“Ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è stata data in proposito.
Ma io non lo so,non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. “
Wislawa Szymbowska
Sfronda le molte parole che ti vengono in mente,
non farne d’una cento, ma di cento, una:
la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro;
non è facile cosa afferrare una perla speciale!
[Nezāmī in Khosrov-o-Shīrīn]
Eh, ironia con te la disperazione è filosofia! Ma senza di te, ahinoi, la poesia è pura (mera) melanconia. (Pietro Pancamo)
"Il poeta è prima di tutto cittadino" Antonio Fiori
"Io credo che una poesia al giorno tolga il conformismo di torno..." Narda Fattori
"Cos’è la poesia? non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu." (La tigre e la neve, R.Benigni)
io l’aspettavo, ti aspettavo
nell’urlo bianco dell’alba e dell’inverno,
un brusio fitto prima,
poi una litania che cresceva come una marea.
aspettavo nel sangue
che scivolava via dalle pareti del mio corpo
e macchiava le pareti del tempo.
aspettavo e aspetto.
ferma decisa con un’ansia terrigna
la bocca spalancata per comunione,
per lasciarti entrare anche attraverso i denti
la lingua il respiro
Nato a Vicenza nel 1907, Piovene morì nel 1974 a Londra, dove si trovava come inviato speciale. Nonostante la sua non lunga vita, pubblicò moltissimo: tra articoli sui giornali (fu corrispondente del “Corriere della Sera”, de “La Stampa”, de “Il Giornale Nuovo” fondato da Indro Montanelli), saggi e narrativa. Nel 1931 uscì la raccolta di racconti La vedova allegra. La seconda opera di Piovene uscì dieci anni dopo, nel 1941, Lettere di una novizia, considerato il suo capolavoro, di cui ci occuperemo (tradotto in film da Alberto Lattuada, nel 1960). Seguiranno La gazzetta nera, del 1943; Pietà contro pietà, del 1946; I falsi redentori, del 1949; Le furie, del 1963; Le stelle fredde, del 1970. Fu anche autore di libri di viaggio: De America (1953); Viaggio in Italia (1957); Madame la France (1967); La gente che perdé Gerusalemme (1968). Usciranno postumi: Verità e menzogna, 1975 (incompiuto); Idoli e ragione, 1975 (raccolta di saggi); Inverno d’un uomo felice, 1977; Romanzo americano, 1979; Spettacolo di mezzanotte, 1984.
E’ l’estate del 1868. Al Louvre è uno dei due giorni alla settimana in cui è permesso agli artisti di copiare le grandi opere esposte. Le signorine Edma e Berthe Morisot sono alle prese con la riproduzione di un dipinto di Rubens, mentre la madre, che le accompagna, legge. Da dieci anni Edma e Berthe si recano al museo per esercitarsi copiando le opere dei grandi artisti, precisamente da quando il loro maestro Joseph Guichard, ritenendole provviste di vero talento, le aveva affidate a Camille Corot perché progredissero negli studi pittorici. Essendo precluso alle donne l’ingresso all’Accademia di Belle Arti, alle due sorelle non resta che l’assidua frequentazione del Museo per ammaestrarsi nell’arte pittorica. Dieci anni di Louvre le hanno portate a conoscere artisti ed intellettuali, alcuni dei quali frequentano regolarmente il loro salotto. Fra questi vi è il pittore Henri Fantin-Latour. Ed è proprio lui che quel giorno del 1868 presenta alle Morisot Edouard Manet. Il pittore mostra ammirazione per le due giovani, ma resta colpito da Berthe: magra, pallida, capelli scuri e magnifiche mani, dalla giovane emana un fascino che lo turba. Ben presto le chiede di posare per un suo quadro.
