Scatti per voci sole. Josephine Sacabo

LABIRINTO
“E non ne esco
da questo labirinto
fosco di pensieri
mi si dissolve il corpo
in sguardi tremuli
che ricadono nell’occhio
e non vedono
che il riverbero convulso della pelle
quando si snuda
lentamente
da ogni buio sgraffio
e veste inerme
il velo lucido fecondo
dell’essere
-me stessa-
fino all’(e)stremo
sul precipizio del Mondo
-oscena- tesa
una vertigine di Luce
accesa
nella carne.”
Testo: Silvia Rosa
***

VOGLIO SOLO ME STESSA
“Stanotte ti ho sognato
fra le altre cose ti abbracciavo, dopo aver litigato
e avevi anche un odore -credo mi piacesse tanto-
mi hai chiesto ‘fin dove vuoi arrivare?’
’sono già arrivata dove volevo, ora mi fermo’
testuali parole
poi pensavo-dormendo- che mi sarebbe piaciuto averti come fratello
una parte di te in me e viceversa
-come dire che ti desideravo nella carne, dentro-
ma forse in un’altra vita ero io tuo fratello
e sul ciglio del burrone
che ci sei rimasto appeso da bambino
non c’era nessun cane ad abbaiare
ma c’ero io, che ti salvavo, che non ti lasciavo andare
credo che ci assomigliavamo
i nostri corpi erano uguali
come quando si fa l’amore e si diventa d’argilla
e ci si modella -simili- fin nel cuore
ma no, no che non ti voglio
voglio solo me stessa
e mi sfuggo e mi riprendo dalle mani di un Altro
-restituita- trasformata in un’offerta
che finalmente mi accolgo.
(Avevi uno spazio tra le mie braccia
ma era in sogno).”
Testo: Silvia Rosa
***

L’ECO
“Mi attraversa a volte
lungo la schiena
l’eco di un dolore
che mi corrode lenta
e mi sgretola parole
ha il timbro delicato
della mia voce rannicchiata
che all’improvviso sbuca
dal passato, spaventata
è come un urlo trattenuto dalla pelle
che si piega e che si tende
all’urto denso del ricordo
scavandomi silenzi
che nel silenzio ascolto
è come un solco
un’erosione che da dentro
abita il mio corpo
il calco che segna la mia lingua
e s’imprime in ogni lettera
che leccando l’alfabeto
(non) godo,
e spalanco le mie labbra
e muta punto le ginocchia
in cerca di salvezza.”
Testo: Silvia Rosa
***

QUANDO MI SFRONDO D’INQUIETUDINI
“Riposo questo nereggiarmi
di fogliame intricato nelle viscere
-io, isola di rovi abbandonata,
che mi sporgo sul deserto di me stessa-
quando mi sfrondo d’inquietudini
persa nella bruma solitaria del piacere,
dormendo infine il sonno delle piante
che palpitano frasche verso il Cielo
e si piegano nel tronco, appena,
a godere del vento che le arrota
inanellandole
e si diramano di frutti gemme e voglie.”
Testo: Silvia Rosa
***

IN ATTESA DEL TUO RITORNO
“Conservo dentro al grembiule,
in un vuoto groviglio di briciole e fili,
un piccolo gelido inverno
-come quello in cui m’hai amata-
e lo accarezzo, di tanto in tanto,
lo sfioro nel punto più freddo
in attesa del tuo ritorno.
Sgrano le ore, una dopo l’altra,
dal lungo baccello del giorno,
ma non mi riesce di schiuderlo tutto
e mi ci accuccio nel mezzo,
tra secondo e secondo,
come un semino rimasto minuscolo, e morto
in attesa del tuo ritorno.
Cammino le stanze senza meta, senza scarpe,
e mi addormento dovunque, specialmente in quell’angolo,
sulla poltrona che del tuo corpo mi offre la forma,
e che faccio (la) mia, tra costola seno e collo,
nella pelle nel buio del volto, ti possiedo
di ricordo in ricordo, ancora,
in attesa del tuo ritorno.”
Testo: Silvia Rosa
***

