Rapsodie di Anna Utopia Giordano


Venere, il demonio ribelle,
spezza punti di lune limpide
nel difetto d’occhi e cristalli
spegnendo le volontà nere
e Crisaore mescola, mentre uccide
i muscoli, geometrie taciute
e orbitali metallici nei passi indecisi

così le bambine planano sui colori recisi.

Enoch respira il mio respiro, 
mi ha graffiata ancora.

Sciogliendomi in scintille
e rumori, prismi cicloptici di 
pulsazione adefaga, 
oscilla intervalli cronici, 
endogeni. Spine e turbe
simulate leccano, poi 
amputano, le vibrazioni
e i loro involucri.

Chiudo gli occhi,
ti vedo morire,
tutto viene escluso.

Alcune volte me ne accorgo, 
li guardo perchè so di essere invisibile,
slego il corpo dall’evoluzione.

il vuoto coincide
l’energia coincide

una sillaba è ciò che ci appartiene:

siamo stati infiniti, senza ombra.
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12 risposte a Rapsodie di Anna Utopia Giordano

  1. Blumy scrive:

    è evidente che Utopia è un cognome acquisito per simpatia e che il linguaggio di questa signora è strettamente imparentato con quello teatrale, che a me in genere piace molto. non hanno un titolo queste rapsodie?

  2. Utopia non è un cognome, ma un nome :)
    @Antonella: Scopro ora della pubblicazione! :) Vi ringrazio..

  3. Alfonso Lentini scrive:

    Bravissima!!!

  4. roberto scrive:

    io, in quanto stato infinito, ringrazio la poetessa per la meravigliosa citazione e approfitto della bella passggiata nel boulevard delle belle donne per porgere i miei più sinceri omaggi alla femminilità tutta.

  5. @ Alfonso e Roberto: Vi ringrazio :)

  6. paola lovisolo (cara polvere) scrive:

    prima parte/ dall’ apparenza: messa a dimora con poca autonomia
    rappresentativa. non ci sono immagini passabili e passanti che lascino
    elemosine alla mia mente o che la mia mente impegnandosi nell’ ascolto
    abbia desiderio di elemosinare oltre. o mi facciano dimenticare che sto leggendo una
    poesia. l’ autrice cerca di renderli credibili ma sempre a mio sentire sono recinti senza
    un bestiame che respiri o scalci o partorisca o prati in cui il bestiame rumini e
    ingrassi le mammelle e i testicoli. recinti senza recinti. elenchi senza elenchi. favilla?
    favella di favilla? c’è molta strada da un’ isola all’ altra. e disciplina da applicare perché la fantasia
    carnale c’è ma ribolle coperta di piattume senza soffio vitale dove la confezione
    tenta di tendersi a un detto che incida. c’è straniera a sé stessa.mi piace però che l’ autrice sembra
    sapere di questa incapacità delle sue parole a mettere su spire di nudo e piani di grattacielo compreso
    il tredicesimo… e poi ancora (infierisco ma senza polemica )vorrei toccare freddezza ma non la trovo.
    voglio della freddezza cui abbarbicare un possibile sviscerabile e viscerale tecnicismo: ma niente.
    un elenco di termini non pericolosi non spericolati. e l’ autrice pare essere a conocenza
    di questo suo atteggiamento poetico. eh. eh. interessante anche questo aspetto perché mi fa pensare.
    pensare che la scrivente di codeste pietanze “vuote” stia in un letargico agguato a se stessa cercandosi
    bambina e che ancora non le sia tornata l’ immagine nitida d/allo specchio… insomma c’è attesa
    e pretesa un poco leziosa ma non maliziosa che il lettore attenda… sono comunque ribadisco solo mie sensazioni
    discutibilissime un po’ intrise di euforia del gioco di provarmi nel guardare un lato di tanti che questa
    poetica certo ha e avrò in riserbo.

    seconda parte/del tuttavia ma che andrebbe bene pure nella prima parte: c’è una contemporaneità di stati afflitta
    in questi testi: o stasi vittimista. un “vittimismo mistico” o alla santa teresa liceale: vedi il gigante dalla spada
    di fuoco, senza un’ ancora matura folgorazione artistica che sfondi la secca: un mostrare senza il mostro un mostrarsi
    senza riconoscersi nel mostro o nei demoni che ci salverannno: un desiderarsi senza ammettere con polso e senza tutto
    il resto di essere il proprio oggetto del desiderio : spot pesto vagamente psico-totemico ai cui lobi pendono infinite chiavi che però si è come obbligati ad usarle per cassare e non per scassare.

