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è il luogo
da cui torno a nominare:
l’incontro del piano con il suo primo gradino

è il luogo dove la valle si acquieta
dopo il lavorìo dell’erosione
e il viandante si accetta
prima di cominciare a risalire

pensando che il mondo finisca qui
che sia tutto un discendere del monte
dalla cima al piede
e che è tutto un principio tremante
di ascesa

qui posso scegliere
per quale sentiero avviarmi
a quale nome rispondere
se inoltrarmi in cassandre
o costeggiare l’aprico
se espormi o nascondermi

oppure restare
nello sguscio aggettante di tenerezza
che trattiene l’ascendere
che trattiene il discendere
e li assomma
e comprende

.

Nel caso di Fiammetta Giugni poeta sublime della montagna, che sublima la montagna con le regole della trascendenza che non ha regola ma si fa “punta della lingua nuda” (p. 38) nella sua bocca, non si può far meglio che lasciarle la parola che ha dell’oracolare ma, forse per questo, è claustrale, razionale e molto ben dosata: “qui posso scegliere/ per quale sentiero avviarmi/ a quale nome rispondere/ se inoltrarmi in cassandre/ o costeggiare l’aprico/ se espormi o nascondermi// oppure restare/ nello sguscio aggettante di tenerezza/ che trattiene l’ascendere/ che trattiene il discendere/ e li assomma/ e comprende” (p. 9). La poeta esce dal suo ‘broletto’ [campo coltivato cinto da un muro], e fiuta il vento: “che venga/ violando le canne e gli steli/ agitando la parola”: lo vuole “corrente impazzita/ fra i grigi dei sassi/ che ho assurto a colori// che sorga al suo nome/ di favonio o di breva/ che si alzi per brezza o per bora/ dal turbine della sua rosa” (p. 12). Il favonio è il vento di ponente, la breva il vento dei Laghi di Como e Lugano che soffia dalle valli verso le montagne: verso l’hortus clausus nel suo perimetro di sassi, il protetto brolo col fico come “un Giobbe piegato” (p. 13) di Fiammetta Giugni.
“[I]l palo della vigna/ scolora di azzurro disciolto/ […]// è un limite fermo contro l’orizzonte/ libero puntatore del cielo/ e dentro la sua (mia) terra/ profondo quanto basta” (p. 16): libero puntatore del cielo, il corsivo è dello scrivente. C’è nel vento in questo paradiso relativo “una rabbia/ un contrAltare” all’apparente indifferenza dell’Altissimo. È il titanismo dell’umile poetessa, che non s’accontenta di essere lasciata sola: “sono io che spingo le nubi/ fino al tuo orizzonte/ le pungo di ogni cosa incontrata/ nel tragitto// ti giungono cariche/ come adornate” (p. 24), “e tutto torna/ perch’a lo mio amore/ Vostra Assenza [il corsivo è dell’autrice] ritorni/ ancor più cara” (p. 19); “ero con te e nessuno mi vedeva/ cantavo per te/ e nessuno mi ascoltava/ facevo l’amore con te/ e nessuno mi accarezzava” (p. 34).

[…]
“[M]anca sempre qualcosa/ al tutto che ho tolto/ ma lo compensa il salto/ con tutto quel che ho avuto// e quando sono con lui/ dall’anfratto stretto/ sullo strapiombo/ posso beata guardare/ l’orografia della mia avventura// mi espongo al sublime/ senza alcuna paura/ e mi riconosco:// stesso destino di un dettato geologico/ per grazia di coerenza/ fra il principio e il fine” (p. 51).

Dopo questo cantico della trascendenza qui abbondantemente citato per la sua immane bellezza, i toccanti Versi incompiuti sulla forma della croce (pp. 53-70) concludono o quasi il viaggio/ sub signi crucis” (p. 64) dei Carmina flammulae: “io ho qui davanti un muro […]// e come rispondo/ adesso/ alla risposta?// come le scavo quelle mani tremende/ come faccio a violarti le braccia/ come colpire e scolpire la tua bocca/ come vinco la fossa del tuo fianco/ e quel bianco nel colore del tuo sangue?” (p. 60). Raccolta sopraffina di una poeta dotta e contadina che sa trovare formule nuove per una devozionalità vecchia come la terra, nel chiuso d’una valle che protegge lei e il corpo martoriato del suo Signore: “ti toccano/ e rintoccano/ le campane/ liberate dal lungo silenzio// ascolto/ queste mille nuove madri/ generarti in forma di hallelujah” (p. 69). Merita di essere sentito e ascoltato persino (d)al centro del potere, questo suo Angelus Novus.

…………………………………….Dalla “Nota di lettura (1)” di Arnold de Vos
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*
per omne Aprile
torna lo fior del pruno
e torna l’ape che se ne ‘mbriaca
e torna la luserta
in fra le pietre
che ‘l verde move de la dulcamara

e tutto torna
perch’a lo mio amore
Vostra Assenza ritorni
ancor più cara
.
.
*

c’è nel vento di oggi
una rabbia
un contrAltare alla tua indifferenza

sono io che spingo le nubi
fino al tuo orizzonte
le pungo di ogni cosa incontrata
nel tragitto

ti giungano cariche
come adornate
.
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*
se ti affacciassi (ancora)
alle nostre costellazioni
vedresti (dall’alto)
come si aggruma nel piccolo
il nostro stare

guardale, le contrade,
come segni collettivi
ma pensale come pene individuali
- per ogni principio
di inclusione-esclusione
che ci portiamo nel cuore
- per tutto quello che è diverso
ed uguale fra la siepe dell’orto
e la fontana
(e per ogni chioccolìo un lingua
…più dura …men dura)

non sappiamo se questo disegno
ti piace
se è nato da un caso beato
o se fu la tua unghia di artefice
a graffiare la terra

ma per certi rumori feriali
e per certi silenzi di festa
che ancora resistono
tu almeno
non sottrarti al guardare
.
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*
manca sempre qualcosa
al tutto che ho tolto
ma lo compensa il salto
con tutto quel che ho avuto

e quando sono con lui
dall’anfratto stretto
sullo strapiombo
posso beata guardare
l’orografia della mia avventura

mi espongo al sublime
senza alcuna paura
e mi riconosco:

stesso destino di un dettato geologico
per grazia di coerenza
fra il principio e il fine
.
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Fiammetta GiugniCarmina flammulae – Edizioni CFR, 2011
Prefazione di Maria Cristina Bartolomei
Note di Arnold de Vos e Gianmario Lucini
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Leggi anche: altre poesie dal libro e un estratto della nota di Gianmario Lucini su Carte Sensibili

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