Una poesia di Camillo Sbarbaro


 

La bambina che va sotto gli alberi

non ha che il peso della sua treccia,

un fil di canto in gola.

Canta sola

e salta per la strada; ché non sa

che mai bene più grande non avrà

di quel po’ d’oro vivo per le spalle,

di quella gioia in gola.

A noi che non abbiamo

altra felicità che di parole,

e non l’acceso fiocco e non la molta

speranza che fa grosso il cuore,

se non è troppo chiedere, sia tolta

prima la vita di quel solo bene.

Oggetto dell’osservazione del poeta è una presenza infantile che vive la propria stagione di innocenza con la sola ricchezza della gioia. Ella canta sola e la posizione isolata di questo breve verso e l’esiguo numero delle sillabe si correlano al sintagma: il poeta costruisce fisicamente il senso dell’estrema solitudine, la solitudine di chi sa che deve assolvere a “quel” determinato ruolo. Ed è nella seconda strofe che si manifesta l’analogia che è il vero significato del testo: la felicità semplice dell’infanzia è simile alla condizione del poeta che vive la felicità della parola. I versi “A noi che non abbiamo/altra felicità che di parole” evidenziano questo possesso e disegnano graficamente il senso di questa ricchezza “povera” facendone risaltare i contorni. Se mai vi è stata coerenza fra la vita e l’ideologia della vita in un poeta un esempio è Camillo Sbarbaro:  questo testo non solo pone la questione del ruolo del poeta ma è esso stesso l’immagine speculare dell’esistenza di Sbarbaro che rifiutò ogni pur minimo eccesso a vantaggio di una ricchezza morale e spirituale. L’assoluta frugalità del vissuto e l’estrema compostezza della parola è l’eredità letteraria che egli ha lasciato.

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Info su anna maria bonfiglio

ANNA MARIA BONFIGLIO risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario e giornalistico. Pubblicista, ha collaborato al settimanale "Bella" del gruppo Rizzoli, ai mensili SiciliaTempo e Insicilia, alla rivista Silarus e a molti altri periodici di carattere letterario. Attualmente collabora alla rivista La Nuova Tribuna Letteraria e al settimanale Vera. Ha curato un corso di analisi ed interpretazione del testo poetico presso l’Istituto Professionale CEP di Palermo ed un laboratorio di scrittura creativa presso la sede regionale ENDAS Sicilia. Dal 1987 al 1998 è stata presidente dell'Associazione Scrittori e Artisti. Ha diretto il periodico Insieme nell'Arte. Collabora con alcune riviste online e con il litblog Viadellebelledonne.
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5 risposte a Una poesia di Camillo Sbarbaro

  1. Sara Ferraglia scrive:

    Adoro questo poeta..al punto che qualche tempo fa imparai a memoria :

    “Padre, se anche tu non fossi il mio
    Padre, se anche fossi a me un estraneo,
    per te stesso egualmente t’amerei….”

    Per me una delle più belle immagini del padre: impararla a memoria era perchè volevo mi rimanesse impressa come lo rimanevano ai tempi della scuola certe poesie ( alcune nemmeno meritevoli a dir il vero!)

    Sara Ferraglia

  2. Blumy scrive:

    è dolcissima !!!

  3. anche a me è sempre piaciuto Sbarbaro -senti come il suo nome stesso sembra echeggiare di significati – in particolare queste due poesie sono stupende
    limpida e incisiva la tua presentazione, Anna
    marina

  4. sandrapalombo scrive:

    Rende “felici” leggere questi nostri grandi poeti che con semplicità riescono a offrire un quadro esteriore e interiore e a suggerirci riflessioni oltre che suscitare emozioni, come nelle poesie riportate sopra. Sandra

  5. è importantissimo che anche poeti, ingiustamente, meno noti, vengano ricordati, letti, imparati a memoria. Di Sbarbar ricordo un verso (tratto, mi pare, da “Versi a Dina”) che diceva: “i ricordi sono mani che non giungono a toccarsi”.
    E poi Sbarbaro non è stato anche uno dei maestri di Montale?

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