Matteo Veronesi, Dieci Inni alla Morte – con una nota di Elisabetta Brizio


L’écrivain doit (…) longuement demeurer en sa chambre, (…) et, comme mort en soi-même, suer et trembler maintes fois

[Joachym Du Bellay, Deffence de la langue française]

Leonardo Bistolfi - La bellezza liberata dalla materia

Leonardo Bistolfi - La bellezza liberata dalla materia

I

O mia mortalità, mia attesa morte –
mio solo bene, mio livido tesoro

C’è un estremo confine
che fasciato di tenebre balena
e trema nella notte come lama –
oltre non c’è che il grido, il pianto –
o la parola forse, il canto

E vita eterna sarebbe eterna tenebra
eterno niente –
———————————attesa vana, mare senza meta –
se ogni volo ha nell’estremo cielo
il suo limite, oltre le strade dell’aria -
e germina la parola
su ciò che non può avere nome, e il ritmo vibra
e pulsa nelle lacune del silenzio

II

Più di una volta, non una soltanto
io sono morto e risorto

Si è tesa la trama del mio canto
fino alle soglie dell’ultima pausa –
ha respirato sul silenzio, ha ricevuto
dal proprio vuoto limite e misura

Così si celebri ancora la gelida pasqua
di questo sangue nero che gronda
dalle piaghe dell’anima, e si gela
nell’oscurità delle carte –
si offra ancora in dono la mia carne
che si fa verbo, per chi saprà ascoltarlo

III

Io non temo la morte

Perché temere l’ottusità delle tenebre
più che il tedio uguale della luce –
e l’abisso più del cielo, la notte delle onde
più che quella degli astri, eterna, allucinata
che vive altrove, oltre i velami del giorno

Io non temo il silenzio
più della musica che nel suo grembo
pullula e soffia, il porto della quiete
più che la notte incerta dell’attesa –
non temo il sangue acceso del tramonto
più che il pianto sereno dell’aurora
che uno stesso crepuscolo confonde

Io non temo il bianco delle pagine
indifferente e mite
sommesso come i segni che lo acquietano
più del canto ferito che attraversa
come una trama i giorni destinati

Io non temo la morte
più della vita –
—————————-non temo la luce
più dell’abisso incosciente che l’affonda –
non temo l’onda cupa della cieca
marea scandita dall’oscuro vento
che sorge dalla fine
o dall’origine
IV

Io guardo il mondo intorno
con gli stessi occhi vuoti che si scambiano
gli sposi che non si amano e non sanno
se mai si sono amati -
dissolto ormai in distanza
rastremata, impalpabile
il soffio che univa i loro corpi
Come guarda la luce l’iniziando
ai misteri amari delle tenebre
e l’acqua l’ostia già promessa al fuoco -
così io guardo il mondo
intorno a me, e lontano

E la pagina bianca è la mia patria -
suoi màrtiri i segni dispersi
come croci senza nome, in quel deserto di neve -
regno di nessun luogo, dolceamara terra
di chi non vide mai la luce, e poco importa

V

Scrivere come se fossimo
in ogni istante per morire -
——————————————-come
se ogni parola che trapela
dal nostro muto respiro, ogni sillaba
che un’altra sillaba inghiotte appena cade
nel fluire del tempo fatto verbo
fosse l’ultima, tremula danzasse
sull’orlo bianco e tacito del nulla

Come se fosse il battito
della penna rovesciata sulla pagina quieta
il passo della vacua parvenza che ci attende
per chiuderci nel grembo tenebroso

E il fruscio delle carte il sottile
ansito della vita che finisce
e ricomincia, come il rivo insonne
che accarezza il suo greto, e lo consuma

VI

Poi risalire un giorno
da sonni turbati, in una grande alba esangue
come i deserti della luna -
——————————————-e non essere
più noi, la nostra casa
come un breve albergo -
—————————————-un corpo ignoto e un volto
senza più nome la donna
che credemmo di amare, gioia e croce
specchio e prigione, fuoco
e noia disperata

