“Ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è stata data in proposito.
Ma io non lo so,non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. “
Wislawa Szymbowska
Sfronda le molte parole che ti vengono in mente,
non farne d’una cento, ma di cento, una:
la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro;
non è facile cosa afferrare una perla speciale!
[Nezāmī in Khosrov-o-Shīrīn]
Eh, ironia con te la disperazione è filosofia! Ma senza di te, ahinoi, la poesia è pura (mera) melanconia. (Pietro Pancamo)
"Il poeta è prima di tutto cittadino" Antonio Fiori
"Io credo che una poesia al giorno tolga il conformismo di torno..." Narda Fattori
"Cos’è la poesia? non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu." (La tigre e la neve, R.Benigni)
E’ forse perchè con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità disumane dell’universo e, in tal modo, ci colpisce alle spalle con il pensiero dell’annullamento, quando contempliamo le bianche profondità della Via Lattea? O è forse perché, nella sua essenza, il bianco non è tanto un colore quanto l’assenza visibile del colore e, al tempo stesso, la fusione di tutti i colori; è forse per questi motivi che c’è una così
Simone Cristicchi e Davide Riondino hanno cantato e raccontato in ottava rima Delitti, arresto e morte di Federigo Bobini detto “Gnicche” un furfante amante delle donne e del vino. Già nel 1871, anno in cui il brigante cadde vittima di un agguato, il poeta contadino Giovanni Fantoni ne aveva raccontato in ottave la vita e le gesta.
[quel (mio) restare nell'andarsene] 4 [un colore è una parola che non sa scrivere]
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«[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]» così Pier Maria Galli introduce il lettore nel suo blog, e davvero le sue poesie, non fosse altro che per la loro intima dimensione, sono brividi sintomatici di una realtà che muta e sfuma, lieve e inquieta sempre, e tuttavia appuntata dalla scrittura in piccoli e cesellati fermagli di versi che pervengono al lettore in un dettato minimo e nitido, senza sbavature, raffinato.
Sono poesie che colgono dettagli tradotti in essere da angolature nient‘ affatto ferme, anche se le ancore degli stessi dettagli sono affilate e precise. Non a caso “quel movimento senza cessare / che sta dentro la parola vento” non solo è “il rumore del nudo” mentre viene e scompare al mondo ([lirica n. 0] (86) tag “L’origine del nudo”), ma anche il venire meno e apparire di un angolo di osservazione, lo sfumare del contorni delle persone e degli oggetti, non per parossismo improvviso del vento, ma per il suo vagolare impreciso, anche quando non furioso.
Era da tanto che aspettavo di leggere le poesie di Natàlia Castaldi, finalmente fissate nelle pagine fruscianti di un libro, forse per averle sotto gli occhi e tra le mani come qualcosa di prezioso di cui sentirmi depositaria e testimone.
Mia figlia è nata la notte di San Lorenzo mentre stelle e desideri si rincorrevano in un magico e antico connubio di sacro e di profano; il nostro cordone ombelicale è stato reciso all’alba, quando ormai calava il sipario sullo spettacolo astrale.
Questa notte, dieci agosto di vent’anni dopo, lei è in volo per un viaggio verso oriente, quasi dall’altra parte del mondo, per la prima volta così lontana e mentre le luci dell’aereo si fanno piccolissime fino a confondersi con le stelle, è un po’ come se il cordone ombelicale venisse reciso un’altra volta. E’ calda e limpida questa notte d’agosto per le vie del centro quasi deserte e lei mi manca. Seguo la stella più luminosa, quella che resiste alla violenza delle luci artificiali e mi ritrovo in Piazzale della Pace : questo è l’ombelico di Parma, perché si trova nel cuore della città e anche perché qui, più che in ogni altro spazio cittadino, mi sento al centro del mondo. Soprattutto la notte in questo luogo austero, può accadere che si intreccino la storia antica della città con la storia e la cultura di gente che viene da paesi lontani, come qualche sera fa, quando la voce struggente di un soprano, è scivolata fuori attraverso gli abbaini del Teatro Regio:
Vissi d’arte, vissi d’amore,
Non feci mai male ad anima viva!
Con man furtiva
Quante miserie conobbi, aiutai.
Il canto s’è posato sul prato morbido del Piazzale, scivolando come una carezza sul capo coperto dal velo di due donne arabe che parlavano a bassa voce con i volti vicini, come nell’atto di consolarsi a vicenda.
Joumana Haddad, Ho ucciso Sharazad, Oscar Mondadori
Questo libro – che la stessa giornalista libanese non sa se considerare autobiografia o saggio , essendo una serie di riflessioni che nascono dal dato biografico- è tuttavia uno scritto piacevole da leggere per la scrittura agile e importante e perché dibatte il ruolo della donna nella società araba.
