello stesso tempo, allorché appare, registra una ferita, una sconfitta, una resa. Ancor più se essa ci afferra nel momento in cui il confronto della nostra vita è con la morte. Essa misura il nostro coraggio o la nostra vigliaccheria. Ci mette a nudo.<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Le immagini del passato, pur suggestionando la mente, nel fare il bilancio della nostra esistenza ci invitano a saldare il conto, ad interrogarci e a scoprirci. Nel confronto con la morte non può esistere l’ipocrisia: “<em>Ero partito lasciando troppe storie senza un epilogo, ed era inevitabile che esse mi avessero atteso pazientemente per tutti quegli anni, tenute vitali come da uno spirito di vendetta, come se fossero sopravvissute solo per saldare il conto.</em>”</p>
<p style="text-align:justify;">Attraverso la morte della nonna, il protagonista imprime ai suoi ricordi la malinconia di una incompiutezza che ne restituisce fragilità ed evanescenza. Solo la nonna raggiunge la solidità di una compiutezza che si porta fin dentro la propria morte: “<em>Uscii con lo strano pensiero di invidiare un po’ la nonna: ora mi sembrava chiaro il significato della morte, era realmente il passaggio in una dimensione che le consentiva di ritornare al proprio tempo reale, agli affetti e alla gente che avevano popolato i suoi anni.</em>”</p>
<p style="text-align:justify;">Non riesce a sapere nulla del suo amico di infanzia, Stefano, che si è appartato dal mondo.<br />
È pensando anche a lui che comincia la resa dei conti. Il ritorno al paese è il ritorno al principio del cammino. Il vecchio prete con il quale aveva discusso tante volte da ragazzo, è di nuovo il suo interlocutore spietato. Marco è un uomo importante, un intellettuale e un politico stimato. Che cosa ha fatto per gli altri? Ha perso la sua rettitudine? La nonna lo trovava cambiato.<br />
Fare i conti con se stesso è farli anche con Dio, affrontare il suo mistero. Dio è sempre dentro le azioni degli uomini.<br />
Gli dice il prete: “<em>Non metterti contro quello che sei, stai soffrendo inutilmente.</em>”</p>
<p style="text-align:justify;">Sono le contraddizioni insite in ogni uomo a generare la sofferenza. Dio non ci ha creati per farci godere la felicità senza il sacrificio. Solo dentro la morte è possibile prenderne possesso, come ne ha preso possesso la nonna.<em></em></p>
<p style="text-align:justify;">Ma non solo: il ricordo della sofferenza del padre, morto di un male, la sua consapevolezza di andare incontro alla morte, la serenità con cui l’accoglie, rievocano la dolcezza di un transito che rasserena e ci conduce nel mistero di Dio, un Dio imperfetto (che ha “<em>un bastone troppo corto, se finiva sempre per colpire solo chi gli era vicino.</em>”), che ci ha lasciati soli, ma che sa accoglierci e donarsi a noi. Il paesaggio innevato che ricorre spesso nel romanzo ha una qualche colleganza con la metamorfosi che attraverso la morte ci consegna alla purezza dell’Aldilà.</p>
<p style="text-align:justify;">L’amico Stefano trae la sua sofferenza dalle delusioni della vita. Marco riesce a trovarlo e si confidano. Aveva tanti ideali da realizzare, da giovane era un leader dal grande futuro, immerso fino al collo nelle ambizioni del ‘68; voleva contribuire a migliorare il mondo. Ora lo fugge. Si sente sconfitto: “<em>Sai, sto solo pagando le conseguenze di scelte sbagliate.</em>” Passa le sue giornate chiuso in casa, davanti al televisore. La moglie lo compatisce: “<em>Stefano era rimasto prigioniero del suo passato, di quando tutti gli riconoscevamo il diritto di farsi strada più di ognuno di noi.</em>” È la figura più tragica del romanzo. E dimostra quanto gli ideali possano influenzare nel bene e nel male la vita dell’uomo: “<em>Gli uomini, quando non riescono a recitare il ruolo per il quale credono di essere destinati, possono solamente limitarsi a impazzire.</em>” Stefano sta correndo pure lui, forse inconsapevolmente, incontro al solo appuntamento che non tradisce, quello con la morte rigeneratrice: “<em>Sapessi quante volte me la sono presa con Dio per avermi dato queste qualità.</em>”<br />
Marco si sente un po’ anche Stefano. Avverte di avergli rubato un destino che avrebbe dovuto appartenere più all’amico che a lui stesso.</p>
<p style="text-align:justify;">Il ritorno al paese è un continuo rimescolio della coscienza, una scoperta continua di sé. I tanti ricordi, le tante immagini del passato, sono altrettanti tasselli di un mosaico che non avrà mai fine, da consegnare alla morte, dentro la quale tutto si rasserena e si compone. Per sempre: “<em>Nei lunghissimi tramonti dell’estate, si facevano i crocchi davanti alle case per raccontare dei fatti antichi e pettegolare sulle vicende del paese.</em><br />
<em>Le madri cullavano i bambini spingendo indietro le sedie per poi lasciarle ricadere pesantemente. In quel movimento, sembravano batacchi di campane senza suono.</em>”</p>
<p style="text-align:justify;">Una discesa interiore, un percorso che si immerge nell’anima: “<em>Un silenzio rotto ogni giorno, quando all’imbrunire si accendevano i lampioni nelle strade e tutti i bambini accompagnavamo l’evento con prolungate urla di gioia, quasi il sollievo per la sconfitta dell’inconscia paura del buio.</em>”<br />
Il passato riaffiora come cerniera verso la conoscenza di sé.</p>
<p style="text-align:justify;">Il romanzo ha un crescendo nella parte finale dedicata alle rievocazioni che restituiscono i colori e i sapori di un’epoca che pare collocata da qualche parte, invisibile, pronta a rimarginare ferite e a recuperare la nostra integrità nel mondo. Vorremmo perfino scacciarlo il passato; nel momento in cui ritorna, anziché accoglierlo, vorremmo liberarcene per sempre: “<em>Temevo però che il passato non si fosse ancora arreso e riuscisse a trovare un pretesto per costringermi a rinviare ancora una volta il viaggio.</em>”</p>
<p style="text-align:justify;">Appare sotto forma di ombre, che non sono più tali, anche se non ce ne accorgiamo: “<em>Stavo incredibilmente cercando il mio passato e mi sentii ridicolo nel rendermi conto di invocare un esercito di ombre dentro scenari che esistevano ormai solo nella memoria.</em>” Quelle ombre sono diventate noi stessi, il nostro presente e il nostro futuro.</p>
<p style="text-align:justify;">Guai a credere che possiamo collocarle fuori di noi. Marco ci prova, si convince di avercela fatta: confida che la memoria resterà rinchiusa nei luoghi del suo passato, “<em>intrappolata nella valle e che solo in quelle ore mi era stato consentito di riprenderla.</em>”; “<em>La nonna diceva che le storie non stanno nella mente degli uomini, ma nei luoghi, e io uscivo dalle storie.</em>”</p>
<p style="text-align:justify;">Ma non si esce dalle storie, non si esce dalla memoria. Il romanzo, ottimamente condotto, tenta di farlo con un’operazione forte e coraggiosa, ma il suo autore sa bene che, proprio con lo scriverlo, vi lega il protagonista per sempre.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Premio Letterario ULTERIORA MIRARI  II Edizione</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 09:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Molesini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concorsi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[concorsi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[premio letterario]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Molesini]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Edizioni Smasher, il Gruppo Editoriale dell’Associazione Smasher, sono liete di annunciare l’istituzione della Seconda Edizione del Premio Letterario “Ulteriora mirari”. Il premio è diviso in 4 sezioni a) Monografie b) Tripodi c) Mosaici d) Letteratura in fasce Alla sezione Monografie possono partecipare per la poesia: poemi, raccolte poetiche; per la prosa: racconti, raccolte di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32979&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le Edizioni Smasher, il Gruppo Editoriale dell’Associazione Smasher, sono liete di annunciare l’istituzione della Seconda Edizione del Premio Letterario “Ulteriora mirari”.</p>
<p>Il premio è diviso in 4 sezioni</p>
<p>a) Monografie<br />
b) Tripodi<br />
c) Mosaici<br />
d) Letteratura in fasce</p>
<p>Alla sezione Monografie possono partecipare per la poesia: poemi, raccolte poetiche; per la prosa: racconti, raccolte di racconti.</p>
<p>Alla sezione Tripodi – che intende aggregare (per comunione d’intenti, tematiche, cifre stilistiche, etc.) tre autori all’interno della stessa pubblicazione – possono partecipare per la poesia: poemetti e raccolte poetiche brevi; per la prosa: un racconto breve, raccolte di micro-racconti.</p>
<p>Alla sezione Mosaici (Antologia di prosa e poesia) possono partecipare da 1 a 5 componimenti per la poesia; da 1 a 3 micro-racconti per la prosa.</p>
<p>Alla sezione Letteratura in fasce possono partecipare per la poesia: poemi, raccolte poetiche; per la prosa: racconti, raccolte di racconti. La sezione è riservata ad “opere prime” e ad Autori che hanno all’attivo, al massimo, una sola pubblicazione monografica cartacea.<span id="more-32979"></span></p>
<p>MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE AL CONCORSO</p>
<p>Il concorso si intende aperto a partire dal 30 novembre 2011.<br />
Per poter partecipare al Premio “Ulteriora Mirari” bisogna prendere visione della versione integrale del bando, sottoscriverlo e scaricare la scheda di partecipazione dal sito www.edizionismasher.it. La scheda di partecipazione deve essere restituita firmata, per via postale alla Sede legale della Smasher o telematica (con firma digitalizzata), unitamente alla copia della ricevuta del versamento.<br />
Possono partecipare al concorso solo testi inediti (vengono considerati editi solo i testi inseriti in pubblicazioni cartacee dotate di codice ISBN).<br />
Si accettano testi pubblicati in rete o parzialmente editi su riviste. L’Autore si impegna a non inviare lo stesso testo ad altri concorsi fino alla comunicazione degli esiti.</p>
<p>I testi dovranno pervenire entro e non oltre il 15 febbraio 2012.<br />
I testi dovranno essere inviati per sola via telematica, in allegato formato .doc, al seguente indirizzo di posta elettronica:</p>
<p>rasoi@edizionismasher.it</p>
<p>Nel corpo della e-mail dovranno essere inseriti dati anagrafici completi (nome, cognome, data di nascita, codice fiscale), recapiti postali, telefonici e elettronici.</p>
<p>Per la sezione MONOGRAFIE si raccomanda un limite indicativo massimo di 80 cartelle. Per la partecipazione a questa sezione è richiesto un contributo di euro 10 quale parziale copertura delle spese di segreteria.</p>
<p>Per la sezione TRIPODI si raccomanda un limite indicativo minimo di 15 cartelle e massimo di 25 cartelle. Per la partecipazione a questa sezione è richiesto un contributo di euro 10 quale parziale copertura delle spese di segreteria.</p>
