Nella storia di Sebastiano Aglieco – invito alla lettura di antonella pizzo

2009 Novembre 6
by antonellapizzo

Da: Sebastiano Aglieco, Nella Storia. Poema per una terra, Cagliari, Aìsara Edizioni, 2009.

Di questo libricino che porto in borsa da molti giorni e che tengo accanto a me da qualche tempo, mi  impressiona prima di ogni cosa l’immagine di copertina (di Marina Girardi). L’immagine rappresenta un uomo anziano e curvo, un lavoratore, un artigiano che indossa una gonna, o meglio un camice da lavoro, un grembiule, un camiciotto color terra. Quest’uomo ha nelle mani un coltello con il quale taglia qualcosa che sembra un pane ma che ha il colore delle zolle di terra. Incide dunque l’uomo, lascia un segno, il coltello può essere anche un aratro che traccia un solco. La terra sembra arida ma l’uomo è concentrato e  molto sicuro di sé, sa che il suo lavoro prima o poi porterà dei frutti, non andrà perso, che sia parola-segno , che sia parola-seme, a qualcosa porterà.

La raccolta inizia con il Poema per una terra, la terra in questione è la terra d’origine di Aglieco, la Sicilia, ma potrebbe essere la terra d’origine di ciascuno di noi. Ognuno di noi “ha” dei volti dimenticati, sono volti che non vediamo più, che crediamo di aver dimenticato ma sono sempre contenuti dentro noi, ci sono nomi che abbiamo pronunciato nel passato e che ora non pronunciamo più, ma nulla si perde e l’appartenenza resta. E’ questo secondo me il senso di questa prima parte della raccolta, una appartenenza che forse è inganno “Ingannati solo/dall’essere appartenuti/a un fazzoletto di sangue” che forse è diaspora voluta ma dolente “una pietà sottratta, una  diaspora/ma so che giungerei in questa piazza/in questo reliquiario di Sicilia/dove niente cambia” e ancora “ A voi ho chiesto la diaspora/un’esclusione senza remore e/senza conforto” .

Continua la raccolta con “Oriente prossimo venturo” poesie che, come dice lo stesso autore nelle note: “sono state scritte ai tempi della guerra nella ex Iugoglavia … il poemetto descrive mentalmente scene di quella tragedia” E di poesie tragiche infatti si tratta, del dolore e del sangue versato, dei fratelli uccisi e di bambini trucidati come agnelli. E se l’appartenenza ad una terra matrigna, immutabile come la Sicilia non è stata capace di trattenere i propri figli costringendoli  alla diaspora, se è stata causa di una nostalgia quasi di dolore malinconico sembra, tutto sommato, contenibile; qui, invece, è assolutamente una vergogna “io mi vergogno/d’essere appartenuto a questa razza” ed è incontenibile, come è incontenibile la visone degli orrori della guerra “E se tu eri la mia donna/adesso sei un ginepraio funesto/ e i miei occhi non ti possono contenere”.

C’è la terra e c’è la storia, e siamo tutti “Nella storia”, che è anche il titolo della terza parte della raccolta e soprattutto è  il titolo dell’intera raccolta.

Alla storia tutti apparteniamo, e alla parola.

Sì, eccomi sono qui, e il sì deve essere incondizionato.

“Chi dice sì alla storia deve accettare un taglio/un andare e venire”

La storia è la parola, il senso d’appartenenza che prima non mi era chiaro ora forse mi si apre.

Appartenere è sradicarsi, è togliere, dire sì alla storia è dire sì alla poesia.

 

Voce, fratello mio concluso

appartenere è sradicarsi

togliere fino a vederti

lasciarti respirare in una bocca

 

E’ la poesia e qui di poesia si parla, quella di Aglieco in particolare che turba per la profondità e la leggerezza come quando la terra è rivoltata e le zolle prendono aria  e camminando ci  affondano i piedi dentro, ma non ci sporchiamo, anche se la terra è  ricca di humus che si è formato in  secoli e secoli da materiale vivo andato in decomposizione, è soffice, è pulita, è sincera, è vera, è viva, come i suoi versi, cedevoli, sussurrati, mai fuori le righe, mai gridati, sempre composti.

 

Cito per completezza e notizia le ultime due sezioni della raccolta: “Luce bassa” e Verso voi” , composte rispettivamente da 10 e 6 poesie. Volti, bambini, mani, poesie, visoni, letteratura, case, paesaggi, sogni, valigie, caramelle, stanze vuote, attese, fotogrammi, epigrammi, voci…preghiere, fratelli, fratello, fratellanza…

La poesia di Aglieco è così intrisa di immagini, di luoghi, di cose, di persone, di senso e significato che è impossibile “contenerla” in uno spazio angusto come questa pagina, e mi è impossibile dirvene compiutamente perché ogni pagina, ogni verso meriterebbe una riflessione, mi limito quindi  a invitarvi alla lettura.

antonella pizzo

 

Da poema per una terra 

Quarto piano

I fiori consumati nella prima sera
mi aprivo e mi chiudevo nel colore di una
melagrana, barricato tra una stanza e
la linea dell’antenna.