Domenica 7 agosto 2011 alle 18.30, presso la Sala della Gran Guardia nella Porta a Mare di Portoferraio, Isola d’Elba (LI), si inaugura MAELSTRÖM, una mostra di dipinti di Maria Cristina Sammarco.
Il maelström è un gorgo particolarmente insidioso che viene generato dall’andamento delle maree al largo della costa norvegese. La letteratura dell’Ottocento (in particolare gli scritti di Edgar Allan Poe e di Jules Verne) ha reso noto questo fenomeno esaltandone a dismisura il potere di attrazione e trascinamento, la capacità di risucchiare qualsiasi cosa e di farla sprofondare al suo interno.
Nella pittura di Maria Cristina Sammarco, il maelström perde quasi completamente il suo aspetto minaccioso e abissale, ma conserva quell’intensità vorticosa e totalizzante che ha affascinato gli scrittori romantici. Soprattutto però il gorgo rappresenta per la giovane pittrice una manifestazione emblematica della forza evocativa del mare: della facoltà di addensare massicciamente la luce, o di rarefarla sino a renderla polverosa, divenendo in entrambi i casi un artefice immancabile di sentimenti.
Embrionalmente astratta ma mai del tutto priva di un rimando figurativo, la pittura di Cristina Sammarco vive di grumi di colori e umori, di cristallizzazioni immerse in situazioni fluide, in contesti liquidi e movimentati che hanno l’aspetto inconfondibile del mare.
C’è sempre, sempre
c’è una specie di tristezza sul fondo delle cose
a pensarci,
persino questi piccoli che strillano
per la fame chiamando le madri
sono diminuiti di numero
e vedi un corvo che vola lì accanto,
forse li ha presi il corvo forse un’altra sventura
ma sui sampietrini deserti, per lungo tempo
ci sei solo tu a guardare intorno,
e sai benissimo che la cosa non si rivelerà
ma menti, ci speri fino all’ultima pietra,
rifacendo il percorso all’inverso,
scavando,
ti riempi gli occhi di niente.
[testo da, titolo ipotetico, "Ciottoli del Tresa"]
In calce a questo mini-paragrafo introduttivo, propongo alcune poesie di Luciano Troisio, tratte dal volume di versi Strawberry-stop (LietoColle, Faloppio, 2008); quattro le ho trascritte per intero, dell’ultima riporto invece una serie di stralci. Mi auguro che tutte possano adeguatamente esemplificare quanto ho già detto, nel mio breve post d’inizio luglio, circa l’autore sunnominato
Ho conosciuto Valentino Zeichen qualche settimana fa, in occasione dell’incontro con i finalisti del Premio letterario Raffaello Brignetti Isola d’Elba. La prima impressione che ho avuto è stata quella di trovarmi davanti ad un poeta puro, ad una persona cioè lontana anni luce dallo star-system intellettuale ed editoriale, sinceramente e onestamente interessata soltanto alla poesia.
La percezione di ingenuità che può ispirare a prima vista è però immediatamente smentita dai contenuti –e dalla forma- dei suoi interventi perché, appena prende la parola, si capisce immediatamente che è un uomo profondamente colto e profondamente sensibile.
L’apparente eccentricità del personaggio –calza sempre sandali, anche d’inverno, fuorché quando va a Milano, perché là, afferma, la prima cosa che ti guardano quando scendi dal treno, sono le scarpe che indossi; porta con sé non già borse di pelle ma modesti sacchetti da spesa- è in realtà la sua originale reazione ad un mondo mercificato, omologato, dove anche l’arte, come tutto, è in vendita.
I mè i pensavan ca sarisi diventà
Almen impurtant mè Edison o anca pusè grand,
parché da fio fasivi mi i balon
e i aquilon gigantésch, e i giogh a urulugeria
e i lucumutiv cun la sò feruvia
e i telefunin ad tòla, cun la corda/cul sò spàgh
Sunavi anca la corna e dipingivi i quàdar
Fasivi i mudel ad creta e una volta o fai la part
Gli undici brevi racconti che compongono questa opera, forniscono una biografia scarna, ma precisa, affilata nella scrittura come sa fare l’autrice Agota Kristof, nata, nel 1935 a Köszeg, un villaggio ungherese, “privo di stazione, di elettricità, di acqua corrente, di telefono”.
Scrittrice di “nicchia” come si suole dire di chi non va in cerca di presenzialismi, di facili onori, di fasti e allori, la Kristof anche di questo materiale più strettamente biografico fa un uso da en-tomologa. Racconta per squarci episodi dell’infanzia , periodo che si intuisce felice e spensiera-to, ma evita accuratamente ogni sommovimento emozionale anche quando narra gli scherzi che con il fratello maggiore ordiva nei confronti del fratello minore.
Soprattutto ci interessa e le interessa esporre la sua formazione : lettrice già a quattro anni, avida di libri che trovava in casa ma anche nella pluriclasse dove insegnava come maestro suo padre e dove veniva inviata per punizione dalla madre.
