Lo sguardo oltre il colle – Confine tra giornalismo e scrittura creativa

2009 Ottobre 16

di Morena Fanti
cantico dei cantici marc chagall-1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Cantico dei Cantici di Marc Chagall)

 ***

Con lo sguardo puntato verso l’orizzonte gli occhi si fermano su quella sottile, e invisibile, linea che divide il reale dall’irreale. L’invisibile, come ha indicato Giacomo Leopardi con i suoi versi, richiede una vista interiore che è possibile usare solo se l’occhio [vista esteriore] incontra un ostacolo sul suo cammino.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Abbiamo quindi bisogno di un ostacolo, di un punto dove fare sostare l’occhio; in questo punto potremo lasciare libera quella vista interiore che ci permetterà di vedere l’invisibile.
Chi ci può indicare dove posare lo sguardo dell’anima? [...]

continua sulla Rivista di Viadellebelledonne  qui

13 Risposte leave one →
  1. 2009 Ottobre 16
    Maeba permalink

    E’ un articolo molto interessante che guarda sotto un altro punto di vista la stessa “problematicità” che mi sta a cuore nel mio articolo sul realismo come morte dell’arte :) (sempre moderata!)
    E’ vero che si cerca uno sconfinamento fra i generi e si abbattono le barriere per sperimentare. Tempo fa pensavo fosse una cosa buona poter creare un genere unico senza definizioni. Per molto tempo mi sono augurata che questo potesse realizzarsi senza sapere che stava già accadendo da tempo e, quando ho letto gli esiti, ho fatto rapidamente marcia indietro e messo nuovamente alcune barricate per quanto ideologicamente non mi piacciano.
    In particolare la scrittura giornalistica si è presa l’appellattivo di poesia e questo può essere stato interessante o geniale per il primo autore che lo ha fatto, poi è diventato un pretesto per portare verso la poesia anche i tre o quattro italiani privi di uno sguardo interiore e che, umanamente, fino a quel momento si erano astenuti.
    In definitiva dei tratti iperrealistici-cronicistici possono essere presenti in poesia anzi ,se ben dosati, possono essere un arricchimento purché non vengano a sostituire completamente la componente suggestiva-creativa che è la base della scrittura non d’uso.
    Questo l’esito dei primi esperimenti e delle molte copie poi: hanno portato a desiderare le barricate, il filo spinato addirittura e davvero io non credevo fosse possibile.
    In sintesi l’iperrealismo è sempre la morte dell’arte e le copie di un’idea hanno, oltre a un valore artistico nullo, anche un valore ideativo nullo. Cioè, non sono.

    Un bellissimo articolo Morena, scusate se mi infervoro esageratamente sull’argomento.

  2. 2009 Ottobre 16
    maebasciutti permalink

    Ma poi, se i Canti Orfici e le poesie della Rosselli sono considerate, nonostante la forma, opere poetiche perché non si deve applicare la giusta collocazione alla narrativa spezzettata? Come sono state scritte poesie nella forma tradizionale della prosa lo stesso vale per la prosa che si è avvalsa della forma della poesia rimanendo però pura, purissima narrativa.
    Se un giornalista volesse scrivere, per suo ludibrio personale, un articolo frammentato (la frammentazione sembra che automaticamente garantisca a una “cosa” l’appellativo di poesia),vsarebbe sempre un pezzo giornalistico. La forma non può essere la discriminante, il contenuto sì.

  3. 2009 Ottobre 16

    ribadisco l’alta qualità di quest’articolo, da leggere e rileggere …

  4. 2009 Ottobre 16

    anzi, siccome il pc continua a cambiar pagina, lo stampo e lo leggo come Dio comanda

  5. 2009 Ottobre 16
    maria gisella catuogno permalink

    Sì, anch’io farò come Blumy, per gustarmelo meglio…
    Un abbraccio, Morena… bravissima
    Gisella

  6. 2009 Ottobre 17

    molto interessante e vario, con uno sguardo a tutto campo, una grande curiosità e capacità di spaziare senza perdere di vista i dettagli – stimolante sotto svariati punti di vista
    marina

  7. 2009 Ottobre 18

    Grazie a tutte. Ho cercato, raccogliendo più voci, di capire i confini [impossibili da definire] della scrittura. Se diventa troppo ‘reale’ non perde forse il suo valore? I quesiti che tu poni, Maeba, sono interessanti e ci portano a guardare ancora più a fondo.
    D’altronde, non può esistere una divisione netta tra i ‘generi’. la scrittura è comunicazione e si presta ad essere contaminata anche da se stessa, in una ricerca continua dell’espressività massima.