Tempo del nostro accadere e
del nostro non capire
ore di carta di un quarto piano senza scale
la voce veniva in me
in un dolore rinsecchito
in un fumo di pianto del telegiornale
azzeravo tutto.

Eppure tu sapevi
che questa carne, questa mente
erano solo pretesti per ricominciare
e non era questione di poesia civile:
i morti mi attraversavano dagli specchi
poi se ne andavano dai tetti.

 

 

La mia generazione

Eppure noi abbiamo creduto
che si potesse essere fratelli, noi
i figli di un sessantuno
con la testa nell’acquario
e il cuore nel sagittario.

Mia madre ci arava tenera e triste
di un abisso di parole
erano le morte stagioni
il sale della terra.

Ovunque in me già si smuoveva
il nascituro senza nome
sarebbe stato per sempre o
un nuovo inizio.

Poi si ritorna ancora soli.

 

Sempre questo modo di sentire

La scommessa era in
dieci o venti parole antiche
in rapidi gesti corrispondenti
a un dolore che non tracimava
pochissime pause
pochissime interposte intercapedini
segnati da una colpa
da un vagito di innocenti.

Tu in me giungevi dal
richiamo dei fratelli
una piccola mano che
mi offriva una caramella.

Eri quel viso che non si accontentava
quel lamento di agnelli
nella nostra guerra quotidiana.

Eri lo sputo di una mano
il sangue aperto
per dolore di un battesimo.

Eri quel viso
quegli occhi scannati nel bicchiere
quell’anatomia di nervi
di interpreti e di gelosie.

Eri la porta della nostra casa
questa città accaldata
dove la parola é uno sputo
comprata per poche lire
da un rottamaio.

 

Per me, attore

Essere imprestàti
per qualcuno che fluisce in noi
sotto le luci di un riflettore
appartenenti a un senso
a una parola che non conosce inganno.

Essere come il pane del mattino
il bacio della buonanotte
lo scarto minimo
tra l’ingiunzione e l’atto.

Partire dalle nostre contrade
verso un coro di nemici
una stella ingannevole
che disperde i segni.

Partire, col malfidato nel cuore
sentire le parole
come il pegno di una madre
che ci bacia negli occhi
senza la finta del chiaroscuro
la finzione dell’ispirazione
la certezza della ragione.

Ingannati solo
dall’essere appartenuti
a un fazzoletto di sangue
dispersi in una terra
e appena ricordati dalla nostra mente.

 

*

La giustizia del coltello

Tornavamo da ubriacature domenicali
niente più pensiero, niente dolore
un flusso dell’ombra sui capelli della mia donna:
- finirò per baciarti a pezzettini
per divorarti, come quei mostri di Omarska -
Eppure ci pareva di vedere le luci di Trieste
il suono di binari che scricchiolavano
i volti contenuti in pochi treni
così avari di parole.
Ci finirono dalle nostre teste
simulacri di un dolore dissotterrato
una stessa logica antica che avevamo sottovalutato.
Ma chi può dire della morte
chi potrebbe consolarci di queste necessità?
Il pane era nero come i confini
liberi di ogni convenzione
e di ogni giuramento
il fuoco sbranava le piccole cose
ci riduceva negli istanti di una razza
cammino a ritroso verso l’origine.
E ora siamo ancora qui
a riguardarci in un gesto primordiale:
un colpo di pugnale
due occhi sottratti alle orbite.
Il fiato naviga negli agnelli
odore di crisantemi, pattugliamenti
neanche il sale nella bocca.
Uno stesso paesaggio
una stessa invocazione nella preghiera
di quel quarantasei delle nostre città.
I treni portavano la beffa di una canzone
- chist’ é ‘o paese do sole
chist’ é ‘o paese d’ammore -

e io non so più
quale sputo avrei dedicato ai poeti
al destino e alla poesia.

 

Da Nella Storia

II

Voce, fratello mio concluso

appartenere è sradicarsi

togliere fino a vederti

lasciarti respirare in una bocca.

 

III

 

Posso arrivare a te da

un fiore di campo

le striature di un calice

il vento che lo cambia in un respiro.

***

 

Nella parola la consistenza è solo in parte

da qui a quel traguardo di filo

oltre la mia stella e

il volto di mia madre.

 

Perché non ho parenti

Questi sono i miei parenti:

le pietre dove mi confesso

e il soffio gelido in cui una

voce mi affratella.

Esiste il nesso

tra una concavità e il cielo

esiste la separazione

fra il taglio di una mano

e il bacio.

 

 

 

 

Da Verso voi

 

A volte ho creduto di vedervi in
uno specchio che rallenta gli atti
il fotogramma sezionato nella zona più
sfocata – epigrammi quotidiani, facce comuni
nell’attesa di un lungo inverno.

 

Un punto per incontrarsi

Ho sognato di concentrarvi tutti
sul palmo di una mano e rivedervi bambini
nella parola mi sono dannato
per segnarvi il viso
e ancora adesso, ora che tutto é passato
senza più maestri e senza letteratura
la paura mi rivolta in questa casa che mi
ospita, per dirmi che sono distante.

