Poesia, il mercato delle vanità – l’altra faccia della patacca
«Si sa, la poesia oggi non vende!» – ma è colpa dei lettori! Colpa della gente incolta che non capisce queste cose… «La poesia, la poesia non ha mercato!».
Eppure, nonostante queste affermazioni che sanno molto di apocalittici – per dirla con Umberto Eco – c’è tutto un cicaleccio editoriale che ruota intorno al mondo della poesia.
Fioriscono festival, si lanciano antologie generazionali, si animano riviste e programmi radio!
Ma come? Dicono che non c’è mercato!
Viste dall’esterno le attività che ruotano intorno alla poesia in Italia appaiono come delle isole felici in un mare di pescecani. Isole protette con passione e tenacia dai pochi (troppi?!) editori e critici che si dedicano a questa dura (velleitaria?!) missione letteraria.
La realtà, come sempre, è più complessa. È ben altra.
La partecipazione alla maggior parte dei festival è a titolo gratuito, moltissimi non pagano neanche il biglietto del viaggio. Molti editori – e parlo degli editori più affermati, quelli più in voga, non solo dei piccoli editori, o degli “indipendenti” (che poi, che significa indipendenti? Indipendenti da cosa?) – sono solo formati da una/due persone e un magazzino: della serie due cuori e una capanna.
Due persone e un magazzino che decidono le sorti di un poeta, la sua qualità, il suo peso.
E quasi tutti gli editori, persino quelli che millantano premi dai titoli più originali – della serie ti pubblichiamo, ti leggiamo, concorso pubblica con noi – alla fine chiedono una somma, un contributo agli autori. Contributo che può variare in base all’occasione, al rapporto d’amicizia, all’opinione che l’editore si fa di te.
Ad esempio, se sei un giovinetto aitante e figlio di papà, è molto probabile che l’editore ti chiederà qualche migliaia di euro. Oppure, se sei un disoccupato sensibile e commovente, e sei amico dell’editore, è moltissimo probabile che ti saranno chieste solo le spese di stampa.
Il criterio della selezione? È tutto un circo…
La poesia oggi è diventata il viagra dell’ego. È un mondo di miseria e frustrazione, è un mercato di vanità, dove vanno avanti solo strane figure umane, decisamente letterarie – su questo non si discute.
C’è la coccotte che conduce programmi radio con diecimila amici su facebook, oppure la sciantosa del duemila nonché performer, nonché pure un po’ mignotta, e c’è la ragazzina gentile che scrive sempre ti voglio bene quando civetta nella bacheca dei poeti e dei critici importanti, e poi c’è il cane da festival, quello che conosce tutti, sa tutto di tutto, viaggia sempre (a sue spese naturalmente!) e partecipa a tutti i festival in cui gli è possibile. E poi c’è “il critico che lavora all’università” – poco importa cosa faccia, se il bidello o il lavoratore a contratto; ciò che importa è se può permettersi o meno “il lusso” di organizzare anche un piccolo convegno/presentazione editoriale con il logo dell’Alma Mater Studiorum, et similia.
E poi c’è il vincitore di concorsi, quello che li vince tutti. E poi ancora, c’è il parente del poeta importante – lui sì che ha tante porte aperte, anche solo per simpatia.
Ma il personaggio più grottesco di tutti nel monto della poesia contemporanea è indubbiamente il promotore culturale, l’organizzatore di eventi che scrive poesie. Con questo personaggio si cade davvero in basso. Essì, perché questi personaggi, spesso e volentieri poeti molto mediocri, riescono a utilizzare il palcoscenico, l’evento culturale (!), il cultural event (!!), come grande merce di scambio.
Nella migliore delle ipotesi, collusi con qualche politicuccio locale o con qualche rotary club di turno, queste personalità riescono a pagare il viaggio, o a dare addirittura un gettone di presenza, a qualche poeta o critico importante – e magari ci esce fuori la recensioncina! Oppure, poi, ci esce un «ma lo sa che sto curando un’antologia?» a cui seguirà un velocissimo «Ah, sì? Allora posso inviarle i miei versi?» (!!!).
A questi famigerati festival, per lo più messi su con piccoli sponsor, poi, diciamoci la verità, se si vendono venti libri è un successone!
