La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto in gola.
Canta sola
e salta per la strada; ché non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po’ d’oro vivo per le spalle,
di quella gioia in gola.
A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l’acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso il cuore,
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.
Oggetto dell’osservazione del poeta è una presenza infantile che vive la propria stagione di innocenza con la sola ricchezza della gioia. Ella canta sola e la posizione isolata di questo breve verso e l’esiguo numero delle sillabe si correlano al sintagma: il poeta costruisce fisicamente il senso dell’estrema solitudine, la solitudine di chi sa che deve assolvere a “quel” determinato ruolo. Ed è nella seconda strofe che si manifesta l’analogia che è il vero significato del testo: la felicità semplice dell’infanzia è simile alla condizione del poeta che vive la felicità della parola. I versi “A noi che non abbiamo/altra felicità che di parole” evidenziano questo possesso e disegnano graficamente il senso di questa ricchezza “povera” facendone risaltare i contorni. Se mai vi è stata coerenza fra la vita e l’ideologia della vita in un poeta un esempio è Camillo Sbarbaro: questo testo non solo pone la questione del ruolo del poeta ma è esso stesso l’immagine speculare dell’esistenza di Sbarbaro che rifiutò ogni pur minimo eccesso a vantaggio di una ricchezza morale e spirituale. L’assoluta frugalità del vissuto e l’estrema compostezza della parola è l’eredità letteraria che egli ha lasciato.







Adoro questo poeta..al punto che qualche tempo fa imparai a memoria :
“Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei….”
Per me una delle più belle immagini del padre: impararla a memoria era perchè volevo mi rimanesse impressa come lo rimanevano ai tempi della scuola certe poesie ( alcune nemmeno meritevoli a dir il vero!)
Sara Ferraglia
è dolcissima !!!
anche a me è sempre piaciuto Sbarbaro -senti come il suo nome stesso sembra echeggiare di significati – in particolare queste due poesie sono stupende
limpida e incisiva la tua presentazione, Anna
marina
Rende “felici” leggere questi nostri grandi poeti che con semplicità riescono a offrire un quadro esteriore e interiore e a suggerirci riflessioni oltre che suscitare emozioni, come nelle poesie riportate sopra. Sandra
è importantissimo che anche poeti, ingiustamente, meno noti, vengano ricordati, letti, imparati a memoria. Di Sbarbar ricordo un verso (tratto, mi pare, da “Versi a Dina”) che diceva: “i ricordi sono mani che non giungono a toccarsi”.
E poi Sbarbaro non è stato anche uno dei maestri di Montale?