“Ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è stata data in proposito.
Ma io non lo so,non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. “
Wislawa Szymbowska
Sfronda le molte parole che ti vengono in mente,
non farne d’una cento, ma di cento, una:
la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro;
non è facile cosa afferrare una perla speciale!
[Nezāmī in Khosrov-o-Shīrīn]
Eh, ironia con te la disperazione è filosofia! Ma senza di te, ahinoi, la poesia è pura (mera) melanconia. (Pietro Pancamo)
"Il poeta è prima di tutto cittadino" Antonio Fiori
"Io credo che una poesia al giorno tolga il conformismo di torno..." Narda Fattori
"Cos’è la poesia? non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu." (La tigre e la neve, R.Benigni)
Ho scordato le rose sul treno. C’era una musica lenta e aspra, di limoni inaciditi e di sansa. Porto sul vestito a fiori il sorriso e la serenità di mia nonna, i fazzoletti neri sulla testa, i grani del rosario, le litanie, le monetine di qualche città a cui ho dato i passi e il sorriso, l’odore di uva e di botti tra via Siena e via Tripoli, prima di andare a salutare i miei vecchi, all’ombra di una rimessa con le volte a botte dove sedevano nella pace del pomeriggio, fino a sera tardi. Mia madre con ago a cucire nei silenzi primaverili o estivi, mentre giocavo a vendere stoffe, convincendo immaginari acquirenti e mercanteggiando sul prezzo, o cantando con microfoni invisibili di fronte alle piante del giardino. Sui prati di Parigi ci sono ragazzi sdraiati, beati, aperti come girasoli.
Il poeta (1883-1916) de La signorina Felicita ovvero la Felicità fu anche un ottimo e delicato narratore. Lo vedremo in questa piccola raccolta di fiabe e novelline.
Si comincia con I tre talismani, i quali sono una borsa, una tovaglia e un mantello magici. Li lascia un vecchio padre ai tre figli: Cassandrino, poeta, Sansonetto, contadino e Oddo, mercante. Il protagonista è Cassandrino, che viene derubato da una principessa del suo talismano e poi di quelli dei due fratelli. Riesce a recuperarli grazie alla sua astuzia, e ricaverà dall’avventura la lezione che è meglio vivere una vita semplice.
Siamo in pieno nella fiaba tradizionale; la struttura è semplicissima, e i colpi di scena si susseguono secondo le regole consuete. C’è l’oggetto magico, lo si esibisce, si è ingannati, lo si recupera traendone una morale.
Già da questa fiaba ci avvediamo che Gozzano si inserisce egregiamente nella tradizione europea, che ha nei fratelli Grimm e in Andersen i maggiori rappresentanti. Ciò per la leggerezza e l’incanto che permeano la sua scrittura.
Non vi è dubbio che Gozzano aveva ben presente questa tradizione nonché le opere dei tre grandi favolisti, e le sue composizioni ne assimilano lo spirito fantastico e stupefacente. Anche se va ricordato che l’Europa deve molto alla fiaba e alla novella italiane a partire dal Basile e dallo Straparola.
Nato a Caserta nel 1964, Giovanni Campi è il papà di Simpliciter & Complicatibus, due personaggi alieni e surreali, quasi beckettiani (mi si perdoni l’irriverente accostamento, ma questo signore, pur non essendo irlandese, ha talento da vendere), che dialogano ininterrottamente giocando con e sulle parole e portandoci ad un teatrino dell’assurdo geniale ed esilarante. Teqnofobico Chiocciola (il nostro Giovanni Campi in rete) ha due valentissimi collaboratori* in Nevio Gambula ( http://www.neviogambula.it/ ), attore, poeta, insegnante di recitazione e autore di saggi sul teatro e di critica culturale e Orsola Puecher della quale non si hanno notizie biografiche, ma si sa soltanto quanto è brava. Basta fare una capatina nel suo sito, http://orsola-puecher.tumblr.com/ o guardare un filmato su youtube in cui lei e gli altri due artisti di cui sopra danno prova della loro genialità. (* Passatemi il termine , perchè questi due artisti sono molto, molto più che collaboratori … )
È il primo bacio, quel magico contatto di labbra a dare le risposte all’attesa amorosa: un gesto semplice, carico d’aspettative, denso di delizie, ma anche naturale, arcano, intimamente istintivo: le labbra si sfiorano, assaporano la pelle dell’amato/a parlano e rispondono al mistero della passione, della fame e dell’amore.