Ma allora come si sostenta il mercato della poesia oggi?
Insomma, al di là di tutto il fumo e la promessa d’arrosto, chi paga le bollette?
Mi verrebbe da dire: i poveri genitori di tutta questa massa di pazzi! Le povere mamme e i poveri papà che campano di rendita o di pensione! E non mi discosto di troppo dalla realtà…
Ma perché la gente non compra i libri di poesia, nonostante ci sia tanto movimento, tanto cicaleccio? Possiamo provare a dare delle risposte. Parziali, limitate al mio piccolo punto di vista. Ma diamole.
Gli editori sono distratti: quando gli mandate qualcosa da leggere, non ci mettono tanta attenzione. Sono così impegnati a cercare di pagare le bollette, che non hanno il tempo di leggere e selezionare nuovi poeti – d’altronde perché dovrebbero? Hanno già una sfilza di pubblicazioni da terminare! E chi sono?
Per lo più amici, amici di amici e/o amici di amici critici letterari e/o di amici di critici letterari, professori universitari, o gente che paga moltissimo la sua pubblicazione.
Non c’è spazio per trovare il vero talento!
Tanto, poi, in tutto questo marasma, qualcuno che che scrivere versetti simpatici si trova, si trova sempre.
La frase «abbiamo il catalogo chiuso fino al duemilaquarantacinque!» – ormai è diventata un classico, un cult.
I critici poi, tutti concentrati a cercare un palcoscenico migliore, una copertina più patinata, sfruttano i loro rapporti editoriali proprio come farebbe il peggiore politico con un gioco di clientele: si scambiano favori, citano amici per poter essere citati, aggiungono alle loro antologie poeti per arruffianarsi l’editore o il parente che conta di turno, o il critico amico.
Insomma, nessuno sembra interessato a venderli, questi libri.
Ora, se un giovane poeta, magari un lavoratore o uno studente, che ha molto da fare, e che non ha tempo di tessere i rapporti, di passare ore su facebook ad arruffianarsi il personaggio di turno, o non ha il denaro per partecipare ai festival gratuitamente (anche quando è ben voluto!), come fa ad entrare nel mercato della poesia?
Bé, semplicemente, non ci entra! Appunto, perché non c’è Il Mercato! E potrà solo sperare che nessuno si dimentichi di lui!
Ma non c’è mercato perché i meccanismi editoriali sono tutti tesi a soddisfare dinamiche viziate, invece che a rivolgersi a un pubblico di lettori cosa che – per quanto molti, con la puzza sotto il naso, potranno considerare un degrado della letteratura – sarebbe la caratteristica di un sistema sano.
Non solo sano, ma anche più realistico e meritocratico.
Perché nessuno editore si pone il problema? Perché nessun editore ha il coraggio di investire davvero in un’operazione sana e commerciale che riguardi la poesia, all’infuori di questa fanghiglia?
Se il metro di giudizio delle opere poetiche fosse il cuore della gente, e non le dinamiche clientelari, non solo gli editori potrebbero meglio sostentarsi, ma anche i critici – trovandosi ad avere a che fare con un mercato più florido, più disteso – avrebbero più tempo e risorse per dedicarsi agli argomenti e ai poeti che più amano, anche alle cose più di nicchia (!!!), invece di dover sottostare a una rete di rapporti culturali/clientelari che succhia loro tempo ed energie.
Non credete sia arrivato il momento di cambiare registro?
Riccardo Raimondo








E’ condivisibile quello che dici, caro Riccardo, e credo che molti che scrivono e si affacciano al cosiddetto “mondo della poesia” in senso sociale, l’abbiano esperito. Tuttavia credo che alla vis polemica (a volte un po’ generalista, credo che il tema sia così ampio e complesso che meriti più distinguo) manchi un bersaglio più sicuro (nomi e cognomi, o almeno, per evitare il rischio di essere accusati di diffamazione, circostanze specifiche meglio descritte) e una parte costruens, con delle proposte da valutare e discutere insieme.
