Beniamino amava i Gialli. Ma non così, come un po’ può piacere a tutti, specie, leggendo, provare a scoprire l’assassino, per grande intuizione semplice o per specifico intuito criminale, già alla trentacinquesima pagina. No, lui amava i gialli come cosa sua. E per lui superare in bravura gli eroi del crimine della sua letteratura gialla, era ormai diventata una questione di vita…
Lui si sentiva pronto, preparato a tutto, perfettamente capace di compiere il delitto perfetto.
Solo che gli mancava la vittima.
Da quando s’era messo in testa questa cosa s’era guardato intorno più volte. Aveva escluso subito sua madre. Suo padre non così subito – sai com’ è , certi asti, e certe discussioni al “chi sei tu”, non si dimenticano – . ma il tuo vecchio è vecchio, e per quel che vale…
Ha Beniamino sua sorella Lucia. Ci ha pensato più di una volta. Ma il fatto che Lucia stia lì, sempre ferma, da quanto lui bambino la ricorda, sempre ferma, bambina pure lei , aggrappata con quelle mani a nodi a quella sedia a rotelle e con la testa a oscillare di oscillazioni forti…
Ci ha pensato più volte Beniamino a farla fuori, la sorella. Anche da bambino, quando non ne poteva più dei suoi strepiti che richiamavano puntualmente tutto l’amore della mamma.
Beniamino non ne poteva più; e una volta a lei con la bocca aperta, ancora una volta a piangere, le aveva schiaffato una presina di pezza, di quelle da fornelli, in bocca. Lei, allora, gli sgranò gli occhi addosso, stremolicciò tutta su quella sedia a rotelle, s’alzo quasi sulle gambe molli, si protese, fino quasi ad erompere da quella bolla di handicap che la teneva costretta. Insomma, Beniamino realizzò che non c’era poi tutta quell’abilità e gusto nel mandare ad altra vita una che la vita di qua l’aveva già vissuta a mezzo servizio.
E poi, ci vuole una certa fortuna ad uccidere un familiare stretto e non essere, fin dall’ inizio, l’indiziato principale. Ammesso che il delitto fosse stato orchestrato proprio perfetto perfetto, sai che noia tenerti addosso il fiato della polizia. No, lui voleva, immaginava, un’ indagine lunghissima, cento piste, dieci sospettati ed un unico colpevole, lui. In pratica, come nei gialli che si rispettano, lui già si figurava almeno due ipotesi di scena finale.
Perciò decise di seguire sistematicamente la gente che attraversava quotidianamente il minuscolo palcoscenico della strada di sotto la sua finestra Che era posta in un vicolo semicieco d’un borgo di reminescenze medioevali, che si faceva passare dalla municipalità che decide, per borgo antico, volendogli affibbiare a forza una patina di nobiltà quantomeno architettonica, ma che, in realtà, era fatta di casupole miserande, spesso abbandonate o abitate da gente che nulla aveva e poteva per uscirne fuori ed andarsi a conficcare in qualche palazzina di edilizia popolare elargita perlopiù arbitrariamente dalle eminenze grigie comunali, attraverso, però, una regolare graduatoria di voto di scambio.
E tuttavia, quest’ambiente coatto, questa esiguità di numero di personaggi che frequentavano la zona, il fatto che un po’ l’un l’altro si conoscessero tutti, esaltava l’idea di Beniamino e del suo progetto. Era come riprodurre il modello di alcuni Gialli classici in cui la vittima e l’assassino dovessero essere circoscritti in un ambito spaziale non infimo, ma comunque ristretto, necessariamente ristretto; che so… un treno, come l’Oriente Express o una crociera, come in un vecchio giallo di un George Simenon giovane.
Beniamino la prima settimana di questa ricerca della vittima cominciò a seguire Cristina, la figlia di don Ruggiero, impiegato al Consorzio agrario, quindi col potere dell’iperalfabetizzazione rispetto al contesto, ora in pensione e, risaputamente, piccolo , moderato strozzino di quartiere. Cristina, forte del grado e qualifica del padre, forte anche d’una certa madre natura generosa in carne e curve al posto giusto che le facevano quadrare addosso come fossero oro anche i soli jeans e maglietta, come non poteva, Cristina, essere stato il primo pensiero di Beniamino, che, per di più, e non a margine del tutto, su di lei, sin dagli anni della prima adolescenza, aveva spesso esercitato il suo sesso virtuale.