<p>Per la sezione MOSAICI possono essere inviate da 1 a 5 poesie o da 1 a 3 micro-racconti per ogni Autore. Per la partecipazione a questa sezione è richiesto un contributo di euro 10 quale parziale copertura delle spese di segreteria.</p>
<p>Per la sezione LETTERATURA IN FASCE si raccomanda un limite indicativo massimo di 60 cartelle (sia per la poesia che per la prosa). Per la partecipazione a questa sezione è richiesto un contributo di euro 10 quale parziale copertura delle spese di segreteria.</p>
<p>È possibile partecipare a più sezioni.<br />
In questo caso il contributo sarà di 18 euro per la partecipazione a due sezioni, di 25 euro per la partecipazione a tre sezioni e di 30 euro per la partecipazione a tutte le sezioni.</p>
<p>I versamenti possono avvenire con una delle seguenti modalità:<br />
- Versamento su C/C postale N° 60540465 intestato a Carmen Fasolo<br />
- Versamento su postpay 4023600572923250 intestata a Carmen Fasolo (C.F. &#8211; FSLCMN78R44A638V)<br />
Causale: Concorso “Ulteriora mirari”</p>
<p>PREMI</p>
<p>I premi consistono nella pubblicazione di<br />
N° 2 Monografie (una di prosa e una di poesia)<br />
N° 1 volume della sezione “Tripodi”<br />
N° 1 antologia per la sezione “Mosaici”<br />
N°2 monografie della sezione “Letteratura in fasce”</p>
<p>Tutti i volumi verranno pubblicati nella Collana sperimentale Ulteriora Mirari diretta da Enzo Campi. La giuria si riserva di invalidare una o più sezioni (previa restituzione della quota di partecipazione) qualora non si raggiunga un numero di opere che possa garantire un’adeguata selezione.<br />
La giuria si riserva la facoltà di inserire nell’antologia della sezione “Mosaici” estratti da opere finaliste delle altre sezioni ritenute meritevoli di pubblicazione.</p>
<p>ESITI</p>
<p>Gli esiti del concorso verranno comunicati pubblicamente entro il 30 marzo 2012 sul sito delle Edizioni Smasher e su altri canali telematici.</p>
<p>COMPOSIZIONE DELLA GIURIA</p>
<p>Marzia Alunni, Luca Ariano, Marzia Carocci, Natàlia Castaldi, Alessia Mocci, Silvia Molesini, Alessandra Pigliaru, Giulia Carmen Fasolo (Editore), Enzo Campi (Direttore di collana).</p>
<p>RECAPITI</p>
<p>Edizioni Smasher per l’Associazione Smasher<br />
Sede Legale Via Isonzo, 37/1 D int. 3 &#8211; Sede Sociale Via Umberto I n. 110<br />
98051 Barcellona Pozzo di Gotto (ME) &#8211; Tel. 090 2402043<br />
www.edizionismasher.it &#8211; segreteria@edizionismasher.it<br />
Cod. fisc. 90011620839 &#8211; P. IVA 03126980832</p>
<p>Il Presidente<br />
Carmen Fasolo</p>
<p>Il Direttore di Collana<br />
Enzo Campi</p>
<p>ESITI DELLA PRIMA EDIZIONE</p>
<p>MONOGRAFIE PROSA<br />
Roberto Ranieri, Terapie a rischio</p>
<p>MONOGRAFIE POESIA<br />
Enrico De Lea, Dall’intramata tessitura</p>
<p>TRIPODI POESIA<br />
Sergio Pasquandrea, Parole agli assenti<br />
Patrizia Dughero, Canto di sonno in tre tempi<br />
Enea Roversi, Asfissia</p>
<p>MOSAICI</p>
<p>Testi di Silvia Rosa, Ermanno Guantini, Tiziana Tius, Ada Gomez Serito, Martina Campi, Valentina Gaglione, Cristina Bove, Doris E. Bragagnini, Meth Sambiase, Sebastiano A. Patanè, Ivan Fassio, Roberto Ranieri, Fernando Della Posta, Gianluca Corbellini, Antonio Maggio.</p>
<p>***</p>
<p>La versione integrale del bando e la scheda di partecipazione si possono scaricare<a href="http://www.edizionismasher.it/eventi/premioulterioramirari2.html"> qui</a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32979/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32979&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Fascino di un labirinto  di Lucetta Frisa</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 06:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>baci</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Autori qui presentati, presenti, passati]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni e note di lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Montalto]]></category>
		<category><![CDATA[Lucetta Frisa]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione e nota di lettura]]></category>

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		<description><![CDATA[. per Il segno del labirinto di Sandro Montalto (la Vita Felice, 2011) . Un andare da qualche parte per andarci senza arrivare dove nemmeno saprei: questo è il mio camminare di notte,a volte, fermo, fissando una rassegnata pozzanghera attento ai rumori consueti di notte così più lontani del solito. La notte è sacra perché [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32935&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/montalto-copert.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-32936" title="montalto copert" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/montalto-copert.jpg?w=187&#038;h=300" alt="" width="187" height="300" /></a><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:center;">per <em><strong>Il segno del labirinto</strong> di </em><strong>Sandro Montalto</strong><em> (la Vita Felice, 2011)</em></p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p><em>Un andare da qualche parte per andarci</em><br />
<em> senza arrivare dove nemmeno saprei:</em><br />
<em> questo è il mio camminare di notte,a volte,</em><br />
<em> fermo, fissando una rassegnata pozzanghera</em><br />
<em> attento ai rumori consueti di notte</em><br />
<em> così più lontani del solito.</em><br />
<em> La notte è sacra perché è per pochi</em><br />
<em> è rara perché sempre identica nella mente</em><br />
<em> di chi la conosce come una pausa da vivere…</em><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">Il segno del labirinto è, come quello della spirale, il segno della vita, del suo andamento <em>en avant</em>, che gli antichi si immaginavano proteso verso un centro: il centro alludeva all’autorità divina e secolare, a un esito tangibile e visibile del viaggio esistenziale mentre la spirale alla trasmissione ininterrotta dell’asse ereditario (ora lo chiamiamo dna); quindi le cause avevano i loro corrispondenti effetti, la partenza un arrivo, il problema la sua soluzione e Dante parlava di ”legge del contrappasso”. I labirinti conducevano sempre da qualche parte. Alla fine del viaggio argonautico non risplendeva, rivelato, il Vello? Il movimento entropico della terra aveva un senso definito, tutto almeno lo faceva supporre, o ci si illudeva lo fosse. Il rinascimento aveva lasciato la sua traccia. Ora, se dovessimo esprimere l’esistenza con una metafora, non so se ancora la mente si affiderebbe a questa icona grafica: così come una città che ormai è tutta decentrata, tutta una periferia, e non si individua più qual è il suo centro e dov’è. E’ un labirinto dispiegato, squadernato, e il centro può essere dovunque, nascosto o visibile. Ma questo nostro viaggio umano resta pur sempre un mistero (non a caso Montalto lo localizza nella notte e la notte, per chi lo vuole, continua a essere sacra): mistero chiuso in se stesso, irrivelabile e che nel tempo si mantiene tale, oppure enigma che, al contrario del mistero, contiene una soluzione finale che verrà rivelata? E ci si chiede cosa è adesso questo nostro viaggio e cosa sarà poi, e soprattutto come ipotizzarlo, visualizzarlo e quindi perseguirlo. Procede per illuminazioni e lampi casuali e non progressivamente, simmetricamente. Così il tempo, che non è più lineare, ma frammentario, zigzagante. Tuttavia <em>il segno del labirinto</em> resta comunque quello dell’inizio, forse di tutti gli inizi: si procede, al buio, da uno stato potenziale e confuso per poi, a tratti, illuminarsi e ricadere nel più fitto mistero. Guardiamo lo scarabocchio del bambino che per la prima volta “segna “ il suo territorio: non traccia su un supporto qualsiasi un oscuro labirinto? Per non parlare di quello che ci mostrano le cortecce degli alberi e che regolarmente procede a spirale, anno, dopo anno. Il tempo arboreo sembra ordinato e costante, e ancora, per fortuna lo è &#8211; un cerchio dentro o dietro l’altro. Ora il nostro labirinto contemporaneo &#8211; svincolato dalla natura &#8211; presenta larghe fessure e sfaldamenti, i suoi cerchi si allargano mescolandosi, sgretolandosi e si trasformano in arcipelaghi: l’acqua è invasiva dappertutto. Siamo esseri “liquidi”, così ci ha definiti Baumann.<span id="more-32935"></span></p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><em>So che dentro di noi</em><br />
<em> è tutto uno scorrere di fluidi,</em><br />
<em> tutto un travaso,una fitta rete.</em><br />
<em> Ci sono rigagnoli e fiumi, cascate</em><br />
<em> e laghetti placidi.</em><br />
<em> Tombini e stagni biologici,</em><br />
<em> umbratili chiazze.</em><br />
[…]<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
Possiamo paragonare la ricerca della poesia a un cammino labirintico dove smarrirsi mentre la cerchiamo? Oppure pensare che la ricerca sia la Poesia stessa, come dire che nel vivere risiedono tutte le modalità di vita, che nel viaggio stesso risiede la meta e lo scrivere ha il suo fine solo in se stesso? La poesia è quindi uroborica? Possiamo inoltre, sempre per analogia, pensare a una poesia chiusa e a una poesia aperta? Ma nella prima, pure apparentemente inespugnabile, risiede sempre un’apertura all’ignoto, al mistero, così come nella poesia meno rigidamente legata a schemi. Forse il suo enigma/mistero risiede lì: lasciare sempre aperta una via di fuga dal labirinto, una tensione verso questa fuga, una sospensione del tempo. E il senso, quale importanza riveste per orientare il nostro percorso poetico? Un tempo era proprio l’Oriente che ci “orientava”, secondo il cammino del dio Sole sull’orizzonte. Da un pezzo sappiamo che non esiste, per la poesia, nessuna definizione né direzione. In fondo non ce n’è mai stata solo una ma ce ne sono e saranno innumerevoli e nessuna è esauriente e assoluta, e chi tenta questa avventura sa che può perdersi tra i tornanti. Ogni poeta è il proprio labirinto poetico, libero di scegliere &#8211; ma con rigore etico &#8211; il proprio percorso conoscitivo attraverso la scrittura. In quell’arcipelago di parole come procederà, come sceglierà quelle “adeguate” per comporre una poesia che sia veramente <em>poesia</em>? Anche se la poesia ad ogni tornante (ecco di nuovo la figura di una circolarità, di una linea sinuosa interminabile) sembra aspettarci al varco per poi dissolversi, in un ininterrotto gioco a rimpiattino. Noi i poeti &#8211; cacciatori-giocatori da una parte &#8211; e lei la bella, inafferrabile preda, dall’altra… È ancora pensabile tutto questo, nella nostra contemporaneità?<br />