SARA’ LA MORTE IN VITA
“Ma quale amore,
per favore
non diciamo eresie,
tu sei un fantasma,
un’ombra a cui io ho dato forma
-sei Niente-.
E smettila di cercarmi (di notte),
non mi hai avuta che per sbaglio
in un letto immaginario di parole
sgualcite e squallide -le tue-
che mi hai marchiato addosso
spietato a fuoco, nell’angolo segreto
dove sapevi essere più tenera la carne.
Con tutta la magniloquente
incontinenza del tuo dire
mi sei venuto dentro all’anima,
violandomi,
giocando serio alla commedia
(finto il dramma) del povero poeta
maledetto, incompreso (e innamorato)
con arte di pagliaccio consumato
hai tolto e messo e tolto
la tua maschera,
fuggendo da me e da te stesso,
ma per restare, prepotente,
al centro del pensiero
nel mentre che eri intento
a scoparti l’ennesima illusione,
una fra le tante.
Ma stai attento che prima o poi a fotterti
(vedi come ho imparato bene la tua lingua?)
sarà delle illusioni la Signora, la Regina
e avrà la faccia stropicciata triste sola
dell’ultima bugia che hai detto Amore,
sarà la Verità che non potrai tradire
a cui non negherai, infine, l’esclusiva,
la sola e l’unica che non s’ingoierà
il seme dolceamaro (e sterile) della tua poesia
sarà la morte in vita
che non accoglie, non ascolta, non ama
-perché la morte in vita è sempre
ciò che più ci nega e più ci rassomiglia-
si prenderà il tuo corpo saccheggiandolo
e tutto il resto e via.”
Testo: Silvia Rosa
***

