“Ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è stata data in proposito.
Ma io non lo so,non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. “
Wislawa Szymbowska
Sfronda le molte parole che ti vengono in mente,
non farne d’una cento, ma di cento, una:
la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro;
non è facile cosa afferrare una perla speciale!
[Nezāmī in Khosrov-o-Shīrīn]
Eh, ironia con te la disperazione è filosofia! Ma senza di te, ahinoi, la poesia è pura (mera) melanconia. (Pietro Pancamo)
"Il poeta è prima di tutto cittadino" Antonio Fiori
"Io credo che una poesia al giorno tolga il conformismo di torno..." Narda Fattori
"Cos’è la poesia? non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu." (La tigre e la neve, R.Benigni)
Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e Martìdde. Questo e quell’altro, prefazione di Luigi Metropoli, nota critica di Francesco Marotta, Roma, Giulio Perrone Editore – Divisione LAB, collana “Uranò”, 2009.
Il sogno del dialetto.Prefazione di Luigi Metropoli
Il rischio che negli ultimi anni sta correndo la poesia dialettale è l’impossibilità della sua ricezione. Come ha eminentemente esposto e ammonito già alcuni anni fa Franco Brevini, i dialettali del nostro tempo rischiano di scrivere per un pubblico di specialisti che nemmeno parlano e intendono la loro lingua, mentre le comunità linguistiche, in seno alle quali nascono i loro versi, mai leggeranno le pagine dei propri concittadini. E’ una contraddizione trovare un lettore lombardo per un dialettale pugliese, sapendo che migliaia di potenziali lettori, con la facoltà di intendere anche le allusioni,
E’ domenica a Elabuga. Il cielo è azzurro appena striato da velature bianche – il fiato impaziente di settembre – dai campi e dal fiume arriva l’odore buono di quel tempo che di buono non ha nulla. Marina é rimasta sola in casa. Gli altri sono tutti via. Chi a pescare, chi a lavorare per una pagnotta.
Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (a cura di L. Magazzeni, F. Mornile, B. Porster e M. Robustelli, Le Voci della Luna, 2009; prefazione di L. Borghi, disegni di F. R. Pinzari), continua qui
Pauline s’è persa nell’Isola che non c’è, è una bambina dolce e coraggiosa, in qualche modo ha capito che anche lei non crescerà più. ‘Respirerò con un palloncino solo‘, dice al padre che gli ha spiegato come i polmoni siano una sorta di palloncini con cui emettiamo e immettiamo l’aria che respiriamo.
[Nietzsche, Crepuscolo degli idoli - sentenze e frecce, 26]
1. Quel che resta della poesia. Bataille
«Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile. Quante volte gli si è gettata in faccia l’antica insolenza degli uomini utili: “buffone”» (1) Nella diserzione della parola, Giorgio Manganelli preparava i suoi anatemi; sono cunicoli non asfaltabili quelli dove lo scrittore si muove e abita; spazi di non definibile estensione. Nel suo saggio del 1967, La letteratura come menzogna (2), Manganelli ripercorre i tratti familiari di quella che è stata la sua personale e avvocatesca rivoluzione della lingua. Immergendosi nel ventre infernale, la letteratura e la poesia, acquistano la valenza del negativo, inteso come il rovescio entro cui lo scrittore-poeta ripercorre strade di nessuna edulcorata e rassicurante utilità sociale. «La parola letteraria è infinitamente plausibile: la sua ambiguità la rende inconsumabile» (3)
Che cos’è che rende la parola letteraria inconsumabile? Ha significato una parola letteraria e poetica che si rende inconsumabile? Ma soprattutto: quale è il rilevo di questa specifica utilità o inutilità? Facciamo un passo indietro e tentiamo di tratteggiare il fondamentale contributo che Georges Bataille diede alla comprensione e alla critica della poesia e del poetico in relazione all’utile. Una posizione di cui tener conto in relazione alla costruzione di una storia dell’idea di utile e, al contempo, del fare poetico in età contemporanea.
Non sfugge a queste regole la storia del libro “Un amore crudele”, edito da Baldini Castoldi Dalai.
Una storia con cui, Silvana Mazzocchi e Patrizia Pistagnesi, scrittrici entrambe, fotografano uno degli aspetti più inquietanti della realtà contemporanea: la strage delle innocenti e la funesta complicità tra vittima e carnefice.
Il tracciato di questo romanzo è, e forse non poteva che esserlo, tradizionale: un uomo, una donna, una famiglia, un amore.
E, vera protagonista, che sovrasta tutti gli altri personaggi : la violenza.
per pochi.
