Vecchio! La vita?
Ti piaceva…
«Sissì… Beh
in fondo vivevo
solo per ricordare me stesso:
per non avere rimpianti
o rimorsi». Continua a leggere »
26 giovedì apr 2012
Vecchio! La vita?
Ti piaceva…
«Sissì… Beh
in fondo vivevo
solo per ricordare me stesso:
per non avere rimpianti
o rimorsi». Continua a leggere »
02 lunedì apr 2012
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PREFAZIONE:
le parole seguenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.
Il silenzio è un’isteria di solitudine
che genera e accumula:
prodotti temporali,
energie cinetiche,
reazioni di gesti a catena.
I sogni, inseriti nella rassegnazione
come in un programma di noia pianificata,
sono gli arti di questo silenzio;
o, se preferiamo,
gli organuli ciechi del silenzio
che lavorano a tastoni
dentro il suo liquido citoplasmico. Continua a leggere »
20 lunedì feb 2012
Paola Dallardi, Incontroluce, La Riflessione, Cagliari, 2007
Nell’opera prima di Paola Dallardi – fra poesie che talora s’infervorano di accenti vuoi visionari vuoi profetici – l’esperienza consapevole del buio e dell’errore si configura come redenzione terrena e quindi, per il singolo individuo, come cristica croce da scalare per intero, con le mani insanguinate e deboli della speranza, per risalire dall’abisso della cecità sino a ricolmarsi lo sguardo di sole e tramutarsi gli occhi in stimmate di luce. Continua a leggere »
05 lunedì dic 2011
Gli angeli si diplomano al Conservatorio Astronomico perché studiano la musica, che le sfere celesti producono ruotando. Fanno l’analisi armonica degli accordi supremi che, una volta, anche gli uomini eletti (Pitagora, ad esempio) avevano la forza e il diritto di ascoltare.
Gli esami sono molti, però che gran soddisfazione ultimare i corsi e ottenere infine (lode al Signore!) il permesso d’insegnare.
I miei studi sono a buon punto e fra poco l’esame conclusivo mi darà il titolo che sogno tanto: quello di Maestro!
Nel frattempo, grazie alle mie doti vocali, già occupo la carica di tenore-capo nella gerarchia lirica del Conservatorio: sono forse il più bravo, tra gli allievi di “Esercitazione corale”. E poi, dirlo mi riempie di gioia, lavoro come assistente di un angelo cherubino che scende ogni giorno in Terra, posandosi delicato sulla quercia di un bosco dolce e campagnolo, per educare gli uccellini al canto. Li abitua a portare il cinguettio in maschera e a sorreggerlo con il diaframma; non tutti riescono subito, anzi nessuno: perciò hanno bisogno di me, “serafino preposto al coraggio” che deve esortarli a ignorare la delusione.
Mi capita, spesso, di calmare i picchi, tanto irascibili da abbandonarsi a voli isterici e rabbiosi, dopo un acuto sbagliato. Per sfogare il rammarico dell’errore, percuotono il becco addosso agli alberi, facendosi (io credo) un male diavolo!
Allora intervengo: abbraccio con la mano grande il loro corpicino scosso dai nervi, accarezzo piano la testolina invasata di furore e fischietto per loro qualche melodia celeste; così, lentamente, l’ira si placa. L’agitazione, tachicardia dei nervi, torna ad essere tranquillità.
20 martedì set 2011
Francesco Gazzè, Il terzo uomo sulla luna, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2002
C’è un’acuta distanza (quasi totale, cioè irreversibile o giù di lì) fra i sentimenti e il mondo attuale… Al punto che ognuno di noi (se fosse onesto) si dovrebbe inquisire schiettamente, sottoponendosi magari a un discorsetto accusatorio tipo questo: “Dove finisce la televisione e dove comincia la mia identità? Ahimè, non resta più alcun confine di riconoscimento…”.
Chi lo sa: probabilmente, peggiorando in circolo (e continuando quindi, previa tv, a involversi dai sentimenti alle pulsioni, dall’intelligenza alla scimmia) la razza dominante del nostro pianeta ritornerà, spiritualmente parlando, allo stato selvaggio e brado, da umana che era.