C’era un che di brutale e di torpido e nello
stesso tempo di ascetico e religioso, qualche
cosa come fede e abnegazione, nel culto
fanatico di quel nulla, di quel frammento
melodico, di quella invenzione breve, puerile
e armonica, d’una battuta e mezza; c’era un
che di vizioso nella smodata insaziabilità con
cui quell’invenzione era assaporata e
sfruttata, e un che di cinico, di sconfortato,
qualche cosa come desiderio di voluttà e di
morte, nell’avidità con cui ne veniva estratta
l’ultima dolcezza sino all’esaurimento, sino
al tedio e alla nausea… finché, nello
sfinimento dopo tanta intemperanza, un
lungo e sommesso arpeggio in minore
incominciò a ruscellare e, salito di un tono,
a risolversi in maggiore e a smorire con
esitante malinconia.
Francesco M.T. Tarantino è nato e vive a Mormanno, in provincia di Cosenza. Studioso di filosofia e teologia è stato premiato in diversi concorsi letterari ed è stato inserito in alcune antologie. Con la casa editrice L’Autore Libri Firenze ha pubblicato “Cose mie”e “Disturbi del cuore” di cui si offre una scelta di testi.
La scrittura di Giovanni Nigro, articolata ed efficace, può essere ricondotta alla tradizione dei grandi narratori russi per la sua capacità di essere puro racconto. L’autore riesce a porsi come osservatore, non cerca lo stupore con tutti i mezzi, si avvale di due sole cose: fantasia e narrativa.
Si intuisce, da questo libro come da altre storie scritte da Nigro, il piacere per la scrittura, un piacere che porta a raccontare senza che l’io rifletta sulle pagine i propri conflitti ma piuttosto trovando nello spazio ideativo la gioia, l’oasi che consente di privarsi della quotidianità e in cui si è totalmente aperti alla libertà, al piacere dell’immaginativa. L’autore di Mani di fata ama raccontare e riesce a infondere anche nel lettore il piacere di essere partecipe di una storia. Entra nei personaggi che animano i suoi racconti, costruisce la psicologia frivola della Contessa Olga senza dare giudizi, senza incisi e voci esterne che ne indichino i tratti. L’amabile leggerezza della protagonista è presentata solo dai suoi gesti e dai suoi dialoghi, l’ossessione per la bellezza è resa mirabilmente dalle azioni, dai pensieri a senso unico.
L’occhio non giudica ma si diverte, prova piacere nel seguire le mosse di Olga, ne sorride benevolmente fino alla redenzione finale.
1.
la giacca della rupe l’ho messa
accanto alla culla. così si capirà
che non è nascita essere bambini
i ragazzini con le caviglie esangui
le lunghe nuche senza fidanza.
in palio non c’è niente se non vedetta
di vendetta guardarci dritti negli occhi.
un compagno di asilo è stato ammesso
a fischiettare con le rondini. questo il
buono che si staglia tutto fecondo e dotto.
una minaccia di pioggia fa da tara
all’abaco che non conta che sfila
il pallottoliere dentro il pozzo.
2.
in merito alla girandola furbetta
resta la nube imbrattata di sangue.
qui le sanguisughe sono condominiali
i panni stesi non nascondono amori.
i dondolii di cuori reciproci
gemellano i cipressi ben futuri
al prossimo adesso, adesso.
qui sfinito il mosto senza nettare
condanna la fuga fradicia di muschio.
devo restare per un diverbio netto
con le ciliegie spinose sotto la rena
e fingono languori le formiche
operaie. tu in gola al nome
mi chiami febbre tanto per
innamorarmi. ma è tardissimo
il movimento di ancorare i gabbiani.
Cosa pensi dell’editoria contemporanea che prevede, per la poesia, quasi sempre una richiesta di contributi da parte dell’autore o sotto forma di finanziamento diretto o sotto la formula di acquisto di copie? Credi che un autore tragga davvero giovamento da questo tipo di pubblicazione o sia una formula di marketing che specula sulle speranze di molti autori?