Cristina era bella e quasi impossibile. Beniamino, , con le donne e negli anni, era diventato sempre più bruttino e sempre più irresoluto. Eppure c’era stato un tempo, quello delle scuole elementari, quello dei cori da voci bianche in parrocchia , in cui, nei poteri poi inespressi o traditi della natura, Beniamino, da proprio bambino, era stato quasi bello,. Ed era stato allora che in una situazione di scambio di merende, nel giardino della scuola, Cristina gli s’era avvicinata e gli aveva schioccato, a labbra bambine ma già belle piene, un bacio. Lui quel bacio inaspettato, invece di metabolizzarlo presto in qualcosa da volere e potere fare subito, se l’era come imbalsamato, per paura che morisse prima che lo si vedesse vivere, e l’aveva custodito in una teca preziosa della sua memoria. E su quel bacio aveva fantasticato sino all’impossibile tutto quello che si poteva fantasticare su Cristina e sulle donne in generale e a quell’età. E mentre Cristina cresceva di corpo e di voglie e si emancipava tanto da considerare Beniamino e quel loro bacio infantile l’ultimo dei suoi ricordi, Beniamino, s’era ammalato di lei sempre più nella misura in cui la vedeva allontanarsi dal suo sempre più ristretto mondo di desiderio e ipotetico potere su di lei.
Cristina era indubbiamente un’ottima vittima. Con un movente- perché un movente ci vuole sempre, anche nei più sconclusionati dei delitti – sconosciuto ai più, quindi difficile da individuare da parte degli inquirenti, ma assolutamente legittimo e moralmente valido per lui.
Per una settimana, diciamo una e mezza, ( ma forse qui la dimensione tempo è piuttosto aleatoria, potrebbe essere anche metà o più della sua vita) Beniamino la seguì dalla sua finestra. Annotò sul taccuino – simbolo di una sorta di professionalità che lo esaltava e gli dava anche sicurezza- l’ora delle sue uscite e dei suoi rientri, il tempo che percorreva dal passaggio sotto la sua finestra al portone di casa sua che distava appena trenta metri. Per non farsi scorgere ad allungare il collo quando imboccava una piccola curvatura del vicolo, aveva escogitato il sistema d’uno specchio che la teneva sotto tiro quando svoltava.
Avrebbe potuto fare di più, per esempio scendere in strada e seguire i suoi passi nel vicolo, incontrarla dal pizzicagnolo e dopo mesi o anni che non era capitato che si rivolgessero la parola, chiederle “ come stai” e avere poi quel pizzico nel cuore e quella balbuzie prima mentale e poi della lingua. No, questo non rientrava nei piani e nel modo di fare di un assassino perfetto. Piuttosto era probabile che una cosa del genere avrebbe mandato a puttane il tutto.
E invece, se proprio di puttane bisognava parlare, lui aveva annotato con livore crescente che ben tre diversi tipi l’avevano accompagnata fin sotto casa ad ora tarda. Con uno s’erano baciati solo due volte e sulla guancia, un poco a distanza di casa di lei e quindi quasi sotto la finestra sua, e poi lui l’aveva salutata quasi come fa un amico. Con un altro erano arrivati da sotto alla salita, fin sopra casa sua abbracciati stretti e scomposti e ridendo e zigzagando come ubriachi. Con il terzo, eh, il terzo, c’era voluto lo specchietto, perché quelli s’erano fermati proprio nella zona d’ombra del vicolo che svolta e dove il lampione c’è, ma manda luce indiretta e fioca. E con lo specchietto a guardare e non vedere, sembrare di vedere, immaginare, le mani che le alzano la gonna, lei che si piega all’indietro e così gli offre i seni e pare aprirgli le gambe. E lui pare annusare i seni col muso e farsi avanti col ventre a cercare in basso. E lo specchio che prima trema nella mano, poi cade, si fracassa sul selciato del vicolo.
Probabile, ma non certo, che, in una sceneggiatura perfettamente coerente, anche gli amanti del vicolo si siano apposati un momento a domandarsi cosa fosse stato quel rumore.
Di certo c’è che Beniamino tira giù la persiana della finestra, si stende sul letto e si masturba.
Beniamino il giorno dopo uscì di casa. Gli succedeva raramente di farlo. Ultimamente ancora di più.
Un po’ perché, in fondo, aspirava a quella forma di vita anestetizzata della sorella a cui tutti parevano dare tanta comprensione e rispetto, un po’ perché aveva scoperto che l’emozione che la lettura dei Gialli ti può dare, la vita vera non te la darà mai. Se vivi normalmente commetti una serie infinita di minuscoli delitti con cui tu e tutti gli altri imparano a convivere come si fa con il pulviscolo atmosferico. Solo se ne commetti di grandi diventi qualcuno. Ma se li devi commettere, però, devi essere il migliore di tutti.