  8. 2009 Ottobre 19

    Confermo, ottimo blog!

  9. 2009 Ottobre 20
    Antonio DI GIORGIO permalink

    Avevo letto a suo tempo l’articolo di Morena Fanti, tuttavia mi trovo un po’ fuori dal coro delle opinioni, cercherò di spiegarmi.

    Il rinvio Leopardiano è oggigiorno assolutamente un limone strizzato. Leopardi lo si invoca come mistico, come esistenzialista, come pensatore. Se queste tre indubbie qualità che aveva emergono soprattutto dallo Zibaldone – ho curato l’antologia leopardiana per Liberliber de “La storia di un’anima” in formato elettronico – è vero che era lontana da Leopardi la voglia di esser ricordato come mistico e filosofo.
    Leopardi dallo Zibaldone, dal suo epistolario era più un uomo inquieto, spesso annoiato, incline più alla tristezza che non al sentimento estetico della gioia data dall’ ermo colle, che pure gli fu caro. Per questi suoi sentimenti di melanconia (vigeva ancora ai tempi di Leoprardi l’uso di considerare l’uomo come insieme di fluidi che ne definivano l’indole) Leopardi è un gotico/romantico.
    Nel suo saggio Morena Fanti si sofferma sui luoghi dell’ostacolo del punto visivo, e della necessià di avere un punto focale. Non sempre è una necessità imperante neppure nel pensiero di “idea”. Un esempio è dato dalla riflessione sulla possibilità che esista un finem oltre “noi”. Questa riflessione non comporta per necessità un ostacolo visivo, perché se in Italia Foscolo ha dimostrato nei Seplocri come la sopravvivenza emotiva dia “corrispondenza” di senso amoroso, l’ostacolo non esiste, esiste semmai un preciso termine. Ma forse ho portato la mia riflessione al limite.
    Concludo con due parole su Chagall e il Cantico. Non amo Chagall, perché è cromatismo. Il Cantico dei cantici se letto davvero è un poema anche brutale: l’amata è percossa dalle guardie, quasi stuprata, percossa perché ha lasciato la casa per dare sfogo al suo amore disperato, il passo dell’amata che implora “sono malata d’amore” esprime il sentimento femminile sopra ogni altra cosa. Quel rosa chagalliano lo percepisco come dissonante, se dovessi dipingere un quadro che celebri il Cantico di Salomone userei toni scuri del blu, toni del seppia. Perché è nel cuore dell’oscurità che l’amore si celebra, un’oscurità che è certo ostacolo, anche se potente alla luce del mattino.

    a Morena Fanti, con estrema stima.

  10. 2009 Ottobre 20

    Ringrazio Antonio Di Giorgio dell’attenzione dedicata al mio articolo e del commento molto accurato. Ho cercato di raccogliere tante voci e idee diverse sulla scrittura. I versi di Leopardi sono solo un pretesto per formulare le domande agli scrittori che hanno così cortesemente risposto. Il mio articolo, non un saggio, per il quale non ho le competenze necessarie, vuole offrire alcune possibili visioni sulla scrittura e sui suoi confini.
    Chagall mi piace abbinarlo solo per l’aspetto visionario che ha e che si abbina a ciò che è scritto nel testo, in quella ricerca di un ‘confine’ e nel rincorrere le idee che si sovrappongono ad altre.
    Un caro saluto. Morena

  11. 2009 Ottobre 20
    Antonio DI GIORGIO permalink

    @ Morena
    Un sorriso di grandissima stima, che non è percepibile dalle finestre di Windows, che pure levano gli ostacoli al comunicare

    :-)

    Grazie di farmi crescere

  12. 2009 Ottobre 28
    rossella laterza permalink

    l’arte è infunzionale, non è cronaca, ma eccedenza, qualcuno ha fatto il paragone con Forest Gamp , l’ottuso come liberazione

  13. 2009 Ottobre 31
    rossella laterza permalink

    posso fare un collegamento a Kandinskij ed a Itten, del Bauhaus, lo spirituale nell’arte …e non solo; in italia De Chirico, è emblematico, la cui biografia realizzata a fumetti da Vilella è eccezionale. L’arte non è solo quella su tela…Duilio Cambellotti operò negli anni del fascismo senza farsene fagocitare, passando da una tecnica all’altra con grande eclettismo.

Lascia un commento

Note: You can use basic XHTML in your comments. Your email address will never be published.

Abbonati ai feed di questi commenti tramite RSS