Annamaria Ferramosca, Curve di livello - lettura di Marcello Carlino
Maggio 8, 2008 di ferrannam
Annamaria Ferramosca, Curve di livello, Marsilio, collana Elleffe, 2006
dalla seconda di copertina
Vagare “alle umili latitudini”, tra le intermittenze della poesia, cercando voci di uomini, terre e pietre. Una lanterna vigile ha illuminato attualità e desiderio, incontri reali e voli sognati; ha posto domande, spruzzato ironia e proposto silenzi (quelli non muti, della poesia).
Un territorio percorso in tre sezioni come stadi di un tempo poetico dove Poesia è avvertita come destino e ricerca di dignità di cui intessere i giorni. Protagoniste le parole, capaci di accogliere ogni identità, rendere solidali, colmare di senso. Lungo curve planetarie che congiungono “punti allo stesso livello d’amore”.
È proprio sul cominciare che in Curve di livello si profilano intenzioni e sembrano pronunciarsi finalità della poesia, nella forma desiderativa di un congiuntivo augurale. «Ancora siano i segni sulle rocce / a dischiudere il tempo»: è scritto; e di poi è scritto: «Ancora siano i segni sulle pagine / a traghettare il tempo». I segni che l’uomo antichissimamente ha inciso sulla roccia, rispondendo ad una necessità di testimonianza e di racconto, sono tali che hanno aperto la pagina del tempo e dato inizio alla storia; ai segni da tracciare nel testo resta in consegna di “proseguire” il tempo, di farsi strumento perché la storia continui come progetto: come tempo che ogni volta torna a dischiudersi assolvendo ad un compito di nuova fondazione. È per questo che non poche pagine di Curve di livello hanno a riferimento immagini che si definirebbero di matrice etnica; e sono di riflesso da segni incisi sulla roccia, qui, le fugaci figure incontrate in viaggi come stazioni di una quête necessaria; e quasi dovunque, tra i personaggi e i fatti avuti in prestito da fiabe o da epopee, i versi mostrano una vocazione antropologico-culturale che dichiara l’intenzione forte dell’opera. L’alta frequenza del motivo della mediterraneità, declinata in varie guise e su paesaggi diversi, è ulteriore prova inoppugnabile: nei riti e negli oggetti, nelle atmosfere e nei corpi che vi sono immersi, il Mediterraneo trapela come un luogo d’origine coeso e unitario, rivissuto dalla parola, e come contesto multiculturale di comune appartenenza. E alla muticulturalità alludono, nei versi di Annamaria Ferramosca, le trascorrenze da una dimensione terrestre ad una marina, dove il Mediterraneo è insieme pangea ed acqua, flusso di esperienze, occasione di nuove nascite («la polpa sapida e bassa / che mi abbassa / fino alla terra scarlatta, / all’essenza dell’humus, sangue della nascita») per andare incontro ad altre conoscenze («libera / la finitezza del tempo»).
Convertito da ciò che è stato- e rimane quale traccia nell’immaginario collettivo- al presente in cui siamo gettati, il segno di questo libro non può allora che traslare, arrischiandola nella odierna vicenda in tormento, l’utopia di fondazione implicita nel patrimonio genetico ereditato: ecco il bisogno di pronunciarsi sulla storia così che di essa abbiano corso una lettura e un disegno di prospettiva e così che il tempo sia spostato dall’eterno presente a cui dovremmo rassegnarci; così che le sia restituito il racconto che è scrittura del tempo. Gli orrori che rinvengono mai morti dal passato, le schiavitù che si ripetono devastanti nel villaggio globale: questo anche nel racconto di Annamaria Ferramosca. Un racconto che dei segni sulle rocce che hanno “aperto” il tempo respira due afflati. C’è il mito che trapela nella rappresentazione del qui ed ora, e si conduce per rinvii analogici o rifrazioni epiche e antonomastiche dallo specchio di favolosi luoghi antichissimi ovvero di spazi cosmici improvvisamente dischiusi: è l’urgenza mitopietica di Curve di livello. E vi trova sede, anche, la petizione di una appartenenza che si stringe e che lega e che allea: nel tema dell’incontro-pane distribuito a far argine alla deriva di un perenne disorientamento, nel motivo più volte battuto dell’amore.