Pingback: Poesia, il mercato delle vanità – l’altra faccia della patacca di Riccardo Raimondo
amaramente divertente, direi! cioè, il tema è amaro, ma almeno si legge con gusto
Caro Davide,
non intendevo esaurire in queste poche righe tutto l’argomento.
Questo articoletto polemico lo considero, diciamo, un’avanguardia a nuovi e più approfonditi momenti di discussione.
Insomma, diffamazione permettendo, non finisce qui…
Anzi, visto che proprio da te nasce un impulso, perché non scrivi un pezzo tu per continuare il discorso? O lo scriviamo insieme?
Grazia a Marina, fa sempre piacere esserci “con gusto” (:
un grazie e un abbraccio alla redazione e a tutti i lettori.
Invito tutti a commentare, perché ogni imput sarà prezioso per continuare il discorso!
Di che lacrime grondi e di che sangue il poeta, lo sappiamo. Quindi quasi tutto condivisibile, ma senza alternativa se vuoi affacciarti alla comunicazione; ci sono tuttavia editori onesti che appena si ritagliano una stipendio di un merse e fan girare il libro, lo promuovono, sono dinamici, altri , presi e tanto basta ( e sono più cari). Insomma si potrebbe proporre lo sciopero della pubblicazione, ma lo sciopero degli acquisti è già stato proclamato da tempo. Anche coi santiinparadiso poi devi sgobbare per autovenderti almeno 500 copie. Ma agli amici si regalano.. o non più? E ai recensori, ai critici,.. e così via destrutturando amaro.
“Insomma, nessuno sembra interessato a venderli, questi libri.”
secondo me Raimondo, il punto primo è che non ci sono, o almeno non abbastanza, lettori interessati a comprarli (io non credo a questa “gran fame” o domanda di poesia in giro). I potenziali lettori di poesia, a parte essere quasi sempre a loro volta autori (e dunque partecipanti alla offerta), numericamente parlando nn fanno businness. Dunque nn è che nessuno sia interessato a venderli, è che non si vendono.
Dopodiché il discorso diventa un distinguo fra editori che fanno in modo professionale il proprio lavoro e dunque una certa selezione, curando poi l’opera e l’autore (e ce ne sono), ed editori che sfornano di tutto, basta faccia un verso.
Personalmente (da lettore che ogni tanto acquista) ho trovato opere curate, altre meno, ho anche avuto in qualche occasione difficoltà a procurarmi dei libri di poesie (ordinati, non sono mai stati consegnati, e questo sia in libreria, sia online).
Infine, credo che modalità da sviluppare siano quelle simili a PoEtica (Libreria Libra qui con Viviana Scarinci) del post qui sotto
un caro saluto a tutti.
Cara Margherita, ti spiacerebbe mandarmi per email maggiori info su “Libreria Libra” ?
Perché, come dicevo, questa articoletto è solo un’avanguardia e voglio continuare in discorso più approfonditamente…
La mia email è raimondo.riccardo@yahoo.it
Grazie! (:
Riccardo, i riferimenti sono nel post qui sotto a firma Viviana Scarinci, cmq questo è un link
http://vivianascarinci.wordpress.com/associazione-culturale-e-libreria/
Caro Riccardo, io mi trovo in accordo con Davide nel ritenere abbastanza sommario quest’inizio di polemica (eviterei di utilizzare il termine “avanguardia”, dal momento che mi pare si stiano trattando argomenti lungamente rimasticati, ormai). Stiamo attenti a non cadere nella stessa trappola che tanto si vuol dileggiare, insomma!
Qui leggo una fiera di bestialità umanoidi e sociopatiche che, correggimi se sbaglio, poteva essere applicata già alle corti francesi del Re Sole, per non risalire più indietro. Cambiano i media, cambiano i nomi e i cognomi (che, pure, non mi sembrerebbe utilissimo citare, a meno che questo scritto non voglia risultare uno sparo nel vuoto, volto ad aizzare gli pseudo dibattiti pettegoli dei blog salottieri nostrani) cambiano anche le forme di baratto, se vogliamo, ma la sostanza?