E tutto ormai soltanto pena e angoscia
quando neppure più la pace ha un senso -
nessun senso il dolore e la sua fine -
assurda la speranza come il pianto
senza forma, il grido senza corpo -
gelido il rogo al pari della cenere -
sole o caligine il velo
di lacrime sul mondo

VII

Diviene morte tutto ciò che sfioro -
come statua di cera le vite che avvolge
il cerchio breve del mio sguardo -
—————————————————–selva
di ghiaccio ogni essenza e ogni voce
che toccano le mie parole morte
il mio canto baciato dal dolore

Non oro ma nera palude -
non prati vivi ma livido suolo
ingravidato di lacrime amare

(ossa le pagine rare
pronte a risorgere in fulgore, quando sia
estinto e sparso questo corpo opaco
che in loro si converse, che prese
l’esangue sostanza del canto e del vuoto?)

Leonardo Bistolfi - Le sorelle della morte

Leonardo Bistolfi - Le sorelle della morte

 

VIII

La Donna è la Morte

———————————Come lei ci abbraccia
l’umida tenebra, tremano il respiro
e il ventre serrati nell’attesa -
per lei scende nell’anima la fiamma
contaminata dal buio della cenere

E la Parola è Donna, Donna l’Anima esangue
impallidita alle soglie
che hanno sete di sangue -
Donna la Voce che vibra e s’infrange
al confine del Vuoto, Donna la Paura
che vergine si chiude e si discioglie

Così nei lunghi giorni è un solo gesto
naturale e impossibile, eterno
e così fragile imparare ad amare
e a cantare a scrivere a morire -
perdersi nel grembo tiepido del niente -
volti senza volto, ombre languenti
nella città desolata dei viventi

IX

Uscire, sì, dalla vita -
ma dolcemente, senza morire, passare
come di sogno in sogno, di colore
in iride, di canto
in armonia, senza infrangere
confini o termini, senza scomporre o ferire
la trama sospesa del respiro

Così esalare l’anima
rifatta pura nel buio
sereno intrico dei segni, nello slancio
lievemente librato delle pagine -
come fantasmi d’ali, memorie
di un morto volo ridivenuto cielo e canto

X

E andiamo, fiume d’ombre, lentamente
incontro al niente che dall’eternità ci attende -
istante dopo istante, nei minuti
inanellati nelle ore, nelle ore
prese nei giorni che franano sui giorni
come onde inghiottite dalle onde
fino all’estremo del mare
fino all’ultima foce

E il tempo muore nel tempo, il tempo
che divora se stesso -
————————————e anche noi
moriamo nel tempo che ci ignora
ignoti anche a noi stessi

Isole eravamo, isole siamo e saremo -
arcipelaghi antichissimi, remoti
aperti e franti, al bacio della lava

E allora si confonderà ogni lampo
col buio che l’avvolge, sarà
nodo alla gola ogni respiro, lamento
ogni canto -
————————–ogni pensiero accecamento, smarrimento ogni traccia
ogni voce fiore di silenzio

***

Morte, silenzio, parola. Dieci Inni alla Morte di Matteo Veronesi. Con sette domande all’autore

A G. B., in memoriam

Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
beata allor che ne’ perigli avvolta,
se stessa obblia, né delle putri e lente
ore il danno misura e il flutto ascolta;
beata allor che il piede
spinto al varco leteo, più grata riede
.