 

Richieste di ascolto

Il paesaggio si dilata nella
carne, niente é concluso nel mio letto.

A volte il sogno é una fibra violata
il mattone conclusivo
di questa casa senza scale.

Voi apparite in me dalla televisione
ma in un teatro vi ho ritrovati tutti
accucciati nella mia bocca
con parole più semplici della neve -
gesti, come un coltello.

Allora ho compreso il nemico
ho caricato il fucile.

Mi sono fermato in voi in un amore cieco
un bambino muto che chiede una caramella
e nella vostra dipendenza
ho chiuso gli occhi.

 

Resoconto

Tu eri la più distante dalla terra
eri un soffio che a volte si degnava
della misura di una nascita
del sangue aperto in una conchiglia.

Ho dovuto disossarti da un doloroso
silenzio, lacrime asciugate fino all’osso
bambini, stanze vuote.

A volte il viaggio é tutto in questa
tazza, in questa presunzione di poeti -
io ti cercavo in un amico, in un colore
salato che mi ricordasse il mare.
Poche volte ho finto.

In me la parola era
ciò che restava di un pianto
di una preghiera di piccoli uccelli
di una macchia indelebile nel crocevia.


9 Risposte Lascia un →
  1. 2009 Novembre 7
    m.gisella catuogno permalink

    Belli, intensi, corposi questi versi che incidono la quotidianità innalzandola a avventura esistenziale e imprevedibile di cui siamo, nostro malgtado, attori e spettatori spesso impotenti

  2. 2009 Novembre 7

    concordo con gisy, in più leggo in questi versi, in alcuni, anche l’epos di chi parte e racconta le famiglie, i percorsi, i legami del sangue nei luoghi del tempo

  3. 2009 Novembre 7
    maebasciutti permalink

    Si percepisce molto cuore in queste poesie, ma il sentimento riesce a dominarsi prima di esondare, si ferma prima di eccedere. Il senso della misura si è sviluppato in una lunga frequentazione poetica e il lirismo che arriva è intenso ma non ottenuto attraverso l’eccesso. E’ intenso tanto quanto è sobrio. Non è facile includersi nel sentimento mantenendo una voce personale, non cedendo alle tentazioni del già detto. Sviluppare una voce propria per rendere gli archetipi collettivi è una cosa che sanno fare in pochi, questi pochi sono i poeti. Tu hai una bella, elegante, espressività personale che colora una matrice lirica vicina alla tradizione eppure tua. Quello che scrivi non risuona mai come retorico. Per me è la caratteristica fondamentale che deve possedere una voce per essere effettivamente poesia: deve riuscire a non essere ritrita, non deve avere il sapore di già sentito ma un retrogusto, una sfaccettatura unica. Ecco ne approfitto per dire che il cuore in sè non è retorico, i bambini nemmeno, dipende dal contesto, da quello che si sa o non si sa creare. Tu crei, senza dubbio.
    Una bella lettura. Un lirismo di impronta classica ben condotto riesce a toccare molti gusti e molte personalità, anche le più distanti.

  4. 2009 Novembre 8
    sebastiano permalink

    Torno or ora da una casa di terra, in montagna, dove per scaldarsi bisogna accendere una stufa a legna e l’odore del fumo ti si imprime addosso come a dirti: vedi, una volta era così; una volta spaccare la legna era il pegno che dovevi pagare per resistere al mondo. Che è, in fondo, ciò che si dice in questo libretto. Perchè intorno a un fuoco ci si può parlare mentre fuori impazza la bufera. Sulla copertina, in particolare, concordo: è la più bella che ho avuto su un mio libro. Grazie per questa lettura, Antonella, grazie davvero. I poeti, checchè se ne dica, hanno sempre bnisogno di fratelli. E grazie anche gli amici che hanno commentato e a quelli che commenteranno. Sebastiano

  5. 2009 Novembre 8

    Grazie a tutti per l’attenzione e grazie a te, Sebastiano, per il dono. antonella

  6. 2009 Novembre 9

    molto vibrante e costruttivo il tuo commento, Antonella: si sente che la poesia di Sebastiano Aglieco ti ha penetrato e convinto, e non stento a crederlo, perchè sono versi molto densi e penetranti, con parole fatte di vissuto e non di letteratura
    marina

  7. 2009 Novembre 14

    “Mia madre ci arava tenera e triste
    di un abisso di parole”

    Mi è piaciuta da morire quest’immagine di donna “antica”, appartenente ad altri tempi, seppur nemmeno tanto lontani, che “arava” con le parole.
    Quanti di noi hanno conosciuto donne così!

    Belle emozioni trasmettono le tue parole.

    Sara

  8. 2009 Novembre 14
    Antonio Fiori permalink

    Una poesia ‘incontenibile’ quella di Sebastiano Aglieco, nel senso che sconfina continuamente nella vita. E lo fa con la immagini semplici ed efficaci, mostrandoci le ritrovate/ritrovabili radici, con una lingua diretta e condivisa. Poesia di cui ‘nutrirsi’, da cui attingere fraternamente.
    Un caro saluto
    Antonio

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