E dunque Beniamino esce e si fa una passeggiata lunghissima in cerca di quella fantomatica vita vera “vita vera, vita vera, vita vera”, che, in parole difformi ma affini e con la stessa intensità e frequenza, la madre gli ripeteva fino all’ossesso, vedendolo poltrire e anemizzarsi in quel suo poltrore sognante e giallo. Ma che finivano, ‘ste parole, a straboccargli dalle orecchie, come fa l’imbuto quando la damigiana- cervello è d’altro piena.
Il padre no, lui niente diceva, mortificato a sorsi spessi e lunghi – e questo dal sempre del dopo della disgrazia di Lucia – dal bere.
Beniamino a sua volta invitò tutti i suoi sensi a raccolta per farsi una sfuriata di vita fuori della sua consuetudinaria domesticheria. Figurarsi che si prese l’ardire di guardare ragazze nuove , si concesse di prendere un caffè “lungo e molto zuccherato” – disse al cameriere, che gli rispose: “lungo glielo faccio, ma zuccherarlo, se lo zucchera lei; lì, la vede, c’è la zuccheriera.”
E dire che a lui bere caffè neppure piaceva. Ma era stato tutto per darsi un tono, per provare ad annormalizzarsi al contesto. Come un po’ pregare dove si prega e bestemmiare dove si bestemmia con le stesse chances di saper fare bene l’una o l’altra cosa o nessuna delle due .
Eppure, a ora tardina, verso le sei e mezzo di sera, Beniamino riprese la via del ritorno con una faccia che, a scrutarlo bene negli occhi, avresti detto di acchiappamosche felice di sé e di quanto di niente gli era successo. Dai suoi occhi pareva essere, se non sparita, quantomeno attenuata quella fissa dell’omicidio a tutti i costi. In fondo aveva visto gente qualunque e molta avere l’aria di sopportare la vita normalmente, a tratti quasi con leggerezza. Nessuno che avesse, almeno così palese come imponeva il suo progetto, tutta quella spiccata voglia di dare morte a qualcuno. E neppure, per la verità, nessuno che quella morte la volesse ricevere.
Se ne andava salendo per la sua salita che sappiamo, quando, di lontano, quasi in cima, scorse la figura di Cristina addossata con le spalle al muro e accovacciata per terra.
Il primo impulso fu di svicolare. Ma vicoli, come vie di fuga laterali, non ce n’erano. Pensò ad un dietrofront. In qualunque giorno diverso della sua vita, forse quel dietrofront l’avrebbe fatto. Ma quel giorno era uno di quelli, rarissimi per lui, in cui ti senti un vero acchiappamosche, dirò di più, un acchiappamosche quasi professionista. E dunque, col cuore in gola e col battito di questo che pareva volergli , a sferzate, scarnificargli le tempie, Beniamino procedette fino ad arrivarle a ridosso.
Lei era intenta a provare, senza riuscirci, a riassemblare il tacco che s’era staccato, alla scarpa.
E talora interrompeva per un poco questa operazione per massaggiarsi la caviglia.
Lui, che buona parte del coraggio lo aveva sperperato lungo la salita, una volta arrivato avrebbe voluto essere invisibile. E per brevi attimi addirittura credette che quell’ipotetico incantesimo scaturito dalla sua paura, reggesse.
- “Oh, ma che fai, che mi guardi così imbambolato?! Dai, dammi una mano a rialzarmi”
Quella mano Beniamino la porse, tremolante, sudaticcia, col capo chino e avvampato. Quando lei gliela prese con vigore per far leva nel rialzarsi, per una attimo questa quasi cedette.
- “E sorreggimi… che sei molliccio?” Beniamino s’irrigidì, quasi diventò una colata di cemento, mentre lei, con smorfiosa naturalezza, s’approfittava già della sua spalla.
Cristina cominciò a zampemettare come un uccellino ferito, usando tutti quei modi ancestrali nelle donne che, al momento opportuno, sanno farsi sentire deboli e indifese. Ma non era questo che annientava Beniamino. Era il passaggio improvviso ad una promiscuità troppo e per troppo tempo solo torbidamente sognata, un richiamo, non come un’ eco, ma troppo più rumoroso e imprevisto, a quel bacio di vent’anni prima, la sensazione molesta e fascinosa che stesse per succedere qualcosa di irreparabile. Il contatto con quella stessa carne di quell’episodio dell’infanzia, l’odore di quel corpo che pareva non fosse mutato negli anni; ecco, in fondo, l’idea che si potesse ricominciare tutto da lì, come se il tutto fosse stato un astruso appuntamento del destino.
