“Ecco il fiume di parole
di tempo di sangue
quelle visioni,
gli angeli e la città di ghiaccio
- oscuri nello splendore…”
Nei grandi inghiottitoi
il popolo degli abissi
non osava emettere le meditazioni vaste e ingrate,
Blog letterario collettivo
“Ecco il fiume di parole
di tempo di sangue
quelle visioni,
gli angeli e la città di ghiaccio
- oscuri nello splendore…”
Nei grandi inghiottitoi
il popolo degli abissi
non osava emettere le meditazioni vaste e ingrate,
Abbiamo guardato il cielo farsi scuro
stasera alla finestra,
abbiamo pure riso
le auto veloci, la strada breve
il letto che attendeva
il respiro farsi pesante
quando appoggi il capo
la poltrona dondola
la gola si tende
il labbro sbianca
premo la fronte
il vetro d’un tratto appannato
sono io che ti parlo
io che non conosco più,
tu che allontani il pensiero
questo umile sudore
questo gonfiore degli occhi.
Ci sarà poco da fare,
lo sappiamo,le dita nervose.
Una delle rare persone non invasive nella mia vita d’ oggi, Anna, mi sta trasportando, mentre sorseggiamo una tisana in piedi alla finestra del mio studio, sui segni sui quali attendevamo, in collegio, l’ arrivo di un genitore 0 di un parente per le vacanze estive: Giuliana, allucinata, si appostava in una quinta del cortile per soffiare di sbieco alla luna piena ai primi di agosto; Dora saggiava la durezza delle mele con il manico della scopa; Marisa, una lince, puntava dalle finestre-feritoie della chiesa i pomodori nell’orto; Carla … Anna, lei, – il racconto non e proprio fresco – guatava il grano … : spigato, giallo, quindi mietuto, il grano diritto e ondulante, nella spianata a sud del collegio “Santo Spirito”, lo vedevamo tutte appoggiate ai vetri delle camerate, rima della messa e della colazione e col plenilunio.
Era un segno “amico”, checche ne dicesse Amelia: «II grano ” traditore: picca, nelle gambe e a giugno nasconde già le bisce.» (Lei, figlia di contadini, sognava il mare «visto a volta, in colonia».)
Preservato dalla neve, abbondante anche a marzo in nel paese dell’ Appennino centrale, il grano dipingeva nostre stagioni. Quelle di Anna, per la verità, perche parecchie avevano travato il loro “pozzetto”, con gare -” a-terra e poco astrali. Io, per esempio, misuravo il tempo restante sulle contrazioni e sui languori di abbracci distanti «dieci mani, cinque, una manciata di minuti».
NOTA di LUCETTA FRISA
Franco Bellucci e Rita Arimont non si conoscono, tra loro non c’è nessun legame carnale né sentimentale, né tantomeno geografico. Il legame è unicamente psichico, ma anche quello è casuale e solo noi che osserviamo le loro opere possiamo scoprirlo facilmente e con una certa dose di sorpresa.
Franco Bellucci l’ho incontrato la prima volta alla mostra Due ma non due (1) a Genova, curata da Gustavo Giacosa presso La Loggia della Mercanzia nel 2008,
Con questo breve ma intenso poemetto che ha vinto meritatamente il premio “L’Astrolabio 2010/11” per una silloge inedita di poesia, Narda Fattori sembra narrare in versi la raggiunta consapevolezza di creatura terrestre che sa attraversare con orgoglio e fermezza le turbolente complessità dell’esistenza. Il diluvio ne è la metafora, diluvio che va sfidato, affrontato e accolto in sé, ma sempre con coraggio rinnovato, senza farsene mai travolgere. Fino al momento dei bilanci (dico momento non a caso, i bilanci non sono ancora quelli definitivi, non lo sono mai finché c’è vita…e forse Narda condividerà queste mie parole). Ed è sotto forma di (provvisorio) bilancio esistenziale che questa silloge adamantina si presenta al lettore svelando una grande umanità e a un grande amore per la vita; cose molto preziose che la poeta riesce, senza parafrasi e infingimenti a trasmetterci con assoluta persuasività. Per leggere bene questo notevole lavoro poetico, ci soccorre la bella nota introduttiva di un’altra poeta di valore come Valeria Serofilli. In quanto a me, mi limiterò a questo fugace commento:
La prima casa
in principio
la prima casa
fu zucchero sparso
su piano di marmo
trasparenze di vetri
pizzicati dai venti
amici o nemici
- a seconda -
in una Calata
bardata d’azzurro
in principio
Alessandro Castagna – Chiaroscuri, Novi Ligure, ed. Puntoacapo 2011- prefazione di Stefano Maldini
Accostarsi alle parole di un nuovo autore è come partire per un viaggio in un continente ancora sconosciuto, inesplorato, privo di mappe che ne abbiano già delineato la figura. È quindi un viaggio appassionante, pieno di scoperte: come su una superficie d’acqua mossa dalla brezza, si ha la sensazione che, a poco a poco, linee sottili inizino a germogliare dalla trasparenza fino a trasformarsi in una trama complessa di traiettorie e “geometrie”.
A Mary Blair, nel centesimo anniversario della sua nascita, è dedicato il doodle di google di oggi.