    un saluto
    paola

  7. paola lovisolo (cara polvere) scrive:

    ci tengo a scrivere che sono rimasta aggrovigliata nelle utografie o – non di-segni – che si trovano sul sito della Giordano… aggrovigliata molto di più che dalla poesia o forse sono imprescindibili una dalle altre e ci devo ancora approdare per utovie traverse scavalcando la mia vista. ecco. se posso chiedere mi interesserebbe conoscere la tecnica usata e se non rapisse troppo tempo qualche parola su di esse.
    grazie.
    paola

  8. paola lovisolo (cara polvere) scrive:

    utovie non è male. eheh.

  9. Ciao Paola,
    scusami ma leggo solo ora i tuoi commenti.. :)
    la tecnica delle utografie è china su foglio.. per il resto il dinamismo che seguono è lo stesso delle rapsodie, dici bene quando le definisci imprescindibili le une dalle altre..
    circa le rapsodie, davvero non saprei.. :) forse, se vuoi, se puoi, se!, puoi leggere un testo critico qui: http://oneiros-hypnos.splinder.com/post/22531789 è lungo e a volte contorto, lo so, però di/spiega bene ! Tratta le rapsodie scritte per la mostra Thanateros che trasporto lungo l’Italia, ma tutto il discorso si estende anche al resto della mia produzione..
    “le utovie” è interessante!

  10. paola lovisolo (cara polvere) scrive:

    ciao Anna
    grazie per la risposta e per il link alla lunga analisi tecnica del punto di vista di Meneghetti sulla tua poetica: lui cita il vitalismo ma devo dire che i tuoi testi alla mia lettura e al mio sentire – per niente tecnico in verità ma ognuno usa gli strumenti che raccoglie per via – trovo non soddisfino ancora una energia espressiva autenticamente vitale e compiutamente matura in funzione di quel flusso anche chimico citato nel vitalismo ma che essa energia abbia necessità ancora di essere perseguita e inseguita con disciplina e applicazione disciplinata. d’ altro canto proprio questa sensazione di non finitezza alchemica ed ermetica a cui i tuoi versi aspirano, è certamente un valore aggiunto (nel senso che per me certe poetiche difficilmente sopportano stare tra incipit e chiusa:).. valore aggiunto che non può che favorire la ricerca di assemblaggi meno superficiali e quindi di immagini meno insicure della loro evocazione e avocazione al lettore. mi fermo qui augurandomi che sia passato qualcosa anche poco di quanto intendevo senza alcun intento polemico ma restando nella pelle delle sensazioni/sensazioni a pelle.
    a rileggersi.
    paola

  11. Ciao Paola,
    la disciplina e l’applicazione disciplinata non sono certo messe da parte, penso che siano alla base di qualunque forma artistica :) .. sarei una sciocca (saremmo tutti sciocchi) se pensassimo di essere “arrivati” (dove poi, è ignoto).. Scrivo da quando avevo 16 anni, adesso sono ancora nel primo quarto di secolo della mia vita: far leggere i miei testi significa accogliere tutte le critiche che mi vengono presentate anche per avere stimoli verso nuove direzioni e versi.. quindi ti ringrazio per le tue parole, non ci trovo niente di polemico, anzi!, non temere.. :)
    (ma poi, pensandoci, credo che le mie rapsodie non arriveranno mai ad una energia espressiva autenticamente vitale, la maggior parte di esse sono nel “tra”..si muovono nell’assenza, nella negazione, tendono più ad essere dei quadri che stanno nel limite (anche se per me inesistente) tra organico e inorganico – forse per questo Meneghetti cita il vitalismo – ma io, lo ammetto, tralasciando le mie rapsodie, con il vitalismo ho pochi punti in comune (forse solo estetici)..crollano tutti sotto una certa urgenza fisica – matematica – chimica – esoterica dalla quale non posso e non voglio astrarmi)

    Alla prossima :)

    Au

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