Chi può dire di averlo visto tutto ? Tastato si, ma visto davvero il proprio corpo, per esempio dal retro ? Forse con l’aiuto di specchi o in qualche foto maldestra.
In un certo senso, è l’abitudine a salvarci, a non pensarlo; l’abitudine di vederlo ogni giorno per parti, mai interamente, come invece vedi un altro dall’esterno, coricato oppure venirti incontro.
Di quello si puoi dire ‘ che colorito ‘, oppure: ‘ di certo è ammalato ‘, ma di te, di lui, del tuo corpo, quando davvero t’accorgi del danno? Quando puoi dire, prima dell’eco o degli esami accurati, ‘ecco, era questo ’? Nemmeno lo specchio ti è più fedele: non riesci mai, quando ti guardi, a vederci un altro, come dovresti.
Certo, se sono palesi i danni subiti, se hanno ceduto le smosse pareti o non vedi i contorni, se hai la frattura al calcagno oppure i sussulti epilettici, ti fai la diagnosi e accetti. Ma se hai i dolori più strani e leggeri, un livido che non sai spiegarti o un neo silenzioso – sintomi vaghi e perciò indecifrabili – non riesci a salvarti. Allora il tuo corpo diventa un enigma, inutili le incerte diagnosi, le cose le sai troppo tardi.
Antonio Fiori
La mia amica, che tanto aveva amato il suo corpo, riuscì a prendersene cura e a renderlo bello davanti agli altri , a sè stessa e allo specchio, fino all’ultimo.
Fino all’ultimo lei si truccò le “Labbra rosso fuoco”.
(http://sarapoesia.blogspot.com/2010/03/le-labbra-rosso-fuoco.html)
La consapevolezza del proprio corpo forse la si acquisisce maggiormente in certe circostanze tragiche. Quando tutto “va bene” lo dimentichiamo o ne facciamo cattedrale del narcisismo più decadente ( quindi lo maltrattiamo comunque).
Sara Ferraglia
il corpo, il nostro corpo è sconosciuto a noi stessi. spesso il male ‘lavora’ dentro di noi a nostra insaputa e noi andiamo avanti, cercando di ignorare i primi messaggi che ci manda.
Grazie ad Antonio Fiori per questo commento, in linea con il mio nuovo libro “Terra estrema”. C’è infatti sempre qualcosa che sfugge nel nostro corpo, qualcosa che sembra non appartenerci, ma che pure ci fonda. E’ il nostro doppio perturbante…
Mauro Germani
Naturalmente il rapporto col nostro corpo muta nel corso della vita, così come è diverso da cultura a cultura (penso spesso all’induismo, alla trasmigrazione delle anime in corpi sempre diversi, anche d’animali….). Qui ho voluto proporre una meditazione che sfocia nel sospetto della malattia, ma il discorso sul corpo è molto ampio, fa parte del grande problema dell’identità.
Un caro saluto a Sara, Blumy e Mauro, con la cui poesia scopro assonanze e sintonie inaspettate.
Antonio
Il corpo come un enigma indecifrabile che ad ogni segnale ci spaventa. E’ vero, fino ad una certa fase della nostra vita non lo curiamo, lo usiamo, ne approfittiamo. Poi, d’un tratto, tutto cambia e non sai come è successo. E’ come un’esplosione che accade senza che ce ne accaorgiamo, assistendo impotenti a ciò che farà di noi. Magari è il tempo di curare un pò di più l’anima?
com’è interessante e inquietante l’argomento, Antonio! Credo che quando corpo e mente sono in equilibrio , sia giunto il momento della pienezza. Non c’è frattura.Poi il corpo prende una strada tutta sua, cominica a parlare e a imporsi come un qualcosa di alieno e non riusciamo a gestirlo più. Con la testa si è giovani o ci si sente tali, mentre il corpo…parla il suo linguaggio incomprensibile, o tardivamente comprensibile. Troppo tardi quando si riconosce il suo valore e la sua voce.
Grazie
lucetta
Molto interessante la tua riflessione, Antonio, proprio perché, come tu stesso dici, è legata al problema della nostra identità. Mi tornano in mente versi di Emily Dickinson: “Udivo come non avessi orecchi… vedevo come se i miei occhi a un altro appartenessero…, vivevo come se io non vi fossi, vi fosse solo il mio corpo, finché una forza mi scoperse e rimise a posto la mia essenza”… Il problema è proprio nella scissione che spesso ci impedisce di sentire la nostra unicità, il legame indissolubile fra corpo e psiche. Talora si ha l’impressione di sentire solo il corpo, di vivere in funzione di esso, talora invece il corpo viene vissuto quasi come una cosa, un oggetto, una merce,
e non si avverte più il contatto con le emozioni più recondite. Forse la poesia può essere una strada per trovare l’equilibrio, l’orientamento. Insomma, le tue parole aprono un problema grande come il mare.
Grazie, con imperdonabile ritardo, a Rosario e Lucetta (in particolare per il consiglio di Rosario di curare un po’ più l’anima e la comune percezione del ‘troppo tardi’ di Lucetta).
Ringrazio poi Rosa per la scommessa sulla poesia, per crederla capace di ridarci equilibri perduti.
Antonio