Nel titolo affascinante di questo libro, <em>il segno del labirinto</em>, che eccita l’immaginazione con l’inseguirsi delle analogie, è già contenuta l’intenzione intellettuale e sensuale di un suo attraversamento grazie al gioco di quell’intuizione che i sensi “altri “della poesia sanno risvegliare. Al centro del labirinto, allora, qualcuno c’è. Il poeta? La stessa domanda potremo rivolgerla idealmente ad Adrienne Rich, autrice di <em>Guida nel labirinto</em>, e a tutti gli altri poeti che concepiscono l’esercizio della poesia come atto conoscitivo, una corsa disperata dentro a un mistero senza sbocco. Ma il poeta è anche il minotauro da abbattere per liberare il campo da se stesso, dall’ingombro del suo Io, affinché la Poesia <em>tout court</em>, quella senza autore, che assomiglia alla Vita, ma che forse è la Vita stessa, possa percorrerlo tutto, tracimando e relazionandosi e dialogando con ogni cosa incontrata sul suo cammino. Iniziando il viaggio necessariamente dalla propria biografia per poi oltrepassarla, lasciando sparsi i “relitti della sfera intima” come Montalto li definisce, andando sempre oltre, andando verso… Come affrontare questa mise en abîme, dato che il centro del labirinto &#8211; ora lo sappiamo &#8211; non è che l’abisso stesso insieme alla sua consapevolezza, tragica conquista o meta che attende tutti noi, come specie umana, e non solo l’artista autentico? Se il viaggio ha senso solo in se stesso, Montalto lo percorre dall’interno come dall’esterno. Nel primo caso lo snodarsi dei versi è simile a una costante interrogazione intrapsichica e, nel secondo, la stessa interrogazione viene rivolta al lettore: è sempre un perdersi riflessivo “nella palude del senso” per poi ritrovarsi nell’abbandono all’intuizione, se non alla follia del doloroso non-senso &#8211; tutte prove infernali, quando il poeta giunge all’ipogeo di sé:</p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span><br />
[…]<br />
<em>la sensazione era come se, in realtà,</em><br />
<em> non fosse giusto vedere quelle cose,</em><br />
<em> perché forse non è giusto conoscere</em><br />
<em> il labirinto senza uscita delle possibilità</em><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
Potrà liberarsi dalla sua stessa riflessione e soprattutto dalla propria biografia, dopo la<em> mise</em> à <em>nu</em> negli impietosi autoritratti?<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<em>Forse per un attimo capisci</em><br />
<em> che cerchi negli altri ciò che &#8211; sai -</em><br />
<em> dovrebbe venire da te,</em><br />
<em> ma quella vita che rivendichi</em><br />
<em> e che dici pulsante</em><br />
<em> preferisci spolverarla con pigrizia.</em><br />
<em> Le pareti sono ancora le stesse</em><br />
<em> ma ora guardi con un sorriso ironico</em><br />
<em> le crepe tenaci e familiari,</em><br />
<em> e ti chiedi</em><br />
<em> se le vedrai raggiungere il soffitto.</em><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">E rinascere quindi in una seconda pelle? Oppure, arrivare alla convinzione (scaturita dalla percezione) che al centro del labirinto c’è solo il proprio occhio che guarda in giro e si guarda specchiandosi nella propria miopia (“Frammenti di percezione” recita il titolo della terza e ultima sezione del libro). L’’occhio, legato alla natura come l’antico labirinto immaginato e disegnato nell’antichità, possiede ancora materialmente un centro e ancora alla sua pupilla il poeta, come l’uomo, affida la propria immagine di sé. Alla sua pupilla &#8211; ma a una pupilla non proprio affidabile, in quanto afflitta da miopia congenita. E quindi dovrà accettarla per come è. Proprio uno sguardo difettoso, ora relitto di un grande e nobile animale &#8211; sovrano di un antico regno non del tutto scomparso &#8211; può guidare i passi del poeta sul suo tormentato cammino, come recitano gli ultimi versi del <em>Prologo</em> :</p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<em>E resto lì, fermo recensore di me stesso,</em><br />
<em> lo sguardo ottuso come di balena secca.</em><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
E ancora:<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
[…]<br />
<em>Un passo dopo l’altro</em><br />
<em> un piede avanti all’altro più in alto</em><br />
<em> come già si fece salgo a nessun luogo</em><br />
<em> solo pochi passi</em><br />
<em> e ancora</em><br />
<em> e uno a fianco all’altro poi dietro</em><br />
<em> in un ritorno sul pensiero</em><br />
<em> nel rimorso di una sinapsi</em><br />
<em> come il giorno che si guarda indietro</em><br />
<em> e si vede ingannato di essere così</em><br />
<em> di essere tramonto crollato sull’alba.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Ma Montalto non insegue solo la poesia, seppure lei è la preda più intima e privilegiata, ma anche altre espressioni artistiche: la narrativa, l’aforisma, la saggistica, la drammaturgia, la musica, insomma tutte le arti umanistiche. E di queste esperienze risuona subliminalmente la sua densa e variegata poesia, dal ritmo variabile tra il drammatico e l’affabulante, adeguata al suo passo interno, dal concitato al disteso. Così Il poeta &#8211; artista<em> tout court</em> &#8211; penetra nei loro singoli labirinti, percorrendoli con rigore e maestria e la passione dell’ esploratore: penetra dentro un mondo di specchi che gli rimandano il suo stesso volto moltiplicato. Tante arti “liquide”, che scorrendo l’una accanto all’altra senza contraddirsi, compongono il complesso, eclettico arcipelago montaltiano.</p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
Recensione di Lucetta Frisa per <em><strong>Il segno del labirinto</strong> di </em><strong>Sandro Montalto</strong><em> (la Vita Felice, 2011)</em><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span></p>
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			<media:title type="html">montalto copert</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>La magia dei libri</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ferraglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza meta]]></category>
		<category><![CDATA[libreria]]></category>
		<category><![CDATA[magia]]></category>
		<category><![CDATA[Notte]]></category>

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		<description><![CDATA[Guardate cosa succede la notte nella libreria Type books di Toronto.<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33018&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><strong>Guardate cosa succede la notte nella libreria Type books di Toronto.</strong></p>
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/01/12/la-magia-dei-libri/"><img src="http://img.youtube.com/vi/SKVcQnyEIT8/2.jpg" alt="" /></a></span>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/33018/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=33018&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Non mettete l&#8217;olio al cancello &#8211; Racconto di Brunella Gasperini</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 10:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandrapalombo</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Autori qui presentati, presenti, passati]]></category>
		<category><![CDATA[Brunella Gasperini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era un tempo,negli anni ’70, in cui le riviste femminili pubblicavano racconti. Una delle firme più amate era Brunella Gasperini della quale ho ritrovato, in un vecchio cassetto di mia madre, questo racconto. Non so da quale rivista sia stato ritagliato perché non ci sono indicazioni, ma solo le pagine,da 257 a 273 e l’illustrazione che lo precedeva. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32951&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">C’era un tempo,negli anni ’70, in cui le riviste femminili pubblicavano racconti. Una delle firme più amate era Brunella Gasperini della quale ho ritrovato, in un vecchio cassetto di mia madre, questo racconto. Non so da quale rivista sia stato ritagliato perché non ci sono indicazioni, ma solo le pagine,da 257 a 273 e l’illustrazione che lo precedeva. Una delle caratteristiche della scrittura della Gasperini era l’ironia che non manca neppure in questa storia.</p>
<p style="text-align:center;"> </p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/img1821.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-32954" title="img182" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/img1821.jpg" alt="" width="277" height="385" /></a></p>
<p style="text-align:center;"><strong>NON METTETE  L&#8217;OLIO AL CANCELLO</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Racconto di Brunella Gasperini</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong><br />
 <br />
<a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/img183.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-32955" title="img183" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/img183.jpg" alt="" width="158" height="217" /></a>&#8220;Eccoti arrivata&#8221; dice la Voce che mi accompagna. Non so che ora sia, né che giorno. Nel luogo da cui sono partita il tempo è sempre fermo, minuti e secoli hanno lo stesso valore: è una barba, secondo me. Sarà perché non mi ci sono ancora abituata. Loro me lo dicono sempre: non con rimprovero, ma con una dolce, distaccata pietà. &#8220;Non sei una di noi&#8221; dicono le loro grandi, lievi facce d&#8217;aria; &#8220;Non ancora.&#8221;<br />
È vero. Non sono una di loro. Ho lasciato troppe cose quaggiù, compreso il mio cuore, tutto intero. Credo che sia per quello che loro mi hanno dato questa specie di vacanza: perché venissi a riprendere il mio cuore per portarlo Lassù, a diventare come il loro: immutabile e sereno e fatto d&#8217;aria, come il loro. Ma io non lo riprenderò, il mio cuore. Non gliel&#8217;ho detto per paura di perdermi la mia vacanza, ma il mio cuore resterà sempre attaccato alla terra e alle cose e alle creature che ho amato: sempre. Io non sarò mai come loro.<br />
&#8220;Adesso va&#8221; dice la Voce. &#8220;Ma quando la luna sorgerà, dovrai tornare.&#8221;<br />
<span id="more-32951"></span>Va bene, va bene, ho capito, me l&#8217;hanno già detto Là: quando sorgerà la luna, dovrò tornare. Ma adesso il sole brilla, vedo sotto di me il mio piccolo vecchio lago, la mia piccola vecchia casa, e il mio cuore è là che mi aspetta. C&#8217;è tempo, per la luna&#8230; La Voce mi saluta, con la sua dolce distaccata pietà, e io sono sola. Sola col mio lago, la mia casa e il mio cuore. Mi vedete? Sono tornata.<br />
Su questo lago ho passato tutte le mie estati, tutte quante, da che son nata fino a quel giorno. In questo lago ho imparato a nuotare e a pescare piccoli immangiabili pesci iridescenti; davanti a quella punta ventosa, dopo il torrente, a quindici anni mi sono rovesciata con la barca la vela il timone i pesci e tutto; su quelle roccette cespugliose là in fondo ho raccolto cestate di more; e in quella casetta rossa (quella piccola, vedete?, con le persiane sbiadite e l&#8217;arco della darsena che pare una allegra bocca spalancata) ho dormito tutti i miei sonni estivi, cullata dal parlottio della barca che si dondolava di sotto, legata all&#8217;anello. E il molo davanti alla darsena? Avete mai visto un più poetico, paziente vecchio molo? con le sue braccia aperte verso il lago e il suo bravo faro di pietra in mezzo, che non ha mai avuto una lampada in vita sua? Su quel molo, le sere d&#8217;agosto, ci si distende con le mani sotto la nuca a guardare le stelle cadenti. Ogni stella che cade un desiderio: la pietra del molo è ruvida e calda, le voci rimbalzano sommesse sull&#8217;acqua, si sente nell&#8217;aria il profumo dell&#8217;olea fragrans, e il cielo è lì sopra, quieto e pieno di stelle. È proprio qui, su questo molo, in una sera d&#8217;agosto, che Renzo mi ha baciato la prima volta. Avevo diciotto anni, lui ventuno, il vecchio faro ci guardava. Quante stelle cadevano, quella sera.<br />
