“Ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è stata data in proposito.
Ma io non lo so,non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. “
Wislawa Szymbowska
Sfronda le molte parole che ti vengono in mente,
non farne d’una cento, ma di cento, una:
la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro;
non è facile cosa afferrare una perla speciale!
[Nezāmī in Khosrov-o-Shīrīn]
Eh, ironia con te la disperazione è filosofia! Ma senza di te, ahinoi, la poesia è pura (mera) melanconia. (Pietro Pancamo)
"Il poeta è prima di tutto cittadino" Antonio Fiori
"Io credo che una poesia al giorno tolga il conformismo di torno..." Narda Fattori
"Cos’è la poesia? non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu." (La tigre e la neve, R.Benigni)
Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si assomiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
Come ha conciliato il desiderio di stare dentro le cose con quello di raccontare, di essere testimone…
Tiziano Terzani: Io ho avuto molto dalla vita, sono un uomo fortunatissimo. Innanzitutto a diciassette anni ho incontrato mia moglie, e ciò ha determinato tutta la mia esistenza. E poi la vita mi piace, mi diverte, mi affascina, e per istinto la devo raccontare.
Beniamino amava i Gialli. Ma non così, come un po’ può piacere a tutti, specie, leggendo, provare a scoprire l’assassino, per grande intuizione semplice o per specifico intuito criminale, già alla trentacinquesima pagina. No, lui amava i gialli come cosa sua. E per lui superare in bravura gli eroi del crimine della sua letteratura gialla, era ormai diventata una questione di vita…
Lui si sentiva pronto, preparato a tutto, perfettamente capace di compiere il delitto perfetto.
In effetti, la rivalità tra donne (nella carriera, in cucina o in Amore) può essere qualcosa di davvero perfido e perverso… molto più che tra uomini, che in genere sono più accomodanti e codardi. Sto generalizzando, lo so, ma grosso modo ci siamo capiti…
Esce per Clepsydra Edizioni la raccolta in e book La strada da scegliere di Antonio Fiori che si può leggere qui
“Metti su un disco del sessanta” – ecco la poesia di Antonio Fiori, che con questa raccolta ci mette di fronte a delle immagini, che sembrano delle vecchie polaroid, tutte con un filo conduttore, tutte con lo stesso fine. Fiori infatti non sembra voler sorprendere, non sembra nemmeno voler confondere il lettore, ma vuole dire, semplicemente, la verità delle cose. (Dalla presentazione di Anila Resuli)
In data 7 agosto 2009, la giuria del «Premio di Poesia edita “Città di Garessio – Alessandro Ricci”», presieduta dal prof. Giorgio Bàrberi Squarotti, presenti tutti i giurati, ha deliberato vincitori della seconda edizione, ex equo i seguenti libri:
Emilio Coco – Il dono della notte – Passigli;
Gabriella Sica – Le lacrime delle cose – Moretti & Vitali.
Per l’ottima qualità di molti tra i numerosi libri partecipanti al premio, la giuria ha ritenuto di non segnalarne alcuno in particolare.
*Titi è l’unica donna sopravvissuta del barcone di eritrei dell’agosto scorso. Ce n’erano 78, sono arrivati in 5. Tre coetanee di Titi, incinte, prima hanno abortito per gli stenti, poi sono morte a loro volta. Titi è attualmente curata nell’ospedale Cervello di Palermo
’invisibile potrebbe essere declinato come il luogo salvifico della disattenzione. Quando Benjamin parlava dell’attenzione come la forma più alta di preghiera forse, molto probabilmente, si riferiva a questo; o, meglio, questa è la forza residua che scaturisce dal frammento benjaminiano nel nostro tempo, del tutto coerente, credo, con l’idea appunto attivante e semiogenetica nel tempo, che del frammento il pensatore aveva in mente.
In un tempo in cui l’informazione e il “tempo reale” dell’immagine coprono con la loro palta luminosa e accecante, invischiante, qualsiasi spazio, offuscando qualsiasi specchio degno di fornire riflessione, la disattenzione è forse la pratica estetico-teologica più necessaria. Da questo punto di vista, allora, sarebbero certo da ripensare in maniera nuova e al tempo stesso forse antichissima, alcuni passaggi delle Scritture, tra i quali Giovanni 9, 41 e naturalmente 1Cor 13, 12. [...]
Andrea Ponso è nato a Noventa Vicentina nel 1975. Si è laureato in lettere moderne presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi di teoria della letteratura sul lavoro di Carmelo Bene in rapporto alla poesia, all’oralità e alla tradizione del novecento italiano. Si occupa principalmente di poesia italiana e francese del novecento, con contributi e studi critici apparsi in varie riviste italiane e straniere: il suo interesse si incentra in particolare sul rapporto tra oralità e scrittura e su quello tra vivente e linguaggio.