Mary Blair, nata Robinson (McAlester, 21 ottobre 1911 – Soquel, 26 luglio 1978), è stata una disegnatrice statunitense, illustratrice di libri per l’infanzia, nota soprattutto per la sua opera con la The Walt Disney Company (da wikipedia) e in particolare per la sua opera in film come Alice nel Paese delle Meraviglie, Cenerentola, Peter Pan. Oltre ai film ha realizzato centinaia di illustrazioni per pubblicità e libri per bambini.
I personaggi più famosi che ha disegnato in Alice nel Paese delle meraviglie sono Biancoconiglio, la Regina di Cuori, Stregatto e Cappellaio Matto. Sono personaggi unici e indimenticabili, che non finiscono mai di stupire e affascinare, e che affascineranno e stupiranno anche le future generazioni. Nel 1991, e quindi dopo la sua morte, le è stato assegnato il premio Leggenda del mondo Disney, Mary Blair era un talento eccezionale, la prima donna in assoluto a ricevere questo premio.
Questa violenza è un resto. Parte da noi quando le parti conciliate hanno dovuto rinunciare a qualcosa di importante. Se negato a lungo a questo resto urge il manifestarsi, perché ha potere e forza di inespresso.
Quando si accondiscende ad uno stato di cose retto dalla cattiva coscienza ( qui la dimensione morale è una copertura del proprio rendiconto pulsionale ), e tutto l’investimento esistenziale entra in questa sfera, la violenza viene estromessa dal computo affettivo come una cattiva figlia e disconosciuta. Se questo tipo di mondo mantiene comunque la propria costruzione equivoca, doppia, quella a cui i fatti reali ( le ricadute del sistema che coopta) non corrispondono al comportamento richiesto ( l’intreccio dei valori di convivenza) è possibile che, essendo tale costruzione strutturalmente coerente e contenitiva, alla violenza sottratta non venga dato modo di esprimersi.
Ma il mantenimento di uno stato di cattiva coscienza è precario perché richiede energie smisurate: doppio linguaggio, doppio legame, valori indiscutibili su cui poggiare gli sforzi non premiati e fede, direi fede. Come il patto di stabilità tra sistemi non compatibili s’infrange la violenza ferma e muta si muove e parla. Dice quello che vuole, non ha nessun criterio, nessun giudizio e nessuna vergogna: è un resto, e come tutti gli scarti poco le cale di significare qualcosa. Urge.
Ovviamente una volta espressa non porta a nulla, se ne incassa solo il dolore, e forse una strana maligna compiutezza.
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SOTTO IL GRANDE PARASOLE GIALLO-VERDE
È bene quando qualche donna all’improvviso
fa uscire il suo corpo da lettere ingiallite.
Ti ferma in mezzo al mercato dei Fiori e ti chiede
se conosci vicino una simpatica osteria,
un angolino dove succedono cose antiche.
Anche se una volta la odiavi un poco,
adesso le metti un braccio attorno alle spalle e non sai
cosa fare con questo giocattolo, perché è lei
e non è lei, senti troppo bene che dipende da te
se si metterà a funzionare con tutto il suo meccanismo
oppure, se parsimoniosa, con il sorriso sulle labbra,
si consentirà anche adesso solo brevi mosse.
Brezza leggera scendeva dall’alto della collina apportando un po’ di sollievo alla calura estiva che avvampava le messi dorate pronte alla trebbiatura. A perdita d’occhio l’immensità del giallo che ondeggiando come un mare sconfinato di luce, abbandonava nell’aria il fruscio leggero degli steli accartocciati. Colline, solo colline d’oro dove il sole impietoso, sfolgorante e ancora alto sopra l’orizzonte, contribuiva a piegare ulteriormente le spighe mature, ed a rinsecchire anche gli steli d’erba ai bordi dei fossi. Lungo il sentiero, sperduto fra i campi, e ormai cancellato nel suo percorso sinuoso dalla gramigna e dalle ortiche, predominava assordante il frinire delle cicale. Un canto insistente e sempre uguale a sé stesso, che batteva nel cervello come il suono fastidioso di un disco rigato che si fermasse all’infinito a ripetere le stesse poche note stonate.

Volevo essere una farfalla” non è un libro sull’anoressia com’è stato da taluni definito forse troppo frettolosamente, ma piuttosto un racconto sul come l’anoressia l’abbia accompagnata per anni, costringendola quasi a sopravvivere più che a vivere, a rimettersi quotidianamente in gioco e in questione a prezzo di dure lotte con se stessa, a voler infine riprendere a vivere a tutti i costi.

Lorenzetti - particolare
Dicono gli annali: quando i monaci di Clonmacnoise
eran tutti in preghiera dentro l’oratorio,
sopra di lora, in aria, apparve una nave.


La parola e la cura, puntoacapo editrice
Il volume contiene una lunga, completa, dissertazione di Gianmario Lucini sulla poesia della Serofilli e quindi la silloge “Amalgama”. Lucini si occupa di tutta la produzione di questa voce già salda e propria dell’autrice e ne detta il titolo.
Convengo che la Serofilli abbia per la parola una cura attenta e amorosa ma è la parola che crea la poesia e la cura per la parola è simile a quella della madre che cura il figlio e gli consente di crescere in salute e saldo.
La formazione classica ha tracciato in Valeria il solco ove depositare i versi,

Sanguinare discreto ha la metà
che ama non riamata e amar perdona
fiori disidratati nei cassetti
colpevoli di giallo e zone d’ocra
squilla dell’altra sua metà
risatina infantile in mezzo ai seni quasi
fuori ordinanza, la induce una rivalsa
anni perduti sotto le sue gonne