Come dentro la notte, di Francesco Macciò

2009 Novembre 5

macciò-copertinaI brani che seguono sono tratti dal romanzo Come dentro la notte (Manni, 2006) che il suo autore Francesco Macciò attribuisce a un personaggio di fantasia di nome Giacomo di Witzell.

Si tratta di un romanzo un po’ sui generis tutto incentrato su una passeggiata notturna, che si snoda in un percorso circolare nel cuore di Trieste, città di frontiera carica di storia e suggestioni letterarie, dal fascino misterioso sospeso tra passato e presente. Il protagonista incontra gli abitanti della notte, tanto amati da Umberto Saba: baristi, prostitute, tassisti, singolari figure di donne e di giocatori di scopone scientifico, i cui gesti acquistano un valore metafisico. E alle riflessioni e ai dialoghi si intrecciano i ricordi dell’amore per una ragazza slovena, ma anche la memoria dell’orrore delle foibe…E’ un libro di notevole bellezza su cui la critica si è espressa molto favorevolmente.

1. Scopone scientifico

Davanti a me un tavolo, quattro giocatori e altrettanti bicchieri colmi di vino rosso.

Tensione di sfida.
Concentrazione.
Silenzio.

Mi avvicino. Osservo le carte disposte sul tavolo.

Congegni lenti e precisi; carte di ragionamento, non del caso o della fortuna…Mi chiedo come possano essere ancora lucidi, a un’ora così tarda, i giocatori…Osservo meglio; cerco di capire.

Una partita di scopone scientifico, se è partita vera, si dice che metta in campo una disciplina antica, grandiosa nella sua varietà senza schemi preordinati: un’arte che fa leva sulla memoria e sulla fantasia, regolate da severe deduzioni logiche e da un’assidua capacità di analisi…

Philosophia scoponis est in longiquum spectare… Ut in negotiis sic in scopone…

Siamo a fine partita. Tocca al mazziere giocare. Stringe tra le dita il quattro di picche e il cinque di fiori.

Vedo la carta dell’avversario alla sua sinistra: è il sette di quadri.

Mi sposto lentamente girando attorno al tavolo. Osservo le carte degli altri giocatori. Il compagno ha un sette; l’avversario alla sua destra, il primo di mano, un re.

Sulla tavola c’è il tre di cuori.

Tocca al mazziere giocare…

Chartarius attentus, si memor est chartarum quae impares factae sunt, potest in fine jocatae, cum ipse duas chartas et alii tantum unam habent, cognoscere a chartis in tabula illas quae in manu trium jocatorum supersunt…

Un giocatore, spazientito, ha un gesto di stizza.

Il mazziere è assorto, fa passare nervosamente tra le mani ora il quattro di picche, ora il cinque di fiori, muove le labbra ripassando in un lungo bisbiglìo le fasi della partita, ma non si decide.

Dal suo sommesso ragionamento si capisce che gli è sfuggito un passaggio. Ricorda con esattezza che sono ancora in gioco due sette e un re, oltre naturalmente alla carta sulla tavola e a quelle che si vede in mano. Attribuisce, senza sbagliare, il sette di quadri a chi effettivamente ne è in possesso, ma non sa quale giocatore abbia l’altro sette e quale, di conseguenza, il re.

La responsabilità è grande, cospicuo il valore delle carte ancora da catturare, ma la memoria fa acqua…

Il mazziere esita ancora in una interminabile silenziosa tensione. Stringe con rabbia le due carte, le appoggia sul tavolo, disponendole una accanto all’altra. Fa scivolare dalla tasca della giacca un pacchetto di Trinciato forte. Ne estrae un grumo di tabacco, lo racchiude tra le mani sfregandolo fino ad ottenerne un cilindretto magro, che arrotola con un movimento rapido e preciso nell’involucro di una cartina…

Qui memoriam non habet et continuae attentioni minime idoneus est, scoponem relinquat et eat jocatum ad nuces…

Il fuoco di un fiammifero gli illumina il viso contratto in una smorfia, mentre aspira una lunga boccata di fumo che lascia defluire lentamente dalle narici.

Carte che ruotano in congegni lenti e precisi.

Sulla tavola c’è il tre di cuori.

Tocca al mazziere giocare…

Se cala la carta giusta, conquista tutte le altre non ancora giocate; se invece cala quella sbagliata, inesorabilmente le perde tutte.

….

2. Miumix

C’era una radura che si apriva tra gli alberi, non lontana dalla casa in cui ero nato.

Nei giorni tersi dell’inverno, quando tutto era coperto di neve, sgusciavo dalla cucina all’imbrunire, appena finita la cena. Mi lasciavo alle spalle un brusìo di voci e salivo di corsa il sentiero che in pochi minuti mi portava nella quiete irreale di quel luogo.

Il riverbero della luna sulla neve rimbalzava su una distesa fluttuante di scaglie luminose. Guardavo accendersi le prime stelle. Ogni sera assumevano una posizione nuova nel cielo, ma erano sempre le stesse e brillavano con uguale intensità, al contrario degli esseri umani, che occupano sempre la medesima posizione, ma, quando credono di brillare di più, sono già spenti e inariditi…

Ritornavo sul principio della notte, ripercorrendo in fretta il sentiero fino alla porta di casa, che avevo lasciata socchiusa. Mi infilavo con la destrezza silenziosa dei gatti nel tepore della mia cameretta. Credo che nessuno si sia mai accorto di quelle misteriose peregrinazioni invernali.

Una volta mi capitò di avvistare una volpe: se ne stava accovacciata sul limitare del bosco di faggi che circondava la radura. Muoveva appena la coda vaporosa sull’erba ghiacciata. Rimase lì a fissarmi tra i fusti dritti dei faggi, che nella luce diafana sembravano d’acciaio, come avesse capito che non intendevo farle del male.