Penso che facciano un gran danno alla già instabile salute della poesia in Italia. Ingenerano false aspettative, stuzzicano il vanesio, inquinano i ruoli dell’autore e dell’editore. L’editore è un imprenditore che sta sul mercato e deve saperci stare con capitali propri. L’obolo dell’autore è davvero deprimente per entrambi. La poesia non vende, e allora? La uccidiamo con le varie mafie e i ricatti? Per ottenere una pubblicazione gratuita spesso l’autore è disposto rinunciare a tutto: contratto regolare, diritti, ecc. Rilke diceva che i poeti non sono trecento…
Un professore, cento lezioni un incontro con Radames
di Morena Fanti
Scrivere un romanzo sembra essere il sogno di molte persone. Chi si presenti affermando che sia possibile farlo in cento giorni [e relative lezioni], è destinato a suscitare grande curiosità e ad avere molto seguito. Ma i bei titoli, e i progetti interessanti, hanno bisogno di una solida struttura su cui reggersi. E le lezioni devono essere supportate da una materia ben conosciuta dalla persona che le scrive.
Comunque la sfida “scrivere un romanzo in 100 giorni” ha stuzzicato l’aspirante romanziere che dorme in ognuno di noi. Decidere di seguirla e assegnare a Radames, l’autore delle 100 lezioni e creatore del blog Sul Romanzo, l’appellativo di “Prof” è stata la logica conseguenza.
Ma Prof non ci si improvvisa. Insegnare è una professione – anche se svolta gratuitamente come in questo caso, il lavoro non cambia – molto difficile.
Dei tanti prof che abbiamo conosciuto nella nostra vita, non ne ricordiamo bene che qualcuno: i professori che ti restano dentro sono quelli dotati di passione per la materia che insegnano. E la passione è sempre più difficile da trovare.
“Questa storia l’ho ricostruita pezzetto per pezzetto dai racconti di diverse persone, sebbene, come accade di norma in simili casi, da ogni bocca uscisse in modo diverso.
Se conoscete Strakfield, nel Massachusetts, conoscete anche l’ufficio postalr. Se conoscete l’ufficio postale, avete certamente visto Ethan Frome arrivare con il suo calessino, abbandonare le redini sulla groppa concava del suo baio, e attraversare faticosamente la strada lastricata di mattoni per raggiungere il colonnato bianco della posta; e certamente vi siete informati sul suo conto.
Fu là che, parecchi anni fa, lo vidi per la prima volta; e quella vista mi fece fermare di colpo. Frome era ancora il personaggio più interessante di Strarkfield, sebbene non fosse ormai che un rudere di uomo.
Sono a migliaia, ma vivono come esseri invisibili, anonimi, in nero in tanti paesini del Mediterraneo, su tutte le sue coste, senza distinzione. Sono le donne di questo mare, mani consumate e schiene rotte dal lavoro, le rughe che solcano il viso, e i ricordi che riempiono le menti, come ultimo ed unico tesoro rimasto per allietare le lunghe giornate passate su seggiole fuori dai portoni delle case. (Silvia Gatto, Le madri del Mediterraneo)
Alla santa memoria
di mia madre
Eleuteria Ritsos
Le vecchie e il mare
(Vecchio porto di isola. Lì appresso il cantiere, alcuni caicchi, lo scheletro di qualche barca da pesca. Inizio d’autunno. Ieri per la prima volta è piovuto. Stasera il tempo si è rimeso al bello. E’ un tramonto greco – torce rosse dietro le nuvole. Un caicco, silenzioso e oscuro, si muove nel roseo fiume che il tramonto traccia sul mare. Una ragazzina porta un secchio d’acqua. S’è fermata un attimo sulla soglia della casa prima di entrarvi. L’acqua del secchio è rosea e dorata, come se avesse raccolto il sole sul mare. Ogni tanto lampeggiano le finestre sul lungomare.
Mi sembrava di stare sopra i vetri con le parole.
Per questo ho preferito tacere
masticando un chewingum
arrotolato in tasca contro la dimenticanza.
Inutile dire che dentro fosse guerra aperta
e che quel silenzio me lo ritrovavo in bocca
come qualcosa che non hai digerito bene
la sera prima
e che ti fa il cuore piccolo la mattina sugli occhi.
