(dall’ILVA alle Murge, via Valle d’Itria e Salento)
Ed ora chiamami straniero, selva di moli informi
ed anse fiocinate ed alberi lunari senza più brada,
stregata linfa, muraglia di miasmi protetti
di incombusti pozzi di neve nera e calda,
dai sigilli alle arcate nascoste, infecondo frantoio
d’oro eroso e argento arsenicato, ciurma persa
in lungomari sbarrati, bordeggiante e sinuosa
in caffetani intarsiati di sabbia turchese
e bellici scafandri rococò, tessuti da piccole larve
in brulicanti bazar indostani o grotte singalesi.
Ritorta costa d’Itria, pitagorico regno burlesco
della riscossa dei malnati, in forzato soccorso
ai derelitti, dannati d’oltremare, d’altro dialetto e stesso
volto di pietra scura. Ed anche voi, visitatori di passo,
scesi a sciamare da logore carrozze e non da inermi,
naufraghe prigioni, bare a trecento piazze per smunti
traci assetati, voi che ormai forse non fuggite altro
che il vostro antico, pallido tedio, fate attenzione
a togliere ogni spina, ogni residua stilla di veleno,
prima di assaporare il cuore polposo di quel nostro
selvaggio frutto di cactus, ocra-arancio, candito
allo scirocco dei più nascosti orti dell’assolata baia
d’un troppo stanco Ulisse, che mai tolse gli ormeggi,
deposte le sartie lasche, dal malioso pontile a tutto sesto
delle lampare in perpetua risacca.
Francesco De Girolamo (da “Quanti di poesia” – Edizioni L’Arca Felice, 2011)
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
versi splendidi quanto tristi di un figlio di questa terra che adesso accoglie solo morti dalla lingua diversa ,ma dal colore uguale.Deserto d’acqua,questo è il nostro mare…….
ciao Francesco, e grazie per la bella testimonianza.
Mi viene in mente…al tempo dei MITI (bella stagione) ci cominciavamo a porre il problema dei nuovi idiomi che forse sarebbero penetrati a vivificare i nostri, ti ricordi?
Avevamo visto giusto. Intanto ecco qua il tuo testo a testimonianza di un incontro, di una sofferta meraviglia, di un’amara crescita di coscienza.
Maria Teresa
La mia lingua poetica, qui, cerca di cogliere il frutto doloroso e magico (spero) della mia terra, umiliata, ferita e minacciata da questi nostri tempi, sempre più “venefici”.
Grazie, Francesca e Maria Teresa. Un carissimo saluto.
Francesco
E’ una poesia che dà il senso di un troppo pieno magmatico e gonfio di miasmi;l’acqua, elemnto rigeneratore e purificante qui si fa bara e tomba; il presente irrompe con tutte le sue nefandezze. Il poeta non è solo testimone ma è dentro la storia contemporaneea mentre si fa.
La bella terra salentina ha trovato la sua voce dolente e piena di forza: riuscirà a riemergere.
Colori che esplodono, carissimo Francesco, la tua poesia è ancora un luogo per essere. Grazie, vostro Antonio M.
la tua, francesco, resta, semplicemente, grande poesia per grande senso civico.. un saluto amicale
r.m.
La nostra amata terra, da te così magistralmente descritta!!!!La terra, di “approdo” per tanti che cercano uno spiraglio , ma che, spesso, vi trovano , solo la morte..La nostra terra, la terra di tanti.I nostri colori, i nostri sapori,, il nostro bellissimo mare.Una ode tanto bella quanto testimone di una triste verità..Grazie al poeta, grazie all’Uomo.
Grazie infinite a tutti voi, Narda, Antonio, Roberto, Caterina. Sono davvero felice ed onorato per le vostre tanto partecipi e penetranti testimonianze.
Francesco
bentornato Francesco, con la tua densa, umorale e critica, intellettuale e fisica poesia!
una canzone d’amore che moltiplica visioni miti attualità storia, assomma epifanie fino a giungere a quello stupendo enjambement:
prima di assaporare il cuore polposo di quel nostro
selvaggio frutto di cactus…
un caro saluto
marina
Grazie, cara Marina! Un caro saluto anche a te.
Francesco
Nelle immagini liriche che suffragano i sensibili temi trattati, emerge, in tutta la sua vigoria, la passione autentica di Francesco De Girolamo, vergata con versi pulsanti genuino sentimento. A Francesco e a tutte/i un cordiale saluto, Marco Scalabrino.
ti ritrovo, Francesco, con grande piacere…api
Come ad una tomba ti accosti alla tua terra o al tuo mare e ne piangi la perpetrata morte che tutta si consuma nell’aldiqua. Destino disegnato dalla recente inumanità degli umani e che mai, prima d’ora, aveva conosciuto, come il tuo lembo di terra, l’intero Pianeta. Tu stesso sei come travolto dal crudo stupore che sale dallo scempio e t’impietra lo sguardo, pietre rendendoti le parole scavate non so dove…E generanti, insieme allo sdegno ed al compianto, etica urgenza di raccogliere e ripulire e ri-portare alla bontà-bellezza dell’ora nativa.
Possa la civica mestizia del tuo canto produrre vastità di resipiscenza, così da rendere possibile una contemporanea ed attuale e tutta nuova “Lauda delle creature”.
Maria Stella Fabbri
In questo ulteriore addensarsi di torbidi segnali contrastanti, di dolorose lacerazioni sociali e ambientali, forse insanabili, vi ringrazio particolarmente della vostra generosa vicinanza, Marco, Api e Maria Stella. Un saluto fraterno a tutti voi.
Francesco
Versi sferzanti, inducono alla riflessione, addensano di amarezza, ma la poesia è ancora il mezzo che ci tiene desti.
E questa di Francesco è grande poesia.
Grazie infinite, Cristina, per questo tanto perentorio apprezzamento, animato di confortante speranza, in un giorno per te particolarmente significativo.
Francesco
Bellissima poesia! Un canto e una testimonianza molto evocativi. La musicalità della parola (a cominciare dal titolo) e il linguaggio così significativo e potente lanciano echi che risuonano in lontananza ed “in perpetua risacca”.
monica martinelli
Lusingatissimo per il tuo così vivo apprezzamento, cara Monica. Grazie infinite.
Un abbraccio.
Francesco