Adesso c&#8217;è il sole. Non so che ora sia, ma da come brilla il lago, in tante piccole onde irregolari, capisco che la brezza si è appena levata: deve essere mattina. Le persiane della casa, sopra la darsena, sono ancora chiuse: mattina presto; dunque.<br />
Infatti il giardino è ancora vuoto: i rami sono tutti vivi di uccelli, e le cicale non si sentono ancora. L&#8217;ombra della magnolia non è ancora arrivata al prato, e le mie rose gialle, vicino al pozzo, sono gonfie e dritte: deve essere la fine di giugno, o il principio di luglio. Me ne vado in giro per i viali ed è strano non sentire la ghiaia scricchiolare sotto i miei passi. Toccare una rosa e vederla rimanere immobile. Ciao rose, ciao alberi, ciao ghiaia, sono qui. Ma non mi sentono.</p>
<p style="text-align:justify;">Qualcuno sta entrando: riconosco la voce petulante e stonata del vecchio cancello. &#8220;Domani ci metto l&#8217;olio&#8221; diceva la Barborin. &#8220;Se tu metti l&#8217;olio al cancello&#8221; le dicevo &#8220;io metto l&#8217;olio a te. A te piace parlare? Bene, anche al cancello piace. E a me piace sentirlo.&#8221; Lei scuoteva la testa. &#8220;Matta sei nata e matta morirai&#8221; diceva. Così è stato.<br />
Eccola lì, la Barborin! È lei che sta entrando: con la sua faccia scontrosa, il suo scialletto, la cesta sul braccio. Tale e quale. Solo un po&#8217; più grigia. Ciao, Barborin! Mi aspetto di vederla voltarsi e brontolare: &#8221; Ah sei lì, strampalata?&#8221;. Invece niente. Sicuro; non mi vede e non mi sente. Richiude il cancello che strilla di nuovo, rauco e soddisfatto. Non ce lo hai messo l&#8217;olio, Barborin&#8230; Io non c&#8217;ero più a impedirtelo, ma tu non ce lo hai messo.</p>
<p style="text-align:justify;">S&#8217;incammina verso la casa e vedo che zoppica. La sua famosa sciatica. Che saltava fuori solo quando qualcuno la guardava. Ma adesso nessuno la guarda; eppure zoppica come non l&#8217;ho mai vista zoppicare. Le vado dietro fino in casa. È brutto non poterle portare il cesto.<br />
Entra in cucina, appoggia tutto sul tavolo, si lascia cadere su una sedia e sbuffa. Barborin, sei vecchia&#8230; perché nessuno ti aiuta?<br />
«Uffa» borbotta. Parla sempre da sola, la Barborin. «Gesù Gesù che vita.» Si alza, aggrappandosi al tavolo, e va a staccare un foglietto dal calendario. Ha sempre avuto la passione dei calendari, diceva che se non c&#8217;era lei col suo calendario, io non avrei mai saputo che giorno era né che mese e forse neppure che anno. Il che era pressappoco vero. Specialmente d&#8217;estate, qui alla &#8220;Darsena&#8221;, io sapevo solo, di sicuro, quando era sabato: perché al sabato arrivava Renzo, e io sentivo il sabato dentro di me fin da quando mi svegliavo al mattino sopra l&#8217;allegro brontolio della darsena.<br />
Guardo la data di questo giorno terreno: sabato (lo sapevo che era sabato), 7 luglio 19&#8230; Dunque sono passati quasi due anni da quel giorno. Dio santo, due anni! Renzo, cos&#8217;hai fatto in tutto questo tempo?<br />
«Le nove meno un quarto» bofonchia la Barborin, alzando gli occhi all&#8217;orologio. «Potrebbero essere qui tra un paio d&#8217;ore&#8230;»<br />
Potrebbero, ha detto. Chi? Uno è Renzo, ma gli altri chi sono?<br />
«Se almeno riuscissi a tenere un po&#8217; d&#8217;ordine in casa fino a quell&#8217;ora&#8230; Si sa che è la prima impressione che conta. Se una entra in casa e ci trova dentro la baraonda&#8230;»</p>
<p style="text-align:justify;">Se una entra in casa&#8230; Ha detto una. Chi è questa &#8220;una&#8221; che viene in casa mia? Forse una nuova donna di servizio, un aiuto per la Barborin. Ma certo, che stupida, certo che è così.<br />
«Ma va&#8217; un po&#8217; a parlare di ordine a quei tre strampalati.»<br />
Qui non c&#8217;è da sbagliarsi: se la Barborin parla di strampalati, o si tratta di me o si tratta dei miei figli.<br />
«Disordine e matteria» sentenzia disgustata, tirando fuori i pacchi dal cesto. «Sempre stato così. Come fa una povera vecchia a starci dietro ? Con quei tre in gara a portar dentro sassi e pesci morti e canne di bambù da cavar gli occhi alla gente. E a dimenticare tutto dappertutto. E con un sacco di idee bislacche in testa, tali e quali alla loro mamma, che Dio le perdoni.»<br />
Che Dio mi perdoni. Che mi perdoni tutto il disordine e le matterìe e le canne di bambù della mia gaia, dolce vita terrena. E mi perdoni, anche, la terribile gioia che provo in questo momento. Voi che vivete non sapete cosa vuol dire essere morti e sentir dire che i vostri bambini sono tali e quali a voi. È come ridiventare vivi. Vivi, e felici, e quasi onnipotenti. Che Dio mi perdoni.<br />
Adesso vorrei volare di sopra a vederli, subito, subito. È quello che voglio fare fin dal primo momento, fin da quando la Voce mi ha detto: &#8220;Adesso va&#8217;&#8230;&#8221;. Ma prima avevo paura, vedete, avevo troppa paura di trovarli cambiati. Adesso non ho più paura, e volo. Sono già sulla porta, quando la voce della Barborin, che ricomincia il soliloquio, mi tiene ferma nel raggio di sole che entra dal giardino:<br />
«Quella povera signorina in mezzo ai selvaggi&#8230; Le verrà paura, povera anima. Una signorina così ammodo».<br />
Una signorina ammodo&#8230; in casa mia! Barborin, cosa stai tramando? Ha sempre avuto la fissa delle persone ammodo, la Barborin. &#8220;Tu non sei una ragazza ammodo. Le ragazze ammodo non scavalcano i cancelli. Le signore ammodo non si arrampicano sugli alberi. Le signore ammodo non parlano con le cose. Le signore ammodo&#8230;&#8221;<br />
Va bene, non ero ammodo. Ero disordinata e un po&#8217; matta e parlavo con le cose. Ma tu non mi volevi bene lo stesso, Barborin? E Renzo, e i miei figli?</p>
<p style="text-align:justify;">A un tratto la Barborin alza la testa e si mette a parlare forte; con un &#8216;aria aggressiva, come se si rivolgesse a qualcuno di ben definito.<br />
«Non si può andare avanti in questo modo! Una padrona ci vuole, qua dentro. Io sono vecchia, e le ragazze a servizio non ci stanno. Le ragazze d&#8217;adesso, figurati. Con tre bambini scatenati come quelli&#8230; Io sono vecchia. Ho la sciatica e i reumatismi e il mal di cuore. Non ce la faccio più. Una padrona ci vuole, ti dico.»<br />
Adesso so con chi sta parlando. Sta parlando con me. Come se mi vedesse. Solo che non mi vede, e se le rispondo non mi sente. Brutta cosa esser morti. Sono sempre ferma nel raggio di sole, non riesco più a muovermi.<br />
«È tanto una brava signorina» continua ostinata la Barborin, ma adesso sembra che stia convincendo se stessa. «Proprio quella che ci vorrebbe per noi. E adesso finalmente il signor Renzo la porta qui a conoscere i bambini&#8230;»<br />
Qui. Nella mia casa. Nel mio giardino. Dai miei bambini. La signorina ammodo! Barborin, sei una brutta vecchiaccia.<br />
«E anche il signor Renzo, povero ragazzo, non poteva mica continuare così» dice la Barborin, sottovoce.<br />
Renzo, non potevi? Non mi sento più né viva né felice né onnipotente.<br />
«Sarebbe una benedizione, se la sposasse!» Ed è la Barborin che dice questo&#8230; La mia vecchia balia. «È una signorina tanto buona, tanto ammodo&#8230;». E dàlli. Odio la gente ammodo. «Ha ventotto anni, un&#8217; età giusta, e insegna il latino nelle scuole» conclude rispettosamente la Barborin.<br />
Pfff! Una professoressa. Già me l&#8217;immagino. Avrà gli occhiali. Vorrà mettere tutto in ordine e parlerà nel naso e comanderà a bacchetta. E farà mettere l&#8217;olio al cancello. Oh, no che non lo farà! Non farà niente di tutto questo, Barborin, te lo dico io. Renzo non può voler bene a una così. A una che insegna il latino. A una ammodo. A nessun&#8217;altra. Barborin, cosa vuoi sapere tu? Sei solo una vecchia stupida con la sciatica e il nervoso, e non capisci niente.<br />
Ma io capisco. La sistemo io, quella del latino. Sta&#8217; un&#8221; po&#8217; a vedere, Barborin, come te la sistemo.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi sento di colpo molto allegra. Allegra e scatenata, come una volta.<br />
«Gesù, le nove!» geme la Barborin. «E ho ancora tutto da fare.» Prende una scopa e batte col manico sul soffitto. Tum-tum (che vuoI dire: sveglia), tum-tum-tum (che vuoI dire: alzarsi subito). Faceva così anche prima: le scale le pesavano già allora. Ma a me non pesano. Non mi pesavano prima, perché le mie gambe erano giovani, svelte e allegre. E adesso non c&#8217;è più niente che pesi: tutto è fatto d&#8217;aria. Tutto tranne il mio cuore. È il mio cuore che vola di sopra a vederli.<br />
Sono uguali. Un po&#8217; più grandi, ma uguali. Giorgio, Berto e Pop. I miei bambini. I miei figli. Vorrei che poteste provare, solo per un momento, quello che sto provando io. Ma voi siete vivi, non potete.<br />
Si stanno lavando, alloro solito modo: due gocce sugli occhi, una goccia sul naso, una goccia sul mento, una strofinatina e via. E le orecchie, messeri, e le orecchie?</p>
<p style="text-align:justify;">Tornano verso il lavabo, come se mi avessero sentito. Ma è così! Non posso abbracciarli, arruffare i loro capelli, tirare i loro corti nasi, ma loro mi sentono. Non sanno che son qui, non mi vedono, ma sono i miei figli, e mi sentono. E mentre li vedo mettere le loro due brave gocce d&#8217;acqua nelle orecchie, mi sento di nuovo onnipotente.<br />
E così continuo a sentirmi mentre li guardo lavarsi i denti (a Pop mancano due incisivi davanti: ha già sei anni), e mentre li guardo vestirsi (è Giorgio che allaccia i sandali a Pop: ha già dieci anni), e mentre li ascolto parlare di pesci e pietre focaie e bambù, e Berto racconta una storia di creature lunari che ha letto ieri (l&#8217;ha letta&#8230; ha già otto anni), e li sento dire tante cose strampalate che solo io posso capire, perché io sono loro e loro sono me, e non mi importa &#8211; quasi &#8211; di non poterli chiudere tra le mie braccia, mai più.<br />
Scendo con loro, a rotta di collo giù per le scale, verso la colazione. Si buttano sulla cioccolata e sul pane come in Qualsiasi altra mattina della loro vita e della mia.<br />
«Ecco come vi siete vestiti!» dice la Barborin. (lo sono alle sue spalle e soffio, soffio nella sua vecchia testa ignara.) «Vi avevo detto di cambiare la canottiera emettere i calzoncini puliti e i sandali belli! Lo sapete che viene quella signorina col papà.»<br />
Pop apre la bocca sdentata, piena di cioccolata e di pane: «E a lei cosa ce ne importa dei nostri sandali ?»<br />
«Gliene importa sicuro» dice la Barborin. «Non vuole mica vedere dei bambini così conciati.»<br />
«E allora che vada a vederne degli altri» dice Giorgio«Ce n&#8217;è tanti di bambini.»<br />
«Ma lei vuole stare con voi» supplica la Barborin. «Vuole curarvi, e&#8230;»<br />