Bisognerebbe parlare a partire dal corpo, bisognerebbe che il parlare si proiettasse al di fuori del corpo ex corpore, come ex cathedra [Jean-Luc Nancy]
Si dice che in sogno ci appaiano cose non ancora realizzate; al di là dell’incubazione onirica insomma, si dice che in sogno tutto si ammanti di una speciale filigrana. Carl Gustav Jung così chiosava, ricordando che i sogni non barano. Certo, perché nel sonno parla la comprensione per una via immaginifica, desiderante, senza la brama del possesso, nelle botole, nel fondo oscuro dell’occhio che, chiuso, finalmente vede. Josephine Sacabo dice molto di più. Racconta una storia, fatta di ombre soprannaturali e presenze indicibili. La movenza è prolungamento del sé, di un mondo sconosciuto, emozionale, e abitato da fantasmi. Plasticità estatica di evaporazione alchemica, i bisbigli di Sacabo diventano un chiaroscuro di ciò che non può essere dimenticato ma che vive in-potenza. Si forma dal di dentro e si chiude nella mano appoggiata sul ventre. I sogni non possono barare perché, per Sacabo, aderiscono a ciò che necessariamente è stato o sarà in un futuro possibile. Dicono di come l’anima si pieghi nella forma notturna e lirica dell’attesa e di come capiti a volte di incontrarli ancora una volta quei fantasmi, dimenticati perché dolorosi ma non per questo meno veri. Nella coscienza che la sola fantasticheria contraddittoria può servire a dipanare l’ordine ripetitivo della nostra storia personale, Sacabo stende il corpo, muto, e lo avvolge di ciò che l’anima esita a riconoscere: la possibilità ostinata e salvifica di essere anche Altro.
Testo: Alessandra Pigliaru
***
JOSEPHINE SACABO, nata a Laredo (Texas) nel 1944, vive e lavora prevalentemente a New Orleans. Ha frequentato il Bard College di New York e ha vissuto e lavorato a lungo in Francia e in Inghilterra. La sua fotografia è influenzata da Robert Frank, Josef Koudelka, e Henri Cartier-Bresson. Lavora con uno stile introspettivo e personale, usando anche la poesia come genesi del suo lavoro; tra i suoi riferimenti ricordiamo Rilke, Baudelaire, Salinas, Huiobro e Rulfo.
***
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molto bello!!!
Cammino le stanze senza meta, senza scarpe,
e mi addormento dovunque, specialmente in quell’angolo,
sulla poltrona che del tuo corpo mi offre la forma,
e che faccio (la) mia, tra costola seno e collo,
nella pelle nel buio del volto, ti possiedo
di ricordo in ricordo, ancora,
in attesa del tuo ritorno.”
Versi che danno in modo appassionato carne e sangue ai “fantasmi” del sogno.
Scorrendo le immagini ho ricordato Dalì ed “il sogno causato dal volo di un’ape attorno a una melagrana, un attimo prima de risveglio” … è difficile rendere fruibile l’inconscio dal momento che già il conscio risulta spesso a molti incomprensibile.
Qui la comunicazione riesce, la poesia carica di soggettività l’oggettività dell’immagine, dilatandone e contemporaneamente circoscrivendone l’orizzonte di senso.
E’ sempre un rischio provare ad interpretare un sogno, credo che ci si riesca quando in qualche modo non se ne sciupi l’incanto … quindi complimenti sinceri e trovo che la frase di Nancy sia perfettamente calzante.
i miei complimenti per questi versi così radinati nel corpo femminile e così a presa diretta che spesso spiazzano e sorprendono per le loro chiuse e i loro rimandi inattesi. Mapi
Ogni volta che ripercorro le parole di Silvia, è d’emozione che si riempiono i pensieri. Un’intima emozione che tocca angoli nascosti del mio pensare. In profondità, nell’essenza dell’essere, le sue parole, le ritrovo nude, vere, fatte di carne e anima. “In attesa del tuo ritorno”, racchiude questo sentire intenso, sensibile, devoto e malinconico.
Complimenti ad entrambe per aver dato vita ad una esposizione di parole e immagini così autentiche ed appassionanti.
..tu sai, sai tessere storie chiudendo gli occhi…e sai renderle soprattutto alle mani, alle orecchie, alle bocche agli occhi di chi ti gravita attorno, come visioni, mistiche visioni terrene…che innalzano oltre l’opaco spento del quotidiano vivere.
Grazie di cuore!
parole estremamente limate, musicali, punto di arrivo di un passato che è anche presente e sfioramento del futuro, perchè nella poesia e nel sogno il tempo lineare non ha senso; parole dove anche chi legge partecipa ad una ricerca di se stesso nel labirinto, nell’eco di un dolore passato, si rannicchia in attesa di un silenzio che sia pace, tregua, in appagamento del puro esistere…e si “esiste” pienamente ascoltando il suono intimo delle poesie di Silvia Rosa, accompagnate dalle bellissime e suggestive immagini di Josephine Sacabo.
marina
inchiodami pure
alla tua croce
(il tuo disprezzo
di vivo e vegeto)
io senza speranza
ignavia
sudario
bestemmiatore di questa vitamorte
io
cristo del niente.
Una grande emozione…
“in attesa del tuo ritorno” e “voglio solo me stessa” sono preziose, speciali.
I sogni non possono barare… quanto è vero!
grazie
stefania