La Parola è la rivoluzione,
che ha fatto dell’uomo l’essere per eccellenza.
La Parola è pensiero, dignità, nobiltà.
La Parola è il luogo d’appartenenza dell’anima.
Tradimentoè la manipolazione di un dono così prezioso. Vergogna è l’uso sconsiderato e superficiale della propria natura.
La Parola non è un’arma.
Un’ arma ti si rivolta contro
…Attenti Traditori dell’Uomo…
La Parola è un soffio di anima…
qualcosa che forse è per Tutti e per Nessuno.
La poesia è sempre una provocazione. Lo è fin dal suo modo di porsi, che è fortemente spiazzante: i suoi ritmi, le sue trame interne, la sua sintassi, cioè quelli che sono i diversi piani di costruzione del senso, inducono il lettore a perdere momentaneamente l’aggancio con la comunicazione ordinaria. Potremmo dire che ciò che in prima istanza provoca il testo poetico è una sorta di naufragio della percezione. Ma anche la sua dinamica semantica, che è per definizione opaca (la non-trasparenza della poesia), si configura sempre nei termini di una richiesta interpretativa avanzata al lettore, chiamandolo a partecipare in prima persona alla costruzione della sua significatività. Nel caso di Mario Pischedda, la provocazione comincia addirittura dalla definizione coniata per le sue proposte poetiche: spam poetry, ovvero composizioni non sollecitate dal lettore.
I capelli e le stagioni è un piccolo libro (10×10 cm) pubblicato dalla società editrice ARPANet, in collaborazione con l’azienda Minerals e la compagnia aerea El Al, nell’ambito dell’iniziativa editoriale La bellezza nelle parole.
Gli autori selezionati per la pubblicazione hanno avuto l’occasione di prendere parte a un soggiorno creativo in Israele finalizzato alla raccolta di impressioni che poi saranno edite dalla stessa casa editrice milanese.
Note in fra le rame de novènbar.
De nui grandóni polsadi de stornei
ta’l negro fis gatïun dei zipressi.
Ta sto blu fondo ’l me oc’ al se sfanta,
de sto blu fondo xe fata l’ànema
che senpre de manco mea de ti,
de duti la xe; e quel che al iera
brùsia pa’l ziél ancói al se fa midàl
de ’n’antro biau, un biau se se pol
’ncora più fondo. L’antro ziél del mondo.
[L’altro cielo del mondo Notte tra i rami di novembre. / Di immense nubi quietate di storni / nel nero fitto intrico dei cipressi. / In questo blu profondo il mio occhio si perde, / di questo blu profondo è fatta l’anima // che sempre di meno mia di te, / di tutti diventa; e ciò che era / confine per il cielo oggi si fa soglia / di un altro azzurro, un azzurro / ancora più profondo. L’altro cielo del mondo.]
Nato nel 1968 a Pieris (GO). Ha iniziato privatamente gli studi artistici nel 1981. Si è diplomato in pittura nel 1992 all’Accademia di Belle Arti di Venezia specializzandosi in incisione sotto la guida del maestro Franco Dugo.
La bassa riva frastagliata d’insenature,/ tutte le vele fuggite in alto mare;/ asciugavo la mia treccia salina/ su un liscio scoglio lontano dalla terra. I pesci verdi si avvicinavano/ veniva il bianco gabbiano, ero insolente, prepotente e gaia/ e non sapevo d’essere felice. ( A. Achmàtova)
Entra: ecco la camera confusa e provvisoria/ dov’ero solo e dove aspettandoti vivevo,/ e la mia tristezza con la sua lampada e gli armadi,/ ed ecco il ritratto di mia madre a vent’anni.
Inizia così, con l’invito ad entrare nella propria camera e quindi nella propria vita, essendone la camera il luogo-simbolo, la storia d’amore in poesia che Paul Géraldy ha intitolato TOI ET MOI. Storia di due cuori che s’incontrano, si amano, si annoiano, si dividono e infine si ricongiungono, a perpetuazione di un’abitudine d’amore ormai tanto radicata da non poter essere divelta. Storia comune che la parola poetica riveste di fascino e fa assurgere a fatto unico. TOI ET MOI esce in Francia nel 1913, il suo autore è un giovane poeta che il tempo ha collocato nel limbo degli autori minori fino a consegnarlo all’oblio. Invero la sua è una poesia che non suscita clamori, non presenta particolari innovazioni rispetto al tempo coevo e non si ascrive nel registro di movimenti o stili che hanno avuto peso nell’evoluzione della letteratura moderna. Eppure possiede una sua grazia di gusto liberty e rappresenta uno dei primi indizi di quella forma poetica di sapore realista che in seguito sarebbe esplosa con altri poeti di maggior fortuna, quale ad esempio Jacques Prévert. Paul Géraldy, al secolo Paul Le Fèvre, nato nel 1885 e morto nel 1983, è oggi un poeta sconosciuto ai più e la sua opera non ha certo inciso il corso della storia letteraria, tuttavia questo suo libro, che peraltro fu fra le sue opere quella più conosciuta, è un esempio di quella letteratura che agli inizi del secolo riuscì a coinvolgere un numeroso pubblico di lettori. Se proprio vogliamo fare dei collegamenti possiamo fare riferimento a quella letteratura definita rosa che nel primo dopoguerra sostituì il sensualismo dannunziano con un romanticismo di carattere borghese.