«A noi non ci interessa che ci curi» dice Berto. «Non è mica la mamìzzola.»<br />
Mamìzzola: quanto tempo che non mi sento chiamare così.<br />
La Barborin ha voltato via la testa. «No, sicuro» dice piano con voce malferma come le sue mani. Ma io le giro intorno e soffio, soffio nella sua testa confusa, perché sbagli di nuovo&#8230; finché lei torna a voltarsi, con le mani sui fianchi:<br />
«Ma potrebbe diventarlo!» annuncia imperiosamente.<br />
Ciao Barborin, sei fritta. «Potrebbe diventare come un&#8217;altra mamma.»</p>
<p style="text-align:justify;">Quattro occhi neri come i miei (Giorgio e Pop) e due occhi grigi come quelli di Renzo (Berto) si alzano su di lei. In silenzio. O Giorgio, Berto, Pop&#8230; non posso guardarvi. Sono viva e felice e onnipotente, ma non posso guardarvi, in questo momento.<br />
La fissano e non parlano. Poi c&#8217;è un gran rumore di sedie, e subito dopo sono fuori in giardino, si buttano nei loro giochi come forsennati. La Barborin è lì ferma che si strofina le mani nel grembiule. «Gesù» borbotta, col magone. «Gesù Gesù che vita.»<br />
Vorrei aiutarti a sparecchiare, Barborin. Non te lo meriti; ma vorrei lo stesso.<br />
La lascio lì e me ne vado fuori coi miei figli. La ghiaia scricchiola sotto i loro sandali, le voci note traversano l&#8217;aria verde e oro del mattino di luglio. Le cicale si sono messe a cantare e io comincio a sentire il sabato dentro di me. Quando arriva Renzo?<br />
Arriva alle undici passate &#8211; l&#8217;ombra della magnolia ha raggiunto il pozzo &#8211; e i bambini corrono ad aprire il cancello al richiamo noto del clacson. Po-po-pot, popopot&#8230; La giardinetta grigia &#8211; è ancora lei &#8211; entra e percorre il viale grande fino in fondo, inseguita dai tre selvaggi armati di canne di bambù. Si ferma, e il mio cuore si ferma con lei.<br />
Renzo, sei tu. I tuoi occhi grigi, la tua vecchia giacca, la tua gola scura. Sei stanco. Lavori sempre tanto? Sono sicura che il bassetto ti ha fatto arrabbiare. (Il bassetto è il direttore generale, e l&#8217;ho chiamato io così, perché è piccolo, tirchio e bisbetico come un nano maligno.) Al diavolo il bassetto, il lavoro e i soldi…  Adesso sei qui.<br />
Solleva i bambini a grappolo, come sempre, con tutte le loro zampe sporche e le loro canne accecanti, e il suo sorriso è sempre quello. Poi li mette giù, alza la testa e guarda la magnolia.<br />
Per voi quel gesto e quello sguardo non sono niente. &#8220;Ha guardato la magnolia&#8221; voi dite. Ma su quella magnolia, proprio là in cima, vedete, io l&#8217;ho aspettato tutti i sabati di tutte le nostre estati. Da là in cima vedevo arrivare la giardinetta, io per prima, da là in cima io salutavo, io per prima, sporgendo dai rami la mia giovane faccia e le mie giovani braccia felici.<br />
Ecco perché lui guarda lassù, adesso. Non guarda la magnolia. Cerca quella lontana Gigìn. E non la trova. Renzo, sono qui, a un passo&#8230;  Ma non mi vede.<br />
«Questa è Marisa» lo sento dire. «Aveva voglia di conoscervi.»<br />
Solo adesso mi accorgo di quell&#8217;altra. Eccola li, la signorina ammodo. Quella del latino. Non ha gli occhiali. Ha una faccia chiara e liscia, i capelli chiari e lisci, tutto chiaro e liscio. Non è mica brutta&#8230; Però io ero molto più carina. Questa qui è insipida. Non può piacere a Renzo, una così insipida. Non può. Escluso. È solo la Barborin che gli mette le idee in testa.<br />
«Buongiorno» dice l&#8217;insipida ai bambini. Non parla nel naso: anche la voce è chiara. Ma senza sugo.<br />
Loro, zitti, la guardano. Io sto dietro di loro. Sono miei.<br />
«Questo è Giorgio» dice Renzo. «Questo è Berto, e questo è Pop. Date la mano.»</p>
<p style="text-align:justify;">Loro danno la mano, senza parlare. Duri come bastoni.<br />
«Sono un po&#8217; selvaggi» dice Renzo con una risatina sforzata. Renzo, per piacere, non ridere così, non sembri tu. «E molto sporchi, anche» dice.<br />
«Oh, be&#8217;,» dice l&#8217;insipida, volonterosa «un po&#8217; di sapone e la sporcizia è bella e sistemata.»<br />
 Ai vostri figli piace il sapone? Be&#8217;, ai miei no. La guardano e non dicono niente, ma io leggo nei loro pensieri trasparenti: &#8220;Sporcizia sarà lei. Si lavi lei, col sapone&#8221;.<br />
Sento che mi divertirò. E mi diverto, infatti: moltissimo. Questa Marisa non ne imbrocca una (io le sto alle spalle quando parla), Renzo è stanco e taciturno (il bassetto doveva essere in gran forma, questa settimana), i bambini sono pestiferi (non c&#8217;è neanche bisogno di influenzarli, loro sono me) e tutto va per storto che è una bellezza. Lo so che sono un&#8217;anima e che le anime non dovrebbero ridacchiare così. Non sono ammodo neanche come mamma, io.<br />
Si avvicina l&#8217;ora di colazione, e per una vecchia abitudine (sempre fiori del giardino sulla nostra tavola), Pop annuncia:<br />
«Vado io a cattare i fiori». «Non si dice cattare» corregge la professoressa. «Si dice cogliere».<br />
Pop le dà una lunga, pensosa occhiata: «Tu li cogli» stabilisce. «io li catto». E via.<br />
Giorgio e Berto ridono, e anche a Renzo viene voglia di ridere: me ne accorgo benissimo. E forse anche quella là se ne accorge, perché diventa un po&#8217; rossa, e le luccicano gli occhi. È bellina, così&#8230; Ma Renzo non la sta guardando. Diventa rossa finché ti pare, oca di una professoressa ammodo. Tanto a lui non gliene importa niente. È mio, non vedi ? Sono dodici anni che è mio, e lo sarà sempre. Guardati intorno, intrusa. Guarda la magnolia e il pozzo e le mie rose gialle, guarda il lago e il molo e il faro che fa la guardia ai nostri sogni. Senti cosa ti dicono? Vattene, ti dicono. Non c&#8217;è posto per te, qui. Vattene, intrusa.</p>
<p>Ma questa non li vuol sentire. Non capisce niente, questa qui.<br />
Vanno a tavola, e non vi dico. Avete mai visto dei mao-mao seduti a una tavola europea? Bene, quelli sono i miei figli. E i discorsi&#8230; State a sentire:<br />
Berto (rivolto a Pop): Lo sai cosa sono i trifidi?<br />
Pop (a bocca piena) : Io no. Cosa sono, Berto?<br />
Berto: Sono delle piante astrali con le gambe, che vanno in giro.<br />
Marisa: Oh, mio Dio.<br />
Berto: E oltre alle gambe hanno una specie di bocca in cima, e dentro questa bocca hanno una lingua velenosa e con questa lingua velenosa pungono le persone antipatiche (occhiata a Marisa) e le persone antipatiche muoiono in convulsioni.<br />
Barborin : O Gesù.<br />
Marisa: Ma dove&#8230; dove imparate questi orrori?<br />
Giorgio (con distacco): Non sono orrori. È fantascienza.<br />
Berto (inesorabile): E dopo che le persone antipatiche sono morte, i trifidi si fermano li, e aspettano. E quando le persone antipatiche sono ben putrefatte, allora i trifidi le mangIano.<br />
Marisa (smette di mangiare l&#8217;arrosto).<br />
Barborin: Gesù.<br />
Giorgio (sospirando): Ma i trifidi verranno solo nel duemila.<br />
Pop (speranzoso): Però in fondo potrebbero venire anche prima, vero, Giorgio?<br />
Giorgio: Forse. (Occhiata generale alla professoressa, che è di nuovo rossa e con quegli occhi lucidi, ma Renzo non la guarda.)<br />
Nessuno parla più, tranne qualche «Gesù» della Barborin, e il pasto finisce. Allora decidono di andare in barca (cioè, sono io che decido per loro, e so bene il perché).<br />
Il vecchio canotto borbotta dolcemente al nostro apparire. Ciao, Domokos, vecchio lupo di lago. Se mi chiedete perché il nostro canotto si chiama Domokos, non ve lo saprei dire. S&#8217;è sempre chiamato così, fin dai tempi del bisnonno garibaldino, e mi pare che c&#8217;entri una battaglia in qualche parte della Grecia, ma non m&#8217;importa molto. A voi importa? Il Domokos è il Domokos, il nostro canotto, e noi non gli abbiamo mai chiesto la carta d&#8217;identità. Ma lei, l&#8217;insipida, vuole sapere il perché e il percome. Perché si chiama Domokos, che cos&#8217;era Domokos, chi è stato a chiamarlo Domokos, ecc.</p>
<p>«Tu perché ti chiami Marisa?» chiede Pop, e il tono fa capire che mentre Domokos è un bellissimo nome, pieno di vento e di onde, per un bellissimo canotto, Marisa è uno stupidissimo nome per una stupidissima donna. Senza vento né onde. Marisa si volta verso Renzo, come a chiedere aiuto, ma Renzo non la guarda. Sta guardando verso prua.<br />
E anche questo a voi non dice niente. &#8220;Sta guardando la prua&#8221; voi dite. Ma su quella prua, io stavo seduta durante le nostre lunghe pazze bordate, a bermi il vento egli spruzzi, e Renzo stava al timone e c&#8217;era tra noi il riflesso del lago e dell&#8217;avventura e dell&#8217;amore.<br />
Adesso è Giorgio che sta al timone. E a prua non c&#8217;è nessuno che Renzo possa vedere.<br />
La breva è fortissima a quest&#8217;ora, il Domokos salta come un vecchio delfino ubriaco, entra acqua da tutte le parti, e la professoressa ha il mal di mare, anche se non lo dice. Ma tutti lo sanno benissimo. A ogni virata lei chiude gli occhi, finché Renzo dice, brusco:<br />
«Torniamo a riva, si balla troppo». «Sì, papà» dicono i tre, delusi. E guardano Marisa.</p>
<p> E anche dopo, tutto continua così: io sono sempre dietro a Marisa, a mandarle tutto storto. So che non è giusto. Ma mi è così difficile essere un&#8217;anima. Marisa non sa più cosa dire, e appena dice qualcosa sbaglia, e i bambini la guardano in un modo che sembrano tre trifidi anticipati al 1900; la Barborin continua a dire «Gesù», l&#8217;aria è carica di elettricità nascosta (sono sempre stata elettrica, io) e Renzo è sempre più taciturno e nervoso. Non riesco a vedere i suoi pensieri. Perché non ci riesco? Ma non fa niente. Vedo i suoi occhi e la sua bocca e la sua vecchia giacca e non m &#8216;importa -quasi &#8211; di non poter schiacciare la faccia contro la sua gola. Basta guardarlo, ed è come avere diciotto anni, ed essere fuori sul molo col profumo dell&#8217;olea fragrans e le stelle cadenti. Ogni stella un desiderio&#8230; E si sono avverati tutti, miracolosamente tutti, fino a quel giorno.<br />
È a quel giorno che pensi, Renzo? A quello stupido vecchio albero marcio da cui caddi ? Non pensarci. Pensa a tutte le nostre stelle cadenti avverate: non bastano a riempire dieci vite?<br />
Oh, il sole! Se n&#8217;è andato. È tramontato adesso, dietro la cima del Bolgia. Il vento cala di colpo, e il lago è tutto quieto, verde e triste. Le cicale hanno smesso di cantare.</p>
<p>Presto verrà giù l&#8217;aria della valle e poi sorgerà la luna. &#8220;Quando la luna sorgerà, dovrai tornare.&#8221; Come corre il tempo, quaggiù.<br />
È l&#8217;ora di cena. Vanno a tavola di nuovo, sotto il portico, e tutto va avanti pressappoco come a colazione, solo un po&#8217; peggio. Sempre un po&#8217; peggio, finché arrivano le nocciole (del giardino) a portare la crisi risolutiva. Sì perché le nocciole sono quasi tutte guaste o bucate o vuote, e Marisa chiede:<br />
«Ma come mai ?» «Sono i ghiri» dicono, soddisfatti, Giorgio, Berto e Pop.<br />
«I ghiri?» chiede Marisa allarmata. Sembra che parli di immonde serpi. «Ci sono i ghiri ?»<br />