[Giacomo Leopardi]

I Dieci Inni alla Morte di Matteo Veronesi, una plaquette di prossima pubblicazione, trasmettono al lettore un senso di assorto e straniante sperdimento. Già Novalis scriveva che “la poesia è, per così dire, la chiave della filosofia, lo scopo e il significato di essa. Attraverso la poesia nasce (…) la comunanza più intima del finito con l’infinito”. E se in Heinrich von Ofterdingen Novalis recupererà la coincidenza dell’individuo con la totalità in Hymnen an die Nacht definsce l’uomo come “lo splendido intruso” nel mondo terreno del quale egli non è parte, della luce quale regno opaco delle apparenze, segno della presunzione della ragione nel suo procedere logico e apofantico. La notte qui assume la connotazione di una fase destrutturante che prelude l’immissione in una visione nuova e rigenerata:

Un sogno rompe il nostro legame
e ci immerge nel regno del Padre.

La morte è per Novalis un sogno propedeutico alla rinascita alla vita autentica ed eterna, il supremo anelito dell’uomo.
L’inno come forma letteraria ha perso nei secoli il suo carattere religioso, finendo con il Romanticismo, tranne illustri eccezioni, per celebrare eventi patriottici e civili, ma anche sentimenti e riflessioni filosofiche. E in quest’ultimo ambito pare legittimo inquadrare i Dieci Inni alla Morte di Veronesi: componimenti che non veicolano un univoco messaggio sepolcrale, né, in ultima analisi, costituiscono una euristica della morte. Non dunque a una volontà nullificante, piuttosto è alla poesia – alla sua codificabilità e alla sua destinazione – che viene ascritto il senso ultimo dell’opera.

D: Perché “Inni” – domando per e-mail all’autore della plaquette? La scelta non sembrerebbe così scontata o casuale. Negli Inni alla Notte di Novalis c’entrava in qualche modo la morte dell’amata Sophie, come punto di partenza per abissali riflessioni ulteriori. Qui la tua visione del mondo, per quanto profondamente schermata dietro una raffinatissima, e a volte un po’ snobistica e fredda, letterarietà, quanto è “condizionata” da eventi traumatici? Dal momento che qui si sta parlando di morte, e per quanto tu la ponessi su un piano di superiore astrazione o delegassi ad essa il compito di definire adeguatamente la vita… Insomma c’è in questi versi l’eco, il ricordo indelebile del trauma che ti ha “condizionato” o ispirato?

R: Perché Inni…. Mah, c’è indubbiamente una reminiscenza degli Inni alla notte di Novalis (la notte-morte è il dominio dell’indeterminato, del tutto-nulla, dell’essere-nulla, e dunque della potenzialità infinita, dello spazio sterminato, o forse del vuoto e del deserto, che si racchiudono nel mistero). Ma anche Ungaretti scrisse, credo, un Inno alla morte, e poi ci sono gli Inni omerici, gli Inni orfici….. Inno come elevazione, come tensione verso l’oltre, come spazio testuale in cui si dipana la dialettica fra il limite e il suo superamento. La matrice autobiografica è poi evidente. La poesia è strumento dell’amor fati – o, si direbbe in psicoanalisi, di una “razionalizzazione” dell’accaduto.

D: E i manzoniani Inni Sacri?

R: Gli inni incompiuti, come Il Natale del 1833, ispirato dalla morte della moglie, e Ognissanti sono fra i miei punti di riferimento. C’è la solitudine del credente, la lontananza da Dio che è anche lontananza, silenzio, latitanza, assenza forse, di Dio, il quale, dice il Salmo, “nell’ora del dolore si nasconde” – un’assenza o indifferenza di Dio che il credente cerca di esorcizzare o di riscattare con il pensiero del sacrificio di Cristo, che è esso stesso paradosso e scandalo (un dio che si fa uomo, che soffre, muore e si fa umiliare). L’incompiutezza stessa dei testi (nella quale culmina il loro andare ansante e franto) è l’esito di una parola che tenta, che sfida il mistero e l’ineffabile, e infine ricade, prostrata, su se stessa, rassegnata alla propria impotenza (“cecidere manus”).