Mentre camminavano lentamente con lei il braccio sulla spalla di lui e lui che, lievemente, ma sempre più convintamente, le cingeva la vita, Cristina, col capo piegato in avanti, prima sorrise, poi disse: “Ma tu sei Beniamino?” A Beniamino mancò la parola, ma face così forte “sì” con la testa
che a Cristina aumentò sulle labbra il sorriso. “Ma lo sai che alle elementari io mi ero proprio innamorata di te?” Questa volta Beniamino concentrò tutta la sua forza emozionata nella gola, e tirò fuori un “sì” gutturale e per di più impastato di saliva. E poi, con lo stesso tono di prima, ma più esplosivo: “Anch’io.” E, siccome non ne poteva più di tenerselo dentro, nell’abbrivio dei timidi, quando a pugni e rabbia finalmente spaccano quel loro involucro che si sono tessuti addosso e che non gli fanno dire le cose, arrivò, debole, ma distinto nel silenzio rivelatorio che s’era creato tra i due, un suo “ancora adesso”. Nel senso assurdo del “ti amo ancora”.
E poi successe quello che doveva succedere o che non doveva succedere.
Che, appena fuori di sé o appena un poco dentro di sé , Beniamino, sempre nell’ abbrivio di liberazione, tirò a sé con forza il viso e le labbra di Cristina e restituì con violenti e gratuiti interessi, quel bacio di vent’anni prima.
C’era un bel vedere. Chi fosse stato alla finestra di una di quelle casupole di quel vicolo cieco in quel momento, avrebbe potuto fare altre cose, in quel momento, piuttosto che guardare cosa succedeva in strada. Ma un vicolo cieco è fatto di finestre che sono occhi. E gli occhi di quel vicolo cieco hanno una gran voglia di vivere, malgrado la loro miseria, quella vita a libertà coatta e quelle emozioni da sottobosco.
Tal dei tali osservò la scena:
Cristina, che pure è avvezza a questi piccoli soprusi improvvisi di uomini, rimane solo un attimo interdetta, poi si dimena per spiccicarsi di dosso ogni contatto con Beniamino che ancora, ma quasi per inerzia esistenziale, prova a starle addosso.
“Che fai, come ti permetti! Lo scalcia col piede nudo e, con la mano che impugna la scarpa senza tacco, gli minaccia la testa.
Beniamino alla fine si ritira, s’accuccia mortificato, subisce, s’attonita. In pochi istanti capisce d’essere andato oltre.
Vorrebbe fuggire – e lo farà, lo farà dopo, subito dopo – ma intanto adesso guarda ancora Cristina che inveisce contro di lui. Vorrebbe prendersi ancora qualcuna di quelle staffilate che lei sta provando a dargli. Nella possibilità che lo guariscano definitivamente.
Allontanandosi correndo si fermò un attimo a guardare indietro. Cristina, zoppicando appena procedeva spedita verso casa sua. A lui, quel zoppicare di lei – indulgenza e turbolenza dell’amore – gli provocava dentro tenerezza e rabbia. Cercò con lo sguardo
in alto, come per istinto, la sua finestra e invece incrociò lo sguardo di tal dei tali.
Che si ritrasse subito dentro, come fanno sempre gli occhi indiscreti dei vicoli.
Gli ispettori di polizia, la prima volta che ti vengono a casa, un poco ti fanno sempre paura. Eppure, generalmente sono affabili, specie se poi sono d’origine meridionale. Sanno immedesimarsi nell’ambiente da subito. A volte, prima di indiziarti, chiedono di te tante cose, che tu sei pure contento di dirgli, perché il loro viso pare che si atteggi a capirti. Però, hanno sempre un occhio per le gentilezze, mentre un altro rimane assolutamente poliziotto. Complessivamente sono delle brave persone. Certo che quando alla fine, ti mettono le manette, un poco sono tutti uguali.
Beniamino ormai aveva rinunciato al progetto del delitto perfetto. Alla faccia dei gialli, la vita vera era un’altra cosa, e non c’erano moventi che tenevano più di altri.
Quando il commissario di polizia Vincenzo Aglietta, con la ritualità del caso, gli disse che lui era accusato dell’omicidio di Eduardo Gargiulo, lui fece solo” si “ con la testa. E mentre già lo traducevano, per quel suo modo di finire sempre il suo dire in ritardo, alla fine sussurro un “approvo”.
E si sentì scagionato, forse liberato da qualcosa d’ altro.
(grafica di p.l. )






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Il finale sorprende. E’ un buon racconto che ho letto volentieri perché affronta , pure in una realtà romanzata, la diversa crescita delle persone e il ricordo che si fissa ad una data età in coloro che , per cause varie, si fermano e rifiutano di accettare i mutamenti della vita. Sandra