«Sicuro!» dicono i tre. «La: soffitta è la loro casa, i noccioli il loro giardino, e le nocciole sono il loro mangiare.» Voci e facce sono piene di orgogliosa complicità. Perché i ghiri sono nostri amici, da sempre. Avete mai visto un ghiro? È il più delizioso piccolo animale che ci sia, con un allegro piccolo muso e una grande morbida coda veloce, che ti guarda tra i rami, attaccato alle foglie con le zampine davanti, e ammicca con due occhietti, furbissimi: &#8220;Grazie delle nocciole. Squik!&#8221;.<br />
«lo credevo» dice Marisa «che i ghiri fossero come grossi topi che dormono sempre.»<br />
Pfff! Senti, professoressa, tu saprai il latino, ma non parlare di ghiri &#8211; dei nostri ghiri.<br />
«Dormire?» dice Giorgio. «Svegli come diavoli, sono. Quando giocano e fanno le feste in soffitta, di notte, svegliano tutti, quei matti.»<br />
«E sono furbi, ma furrrrbi!» dice Berto. «Come accidenti. Non solo si mangiano le nocciole, ma giocano con le nostre tegole, le spostano di qua e di là, e così quando piove, splash! giù tutta l&#8217;acqua in stanza della Barborin.»<br />
«E loro a ridere e a fare capriole» dice Pop elettrizzato.<br />
«Un bel guaio» dice la professoressa (io le sto alle spalle). «Ma ci sarà pure modo di eliminare Queste bestie, no?»<br />
C&#8217;è un momento di profondissimo silenzio. La Barborin fa smorfie e piccoli gesti disperati con le mani, ma è troppo tardi. Piena di sacro zelo -e sobillata da me -lei va avanti:<br />
«Con il grano avvelenato, per esempio! Come per i topi, no? Vi insegno io. Ne spargiamo un po&#8217; in soffitta, e in un paio di giorni&#8230;»<br />
Forse dovrei ridere. Invece non ci riesco. Giorgio, Berto e Pop si sono alzati, e non sembrano più trifidi. Sembrano tre piccoli, pallidi uomini furenti.<br />
«Papà, mandala via!» grida Pop con la sua bocca sdentata. «Vuole ammazzarci i ghiri! Mandala via, papà!»<br />
È come quando Balilla lanciò il primo sasso, vedete. Adesso urlano tutti e tre, ciechi esordi e impazziti (proprio come me quando mi arrabbiavo) e io mi metto a urlare follemente con loro, anche se nessuno mi sente. Vattene! Via di qui! Vattene, vattene, vattene, intrusa!</p>
<p>Lei non è più rossa. È molto bianca, adesso. Sta lì, smorta e muta, senza difendersi, finché Renzo sbatte il tovagliolo sul tavolo e tuona:<br />
«Andate di sopra, tutti e tre! Via, filate! E che non vi veda per un pezzo.»<br />
Loro si azzittiscono di colpo. Non sono abituati a questa brutta voce. Giorgio slaccia il bavaglino di Pop e lo mette sul tavolo. Poi tutti e tre se ne vanno, Pop nel mezzo, dritti e silenziosi con le loro tre piccole schiene infelici. Renzo, ma li lasci andar via così?<br />
«Mi dispiace» dice Marisa. È sempre pallida. Le tremano le labbra, è bella&#8230; Non guardarla, Renzo. È un&#8217;intrusa. Pensa a loro e a me e ai ghiri e a noi&#8230; Ecco, così: lo vedo dalla faccia, che ci pensi. La tua faccia mia.<br />
«Tu non puoi capire» dice con una voce secca, ingoiata. «Non è colpa di nessuno. Scusali. Scusami. Vado di sopra un momento.» Volta le spalle e va.<br />
Ho vinto. Lei rimane lì sola con la Barborin, che comincia a sparecchiare, zoppicando. «Gesù» dice. «O Gesù benedetto.» Anche la voce zoppica.<br />
Marisa si alza e comincia a sparecchiare con lei, semplicemente, come se lo avesse sempre fatto.<br />
«Io&#8230; io non ho mai visto un ghiro» la sento dire con una voce infelice. «Credevo che fossero come grossi topi. lo&#8230; pensavo alle nocciole.» Anche la sua faccia è infelice.<br />
Cosa mi succede? Sono sempre la stessa. Sempre lì ad avere pietà di tutti.<br />
«È andato tutto così male» dice. «Tutto al contrario di quello che volevo&#8230; Pareva che ci fosse qualcosa dentro di me che&#8230; non so. Pensavo una cosa e me ne veniva fuori un&#8217;altra&#8230; stupida e brutta. Io non sono così! Non capisco cosa m&#8217;è preso. Io non sono un&#8217;intrusa! So che non posso prendere il suo posto&#8230; ma gli voglio bene e volevo aiutarlo e voler bene con lui ai suoi bambini. Io voglio bene ai bambini. E i bambini vogliono bene a me, di solito. E invece proprio questi&#8230; proprio questi che sono i suoi, questi tre poveri bambini senza mamma&#8230;» Si interrompe, e vedo le sue lacrime. Quiete e silenziose vengono giù per le sue guance senza che lei le asciughi. «lo non volevo prendere il suo posto» ripete desolata. «Volevo solo un mio posto accanto a loro. E invece ho sbagliato tutto. Ho perduto tutto non so perché, ma certo è stata colpa mia.»<br />
«Non è stata colpa sua» dice la Barborin. E a un tratto si volta verso il mio angolo, come se mi vedesse. So che non mi vede: eppure mi sento come quando ero piccola e ne combinavo qualcuna e volevo farla franca, e la Barborin mi veniva davanti e diceva: &#8220;Guardami un po&#8217; in faccia, Gigìn! Lo So che sei stata tu, cosa credi? Sei una cattiva bambina. Vergogna, Gigìn&#8221;.<br />
Non sono più una bambina, adesso. Sono un&#8217;anima. Un&#8217;anima che ama il suo uomo e i suoi figli con la gioia e la passione e la ferocia di una donna viva. Un&#8217;anima strampalata e gelosa. &#8220;Vergogna, Gigìn.&#8221;</p>
<p>Quando ero una bambina, potevo piangere, per la vergogna. Ma adesso sono un&#8217;anima, non posso. Posso solo andare fuori nel mio giardino tutto buio e fresco, e sentirmi terribilmente viva e terribilmente morta. L &#8216;aria della valle fruscia dolcemente tra i noccioli, l&#8217;acqua nella darsena parlotta con la chiglia del Domokos, e il vecchio faro senza lampada mi guarda. &#8220;Vergogna, Gigìn.&#8221;<br />
Qualcosa mi chiama dall&#8217;alto. È la luce delle finestre che filtra dalle persiane chiuse, e chiama&#8230; Perché chiama? Passo attraverso quella luce, e li vedo.<br />
Renzo è in piedi sul nostro balconcino, la pipa in bocca, gli occhi fissi sul lago. So che mi chiama, e non posso rispondere. Se il vostro uomo vi chiama e voi non potete rispondere, allora vuoI dire che siete veramente morte.<br />
Ma non è solo lui che chiama. C&#8217;è un&#8217;altra voce nella stanza vicina, mozza e affannosa: è Pop che piange. Sta seduto sulla sua cuccetta, stravolto e sussultante e così piccolo, e mi chiama. Pop, sono qui&#8230; Ma non mi sente. Non ho braccia per stringerlo, né labbra per baciarlo, né voce per dire il suo caro piccolo nome: sono morta.<br />
Berto e Giorgio gli stanno vicino senza dir niente, così uguali con la faccia stirata per la fatica di essere grandi e non piangere, ma il loro pensiero è lì davanti a me, chiaro e lancinante: &#8220;Mamma mamìzzola, torna indietro&#8221;.<br />
Ma non posso tornare. Io che li ho messi al mondo, che ho dato loro il mio latte e il mio amore e il mio respiro, io non posso consolarli: mai più.</p>
<p>E adesso so che preferirei essere morta del tutto, anche nel loro cuore, morta e finita e dimenticata, piuttosto che amata e rimpianta così. Questo non lo sopporto.<br />
Adesso so. So che le Anime mi hanno mandato qui perché capissi questo. So quello che devo fare. La luna non è spuntata, sono ancora in tempo.<br />
Marisa è ferma davanti al cancelletto del lago, sola; La vedo bene, adesso. Non è la loro mamma, ma ha un cuore tenero, e voce e braccia vive per loro.. Le vado vicino, senza che lei lo sappia, e la prendo per mano.<br />
È stato facile. Lei aveva avuto solo un giorno per capirli, io tutta la vita: è stato facile insegnarle la strada in una sera. Facile, bello e molto triste. Sono diventata un&#8217;anima ammodo, Barborin, sei contenta?<br />
La luna sta per spuntare. Vedo già l&#8217;orlo di luce bianca dietro la montagna nera. La mia vacanza sta per finire, e mi sento già così lontana, esclusa.<br />
Sotto i noccioli c&#8217;è un parlottare sommesso, e la luce della pila che fruga tra i rami.<br />
«Eccolo, eccone uno!» bisbiglia la voce di Pop. «Lo vedi, Marisa? Ti sta proprio guardando.»<br />
«Che muso furbo! E che zampe piccole&#8230; E io che volevo sterminarli! Credi che mi avranno sentito, Pop?»<br />
Pop riflette. «Non aveva mai visto un ghiro» la giustifica poi, rivolto ai rami.<br />
«No,» dice Marisa dolcemente «non ne avevo mai visti. Ho un sacco di cose da imparare, da voi. Dovete insegnarmi a pescare, a riconoscere le pietre focaie, a cattare i fiori&#8230; Forse anche ad arrampicarmi sugli alberi.» «No» dice Renzo sottovoce. «Sugli alberi no.»</p>
<p>C&#8217;è un momento di silenzio, e in quel silenzio io e loro vediamo quel vecchio albero del Bolgia, e me stessa stesa di sotto, con le braccia aperte: una ragazza che cantava e rideva e parlava con le cose e amava il suo uomo e i suoi figli, e mordeva la vita golosamente, come un frutto &#8211; e che è morta. &#8220;Una signora ammodo non si arrampica sugli alberi&#8230;&#8221; Avevi ragione, Barborin. Ma era uno stupido vecchio albero marcio. Non pensateci più.<br />
Dal silenzio nasce di nuovo la voce di Marisa, un po&#8217; tremula: «Ma se imparerò bene tutte quelle cose, voi in compenso mi terrete lontani i trifidi, eh?».<br />
Ridono. È bello sentirli ridere: anche senza di me. Lei riuscirà a consolarli: è dolce, è buona, è anche gaia. Ma soprattutto, è viva.<br />
Posso anche andarmene, adesso. Il mio posto non è più qui. Addio, cari. Non mettete l&#8217;olio al cancello, per piacere&#8230; Addio.<br />
Il cielo è tutto bianco di luna.<br />
Sei qui? dice la Voce che m&#8217;aspetta. Sei stata brava. Sì, sono stata brava. Voi non sapete quanto.<br />
Non vuoi voltarti a salutarli una volta? chiede la Voce d&#8217;aria.<br />
No, non voglio voltarmi. È già così faticoso il mio cammino&#8230; Non voglio voltarmi -mai più.<br />
Ascolta, dice la Voce. Non senti niente? Fermati, e ascolta&#8230;<br />
Mi fermo: senza voltarmi. E attraverso la fragile aria lunare qualcosa mi raggiunge, sussurra intorno a me. «Mamma mamìzzola, oggi è venuta una che si chiama Marisa e prima era antipatica e dopo era simpatica, e noi prima siamo stati cattivi e dopo siamo stati bravi e abbiamo guardato i ghiri tutti insieme. Ce n&#8217; era tutta una famiglia. E forse Marisa resterà con noi e allora noi le insegneremo tutte le tue cose e ti vorremo sempre tanto bene. Proteggici per piacere e facci pescare tanti pesci domani. Buonanotte, così sia.» È la preghiera di Pop.<br />
Allora mi volto. E li vedo &#8211; distesi al buio nelle loro cuccette, tutti e tre &#8211; scivolare placati nel sonno, senza più lacrime. Preghiere e sogni si confondono sopra le tre testoline scure, e in ogni preghiera e in ogni sogno io mi vedo: non più desiderio e dolore, ma ricordo, certezza e rifugio. Così sia.<br />
Sul balcone della nostra stanza c&#8217;è un puntino rosso che palpita a intervalli. È Renzo che fuma e guarda giù: e lì sul molo nella fragile luce, ci sono le ombre di due ragazzi che contano le stelle cadenti, e il vecchio faro senza lampada li guarda.  Sono i ricordi di Renzo.<br />
Allora, finalmente, ogni affanno e ogni rimpianto scompare, e c&#8217;è soltanto amore: triste e infinito e puro. Grazie, miei cari. Tante e tante stelle cadranno ancora per voi. Ma le mie stelle cadenti saranno sempre lì &#8211; vive &#8211; dentro di voi: ricordo, certezza e rifugio, sempre.<br />