D: Amore e morte, scrittura e morte, tempo e morte, silenzio quasi “solido” – per usare un’espressione che Leopardi riferiva al nulla – dal quale la poesia (“il ritmo”) sorge e si dispiega inquadrandosi classicamente in un aureo equilibrio. Perché un così frequente uso del trattino? Una pausa talora esplicativa, ma talora non saprei… Perché spesso un verso è dislocato rispetto agli altri? Perché la punteggiatura è scarsissima (praticamente non esistono punti). Si possono dire tante cose sulla raison d’être di tali stilemi ma non sapremo mai se saranno vere.

R: Queste domande si possono riunire in una sola. Tutti questi sono strumenti formali che traducono e visualizzano il silenzio, che vogliono, come diceva Rimbaud, “noter l’inexprimable”. Il silenzio è padre di tutti i suoni, come nell’architettura è il vuoto che dà contorni, consistenza e sospensione alle linee e alle forme, e consente loro di librarsi e stagliarsi, e ne scandisce il ritmo e l’euritmia. E l’anima della musica è nelle pause, come il battito del cuore è fra un respiro e un altro respiro, e il ritmo del verso vibra, indugia e si decide “fra sillaba e sillaba”.

D: Endecasillabi, senari, ottonari, o sbaglio? Come definire la struttura della tua strofe?

R: La mia strofe è un po’ come quella dei cori dei tragici greci. Unità, elementi, piedi, metri che già esistono nella tradizione, che già sono codificati, cristallizzati, riconoscibili, quasi necessari, per così dire fatali, come la morte o il destino appunto, ma che pure vengono reinventati e ricombinati in modi sempre nuovi, con una variabilità virtualmente tendente all’infinito, forse proprio per esorcizzarne l’ineluttabilità attraverso la consapevolezza, o un’illusione di consapevolezza, storica e formale.

D: Ci sono riferimenti letterari o filosofici destinati a sfuggire al lettore?

R: Forse ci sono riferimenti che sfuggono anche a me. In generale, direi che alla base del discorso c’è tutta la tradizione della mistica del nulla, l’idea del Dio come Nihil aeternum, come negazione del limite terreno, e dunque identificazione con la nihilitas, con l’infinito e nero deserto del vuoto, che solo può dare pace e perdono: dalla mistica buddista all’En-Soph della mistica ebraica al sufismo islamico, da Eckhart a Boehme a Cusano – per arrivare agli esistenzialisti, al Nulla di Heidegger o al Silenzio di Jaspers.

D: Cosa c’è di lucreziano in questi Inni?

R: Nei miei Inni cosa c’è di lucreziano… A livello conscio, nulla. Ora che ci penso, forse l’idea della materia che torna alla materia, dell’esistenza individua che si ricongiunge e torna a confondersi con gli elementa, con i primordia, con i semina rerum nel loro moto incessante, con la Sostanza primordiale, poco importa se in senso fisico o metafisico, materiale od ontologico (è ovvio che in Lucrezio abbiamo il primo di questi due versanti, nonostante l’affllato quasi mistico dell’inno a Venere e di quello ad Epicuro, visto come un Sotér, un Salvatore e un Redentore, dunque di fatto religiosamente o epicamente mitizzato). E, poi, l’analogia fra il reale e il linguaggio, animati l’uno e l’altro da archetipi strutturali analoghi, da un ordo, una positura, una figura non troppo dissimili.
Insomma le sillabe che formano le parole così come gli atomi formano i corpi: votati, i corpi come il linguaggio, alla dissoluzione, alla dispersione, i corpi nella morte, le parole nel silenzio e nell’oblio che le avvolgono, le precedono, da cui esse sgorgano come gli esseri in luminis ora, “nelle plaghe della luce”, e che forse le accompagnano e le sorreggono con la loro ombra persistente e fatale.

D: Vorrei tentare una interpretazione alquanto extrametodica di questi Inni, senza seguire un ordine, divagando dall’uno all’altro. Potrei farlo?