Avevo dato un nome a quella piccola amica notturna: l’avevo chiamata Miumix.

Nessuno mi credette quando raccontai del mio incontro con Miumix. Molto meglio così. Non era stato prudente parlarne; avevo agito d’istinto, senza riflettere… In paese le volpi le avevano viste soltanto avvelenate con le fiale di cianuro, legate per le zampe a un gancio in attesa di essere scuoiate.

Ora nel bosco hanno aperto una strada d’asfalto, tagliato i faggi intorno alla radura. Blocchi di palazzine colorate sono sistemati a raggiera attorno a un blocco un po’ più grande degli altri, su cui svettano le insegne di un centro commerciale. Una selva di riflettori si accende su quel paesaggio desolato, oscurando il cielo. Proprio come questo fascio di luce gialla, angosciante…

3. Inghiottitoi

Sarei arrivato volentieri fino alla strada Napoleonica, la cornice aspra di roccia dalla quale mi sono affacciato tante volte sul mare; mi sarebbe piaciuto rivedere Lipizza e i suoi cavalli argentati, che si muovono liberi ed eleganti come se dovessero ancora prepararsi a raggiungere le guardie imperiali di Schönbrunn… Tutti ricordi sovrapposti, immagini schiacciate nella mia mente»

“A Schönbrunn la garitta è vuota…”, replica il Conte, che ha ascoltato con interesse la mia estemporanea confessione, “e i cavalli lipizzani galoppano tra le nuvole sugli alti pascoli sloveni. Austriaci, francesi, spariti tutti… civiltà smontate, fatte a pezzi, dissolte nelle viscere della montagna…”

“Eh?!”, lo guardo perplesso. “Che cosa sta dicendo? Non ho capito bene…”

E lui, senza smentire la sua ironia, ma proseguendo con la voce rotta dall’emozione: “Tutto ciò che sparisce, qui se l’inghiotte la terra. Soldati tedeschi, italiani nazionalisti, fascisti e chi non c’entrava per niente con queste faccende e non aveva colpe. Lo sa, non è vero, a che cosa mi riferisco?”

“Sì, credo di sì”, rispondo con qualche esitazione.

“Molti vennero imbavagliati, legati col filo di ferro ai polsi e alle caviglie e buttati giù vivi dai partigiani comunisti dell’esercito di liberazione iugoslavo. Avevano imparato dai tedeschi a fare pulizia etnica, dalle milizie fasciste che andavano a far razzia nei villaggi strappando la lingua ai vecchi che non parlavano italiano. Orrori della guerra… quando si attendeva finalmente un po’ di pace e giustizia, dopo le vendette, le rappresaglie, dopo le deportazioni e i campi di sterminio…

Nelle foibe ci sono sepolti a strati i resti della nostra civiltà. Dicono che in fondo agli inghiottitoi ci siano ancora, se l’acqua non le ha trascinate via, le ossa di goti, bizantini, le spoglie di tutti i popoli che hanno occupato Trieste fin dalle epoche più remote: longobardi, veneti, slavi… perfino carcasse di mezzi cingolati della grande guerra, moschetti e mitragliatori smontati a pezzi, mortai, obici su cui sono calati elettrodomestici, rottami di vario genere, scheletri di automobili, televisori, barili vuoti e pieni e chissà quale altra congerie di scorie da eliminare. Tutto infilato dentro a questi imbuti orrendi che, assottigliandosi nelle vene della terra, sembrano non finire mai. Tutte cancellate le tracce inutili della storia, sempre uguale a se stessa…

Ma gli uomini vogliono ricordare come vogliono o come è consentito fare a vincitori e sconfitti… Se l’immagina lei, se qualche associazione rivoluzionaria armata avesse vinto la sua personale guerra, quanti maiali sarebbero finiti dietro le sbarre anzitempo e quale storia staremmo a raccontarci noi adesso?”

***

Francesco Macciò, genovese, ha pubblicato i libri di poesie L’ombra che intorno riunisce le cose (Manni, 2008) e Sotto notti altissime di stelle, con un saggio introduttivo di Luigi Surdich (Agorà, 2003). Ha curato il volume di studi su Giorgio Caproni «Queste nostre zone montane», con introduzione di Giovanni Giudici (1995). Oltre a un importante  convegno sull’opera di questo poeta nato a Livorno e vissuto nei pressi di Torriglia, paese del ponente ligure, luogo di nascita di Francesco: per lui, sia Genova che Trieste sono città di grande fascino per poeti e  scrittori.


4 Risposte Lascia un →
  1. 2009 Novembre 5
    cosima lago permalink

    molto interessante questo testo e intrigante la presentazione che ne viene proposta. cosima l.

  2. 2009 Novembre 5
    lucetta frisa permalink

    Mille GRAZIE ad Alessandra Pigliaru che si è gentilmente prestata, come Lucianna, d’altra parte- a postare i testi di Francesco Macciò che è un poeta- scrittore da conoscere e apprezzare (anche come persona).
    lucetta

  3. 2009 Dicembre 4

    Domanda che richiederebbe una risposta urgente, se possibile:
    questo libro è facilmente reperibile in tutte le librerie ? Devo assolutamente regalarlo per Natale a un triestino, ma io vivo in Emilia.
    Prima di fare il giro di tutte le librerie della mia città, chiedevo informazione.

    Grazie

    Sara

  4. 2009 Dicembre 5
    Francesco Macciò permalink

    Il libro era reperibile presso le librerie Feltrinelli, forse potrebbe essere necessario ordinarlo; oppure richiederlo all’editore Manni,andando sul suo sito. So che è reperibile on line anche in altri siti; si può provare digitando, appunto, Come dentro la notte. Grazie!

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