Mito e partecipazione corale significano canto e significano danza. Canto è tra le parole più di frequente scritte su questi fogli (un canto avvolgente, un canto di passione, un canto di dissuasione); e sembra volersi candidare a forma per antonomasia in cui si lascia ascoltare, rinforzandosi e come incidendosi, il segno della poesia. Danza è ritmo, è movimento in cui si fa prendere il linguaggio come dandosi a sprigionare la propria energia antropologica, la propria responsabilità solidale. Su di un ritmo di danza, a chiudere il cerchio, si snoda la scrittura dell’explicit dialogico di Curve di livello, in cui la poesia mostra di voler dire senza posa attraverso il canto. E pronuncia a sbalzo alcune parole chiave del suo progetto: «ma scavo ancora / per nuove fondamenta / dovunque».
Marcello Carlino




So(g)no
segni
Un regno
saliente saliva
un ragno
sapiente
senza istruzione e
senza scrittura
scafo nello scavo delle ere
scivola
silenzio dentro le tenebre
vertebre di un buio che ci precipita in questo
spazio costruito tra
sponde di ere e medioevi della lingua
sovrana cieca idolatrata
sgretolato lido di un errante
schiavo avo di
se stesso:unico orizzonte
sempre sfuggente.
A l a t i luoghi di amore
p(a)role della nostra
specie
specchio di una cur(v)a
nel tempo sfattosi
dentro la carne
figlio nella croce dell’es-se-re.
Grazie per questo magnifico testo.Letto e ancora riletto e..ancora da sfogliare, come stagioni della vita.ferni
sai essere filtro e trama, ferni, sempre presente -e imprevedibile- custode di questa via.
come la lettura di un commento a poesia possa volgersi in poesia: qui dimostrato. Te ne ringrazio
annamaria
curve piacevoli da seguire …
se il tuo testo sta perennemente tra le pile di libri che creano il mio ambiente una ragione c’è ed è ben “scritta” da fernirosso..
Sono felice per l’accoglienza. Devi sapere che per me, in architettura, le curve di livello sono la visione della configurazione di un terreno ma, trasposte plasticamente nel progetto, diventano la simulazione della topologia dell’idea stessa che muove il lavoro e lo pone in relazione con il LUOGO, che ha una composizione ben più vasta del terreno su cui insiste il progetto.Grazie per il tuo lavoro, grazie per l’anima che brilla. ferni.
A Roberto e a Blumy un caro grazie per l’apprezzamento.
Di sicuro quel che cerco di raggiungere scrivendo è una somma di sostanze ben più profonda di una piacevolezza ed è questa la mia sofferenza: non produrre solo musica o ritmo, ma un dialogo emozionale con chiunque legga, cioè quell’irraggiungibile universalità che nominerebbe la scrittura come poesia- ahimè, quanto difficiledifficile e rarorarissimo.
a Ferni: le mie “isoipse”, che per te sono le necessarie linee che legano il sito della fabbrica al luogo totale che la contiene, sono anche per me fili necessari. Sono le curve planetarie dell’incontro, che vorrei ci legassero l’un l’altro in una visione di ascolto limpido e di comprensione solidale, dovunque, oltre ogni barriera.
per chi volesse leggere testi da “Curve di livello”: alcuni sono ospitati nel sito sui poeti italiani http://www.chiaradeluca.com/Annamaria Ferramosca.htm
e nel blog http://rebstein.wordpress.com/2008/03/14
CUR(V)A ogni relazione
e porta
la profondità
nel mi(ni)stero dell’essere.
Ancora grazie del tuo lavoro. Buona notte, ferni.