R: Certo. Come diceva Baudelaire, il mio discorso ha sì un capo e una coda, ma ogni sua parte può poi essere indifferentemente capo e coda, come nell’ouroboros che simboleggiava l’eterno ritorno dell’uguale, l’ossessivo ripetersi del destino.

Sulle dieci sezioni che compongono gli Inni alla Morte grava un senso di acronia e di Wehmut che avvolge come un velo ogni affermazione ontologica dell’autore che riflette e codifica lo statuto della propria volontà di oblio. Questo inelusivo canto di inappartenenza prelude e finisce per inverare la sua vocazione di poeta. Il verso è un apriori e insieme spazio testamentario: nell’interstizio tra significante e significato, nelle “lacune del silenzio” l’autore celebra – attraverso una poesia in chiave meditativa – la morte non come paradigma ma come condizione che si sperimenta vivendo. Vagamente crepuscolare, a tratti e nella parvenza – nel verbalizzare il silenzio del declino, nella qualità disincarnata di alcune immagini, nell’enfatizzazione del privativo “senza”, nella cadenza da verso libero in un verso al contrario maggiormente strutturato ma dal lungo respiro, in certa aggettivazione, in talune sonorità quasi salmodianti -, nondimeno Veronesi nel non indulgere all’autobiografico e alla prospettiva della perdita si volge in maniera del tutto originale – dietro l’assimilazione di tradizione e modernità – verso la riconquista dell’unità dell’io con la totalità, aspetto imprescindibile dell’umanesimo dello spirito e della parola.
La stanza deserta e silenziosa del poeta (immagine che si ricollega alla solitudine intrisa di morte della frase di Joachim Du Bellay in esergo) che sa “il fruscio delle carte” (e il referente “carta” è pressoché l’unico elemento concreto – pur metaforizzato – di questi versi, al di là degli archetipi del mondo sensibile) si dilata attraverso una immaginazione che – nel suo ambire a infinitarsi – ha la sostanza del fingersi leopardiano. Una fuga verso un’aura inviolabile, vissuta in disparte, in un isolamento pensoso dell’esistente che connota i referti di questo ulissidismo della mente e della visionarietà soggettiva del poeta-maestro della notte e dell’abisso: è nella notte che viene percepito tutto lo spessore del silenzio. La notte è la Madre, è annullamento nell’amore, vertigine. Se la luce è apertura, il buio è dilatazione sconfinata di impercettibili risonanze. La notte attrae e sgomenta, è verticalità claustrale e ombrosa che costituisce comunque una dimensione più vera della labile realtà visibile. Intrattenendosi nel regno della notte-morte il soggetto lirico che l’attraversa approderà, nella sesta sezione, a un cielo congetturale, dalla luminosità dolce e malinconica, che nulla ha più a che fare con quello fisico falsamente solare. Si domanda l’autore, in Godere dei pomeriggi ventilati:

(Ma se fosse, mi chiedo, questo nero abisso
che pulsa dietro il velo delle pagine
meno labile, meno
infido di quel chiarore
che lo nasconde?)