E nel frattempo, l’arte che fa? Non ci salva? Sfortunatamente no, accidenti! Dal momento che, complice ancora il piccolo schermo, è ormai decaduta a cabaret, rivestendosi forse di motti arguti, ma anche di sfondoni assortiti, veicolati da un italiano, drasticamente ridotto al rango degradato di dialetto nazionale, buono per tutte le ignoranze e sgrammaticature.
Certo, per fermare il collasso, ci vorrebbe qualcuno in vena e in grado di dare l’esempio. Sì! Ecco la soluzione! Qualcuno ci vuole, che scriva e rifletta. Qualcuno che, discosto dalla massa e dalla tv, abbia una ricezione infallibile del cuore in genere e non delle emittenti varie.
Qualcuno, insomma, come Francesco Gazzè.
Dunque… fratello e paroliere com’è di Max il cantante e musicista, il Francesco in questione ha esordito in proprio nel campo della prosa, pubblicando nel 2002 (per i tipi della casa editrice Baldini&Castoldi, in seguito ribattezzatasi Baldini Castoldi Dalai) un volume di racconti, suggestivi e corti: Il terzo uomo sulla luna.
Che dire mai di quest’opera prima, che non ha mancato, naturalmente, di riscuotere lettori e commenti lusinghieri? Continua a leggere »
10 mercoledì ago 2011
Beno Fignon, Mille e un respiro. Aforismi, afasie, affanni, affabulazioni, affabilità, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2004
Rapido e nutriente, l’aforisma è un libro liofilizzato che condensa un intero messaggio, lungo e articolato, in sole due righe. È dunque il libro moderno per eccellenza: di sicuro il più adatto – e altamente consigliabile – a noi frenetici (o pigri?) abitanti della vita presente, che abbiamo sì tempo di leggere, ma per cinque minuti al massimo (se non all’anno).
Una comoda e composita biblioteca da viaggio
Una raccolta di aforismi assortiti – incentrata, per dire, sugli argomenti più vari (ad esempio economia, politica, quotidianità, cuore, tecnologia) – non potrebbe esimersi, allora, in alcun modo dall’apparire – integralmente e sotto ogni profilo – una piccola biblioteca ben formata, da intascare in valigia ed utilizzare magari in ispiaggia, scorpacciandosi via a forza di occhiate e olio di sguardo – così… come svago fra un bagno e l’altro – venti trenta volumi, o meglio sentenze. Ah, si capisce: tutte significative e argute a immagine di quelle che il compianto poeta Beno Fignon radunò per i tipi della Rubbettino in Mille e un respiro. Aforismi, afasie, affanni, affabulazioni, affabilità. Si tratta indiscutibilmente d’un’opera simpatica che copiosamente offre e garantisce una gamma composita di pensieri schietti, i quali ragionano in libertà su Dio e l’uomo, per sorridere in piena sagacia su tv, scienza, amore, anima… e sull’esistenza in genere.
20 mercoledì lug 2011
In calce a questo mini-paragrafo introduttivo, propongo alcune poesie di Luciano Troisio, tratte dal volume di versi Strawberry-stop (LietoColle, Faloppio, 2008); quattro le ho trascritte per intero, dell’ultima riporto invece una serie di stralci. Mi auguro che tutte possano adeguatamente esemplificare quanto ho già detto, nel mio breve post d’inizio luglio, circa l’autore sunnominato Continua a leggere »
02 sabato lug 2011
Luciano Troisio, Strawberry-stop, LietoColle, Faloppio, 2008
In Strawberry-stop, libro di poesie che ha come protagonista il viaggio (ovvero l’estroso e perenne vagabondare dell’autore in terra asiatica), quasi ogni testo è caratterizzato da periodi sapienti e intricati che, mescolando principali e subordinate in un groviglio trafelato di parentesi ripetute (siano esse quadre o tonde), si manifestano per ciò che realmente sono: una sequenza interminabile di vocaboli, sintagmi o locuzioni, ma anche una fuga concitata, imperterrita e prospettica d’incisi continui, che a sprazzi improntati alla critica sociale, si completano a vicenda, formando un pieno orchestrale di frasi tambureggianti, nel quale ogni singolo pensiero è uno strumento musicale a sé che riprende e rielabora il tema dominante del viaggio, per tramutarlo in riflessione compulsiva sulla vita: Continua a leggere »