Corrispondenza immaginaria tra Torquato Tasso e Lucrezia Bendidio Macchiavelli
Mantova, 10 agosto 1591
Madonna Lucrezia,
È con grande letizia e strano spavento che consegno alle vostre mani, come se fosse il mio cuore istesso – ma quale cuore? – il libro delle mie antiche Rime, che trent’anni fa scrissi per voi e che oggi viene stampato a Mantova nell’anno di grazia 1591.
Molto tempo fa, nella mia stanza, i libri arsero per uno strano foco e il bagliore delle fiamme, pur spaventandomi, non mi atterrisce quanto, oggi, darvi in dono questo libro che in me continua a bruciare: non erano forse, le fiamme del rogo di allora le stesse che oggi ritornano melodiose e insistenti sui fogli di questo libro, come se avessero ancora un senso per l’universo?
Il giudice mandamentale Tu
si reca ad assumere la sua carica nello Shu-chou
Sotto le torri delle mura s’allungano i tre Ch’in,
tra il vento e la nebbia vediamo i Cinque Guadi, lontano.
Mentre da te mi separo, mi preme il pensiero
che siamo gente raminga negli uffici.
Ma finché tra i mari un amico caro rimane,
l’orizzonte più estremo è come qui vicino.
Non è ragione che stiamo fermi al bivio,
come bambini asciugandoci il pianto.
Assunta Finiguerra è morta questa mattina. Ora dorme in quel letto che chiedeva le fosse preparato.
“quanne venghe preparateme nu liétte / nde pozze dorme tranguille e aspette / u juorne d’u giudizzje aunite a vvuje” (Amelia e Anna, Marina e Sylvia/ quando verrò preparatemi un letto / che possa dormire tranquilla e aspetto / il giorno del giudizio insieme a voi). (Assunta Finiguerra)
Pubblichiamo un articolo a firma di Maria Pina Ciancio apparso sulla rivista di VDBD
Deve darsi come incomprensibile, contorta e instabile questa lettera che scrivo a te, al mondo, al futuro. Questo passo di danza fuori tempo, questa voce tonante che si smorza, partitura franta che inciampa, discorso che passeggia sbieco e s’interrompe.
Da leggersi come disumana, così piano o così forte che non s’indovini un contenuto, che un messaggio – vana speranza – non riesca a trapelare.
Richiede uno sforzo appena, un coraggio da animale, una volta per sempre e poi mai più!
Sorvoli, perlustri
Ogni nostro canto
Ciò che è nostro di ogni giorno.
L’esamini, rifiuti, stringa, scruti.
Infinito giro di giostra
Che sia estasiante o estenuante o stremato
E infine a compassione almeno accenni
Se proprio preghiere non si danno
Ai nostri esangui fiati.
Se la mia salvezza sta nel divenire sterile guscio d’ostrica, subdola murena, velenoso scorfano, m’inarco e m’immergo nel mio azzurro per riemergere in me.
*
Occhi di scoglio
lapidano i portatori d’acqua di palude,
assetati d’acqua schietta e fresca,
un tempo abbondante nelle fontanelle,
ora rare nell’aria rosa del tramonto,
non ancora trafitto da fascio lunare.
È il primo romanzo dell’autrice che, si legge nella quarta di copertina, “è nata al Centro Italia nella seconda metà del Novecento. Nel corso della sua vita ha avuto modo di conoscere anche una realtà siciliana. Attualmente svolge l’attività di insegnante.”
Ada porta i suoi quattro figli a vedere la casa dove ha abitato da bambina, in Toscana. È una vecchia casa abbandonata che nasconde tanti ricordi. Vorrebbe parlarne coi figli, ma non è sicura che possano comprendere, ed ecco che, alcuni anni dopo, un acquirente della casa rinviene alcune foto. Non se la sente di distruggerle e si mette in cerca dei proprietari, finché non riesce a trovarli e a far loro recapitare le foto salvate.
Grazie ad esse, Ada può raccontare ora ai figli il suo passato, che è un po’ anche il loro: “Di sicuro non saprò dirvi dove andrete ragazzi miei, ma solo in parte da dove venite…”
Lo scopo del libro è, dunque, dichiarato, recuperare il passato, sempre prezioso, alla memoria dei figli, affinché non muoia. Il passato come conoscenza di sé, non solo per chi lo ha direttamente vissuto, ma anche per le generazioni future.
Si comincia con l’anno 1860 e ci si alternerà tra Sicilia e Toscana. L’autrice, nel raccontare le vite dei suoi personaggi, li ritrae come ignari del proprio destino, e ciò lascia intendere il suo desiderio di sottolinearci come casualmente si intreccino le vite, e come la nascita di un essere umano dipenda da un incontro tra un uomo e una donna che avrebbe potuto anche non esserci, e come Ada, dunque, sia figlia di quella imponderabilità che governa il mondo.