Il problema della poesia che non viene letta se non dagli “addetti ai lavori” (e, in molti casi, nemmeno dai presunti tali), degli editori che chiedono soldi ai giovanotti di belle speranze, dei rapporti clientelari che soggiacciono all’imbarbarimento culturale.. Per carità, tutto vero. E?…
Rileggo, allora, perché ti stimo persona intelligente e capace, e immagino, quindi, che l’unico fil rouge plausibile per questo sfogo viscerale verso uno status quo (non solo poetico, non solo letterario, ahinoi…) da lungi consolidato e ben poco sorprendente, sia una fervida, spiccata (auto)ironia.
Intendiamoci: non che io sia una reazionaria, ma bisognerà pur avere senso pratico, perché le lotte per partito preso, contro tutto e tutti, rischiano di apparire lamentazioni personalissime da cortiletto di casa al tramonto. E non vogliamo questo, giusto?
Mi domando, allora, fuori dai denti: dove vuole arrivare, quest’articolo?
Dicci!
f
Cara Francesca,
forse ho usato il termine avanguardia in maniera impropria.
Volevo solo dire che questo articoletto è un inizio, e che vorrei continuare a parlare di questi argomenti.
Inizio d’altronde volutamente sommario.
Riguardo l’autoironia, non convengo con te. Posso ammettere con tranquillità che per quel poco che ho fatto non sono sceso a patti con nessuno. E trovo la tua insinuazione molto offensiva.
Non so perché ti comporti così. Avrai i tuoi buoni motivi, bo! Ma ti ringrazio della tua gentile attenzione!
Comunque, come ho già detto sopra, continuerò a approfondire la polemica.
Ma non credo sia così necessario “fare nomi”, “attaccare briga”. Anche perché non posso mica conoscere i fattacci di tutt’Italia!
Però vorrei tirare fuori alcuni “casi tipo”, appunto, le circostanze di cui parlava Davide Castiglione, che fa un discorso molto diverso dal tuo, anche nei toni.
Vorrei poter dare al lettore un metro per misurare le evenienze.
Poi sta al buon senso d’ognuno stanare i propri diavoli…
un abbraccio
Mah.. a me sembra futile cercare di dar la colpa a qualcuno perché “non c’è mercato”. Il mercato si forma quando uno si sente disposto a pagare per qualche cosa di cui avverte il bisogno, e che quindi non sia già immediatamente disponibile. E mi sembra ovvio che per la poesia (ma anche per le arti visive – diciamo così – “statiche”) questo combinazione di bisogno e di ostacolo ha ben poche possibilità di formarsi: Internet ti mette a disposizione *gratis* l’enorme patrimonio del passato – già capace di assorbirti più tempo libero di quanto ne avrai mai – più un’immane offerta di autori contemporanei, a svariati livelli qualitativi (che certamente in basso sfocia nel patetico o ridicolo, ma questo è facilmente filtrabile).
Si pone dunque un problema di “sazietà” che rende risibile l’idea di cavarne un sostentamento.
Per riuscire a farlo, per creare cioè l’effetto di una rarità inesistente, bisogna mettere in campo un immane lavoro (che una volta dispiegato non si regala certo al primo che passa). Bisogna infatti riuscire a convincersi prima ed a convincere poi che:
1) esistono tra le miriadi di autori delle differenze qualitative abissali, tali da giustificare vere proprie “pulizie etniche” (ovviamente a livello dei “memi”).
2) una persona non potrà considerarsi umanamente compiuta se non si fa attivamente strada, come uno spermatozoo, verso certe gemme nascoste che sono prodotte da piccoli gruppi di persone dalla moralità, statura intellettuale, creatività, consapevolezza eccetera assolutamente superiori ma che vengono ostracizzate da un “sistema” materialistico che punta al guadagno (cioè che realizza proprio una dinamica di mercato).
L’improbabilità di una tale visione, continuamente riproposta sullo stanco cliché scolastico della “buona volontà culturale”, mi appare persino comica. Eppure basterebbe osservare bene coloro che, in questa ardua impresa di creare dei bisogni artificiali, hanno avuto temporaneo successo, come il sistema dell’alta moda, oppure quello dell’arte “high money”, per intuire la vera natura del problema.