Vorrei essere poeta, mi dico
in certi giorni mavì che eludono il grigio,
raccontare le cose di sempre
con parole note
musica così, adiacente al verbo
fare poesie normali, d’amore, di guerra
di silenzio per sentire il tuono,
vibrazioni postume
di un big bang interiore,
intrecciare versi, sciogliere nodi,
come quel tale che ho conosciuto:
ne faceva canestri
per raccogliere ciò che va perduto.
[Quella che segue è la traduzione integrale di un’intervista al filosofo francese Alain de Benoist pubblicata sul numero di settembre-ottobre 2007 della rivista “Rébellion”.]
Rébellion: L’identità è al centro di un notevole saggio che Lei ha pubblicato recentemente [Nous et les autres, Krisis 2006]. Perché questo argomento si è fatto così scottante oggigiorno? Come si può concepire un nuovo modello comunitario che non sia un ritorno all’arcaismo? Alain de Benoist: Il vasto movimento della modernità è stato sorretto dall’ideologia dell’Identico, cioè dall’idea, espressa in diverse forme, che le differenze tra gli uomini siano solo contingenti e transitorie. Il risultato è stato la progressiva crescita di un fenomeno di indistinzione che si è tradotto in una forte erosione delle identità, sia individuali che collettive, fenomeno che oggi trova il suo culmine, dato che adesso si sente dire un po’ ovunque che “non ci sono più punti di riferimento”. Le rivendicazioni identitarie che vediamo fiorire attualmente, anch’esse un po’ ovunque, sono un’evidente reazione contro questa cancellazione dei punti di riferimento.
Da: Ossa 16 reperti
(in Settimo quaderno di poesia contemporanea, Marcos Y Marcos, Milano 2001)
Colonna vertebrale
reperto n° 9
In noi, s’impernia Galla Placidia, mosaico
di cellule staccate dall’arcobaleno
in noi, s’infuria Giovanna d’Arco, alla testa
di giuste, schierate ed apocalittiche, arse
vive per le stregonerie dei loro boia
in noi, il tempo ha succhiato il midollo del mondo
per farne il geniale pozzo di San Patrizio
in noi, ruota la scala della sapienza infinita, poggia
la colonna: serpente a sonagli affamata di popoli
antichi e moderni ingoiati come patatine ed hamburger
in noi, i ruderi di coda rizza, ci ammoniscono, sotto
rimembrano l’origine animale dell’umana natura
l’istinto quadrupede di sopravvivenza, di lotta
in noi, la posizione retta è coscienza, abbiamo ricorsi
di capobranco, di capostipite, di prevaricazione
di faraone che si mantella del sole, di graffi e amore
in noi, l’amore si alimenta nell’eterna follia, il pathos
l’elettricità che grida nel nostro vertebrato cavo
può illuminare città rase, far del cupo Las Vegas
in voi, domandatevi se per lui infilzereste il vostro cuore
come spiedino, per lei intingereste la lingua nel veleno
in voi, domandatevi se sareste disposti all’adulterio
pur sapendo che quel Malatesta già vi prende le misure
domandatevi se del vostro filmato siete attori autori!
ecco, ora posso sentirti superiore, sacro, or che scalzo fin le ossa
francescano, posso anche non manifestare la tua potenza
posso essere cibo e commensale dell’ultima cena
posso anche non essere di un sesso od esemplare
posso dare all’altro quel ch’è serbato a me
ecco, cosa è realtà cosa sogno
cosa è la spina dell’essere
che dolce s’incunea
nel non dire
“Ho voluto metterla alla fine questa dedica, perché tutto quello che precede, esattamente tutto, è stato possibile dalla generosità, dall’intelligenza, dalla pazienza e soprattutto dall’amore di Teresa.
Così una dedica si è trasformata nella logica conclusione di questo libro che, anche se poca cosa, è interamente suo.
Lei lo ha scritto lasciandomi scorrazzare per il mondo, lasciando che togliessi a lei, e a nostra figlia, tempo, dedizione, sostegno, e purtroppo anche amore.