26 agosto 2009 a Viareggio, ore 21.30 – Omaggio a Leonida Repaci. – Una mostra e un convegno con gli interventi di Enzo Romeo e Ottavio Rossani
Geografia dell’anima. La Calabria di Leonida Rèpaci è la mostra costituita da 60 pannelli di grande formato e dedicata al grande scrittore calabrese e fondatore del OPremio Viareggio, che è stata inaugurata il 21 agosto nei locali di Villa Paolina a Viareggio (Lucca), e che si chiuderà il 30 agosto prossimo.
Elisabetta Bucciarelli
Io ti perdono
Kowalski – Coloradonoir
Pagine 256
Prezzo 14,00 euro
A Faletti che diceva: Io uccido, risponde Elisabetta Bucciarelli con: Io ti perdono. (Però presentemente Faletti afferma: “Io sono Dio”).
E’ tornata nelle librerie Elisabetta Bucciarelli con Io ti perdono, ed è tornata Maria Dolores Vergani ad indagare. Un ritorno alla grande. La casa editrice che ha pubblicato il romanzo è la Kowalski – Coloradonoir che nasce nel 2004 con l’intento di pubblicare romanzi dai quali realizzare prodotti cinematografici.
Cola il salice ha nelle vene l’oro, non piange ma biondissimo assale la vista tutta
il mio viso acceso accade: sparge la luce è un giglio la vecchia fede mai diversa
invita
un corpo attende di veder germogliare la prima radice.
Porta il salice ninnananna corre sul vento, dentro ho nascosto ancora un attimo di carne si sbilancia nelle lingue che conosce racconta il mio amore è un campo d’orzo mai abbattuto dalle ciglia. Lunga notte. Attentarono allo svenimento punti in terra da non risveglio per il prossimo morso disobbedivo l’istinto alla resistenza mentre cieche sotto pelle le vie che posso prendere hanno fughe in aria, culle per le bouganvillee.
Luce sagomata su Maite che sta sul proscenio, in piedi.
MAITE: Non devo disperarmi…non devo, non voglio. Devo tranquillizzarmi e pensare, <cambiare atteggiamento>. Essere positiva…Po-si-ti-va.
(Pausa. Va verso una libreria che sta in penombra su un lato del palcoscenico. Prende il dizionario, si dirige verso la luce e lo apre. E’ un dizionario latino-spagnolo)
Solo il dizionario mi capisce e mi rincuora. Ho un rapporto fraterno col dizionario, lo ascolto sempre.
(Legge) .<Lavoro, fatica, travaglio>…vuol dire soffrire, sforzarsi . La sua etimologia è inappellabile: <Lavoro, Lavorare, Travagliare, proviene dal latino volgare, Tripaliare, che significa torturare e deriva dalla parola Tripalio…una specie di gogna o strumento di tortura, fatto con tre pali. Tri-palium. Tri-paliare>
Tripaliare
Dopo “Trilogia della Somalia musulmana“, esce un nuovo romanzo della scrittrice sarda Lina Unali, dal titolo “Viaggio a Istanbul“.
Il fine principale che l’io narrante si pone, attraverso un triplice viaggio dall’isola di Sardegna alle terre dell’Anatolia, ora Turchia, si fonda sull’idea che ogni esperienza culturale possa essere comunicata artisticamente tramite la parola scritta, la sua potenziale musicalità, snellezza, incanto. Le scoperte che la narratrice fa in terre mai da lei avvicinate prima non vengono presentate con la rigidezza propria dello scrivere accademico, ma sono alleggerite dei loro pesi, zavorrate, si direbbe, al fine di produrre un testo artistico leggero e affascinante. Il tutto è legato da quella che è stata efficacemente chiamata trama dorata e che potrebbe essere anche definito filo di seta che tiene unito ogni elemento della narrazione pur mantenendolo separato.