Vincitore nel 1967 del premio Viareggio con la raccolta di racconti “Il gabbiano azzurro” e, nel 1971, del premio Strega con “La spiaggia d’oro”, lo scrittore toscano, nato nell’Isola del Giglio nel 1921 e morto a Milano nel 1978, rappresenta un’altra meteora nella memoria degli italiani. In precedenza aveva scritto, nel 1952, “Morte per acqua”, che segna l’avvio di un percorso di qualità intriso del suo grande amore per il mare, in ciò affiancandosi ad altri narratori, come, per stare nei confini della mia terra di Lucchesia, Lorenzo Viani e Mario Tobino.
Malata di morva
la lunga convulsione sente,
quel biancore ardente di gelo:
fermato il deflusso del sangue come da una arteria aperta
risulta inerzia agli apicali
-e con crepitazioni,
i piccoli fuochi mai spenti…
Dileguava ora quel pallore,
La tragedia di Marcinelle : per due memorie di Lucetta Frisa
Sulla tragedia di Marcinelle aveva scritto, nel 2003, Monica Ferretti. Forse lei è stata la prima a pensare e a realizzare a riguardo un libro-documento che suona come una testimonianza d’accusa, in quanto solo da poco tempo, nel blog La poesia e lo spirito, ho scoperto il libro di Paolo di Stefano pubblicato quest’anno e intitolato La catastròfa di Marcinelle. Libro che non ho letto e quindi non sono in grado di stabilire confronti. Anche lui, come Monica, ma diversi anni dopo di lei, è andato personalmente sul posto della tragedia e poi in Abruzzo a intervistare i parenti delle vittime. Dico questo per rispetto della verità. E non solo perché ho conosciuto Monica, ragazza molto intelligente dalla vita travagliata, assetata di vita e di volontà di affermarsi come scrittrice, di costruirsi una strada autonoma nella società degli uomini.
Documentario di poesia prodotto da NiedernGasse; testo Flavio Toccafondi, voce e regia Rosamaria Caputi, fotografia Hitchcock, musica Berg, su consulenza musicale di Salvatore Pietro Anastasio
“Niente è come sembra niente è come appare perché niente è reale “ ( Franco Battiato )
La magia di Amin.
Avevo traslocato da pochi mesi nella casa nuova.
Fra i mobili che avevo appena acquistato c’erano due divani che non volevo rovinare.
Avevo bisogno al più presto di due teli per coprirli ma li volevo particolari e soprattutto molto colorati.
Da sempre mi muovevo in lungo e in largo per la città con la mia vecchia bicicletta perché fa bene alla salute, perché è comoda e perché allarga gli orizzonti.
Nel senso che se ti muovi in auto devi badare alla strada, devi arrabbiarti in continuazione per le code che ti tocca sopportare e non puoi nemmeno guardarti intorno.
Se viaggi in autobus è vero che hai più tempo di osservare le persone, di ascoltare, anche di perderti nei tuoi pensieri con lo sguardo fuori dal finestrino ma poi, dopo un po ‘ ti annoi a morte perché il percorso e le persone sono sempre le stesse.
La bicicletta invece va dove ti porta il cuore, per essere sentimentali come quella famosa scrittrice dai capelli corti, oppure va dove ti portano le tue gambe, per dirla in modo molto più terra a terra, oppure va dove ti porta la tua anima , per dirla a modo mio e mentre pedali puoi decidere di cambiare strada all’improvviso, solo perché passare da quel borghetto antico ti piace.
E io faccio spesso così. Ci sono angoli della città dove sento il bisogno di sostare almeno una volta la settimana e la mia bici mi accompagna sempre molto volentieri e soprattutto mi aspetta per tutto il tempo di cui ho bisogno.
(Scritta in un momento di ripiegamento su me stessa, la metto per non sentirmi sola).
Magari saranno minimi interludi
scritti quando
ci si lasciava prendere dal sonno
si chiudevano intorno alle finestre
tende di pianto
e chi
guardava una ringhiera vuota
___________ non c’era un grido
già mancava il fiato
non la sentiva mai quella sospesa
voce caduta.
Renato Greco, Dintorni di nessuno, l’artedeiversi, 2011
Renato Greco, dalla sua sterminata produzione , estrae questo nuovo libro che esamina la figura di Ulisse, il Nessuno del titolo, figura archetipo di un’umanità che fa dell’intelligenza uno strumento sia di civilizzazione che di potere. Ulisse è già un nostro contemporaneo, inquieto , curioso, esploratore del mistero; egli accetta tutte le sfide, riconosce la bellezza e il potere che possiede di riconciliazione.
Nei secoli la figura di Ulisse ha ispirato poeti e pensatori e credo che tutti ricordiamo i versi che gli mette in bocca Dante “ fatti non fummo a viver come bruti/ ma per seguir virtude e conoscenza”