&#8220;Hai capito, finalmente&#8221; dice la Voce che mi accompagna, e il grande Volto d&#8217;aria mi sorride. &#8220;Sei come noi, adesso.&#8221;<br />
Sì, sono come Loro, adesso: e il faticoso cammino di ritorno diventa un largo, pacato volo attraverso il cielo. Tutto è grande, immutabile e sereno: anche il mio cuore.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32951/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32951&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>da &#8220;Lunch poems&#8221; di Frank O&#8217; Hara</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 06:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>margherita ealla</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Autori qui presentati, presenti, passati]]></category>
		<category><![CDATA[Frank O' Hara]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[margherita ealla]]></category>

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		<description><![CDATA[[…] Dio mio come vorrei sognare per non dire dormire è notte l’aria fina mi avvolge tutto come uno sciame piove e sono raffreddato sono un vero essere umano con veri ascendenti e una buona dose d’estasi ma cosa te ne fai di un bambino come me se non mi mangi tu dovrò mangiarmi io [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32906&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_32907" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/rivers_ohara.jpg"><img class="size-medium wp-image-32907" title="Rivers_O'Hara" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/rivers_ohara.jpg?w=300&#038;h=244" alt="" width="300" height="244" /></a><p class="wp-caption-text">Larry Rivers and Frank O&#039;Hara, Stones, 1958</p></div>
<p>[…]</p>
<p>Dio mio come vorrei sognare per non dire dormire è notte<br />
l’aria fina mi avvolge tutto come uno sciame piove e sono<br />
raffreddato sono un vero essere umano con veri ascendenti<br />
e una buona dose d’estasi ma cosa te ne fai di un bambino<br />
come me se non mi mangi tu dovrò mangiarmi io</p>
<p>che strana maledizione la mia “generazione” siamo tutti<br />
come fiori nell’Agassiz Museum degli eterni ardenti<br />
non mi toccare ché se tremo suono come i campanelli<br />
cinesi al vento io mi sono fatto sismografo tutto qui<br />
e se un gesuita ti squadra per sempre poi tintinni</p>
<p>[…]</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-size:x-small;"><span style="color:#ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>da &#8220;<strong>PER IL CAPODANNO CINESE E PER BILL BERKSON</strong>&#8221; </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-size:x-small;"><span style="color:#ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>(FOR THE CHINESE NEW YEAR AND FOR BILL BERKSON)</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;">Nelle strofe sopra riportate di questo poemetto che ne conta più di 25, O&#8217; Hara tratteggia uno dei temi caratteristici della sua poetica: quello di uno “sciame” umano, nevrotico, goloso o più spesso affamato, capace anche di essere <em>dorato</em>;  uno sciame di umani che, al pari di api o vespe o tante monetine d&#8217;oro o gocciolature come nei quadri di Pollock, presenta un vivere caotico, dispendioso e aleatorio,  ma tutto sommato, nei ritmi, tanto più in quelli moderni, meccanico;</p>
<p style="text-align:justify;">un vivere nel quale la poesia funziona quindi come estrattore, <em>in progress</em>, di quello (altro) che può (e deve) uscire. <span id="more-32906"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Scrive, a questo proposito, <strong>John Ashbery</strong> nella introduzione a <strong>Frank O&#8217;Hara</strong> &#8220;<strong><em>Lunch poems</em></strong>&#8221; ( Mondadori,1998):<br />
«Frank O&#8217; Hara buttava giù le sue poesie in fretta e furia, in strani momenti – nel suo ufficio al Moma, per strada, per pranzo e addirittura in una stanza gremita di gente – per riporle poi in scatole e cassetti e finire proprio per dimenticarsene<br />
[…]Perché la poesia di Frank è tutto tranne letteratura. Appartiene ad una tradizione moderna che è antiletteraria e antiartistica , richiamandosi ad Apollinaire e ai dadaisti, ai <em>collages</em> di Picasso e di Braques […], alla <em>musique d&#8217;ameublement</em> di Satie che non era proprio fatta per essere ascoltata»</p>
<p style="text-align:justify;">Naturalmente, lo sciame richiama il cibo e il ronzare d&#8217;amore e porta con sé questo indissolubile legame<br />
(nei versi sopra, tiene, addirittura, conto del bambino, del <em>fanciullino</em> O&#8217; Hara: “se non mi mangi tu dovrò mangiarmi io”, e lo fa in modo splendido perché nel rivolgersi a Dio suona, per forza di cose, perversamete antropofago&#8230;,);</p>
<p style="text-align:justify;">lo sciame infine è anche quello interstellare, nella tensione alla “buona dose d’estasi” (quotidiana), surrogata e perciò tutto sommato ancora terrena,<br />
o in quella al piacere della dissoluzione, della morte (“col piacere intenso di rotolarsi nel fango / c’è chi lo chiama Via Lattea. […] / dove vive allegra e salta la brigata dei teschi”)</p>
<p style="text-align:justify;">Né manca in questi versi il richiamo non solo alla propria “generazione” (Ginsberg), ma anche alla tradizione letteraria (“sognare per non dire dormire” per es.),<br />
né, soprattutto, manca il <em>cuore</em>:</p>
<p style="text-align:justify;">“Il cuore ce l’ho in tasca, Poesie di Pierre Reverdy”</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p><span style="font-size:x-small;"><strong>DISTANTE UN PASSO DA LORO</strong>  ( &#8220;A STEP AWAY FROM THEM&#8221;</span> in originale <a href="http://www.frankohara.org/writing.html#step">qui</a>)<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
Sono in pausa pranzo, così<br />
me ne vado a zonzo fra gialli taxi<br />
ronzanti. Prima, giù per il marciapiede<br />
dove gli operai si inzeppano il torso nudo<br />
lercio e lucido di Coca-Cola<br />
e tramezzini, con gli elmetti gialli<br />
sulla testa. Buon riparo dai mattoni<br />
vaganti, credo. Poi, su per l’Avenue<br />
dove le sottane scattano sui tacchi e<br />
svolazzano al getto d’aria delle grate.<br />
Scotta il sole, ma i taxi mettono tutta<br />
l’aria in subbuglio. Mi saltano agli occhi<br />
i saldi degli orologi da polso. Tra<br />
la segatura ci giocano dei gatti.<br />
<span style="color:#ffffff;">…………………………………</span>A diritto<br />
fino a Times Square dove l’insegna<br />
luminosa mi sputa fumo in testa, e più su<br />
piovono le luci a cascata. Nello sgancio<br />
di un portone c’è un negro con il suo<br />
stuzzicadenti, se lo rigira con languore.<br />
Gli ammicca una biondina di fila: lui<br />
sorride grattandosi il mento. D’improvviso<br />
tutto strombazza attorno: è mezzogiorno<br />
e quaranta di un giovedì.<br />
<span style="color:#ffffff;">………………..</span>Che piacere di giorno<br />
la luce al neon, per dirla con Edwin Denby,<br />
e così le lampadine accese di giorno. Mi fermo<br />
a farmi un cheeseburger al JIULIET’S<br />
CORNER. Giulietta Masina, moglie di<br />
Federico Fellini, è bell’attrice.<br />
E cioccolato al malto. In un giorno simile<br />
una signora tutta volpi<br />
monta il barboncino<br />
su un taxi nero.<br />
<span style="color:#ffffff;">…………….…</span>Oggi è piena di porto-<br />
ricani l’Avenue, e ciò la fa calda e bella.<br />
Prima è morta Bunny, poi John Latouche<br />
e Jackson Pollock. Ma è piena la terra<br />
di loro quanto ne era piena la vita? E uno<br />
va e uno torna da mangiare,<br />
scansa le riviste con le figure porno<br />
e i cartelloni della CORRIDA e<br />
i Manhattan Storage Warehouse,<br />
che abbatteranno presto. Un tempo<br />
credevo ci facessero<br />
l’Armory Show.<br />
<span style="color:#ffffff;">………………..</span>Un bicchiere di nettare<br />
papaya e via a lavorare. Il cuore<br />
ce l’ho in tasca, Poesie di Pierre Reverdy<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
1956<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
da <span style="font-size:x-small;"><strong> 2 POEMS FROM THE OHARA MONOGATARI</strong></span> (in originale <a href="http://yourmirror.tumblr.com/post/10480344012/2-poems-from-the-ohara-monogatari-frank-ohara">qui</a>)</p>
<p>1[...]<br />
2</p>
<p>Dopo tanto viaggiare in un tempio così sacro<br />
con gli zoccoli di legno così duri sotto i piedi<br />
anche il tè diventa amaro e duri i sentimenti<br />
che terrazza smisurata per un’unica serata</p>
<p>non c’è più nessun oceano<br />
né vedo l’oceano sotto i trampoli<br />
mentre me ne sto a poltrire</p>
<p>mani ai fianchi e piedi ai polsi<br />
nudo nei pensieri<br />
come il nerbo ricavato dalle calze ultrasottili</p>
<p>è accesa la radio la sigaretta tirata<br />
col piacere intenso di rotolarsi nel fango<br />
c’è chi lo chiama Via Lattea in<br />
terre di un inverosimile Occidente sugli alberi<br />
dove vive allegra e salta la brigata dei teschi.<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
1954<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p>I versi qui presentati sono da<strong> Frank O&#8217;Hara  &#8220;<em>Lunch poems</em>&#8220;</strong>, Mondadori Oscar poesia del Novecento, 1998, a cura, traduzione e posfazione di <strong>Paolo Fabrizio Iacuzzi</strong> <span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<div id="attachment_32921" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/johns_skins.jpg"><img class="size-medium wp-image-32921" title="Johns_Skins" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/johns_skins.jpg?w=300&#038;h=189" alt="" width="300" height="189" /></a><p class="wp-caption-text">Larry Rivers and Frank O&#039;Hara, Stones, 1958</p></div>
<p style="text-align:justify;">un sito di riferimento:  <a href="http://www.frankohara.org">http://www.frankohara.org</a>  dove è possibile ascoltare audio originali di diverse poesie, per es.   &#8220;<a href="http://www.frankohara.org/fohaudio02/poemlana.html">Lana Turmer has collapsed</a>&#8220;<br />
<span style="font-size:x-small;">LANA TURNER CROLLA SVENUTA // Camminavo svelto quando improvvisamente /cominciò a piovere e nevicare / e tu dicesti che grandinava / ma la grandine ti picchia duro sulla testa / e quindi, invece, nevicava e / pioveva e avevo così fretta / d’incontrarti ma il traffico / si comportava tale e quale il cielo / ed ecco che all’improvviso vedo un titolo / LANA TURNER CROLLA SVENUTA! / non nevica mica a Hollywood / non piove mica in California. / Per quanto mi riguarda sono stato a un sacco di feste / comportandomi da perfetto cafone / ma non sono mai – dico mai – arrivato a crollare svenuto /oh Lana, alzati dài, fallo per noi. / (riporto trad. di Luca Giachi da postfazione “Per pranzo e per amore” di Paolo Fabrizio Iacuzzi)</span></p>
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<p>Leggi anche <strong>Frank O&#8217; Hara</strong> “<strong><em>Personism: a manifesto</em></strong>”<a href="http://www.absolutepoetry.org/Frank-O-Hara">qui</a><br />