Freud diceva che “il bacio è, per animali ed esseri umani, portatore di cibo: se non baciamo chi amiamo, a livello simbolico gli togliamo un nutrimento fondamentale, il nutrimento dell’anima”. Secondo la sua teoria impariamo l’arte del bacio appena nati, al primo contatto col seno materno, alla prima suzione, e quest’arte si affina, si arricchisce nell’esperienza del nutrimento. Per quanto poco poetico possa apparire, anche gli uomini svezzavano i loro cuccioli nutrendoli attraverso il contatto delle loro bocche. Quando non esistevano pappette preconfezionate, omogeneizzati e liofilizzati, le mamme svezzavano i pargoli passando loro il cibo da bocca a bocca, così come nella migliore tradizione animale. L’atto della “suzione” e del “tastare” con la lingua il capezzolo materno durante l’allattamento corrispondono dunque esattamente al reciproco nutrirsi degli amanti nell’atto di baciarsi.
Il bacio acquista quindi un ulteriore senso carico di ancestrali valenze: esso è “nutrimento” di cui fruire e da donare all’altro, offrendosi nella morbidezza delle labbra congiunte, ma anche abbandonandosi consapevolmente vulnerabili ai denti ed alle fauci dell’altro in segno di fiducia e reciproco scambio.
Lenz indossa un cappotto di lana pettinata e i pantaloni scuri e i mocassini Brasiliani lucidati al massimo e una parrucca che lo fa assomigliare a un Andy Wharol abbronzato. Bruce Green indossa una brutta giacca di scadente pelle dura che scricchiola quando respira. ” E’ come quando , amico, è come quando capisci qual è il tuo vero carattere, è come quando uno la punta contro di te e qualcuno, un Portoricano del cazzo con gli occhi di fuori, è a cinque metri da te e te la punta contro, e io stranamente io divento proprio calmo, capisci,e dicevo, io dicevo, ehi Pepito, dicevo, ehi Pepito amico vai avanti e fai quello che devi fare, amico, spara,
Scrive Gabriela Fantato nella nota critica intitolata Una parola tra pathos e distanza che introduce il libro : Terra di risulta è un titolo indubbiamente insolito per una raccolta di poesia, in quanto il termine è specificamente usato in ambito di ingegneria edile, anche in campo tecnico-ecologico e, talvolta, per scavi archeologici, in quanto indica i vari materiali scaturiti dall’attività di scavo e allude a tutto ciò che resta o si ricava, un misto di terra e detriti, pietre e residuato fossile, non assimilabile ai rifiuti, ma che può essere riutilizzato, dopo un’ulteriore cernita. In effetti, il tono e l’atmosfera che attraversa questo nuovo libro di Mia Lecomte- è proprio una poetica in re: la poesia parte dalle cose, per inoltrarsi poi in uno scavo che riveli il senso.
Francesco De Girolamo è un poeta che va assaporato lentamente, poesia dopo poesia, verso dopo verso, lasciandosi andare al vortice continuo della sua forma circolare, musicale eppure priva di facili morbidezze e manierismi banali; perchè ci si accorge subito che, sostanziale a questa forma, e nel contempo speculare ed intrecciato ad essa, vive un dialogo interiore sofferto, una volontà lacerante di svelare se stesso e il mondo.