l’occhio che, chiuso, finalmente vede … questa volta mi sono soffermata maggiormente sulle parole di Alessandra, questa volta ho dato ascolto ai significati ed ai significanti delle parole-immagini che Alessandra interpreta in chiave psico-filosofica. è vero: l’occhio chiuso vede, molto spesso, più di quello aperto, anche quando si è svegli, non solo nel sogno, che pure, racconta molto di noi. senza contare quanto vedono i chiechi, più di tanti vedenti …
interessante anche conoscere le letture della fotografa, quest’intersezione, in molti di noi, di letture e riflessioni, cattura delle immagini che ad esse rimandano, canto e vita che viviamo con i nostri fantasmi di sempre.
Grazie a Dautretemp, Antonella, Mapi, Milena, Irene, Zeno, Stefania, Blumy. Per l’attenzione rinnovata e per le parole. Vorrei dire, in particolar modo, ad Antonella che è vero: interpretare un sogno ha i suoi rischi, ecco Sacabo mi sembra – degli scatti fono ad ora presentati – quella che più si avvicina al pittorico, all’indistinto. In questo modo ho ascoltato, credendo che più di tutte riesca a vedere e a dire di quell’anima che s-piega. Stefania, i sogni non barano: si poteva concludere qui in effetti il commento all’immagine della Sacabo che ho scelto. C’è molta verità, molto significato che travalica tutto il resto. Blumy a te un grazie speciale per esserti soffermata solo sulla mia personale farneticazione
Vedere significa serrare l’occhio fisico, abituarsi all’intermittenza della palpebra. Sulle considerazioni ai versi, interverrà presto Silvia – che ringrazio anche questa volta, come sempre, per la sua generosa e sensibile collaborazione (che non si ferma all’aridità dell’occasione ma che diventa sempre di più una comunanza di intenti e di visioni).
Un abbraccio a tutti gli intervenuti,
Alessandra*
Complimenti per questa bellissima offerta di parole e immagini, che si arricchiscono le une con le altre, in un rapporto simbiotico e onirico
Gisella
ARTE POETICA
Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.
Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.
Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
convertire l’oltraggio degli anni
in una musica, un rumore e un simbolo.
Vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, tale è la poesia
che è immortale e povera. La poesia
ritorna come l’aurora e il tramonto.
A volte nelle sere una faccia
ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve essere come quello specchio
che ci rivela la nostra propria faccia.
Jorge Luis Borges, POESIE (1923-1976)
“Che cosa significa per me essere uno scrittore? Semplicemente essere fedele alla mia immaginazione. Quando scrivo qualcosa ci penso non in termini di fedeltà ai fatti (il fatto è solo una rete di circostanze e di casualità) ma in termini di fedeltà a qualcosa di più profondo. Quando scrivo un racconto lo faccio perché in qualche modo ci credo, non come chi crede semplicemente nella storia, ma come chi crede in un sogno o in un’idea. […]
Quando scrivo, cerco di essere leale col sogno, non con le circostanze. […]
Tento semplicemente di comunicare qual è il sogno e se è un sogno offuscato non provo ad abbellirlo, e neppure a capirlo. […]
Penso che si dovrebbe credere nelle cose anche se poi deludono.[…]”
Jorge Luis Borges, “L’invenzione della poesia-Le lezioni americane”
In questi scatti di Josephine Sacabo il Corpo si (s)veste di significati Altri, diviene il crocevia in cui veglia e sonno si
con-fondono, in cui i fantasmi popolano la scena di impalpabili incubi e i sogni si impastano alle ciglia -chiuse- . Difficilissimo dare “voce” al corpo addormentato, sprofondato nel silenzio, rannicchiato in se stesso, in un abbraccio di conchiglia, scossa dal singhiozzo del mare e dalla nota stonata dell’eco.
Difficilissimo, poi, riuscire a rendere in un linguaggio poetico queste “voci”, perché le fotografie della Sacabo nascono proprio dalla Poesia, sono immagini che incarnano la suggestione della Parola, quando questa si fa specchio e “ci rivela la nostra propria faccia”.
Così ho provato a specchiarmi in questi volti sfumati in nero, a immaginare una storia, raccontandola proprio come si fa con i sogni
-sottovoce- quando nel pieno della notte ci visitano e si insinuano nella carne, svegliandoci.
Ogni “voce” è un microracconto, che si esprime in una lingua consueta, quotidiana, spesso molto distante dal lirismo, prosastica.
Difficilissimo -per me- ascoltarle, queste “voci”, perché al fondo, roca, vibra ripetitiva in ognuna d’esse quella domanda “Chi sarai questa notte nell’oscuro/ sonno, dall’altra parte del tuo muro?” (Il sogno, Borges).
I sogni non barano, certo. Ma spesso siamo noi a barare, a non essere leali con loro, a non crederci.
Ringrazio Dautretemp, Antonella, Maria Pina, Milena, Irene, Zeno, Stefania, Blumy, Maria Gisella per aver letto e commentato questo lavoro.
Sono felice di sapere che quanto scrivo (che si tratti di poesia o meno) in qualche modo raggiunge gli Altri, e dice loro ‘qualcosa’.
Ad Alessandra un GRAZIE speciale, per lasciarmi sempre libera di sperimentare, per accogliere le mie parole (tutte), prendendosene cura, per l’incoraggiamento costante. Per esserci.
Un caro saluto a tutti
Silvia