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<div id="attachment_32913" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/rivers_doubleportrait.jpg"><img class="size-medium wp-image-32913" title="Rivers_DoublePortrait" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2012/01/rivers_doubleportrait.jpg?w=300&#038;h=184" alt="" width="300" height="184" /></a><p class="wp-caption-text">Larry Rivers, Double Portrait of Frank O&#039;Hara, 1955</p></div>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span><br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Frank_O%27Hara"><strong>Frank O&#8217;Hara</strong></a> (Baltimore, 27 marzo 1926 – Fire Island, 25 luglio 1966)<br />
<span style="color:#ffffff;">.</span><br />
ulteriori cenni biografici e bibliografici <a href="http://www.zam.it/biografia_Frank_O%5C%5C%5C%27Hara">qui</a><br />
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immagini da <a href="http://wings.buffalo.edu/english/faculty/conte/syllabi/377/Frank_O%27Hara.html">wings.buffalo.edu</a>  che presenta, oltre ad altre immagini, anche il testo della poesia &#8220;Why I Am Not a Painter&#8221;</p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span><br />
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<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32906/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32906&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Rivers_O&#039;Hara</media:title>
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			<media:title type="html">Johns_Skins</media:title>
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			<media:title type="html">Rivers_DoublePortrait</media:title>
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	</item>
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		<title>La danza del tempo elegante</title>
		<link>http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/01/09/la-danza-del-tempo-elegante/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 18:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolapluchino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza meta]]></category>

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		<description><![CDATA[Una punta d’incenso per amare le belle forme, l’odore sublime della rappresentazione, il soave respiro del giorno appena sorto. La tenera e dolce comprensione che al prossimo permette di risorgere dall’oscura morsa in cui spesso si caccia, complice, la dama armata dell’avere.  In tanti tempi e in molti luoghi ci siamo perduti nel convincimento che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32930&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><em>Una punta d’incenso per amare le belle forme, l’odore sublime della rappresentazione, il soave respiro del giorno appena sorto.</em></p>
<p align="justify"><em>La tenera e dolce comprensione che al prossimo permette di risorgere dall’oscura morsa in cui spesso si caccia, complice, la dama armata dell’avere</em>.</p>
<p align="justify"> In tanti tempi e in molti luoghi ci siamo perduti nel convincimento che le nostre fossero scelte vane, i cui bisogni e i cui risultati non valessero lo sforzo, finendo così per offendere il lavoro che le aveva create.</p>
<p align="justify"> La strada custodisce il cammino, al cui giaciglio i sogni appendiamo a uno a uno, affinchè chi, giunto dopo di noi, possa profumarsi, con l’aria nuova dei nostri convincimenti antichi.</p>
<p align="justify">Il privilegio del vedere è dono e sintesi della nostra anima riconciliata con la natura, essenziale purità di ogni nostro pensare. Nell’arte e pare solo in quella, lo spirito partecipa all’imprevedibile congiunzione tra passato e futuro, aporetica luce che sapienza invoca a piene mani.</p>
<p align="justify"> Il tempo della nostra riflessione non è già perduto, il tempo della nostra posizione non è ancora passato, il tempo del nostro inizio si compie incessantemente, il tempo del nostro costruire è il nostro tempo. Coraggio e fragilità sono le due parti della stessa propulsione, verità alveari della nostra discendenza di nodi e legamenti.</p>
<p><span id="more-32930"></span></p>
<p align="justify"> Di fronte a un vento che fa girare la bussola portiamo con noi l’orologio, perché ammalarsi di tempo è la più triste sventura che possa capitare quando si naviga a vele spiegate, sognando di ritrovare quel desiderio ancora appeso per strada, immutato nel suo splendore, figlio del suo e così di nuovo del nostro tempo.</p>
<p align="justify">Come nel mare non esistono confini, così come l’orizzonte perde la vista della sua linearità per immergersi vasto nell’armonia del suo tutto, così il ponte che attraversa il gioco molto serio dell’arte, vuole intessere prospettive multiple di domini invertiti. Chi ha invidia è solo il piccolo principe che si atteggia già da re, ma in questa nave, a comandare è la nave stessa: <a href="http://www.theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/?p=972">la nave dell’arte</a>.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32930/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32930&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Leggo poesia, quasi solo poesia</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 04:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vivianascarinci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione PoEtica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Viviana Scarinci Appartengo a una categoria di lettori tra le più inquiete e difficili. Leggo poesia, quasi solo poesia. Procurarmela spesso risulta un’operazione difficile  e vagamente losca come l’accesso a una sostanza illegale. Gli editori  più piccoli mi figuro che la tengano impilata nelle loro stanze di case. Gli editori meno piccoli me li [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32816&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://associazionepoetica.com"><img class="size-medium wp-image-32817 alignnone" title="img061" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2011/12/img061.jpg?w=300&#038;h=169" alt="" width="300" height="169" /></a></p>
<p>di <a href="http://vivianascarinci.wodrpress.com"><strong>Viviana Scarinci</strong></a></p>
<p style="text-align:justify;">Appartengo a una categoria di lettori tra le più inquiete e difficili. Leggo poesia, quasi solo poesia. Procurarmela spesso risulta un’operazione difficile  e vagamente losca come l’accesso a una sostanza illegale. Gli editori  più piccoli mi figuro che la tengano impilata nelle loro stanze di case. Gli editori meno piccoli me li vedo costretti a estenuanti trattative per inoculare negli scaffali delle grandi librerie, almeno due o tre loro perle, meglio se di autori dipartiti. Spesso per avere i libri che mi interessavano, ho parlato direttamente con chi li ha stampati, se non con chi li ha scritti o mi sono aggirata per librerie di tutte le metrature, con l’aria torva di chi tanto sa che non  troverà  mai quello che cerca. <img title="More..." src="https://vivianascarinci.wordpress.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" />Poi un giorno, nel paese di provincia in cui abito ho notizia che no, non è stata aperta un’altra cartolibreria, un’edicola che vende pure tascabili, né una libreria soltanto, ma niente meno che un caffè letterario. Penso, ma quali vuoi che siano le attività di un caffè letterario qui? In un posto in cui la gente torna dal lavoro stanca dopo ore di treno o di traffico e ha solo voglia di chiudersi, bambino e cane compresi, nel suo giardino, a decespugliare fino all’ultimo ciuffo d’erba?<span id="more-32816"></span> Vado, mi dico, faccio finta di niente, vedo cosa c’è, tanto ti pare che vende libri di poesia, verifico che non ce l’ha, e alla chetichella, come sono venuta, me ne esco. Invece sono rimasta. Poesia l’ho trovata, non troppa, ma cavolo quale. Poesia inscaffalata da chi la poesia la legge. Poesia scelta da chi la poesia la conosce. Poesia ricalcata da chi la poesia la scrive. <img title="More..." src="https://associazionepoetica.wordpress.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" />Attraverso quei titoli prima, e poi frequentandola e dopo intervistandola,  ho conosciuta Monica che è diventata la mia libraia e poi compagna di lavoro. Da questo incontro è nata l’idea di creare un posto che contenga  quella poesia che è spacciata senza lettore, che fa la pena del suo autore senza pubblico e che produce un surplus di bile all’editore che non la consegna in vendita. Una libreria specializzata in poesia. Una chimera, l’inimmaginabile. La poesia non ha smesso la sua funzione sociale al di là di quello che se ne dica. Se ho fatto la scelta di fondare <a href="http://associazionepoetica.com">un’associazione</a> volta alla promozione della poesia  e che in questo frangente appoggia una libreria specializzata, non è solo per via dello spirito di divulgazione che può contraddistinguere una libreria, ma anche per ricordare alla comunità in cui la libreria si inserisce che è ancora fattibile una forma di ascolto la cui possibilità ora sembra totalmente dimenticata, e che invece resta ostinatamente plausibile grazie a un luogo di incontro reale, che rimane aperto. La poesia non è solo quella scritta o discussa nei luoghi preposti ma qualcosa che può ancora reagire al contatto con l’altro,  anche con la sua aridità, o col vuoto che lascia la cultura “ufficiale”, come un composto altamente reagente che in qualche modo finisce per rivelare tutte le cose per quelle che sono. Per cui oggi ci capita quasi quotidianamente, stando <a href="http://lalibrerialibra.com/">in libreria</a>, anzi stando in questa libreria, di venire appassionatamente idealizzate come chi spezza il pane quotidiano o di essere  fraintese nell’intenzione di vendere poesia anche da quelli che si dovrebbero nutrire di simili utopie come fosse ambrosia destinata agli dei. Da quando abbiamo cominciato a lavorare insieme Monica ed io, pare come se compissimo quotidianamente un sacrilegio, quello di rendere la poesia un fatto umano per cui discutibile, attraverso incontri, scelte e rifiuti che non pretendono oggettività ma nascono da un’attenzione partecipe verso chi ci porta  in dote la propria parola con la stessa passione con cui mettiamo in circolo la nostra. Ma è un’effrazione che compiamo volentieri, convinte che la poesia sia una questione  tremendamente seria e che riguardi tutti, sia  quelli che la chiudono nel tempio sia quelli che la pensano una cosa di streghe.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viadellebelledonne.wordpress.com/32816/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viadellebelledonne.wordpress.com&amp;blog=1191262&amp;post=32816&amp;subd=viadellebelledonne&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">More...</media:title>
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			<media:title type="html">More...</media:title>
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