Di conseguenza, De Girolamo è anche un artista che, per essere compreso a fondo, va seguito nel suo percorso poetico ed esistenziale sondando le sue variabili tematiche ed i suoi sviluppi estetici, ma anche la coerenza della sua scrittura e del suo “essere uomo” attraverso il tempo; quale migliore occasione per conoscerlo come merita, quindi, se non leggere questo volume, uscito nell’elegante presentazione editoriale di Lietocolle con il titolo di “Paradigma”, che unisce un’antologia personale e testi inediti dal 1997 al 2009?
Il poemetto, presentato per i tipi delle Edizioni Smasher, da Enzo Campi, viene incontro alla fame di buone letture. Non si tratta di lezioni educate di ‘bello scrivere’, ma di una vera conversione totale alla scrittura/lettura come scelta di vita, di gioia e sofferenza ad un tempo. I versi scorrono in un rapido e nervoso abbraccio, trasmettono perciò una magia, che è la stessa della nascita della vita, cruciale e bellissima ora dell’uomo. L’autore non crea d’impulso, ma ritrae l’intima natura dell’impulso stesso, lo modula, perciò nessuna parola è casuale, piuttosto si presenta come dotata di “corpo”, da qui il titolo originale.
Non so molto di questo scrittore, se non le poche notizie che appaiono nel risvolto di copertina. Leggo che la sua famiglia è di origine ispano-cubana e che ha pubblicato con Rizzoli due libri: “Una sola paura” e “Un’ora d’aria”, un altro libro con Einaudi, “Vally cresce e suo papà pure”. Gli ultimi libri, come questo, sono pubblicati da Carte scoperte.
Dunque un narratore per me tutto da scoprire. Da qui nascono grande interesse e grande curiosità.
J’aime le brouillard, tu le sais
Ses épaisseurs lumineuses
Ses taches de mort calme dans l’antre du jour
Et tu sais aussi que j’aime le brouillard parce qu’il ressemble
A ce regret qui est en moi
Entre l’heure et la mémoire
Quand j’ai la vertu de regarder ma mort
Les claires ruines et tout l’après
Où je n’aurai plus de structure
Où il n’y aura plus de langage, plus de formes même ombreuses
Plus d’arête aucune catégorie dans le vide
Aucun vide du vide
J’aime le brouillard de m’y faire réfléchir
S’il ressemble tant soi peu à ce destin défaisant mon heure
Dans le voeu de l’instant et du rien
(tiré du livre de poèmes “Les élégies de Yorick”)
Jacques Chessez
* * *
Amo la nebbia
Amo la nebbia, lo sai,
la sua densità luminosa
le sue chiazze di morte calma nell’antro del giorno
E sai anche che amo la nebbia perchè somiglia
a questo rimpianto che è in me
tra l’ora e la memoria
quando ho la virtù di guardare la mia morte
le chiare rovine e tutto il dopo
in cui non avrò più struttura
in cui non ci sarà più linguaggio, più forme anche ombrose
più sosta per nessuna categoria nel vuoto
nessun vuoto del vuoto
Amo la nebbia per il suo farmi riflettere
se somigli tanto o poco a questo destino che disfa la mia ora
Beinecke Rare Book and Manuscript library - Yale University
Vedi, mio caro Nessuno,
Rose is a rose, is a rose, is a rose, diceva quella gran marpiona di Gertrude Stein … cosa credi volesse dire con questa semplice ripetizione di un significante sulla cosa referente?
che le cose sono quello che sono ed una rosa è solo una rosa, sembra volesse dire questo, sì, ma se strappi la parola “rosa” al suo ramo e la osservi come immagine foriera di significato, noterai subito che un’infinita gamma di interpretazioni e sensi, simultaneamente, dalla pronuncia del suo nome alla sua immagine vermiglia, andranno a ripescare i tuoi archetipi emotivi più nascosti, sussurrandoti menzogne su improbabili passioni, amori, dolori, sanguigni tormenti, etc.