La morte non è stigma della condizione umana inetta a penetrare il noumeno; accanto al trionfo della morte si affianca quello della disumanità della creazione estetica, come accade nel proustiano sgretolarsi dell’io empirico. Come detto attraverso la quasi ossessivamente reiterata rimarcatura anaforica – tratto peculiare nella scansione innodica – della terza parte, l’autore non teme la morte “più che il tedio uguale della luce” e “più della vita” o del vuoto della vita, laddove anche l’amore ha carattere di vacuità, di enigma, di sentimento insondabile. La morte – la mortalità – è invocata, attesa, definita, quasi in ossimoro, un “livido tesoro”, un “grembo tenebroso”, fino a immaginare un’esistenza post-mortem inondata di gelida luce in cui vόlti amati e perduti e i luoghi sono irriconoscibili, stranieri, altre denominazioni ineriscono loro.
Un dosaggio di partecipazione e di distanziamento, di commozione e di alterità, come nella leopardiana poetica della distanza – o del nietzschiano pathos della distanza – diviene funzionale alla enunciazione di uno stato di cose: “la mia carne / si fa verbo, per chi saprà ascoltarlo”. Viene qui sancita la coincidenza tra vita e poesia, della figura del poeta come simbolo del sacrificio, in un verso che è una esortazione al contempo una dedica sotto forma di oblazione a chi non ignori, per dirla con Gozzano, il “male che si apprende in noi”.
Stupefacente, lungo questi versi, la reificazione del silenzio: dalla prima all’ultima sezione una costante – pacata e uniformemente pausata – tonalità viene scandita quasi fosse l’eco remota di una voce proveniente da lontananze arcane – che percepiamo non in sincronia con la lettura, quasi dissociata dal corpo della lettera – e contemporaneamente viva e argomentante. E il silenzio – non più concettualizzabile – è l’abisso della modernità dove si consuma la pretesa dell’assolutezza della ragione, è la misura del tempo, linguaggio dell’ineffabile e origine del suono, dolceamara mozione che genera la parola (da qui il titolo dell’ultima antologia della nuova generazione di poeti di Giancarlo Pontiggia, Il miele del silenzio, un verso tratto da Il cordone d’argento di Veronesi) come sospensione tra suono e silenzio. In questo libro uscito di recente è antologizzato, tra gli altri, un testo di Veronesi che Pontiggia ha tratto da una raccolta in fieri.
In Ti odio, ti amo sussurrano si dice:

Ma le parole cominciano a vivere
in eterno proprio appena morte
rapprese sulla carta

Ma il componimento si conclude con l’epifonema che ammonisce sull’impossibilità di “proferire / una parola che non sia menzogna”. Affermazione antinomica? Certamente no, nella misura in cui la menzogna veicola una grande verità.
Muore anche la poesia, dunque, se nessuno la ascolta e la interpreta accostandovisi con disposizione empatica. “Sema – scrive Pontiggia – è, letteralmente, tanto segno quanto sepolcro”. L’idea della morte allora si complica implicandosi al momento del fare poetico, nonché della interpretazione, dell’accoglimento da parte del lettore, del senso e del valore del sacrificio dell’io poetante.
La poesia come cantabilità, eminente istinto di conservazione che nella prima sezione degli Inni va oltre “l’estremo confine” dello spirito – “forse”, dice tuttavia perplesso il poeta, in un ripensamento controdeterminante (e proprio per questo, per usare un’espressione di Nietzsche, la poesia “si conviene ai pochissimi”) – esito dell’attesa e dell’andare erratico senza meta, quella stessa poesia che ragiona sul silenzio e che ha ricevuto, come si dice nella sezione seconda, “dal proprio vuoto limite e misura”, viene definita per via ossimorica una “gelida pasqua”, perché sottende il sacrificio dell’io empirico tragicamente trasmutato in soggetto lirico.
C’è quasi in questi versi una tonalità orfica: le parole, si diceva, paiono riecheggiare da spazi infinitamente lontani. Progressione orfica e insonorizzazione, l’intrattenersi sul notturno, l’assiduo rinviare alla pagina bianca e al silenzio, l’assenza di rinvii referenziali ad aspetti esteriori della vita, la loro semplificazione estrema in vista del conseguimento di una quasi tangibile profondità, la dimensione acronica e i brevissimi riferimenti all’appartenenza al tempo delineano quasi un oltremondo avvertito in contemplativa solitudine: la presenza del poeta – che nell’interiorità coglie la verità senza quasi oggettivarla – si comunica solo mediante immagini interiorizzate che si figurano forze e forme cosmogoniche.
Gli archetipi della natura hanno qualcosa di sublime (tenebre, notte, onde, astri, vento, palude, foce, isole, lava, lampo) e di irrazionale, di indicibile, un arreton impenetrabile e incodificabile. Quali segnali di un numinoso ancora indefinibile, allo stadio di mysterium tremendum, di fronte al quale il soggetto lirico non devia dalle sue originarie motivazioni: percepisce il misterioso, il terribile, la sacralità del numen, mostra commozione, ma non si lascia sopraffare, né tenta di razionalizzarlo.
Consideriamo l’ultima sezione:

E andiamo, fiume d’ombre, lentamente
incontro al niente che dall’eternità ci attende -
istante dopo istante, nei minuti
inanellati nelle ore, nelle ore
prese nei giorni che franano sui giorni
come onde inghiottite dalle onde
fino all’estremo del mare
fino all’ultima foce

E il tempo muore nel tempo, il tempo
che divora se stesso -
e anche noi
moriamo nel tempo che ci ignora
ignoti anche a noi stessi

Isole eravamo, isole siamo e saremo -
arcipelaghi antichissimi, remoti
aperti e franti, al bacio della lava

E allora si confonderà ogni lampo
col buio che l’avvolge, sarà
nodo alla gola ogni respiro, lamento
ogni canto -
ogni pensiero accecamento, smarrimento ogni traccia
ogni voce fiore di silenzio

Il soggetto lirico si avvia, lentamente, verso il congedo dalla luce (e l’immagine non può non ricordarci l’incedere grave del corteo funebre, dalle passioni della vita a una vita di solo pensiero nella contemplazione dell’eterno, del monumento di Augustinerkirche di Antonio Canova, laddove la memoria del mondo è emblematizzata dalla catena di fiori), “incontro al niente che dall’eternità ci attende”. La scansione lenta e solenne di questo andare è resa dal polisindeto con valore espressivo che mima il ritmo tardo del passare del tempo, dalla qualità anaforica della nominazione e dalla ripetizione di alcuni gruppi di parole, che insieme al reiterato enjambement producono l’effetto di una progressione, di un movimento ascensionale fino al naufragio nell’aspazialità e nell’intemporalità dell’eterno. Le ore si susseguono, si incorporano, trapassano “prese nei giorni”, incatenate, inanellate nei giorni che scandiscono un destino a cui e da cui ogni ora, anzi ogni istante sono inesorabilmente vincolati: “anello di una / catena, immoto andare (…), / delirio, Arsenio, di immobilità”, diceva Montale.
Veronesi si avvia alla conclusione dell’opera introducendo l’idea della condizione insulare quale stigma della condizione umana: “Isole eravamo, isole siamo e saremo”, vale a dire vaticinio dell’estinzione, predestinazioni al tramonto, entità destinate alla sparizione più che metafore dell’instabilità. E nella deflagrazione finale dei versi conclusivi, nella purezza glaciale dell’anticlimax del verso di chiusura, resta solo l’eco della poesia come professione di fede e divinizzazione del nulla, apparizione – problematica – dell’oblio.
Chi ha attraversato il nulla o in esso si perde resta avvolto da un’ombra irreale che non è smemoratezza o inverosimiglianza ma l’oscurità della coscienza che riaffiora alla soglia del suono. In tal senso la menzogna dell’arte consiste, vichianamente, rendere credibile l’impossibile. Ovvero, come forse viene lasciato intendere nella settima sezione, assimilabile alla stazione settima della Via Crucis: morire con la poesia in questo mondo per continuare, foscolianamente, a vivere attraverso di essa:

(ossa le pagine rare
pronte a risorgere in fulgore, quando sia
estinto e sparso questo corpo opaco
che in loro si converse, che prese
l’esangue sostanza del canto e del vuoto?)

Seppure sotto la veste di una semantica del silenzio la poesia è il trasfigurato riscatto – altrove inammissibile – dal nichilismo per la memorabilità dell’umano e dell’estetico “nel fluire del tempo fatto verbo”. E l’ideale umanistico è reliquia, luogo testamentario, norma suprema e sovrana elevazione sulla dissoluzione dell’essere nel nulla.