La scusa naturalmente è sempre quella di “elevare” il pubblico, portandolo a contatto con opere autentiche, “certificate” ISO-999. Ma quello che oscuramente si persegue sembra piuttosto che il pubblico avverta il bisogno, senta, in un certo senso, la propria inferiorità, la propria incompletezza ontologica, e divenga in tal modo un “fan”, disposto infine a tirar fuori anche i soldi. E allora che si scimmiottino le tecniche di marketing, che ci si impadronisca di quei famosi “mezzi di ottundimento delle menti”, e si perfezionino i già sottili meccanismi dell’esclusione, perché lo scopo obiettivo risulterà quello di “sterilizzare” l’apertura di Internet, ritornando ai bei tempi in cui se eri minimamente dotato ed entravi nel giro giusto allora era praticamente fatta!
Ma io non credo che tutto ciò si possa. Ciò che non ci è chiesto alla fine lo regaliamo. E non mi sembra che in ciò si configuri dramma alcuno.
Perdono, c’è stato proprio un fraintendimento! Non intendevo insinuare nulla, né su te né su altri, figurati! Scusate se così è sembrato. L’autoironia che mi sembrava di cogliere la riferivo al voler impersonare il ruolo di un tale scrittore x, che si lamenta dell’andamento del mercato editoriale in generale. Ho proprio travisato io il senso dell’articolo, allora! Chiedo ancora scusa. Per il resto, certo, è bene affrontare questi temi, ma solo con un pochino di pragmatismo, che non significa necessariamente “scendere a patti e fare compromessi”, ma soltanto prendere atto di una situazione reale e oggettiva. Esempio: se vado al supermercato pago 2 euro per 3 mele. E’ un’assurdità, uno sproposito, un vero “magna magna” collettivo. Concordiamo tutti, immagino, Ma allora, dico, nel pratico, che si fa? Si muore di fame? Si scrivono sonetti sull’indigenza? E ai contadini chi ci pensa? Si scende in piazza? Se sì, come? E’ solo questo che chiedevo, senza alcuna insinuazione molesta, lo assicuro! Anche il mio voleva essere uno spunto per continuare la discussione, tutto qui.
f
1. Caro Elio, trovo superbo il tuo commento! Ne faccio molto tesoro! Grazie
2. Cara Francesca, mi fa piacere che ci siamo chiariti. Adesso ho colto molto meglio il tuo pensiero!
Ti dico già da ora che essere più pragmatico – cosa che sottolineava anche Davide Castiglione – è il mio prossimo proposito. Ma non sono onniscente! Quindi sono ben accetti commenti, suggerimenti, obbiezioni! Anzi, t’invito a scrivermi a raimondo.riccardo@yahoo.it
Molto gentile. Un caro saluto.
Mah, a sembra che tutto si possa dire di questo articolo, tranne che sia sommario o che offra una critica troppo generale! E’ il punto di vista più disincantato e pertinente sul mondo della poesia italiana che io abbia letto da molto tempo! Solo una cosa c’è forse da aggiungere: che il circolo di lettori di poesia sia infinitamente minore di quello della narrativa è un dato di fatto. Quindi la mancata attenzione dell’editoria verso il settore della poesia, o la sua richiesta da parte dell’editore di una qualche forma di contributo da parte degli autori, alla fine mi pare giustificata. La poesia, lo sappiamo, andrà anche dritta al cuore, ma non produce alti guadagni. E’ una semplice questione matematica: se la poesia non ha un vasto pubblico, non può vendere. Poche vendite, poche guadagni.
Le case editrici non sono opere di carità, ma ditte che come tutte le altre alla fine dell’anno devono fare bilanciare i conti. Ora, se una Einaudi o una Mondadori possono anche sovvenzionare delle collane perdenti dal punto di vista economico per il solo fatto che la poesia da lustro alla loro immagine, piccole case editrici, seppur nella loro indiscussa serietà, sono obbligate a richiedere almeno l’acquisto di un certo numero di copie da parte dell’autore per starci nei costi. La vera prova del nove non è tanto se un editore pubblica gratis o meno, ma quanti titoli di poesia questo editore pubblica nel corso di un anno. In poche parole: la sua serietà professionale è riflessa principalmente nel processo di selezione.
A parte questa piccola precisazione, il tuo è un articolo illuminante. Mi è piaciuto troppo. Complimenti.
daniela raimondi