Licia Giaquinto è nata in Irpinia, dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Laureata in lingue, si è trasferita a Parigi, dove ha vissuto facendo diversi lavori. Oggi vive fra Bologna ed Amalfi. Ha scritto poesie, testi teatrali, ha pubblicato racconti in diverse antologie e i romanzi : “ Fa così anche illupo” Feltrinelli, 1993; “ E’ successo così” Teoria 2000 ; “ Cuore di Nebbia” Flaccovio, 2007. Il 21 aprile 2010 è uscito il suo ultimo capolavoro “ La ianara” Adelphi. Una scrittrice che affascina con un linguaggio che avvolge il lettore in una magia cromatica.
Lo scrittore e premio Nobel José Saramago è morto il 18 giugno scorso.
Un lutto che colpisce duramente non solo la letteratura portoghese ma la cultura in generale.
Il caso voleva che proprio in quei giorni stessi completando la lettura di “I quaderni di Lanzarote”, il diario che lo scrittore ha tenuto per cinque anni dal 1993 al 1997, nel quale tratta di brevi momenti della sua vita quotidiana, ma pure, e soprattutto, di libri, scrittura, filosofia, poesia, cultura…
Ed è in queste pagine, a tratti tenere e affettuose, a volte dure e caustiche nelle considerazioni, che ho trovato alcune riflessioni sul poeta e sul ruolo dello scrittore.
Può essere utile proporle alla riflessione comune.
Alla fine poi vi fu,
quella macerazione,
con quei suoi deliquescenti eccessi…
Nella mente si sfaceva,
smoriva come in una prateria sommersa,
in quelle paludi dei cipressi,
nelle stagnanti acque.
Tutto era divenuto elusivamente grande,
Parole che si rincorrono per raccontare storie, autori esordienti da scoprire, scrittori affermati che si ha la curiosità e il piacere di ascoltare. Stessa isola, stesso luogo nascosto fra montagne antiche, stesso desiderio, mai sopito, di condividere una passione, quella per i libri e la letteratura, spesso vissuta come un piacere solitario.
______________________________ Silvia Rosa, Di sole voci
Prefazione di Alessandra Pigliaru, Nota di Enzo Campi
Immagini fotografiche di Giusy Calia
Faloppio (CO), LietoColle Libri, 2010
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Prefazione
Poesia è, sì, lotta con la carne, relazione intima con essa
che dal peccato – “la follia del corpo” – conduce alla carità.
Carità, amore per la carne propria e altrui.
(Maria Zambrano)
È il martirio della lucidità ciò di cui si nutre il poeta, secondo Maria Zambrano. Quella contraddizione che non si vuole annientare bensì rendere visibile, come una cicatrice portata da un eterno innamorato. C’è una bellezza tutta da soffrire, nel giorno ghermito dall’ombra, in quel fare puntellato che si aggrappa all’esistere. C’è una bellezza dotata di senso, poi, ché a cercarla sembra difendersi dalla tempesta del mondo. Un modo speciale di r-esistere lo ha trovato Silvia Rosa nel suo esordio poetico che riferisce del tentativo inesauribile di rimanere appigliata a terrestri radici di senso / incerta nostalgia di un Altrove,
Questo qui parte alla ricerca di un padre, a suo tempo si faceva vendere una nave ma oggi è nella stanza degli uomini e discorre con loro prima di partire.
Non compra niente ma procederà per mare diverso fino al garbuglio dell’incontro. Saranno 24 ore secche, n’importa, lui ama discutere, è uomo di mondo, sa comportarsi e conosce le leggi dell’ospitalità. Del padre sapremo strada facendo, uno che prova a piazzare un articoletto sul giornale, uno buffo, ebreo, per ogni osteria frequentata ce lo ripeterà che è ebreo, di razza eletto, perseguitato.