[Elisabetta Brizio]

***

Matteo Veronesi
http://nuovaprovincia.blogspot.com
http://sites.google.com/site/criticaepoesia 

pubblicato da Alessandra Pigliaru

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4 risposte a Matteo Veronesi, Dieci Inni alla Morte – con una nota di Elisabetta Brizio

  1. anna scrive:

    Io non temo il silenzio
    più della musica che nel suo grembo
    pullula e soffia, il porto della quiete
    più che la notte incerta dell’attesa –
    non temo il sangue acceso del tramonto
    più che il pianto sereno dell’aurora
    che uno stesso crepuscolo confonde

    in questi soli versi c’è la poesia di tutti i tempi. bellissima raccolta, complimenti a Matteo, felice di avere incontrato la sua opera
    anna

  2. iltrenoavapore scrive:

    So bene come un “non mi piace” abbia valenza di nulla, o meglio del peggio: è che si parla come si sa, ed a volte la notte, complici bevende, con scarso senno, o meglio, con personale colpevole verità, tutta privata.

    Ci manca, di forza, la pratica della morte, e quelle altrui che a volte rimiriamo con contrastanti empiti verso poche, di nulla ovviamente possono parlarci, né indurre possono ad intuizioni ch’altro non siano che proiezioni di variegate personali difficoltà/estasi Non può essere un’assenza la morte, e per logica neppure una nostalgia. Desiderio sì, salto a volte, e comunque di/in un’altra vita.

    Poi, visto che i più dormono, è bene dormirsi, così, per abitudine.
    Buonanotte
    Mario Ardenti

  3. antonellapizzo scrive:

    mi pare ci sia una forte relazione fra la parola poetica, la vita e la morte.

    C’è un estremo confine
    che fasciato di tenebre balena
    e trema nella notte come lama –
    oltre non c’è che il grido, il pianto –
    o la parola forse, il canto

    ***

    Così si celebri ancora la gelida pasqua
    di questo sangue nero che gronda
    dalle piaghe dell’anima, e si gela
    nell’oscurità delle carte –
    si offra ancora in dono la mia carne
    che si fa verbo, per chi saprà ascoltarlo

    e poi nel quinto inno e poi ancora in altri

    mi colpisce molto ciò che scrive la brizio a proposito delle stazione della via crucis
    . Ovvero, come forse viene lasciato intendere nella settima sezione, assimilabile alla stazione settima della Via Crucis: morire con la poesia in questo mondo per continuare, foscolianamente, a vivere attraverso di essa:

    (ossa le pagine rare
    pronte a risorgere in fulgore, quando sia
    estinto e sparso questo corpo opaco
    che in loro si converse, che prese
    l’esangue sostanza del canto e del vuoto?)

    trovo questi inni molto toccanti e questo autore molto coinvolgente. da approfondire e da leggere e rileggere. grazie per la proposta, complimenti. antonella

  4. Matteo Veronesi scrive:

    Grazie di cuore per lo spazio e l’attenzione.

    Evidentemente anche i miei versi, pur così algidi ed eburnei, dicono qualcosa che può essere multivocamente recepito.

    Quanto al sonno e alla notte, poi – ecco, la poesia è proprio quel globo di luce che, dice Dante in un verso enigmatico, “emisperio di tenebre vincìa” – la vigilanza e la consapevolezza della cultura e del pensiero sulle tenebre del nulla, sull’abisso del vuoto, che pure, soggettivamente, ci sono, si avvertono, si sentono, si vivono, pur essendo, di per sé, pura assenza, pur non essendo materiati e consustanziati di una consistenza ontologica, ma solo di una sorta di alata aura speculativa – “par levibus ventis” dice Virgilio, simile ai venti lievi che in un istante si sono già dispersi.

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