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La bambina che va sotto gli alberi

non ha che il peso della sua treccia,

un fil di canto in gola.

Canta sola

e salta per la strada; ché non sa

che mai bene più grande non avrà

di quel po’ d’oro vivo per le spalle,

di quella gioia in gola.

A noi che non abbiamo

altra felicità che di parole,

e non l’acceso fiocco e non la molta

speranza che fa grosso il cuore,

se non è troppo chiedere, sia tolta

prima la vita di quel solo bene.

Oggetto dell’osservazione del poeta è una presenza infantile che vive la propria stagione di innocenza con la sola ricchezza della gioia. Ella canta sola e la posizione isolata di questo breve verso e l’esiguo numero delle sillabe si correlano al sintagma: il poeta costruisce fisicamente il senso dell’estrema solitudine, la solitudine di chi sa che deve assolvere a “quel” determinato ruolo. Ed è nella seconda strofe che si manifesta l’analogia che è il vero significato del testo: la felicità semplice dell’infanzia è simile alla condizione del poeta che vive la felicità della parola. I versi “A noi che non abbiamo/altra felicità che di parole” evidenziano questo possesso e disegnano graficamente il senso di questa ricchezza “povera” facendone risaltare i contorni. Se mai vi è stata coerenza fra la vita e l’ideologia della vita in un poeta un esempio è Camillo Sbarbaro:  questo testo non solo pone la questione del ruolo del poeta ma è esso stesso l’immagine speculare dell’esistenza di Sbarbaro che rifiutò ogni pur minimo eccesso a vantaggio di una ricchezza morale e spirituale. L’assoluta frugalità del vissuto e l’estrema compostezza della parola è l’eredità letteraria che egli ha lasciato.

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