Violenza contro le donne: tra romanzo e realtà. – di Marta Ajò


Non sfugge a queste regole la storia del libro “Un amore crudele”, edito da Baldini Castoldi Dalai.
Una storia con cui, Silvana Mazzocchi e Patrizia Pistagnesi, scrittrici entrambe, fotografano uno degli aspetti più inquietanti della realtà contemporanea: la strage delle innocenti e la funesta complicità tra vittima e carnefice.
Il tracciato di questo romanzo è, e forse non poteva che esserlo, tradizionale: un uomo, una donna, una famiglia, un amore.
E, vera protagonista, che sovrasta tutti gli altri personaggi : la violenza.
Il romanzo parte dall’incontro tra Marta e Carlo, due persone qualunque che s’incontrano e si avviano ad un futuro di coppia. Scatta l’innamoramento e la sua esaltazione,  il matrimonio, i figli…
Ma quando questa storia pare aver trovato il suo equilibrio scatta la scintilla che cambia il suo percorso e con essa il destino di tutti.
Carlo, da amante appassionato, marito attento e protettivo, diventa un assassino; sembra di leggere però, fra le righe, che questa violenza non sia frutto solo di un comportamento patologico ma come sottolinea la Pistagnesi “Lo sviluppo psicologico di Carlo, la sua personalità e la sua identità maschile, sono stato bloccati, negati, repressi. Al posto della sua verità potenziale, la società e la famiglia contemporanee gli offrono una maschera di ruolo, un’identità fittizia, un’immagine di sé basata sulle tre “s che oggi dominano la nostra cultura: soldi, successo, sesso. Come ogni identità posticcia, immaginaria, è fragile, inconsistente, destinata a sgretolarsi, ad andare in frantumi appena non venga confermata, appena messa in crisi, negata. A quel punto si tratta di vita o di morte anche per Carlo, l’aggressività e la violenza sono forme estreme di autodifesa. Il ruolo che Carlo è chiamato ad impersonare, nella cultura , nella società, nella relazione, è sottoposto a pressioni fortissime, a richieste e aspettative spietate. Se lui non corrisponde, non esiste, non c’è più. E’ un ruolo che presuppone un assoluto controllo, un assoluto potere sulle emozioni che vengono così costantemente represse, denegate. A quel punto, sono destinati a prendere il sopravvento gli impulsi, le pulsioni, l’istinto. Ed ecco la violenza, crescente ed inarrestabile”.
Marta appare una persona fragile; il suo amore per Carlo è alimentato dal desiderio di essere accudita, tanto da rinunciare ad una possibile affermazione professionale. Sembrerebbe felice del suo ruolo di moglie e madre e, attraverso esso, di avere realizzato ciò che più le era mancato nella famiglia di origine.
”Marta vive in un genere di conflitto che ha caratterizzato molte donne della nostra generazione e che oggi sembra risolto in senso regressivo-reazionario. Proprio la violenza di genere, fra l’altro, è il sintomo socioculturale della inadeguatezza e dell’irrealtà di una simile soluzione: i modelli arcaici – prostitute, cortigiane, “amazzoni’ e “penelopi’- che sottendono quelli proposti dalla televisione, dalla politica, dalla pubblicistica, ecc., sono destinati ad implodere prima o poi, travolti dalla loro stessa incongruenza. Marta, dunque, da un lato è proiettata verso la realizzazione della sua vitalità e creatività, sospinta da intelligenza e fiducia, sogni, speranze. Dall’altro è immersa nel dolore. Il dolore dell’abbandono, quello paterno certo, ma prima ancora quello di un desiderio materno fissato sul partner maschile, assorbito dalle vicissitudini amorose e coniugali, incapace di veicolare un’identità femminile autonoma, completa”.
Non è Marta a mettere in discussione il ménage quanto piuttosto la consapevolezza critica che la obbliga a vedere la violenza crescente esercitata contro di le dal marito in vari modi: psichica, economica e, alla fine, fisica.
Perché questa donna attende così tanto tempo prima di tentare una via di fuga? O cerchi di denunciare questa violenza? Marta non è una donna ignorante; perché diventa omertosa?
Purtroppo, alla fine della lettura, non si può che concludere che la violenza, malgrado ciò che si può pensare, è spesso, almeno all’inizio, un sottile veleno somministrato con così mitridatica abilità che non si riesce a respingere.

Il romanzo tocca i suoi momenti di maggior coinvolgimento, a mio parere, quando da voce alla donna morente e all’uomo che sta per ucciderla.
Sono gli ultimi pensieri di entrambi che mettono in discussione il consumarsi di questa violenza: perché in fondo appaiono entrambi due brave persone; che non vorrebbero quel finale, che non avrebbero voluto avere certi comportamenti. Si pentono ma accettano quel finale come inevitabile .
La ricerca finale di libertà, di realizzazione, di nuovi equilibri per lei; il desiderio di possesso, il ruolo di capo “famiglia’, il rispetto economico, il peso eccessivo delle responsabilità maritale, sono il risultato di una mentalità che esiste o non è piuttosto una rappresentazione esasperata?

E’ fin troppo facile rispondere che, purtroppo, la realtà da cui abbiamo preso spunto, è assai più esasperata della nostra rappresentazione. E’ quasi inutile ricordare i numeri e l’efferatezza del fenomeno. La riflessione, l’elaborazione letteraria, la scrittura, al contrario, decantano la violenza e l’estremismo delle situazioni, dei sentimenti, delle emozioni. Le “voci di Marta e Carlo, le loro riflessioni, il loro tormento interiore, ci sembra che parlino un linguaggio e raccontino di eventi, aneddoti, comuni a moltissime coppie. La scommessa era proprio analizzare, sviscerare, sezionare la normalità alla ricerca delle tracce, dei segni, delle possibili ragioni ultime di una fine da titolo di cronaca nera. Quella normalità si rivela allora come un dover essere, un sistema di simulacri, obsoleti, stantii, di cui tutti sono prigionieri e guardiani allo steso tempo. Per paura, per fragilità. Un insieme di valori, una mentalità, appunto, che avevamo immaginato sconfitti, dissolti, e che invece resistono, lavorano a livello profondo, individuale e collettivo. Ed è proprio il connubio catastrofico fra la contemporaneità amorale e i resti del moralismo del nostro passato prossimo che sembra generare gli odierni “mostri’.

Dols, 15 giugno 2009

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2 risposte a Violenza contro le donne: tra romanzo e realtà. – di Marta Ajò

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  2. mapia pina ciancio scrive:

    (l’aggressività e la violenza sono forme estreme di autodifesa)
    —–

    complimenti per l’analisi e grazie per la segnalazione Marta.

    storie come questa sono raccontate anche nello spettacolo teatrale che la Maraini sta portando in giro per l’Italia “Passi affrettati”, testimonianze tratte da storie vere di donne, ancora vittime e prigioniere della discriminazione storica e familiare /fisica e psicologica (a qualsiasi latitudine o sfera sociale ci troviamo)

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