“Ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è stata data in proposito.
Ma io non lo so,non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. “
Wislawa Szymbowska
Sfronda le molte parole che ti vengono in mente,
non farne d’una cento, ma di cento, una:
la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro;
non è facile cosa afferrare una perla speciale!
[Nezāmī in Khosrov-o-Shīrīn]
Eh, ironia con te la disperazione è filosofia! Ma senza di te, ahinoi, la poesia è pura (mera) melanconia. (Pietro Pancamo)
"Il poeta è prima di tutto cittadino" Antonio Fiori
"Io credo che una poesia al giorno tolga il conformismo di torno..." Narda Fattori
"Cos’è la poesia? non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu." (La tigre e la neve, R.Benigni)
”Gioia piccola” di Lucetta Frisa da “Ritorno alla spiaggia” 2009 – Poesie 2001-2007 – La vita felice
Imparare l’arte del ricamo, dell’uncinetto, il filo entra e esce, la mano ferma, il lavoro cresce ad ogni giro, ci vuole pazienza, studio, concentrazione, si devono rispettare certe regole, seguire uno schema che qualcuno prima di noi ha disegnato, un gioco di fiori, di quadri, di cuori, ma no, non è un gioco, è un lavoro. Imparare l’arte della vita, e non è facile vivere. C’è una madre e c’è una figlia. La madre sa la strada e il percorso, la madre sa che prima si è piccoli e poi si diventa grandi, sa che occorre partire dal piccolo per raggiungere il grande. La madre sa la gioia piccola e la insegna alla figlia, perchè per arrivare alla grande gioia bisogna partire da lì. “Tu guarda il mare le nuvole/non pensare ad altro non pensare/a nulla, senti il tuo corposentilo in pace:/tutto questo è/gioia piccola.” Le formiche sono piccole e conoscono la strada che dalla casa giunge al porto (grande) da cui si parte per paesi lontani.
Due sono i percorsi offerti da Alessandro Matta in“ Storie e scorci di vita …” di Alessandro Matta dal 4 luglio al 2 agosto presso: il primo riunisce i disegni creati da Matta per il brano di Povia “ Luca era gay”, il secondo una serie di lavori a olio che hanno per tema la donna.
Cinquant’anni fa, a Roma, Federico Fellini girava La dolce vita. Superfluo ricordare che il film è entrato nella storiografia cinematografica e che ha segnato una tappa fondamentale nel percorso del cinema moderno, ma vale la pena rievocare il tempo della sua nascita e celebrare questo compleanno tornando con la memoria al periodo in cui il cinema italiano visse una svolta epocale. Il primo ciak fu battuto il 16 marzo del 1959, la prima avvenne a Milano, il 5 febbraio del 1960, al cinema Capitol. Non fu un successo. Il pubblico degli invitati all’evento accolse la proiezione con fischi, urla e proteste, qualcuno gridò allo scandalo; Marcello Mastroianni, protagonista principale, venne apostrofato all’uscita con gli epiteti di “vigliacco, vagabondo, comunista” e Fellini si prese pure uno sputo. Ma ben presto il film ottenne, con sorpresa di altri registi e dei cineasti in genere, un successo strepitoso, fino a raggiungere il primato degli incassi in Europa.
non ci siamo più a graffiare
pareti di grotta, a macinare il segno
tra la scrittura e il sottotetto
potremmo rileggerci negli incarnati
di angeli in doppiopetto
appesi a trompe-l’œil curiosi
sulla camera degli sposi
o nei piedi dello scurtus
pagàno, messo a guardiano
di una venere di gesso
nel frattempo gli alberi
pregano croci di cenere
combinate in fretta
sulle soglie di casa
ché il cielo non allatti veleno
al seno di madre infruttuosa
cast: Giovanna Di Rauso, Anna Foglietta, Nino Frassica, Mehmet Gunsur, Ignazio Oliva, Alisa Bystrova, Yoon C. Joyce, Guja Jelo, Turi Catanzaro, Elvio La Pira
Veronica, madre single, rimane coinvolta in un incidente d’auto con una vettura che sopraggiunge dalla corsia opposta. Scampata miracolosamente allo scontro, scappa quando si accorge che l’altra auto finisce in mare. Quando decide di costituirsi è troppo tardi, ma la polizia, che sta indagando sull’accaduto, si mette sulle sue tracce cercando di identificarla. Come non bastasse, l’incidente porta alla luce un traffico di organi clandestino: una vicenda che getta Veronica nel panico, non potendo confidarsi con nessuno se non con l’amica fidata Sara.
Note sul racconto di Sergio Sozi Ginnastica d’ epoca fredda
Ho già letto numerosi racconti di Sergio Sozi. La sua scrittura è sempre caratterizzata da una forte tensione etica ed esalta una ricerca linguistica che rinnova con grande eleganza la tradizione classica della letteratura italiana. Le pagine di Sozi sono spesso finemente venate da sfumature di realismo magico evocatrici d’un suo grande amore di carta: Massimo Bontempelli. Una ironia malinconica, che raramente diviene sarcasmo, e l’abile impasto linguistico forgiato nella scuola gaddiana rendono la scrittura di Sozi di grande interesse – del tutto lontana da certe mode iperrealistiche, minimalistiche, o addirittura di inconsapevole sciatteria.
Mi sono accostato al racconto Ginnastica d’epoca fredda (un titolo molto bello, elegantissimo) pregustando dunque un nuovo piacere letterario. E così è stato.
Per non disperdere il senso profondo di questa poesia – così accorta, lucida e variegata – è davvero indispensabile tirarne le fila, scegliere i testi, offrirne una lettura. Lo fa per primo Giovanni Nuscis, che in prefazione sottolinea opportunamente l’anelito alla bellezza, l’ “originalità iconica”, l’intertestualità, il “pensiero vigile sul mondo” di Pasquale Vitagliano. Dunque una poesia che si rivela densa, ricca d’echi e di rimandi.
L’autore ha certamente evitato gli errori di molte raccolte d’esordio; a questa attenzione sono da attribuire l’originale articolazione delle sezioni, l’alternarsi di addensamenti e asciugature d’aggettivi, la convivenza di ironia e malinconia. Pasquale Vitagliano affronta l’autoanalisi ma si misura anche con la tradizione, racconta di sè ma arriva ad una soggettività collettiva. Potremmo dire che la sua poesia si muove nel liquido amniotico della vita e dei ricordi ma fa il possibile per non restare invischiata nelle sue apparenze, nei fraintendimenti. Alla fine il verso trova la sua cifra e la sua autonomia nella continuità del movimento, quasi il poeta sappia che la verità – o un suo barlume – possa manifestarsi soltanto nel pellegrinaggio artistico, nel mutare quotidiano di vita
Dal 3 luglio fino a settembre nella vecchia miniera di Serbariu, a Carbonia, si terrà la mostra ‘Le metamorfosi dello sguardo’, che ha come tema l’Arte Internazionale del secolo scorso, nel suo flusso di linguaggi, ed assume anche un carattere didattico, in quanto le opere oggetto dell’esposizione rappresentano una testimonianza della ricerca artistica del XX secolo, che risente del clima di mutamenti sociali, scientifici e filosofici.
Quattro scansioni cronologiche (1956, 1966, 1988, 1998) e un epilogo, questo l’impianto che sorregge Le due ragazze con gli occhi verdi, l’ultimo romanzo di Giorgio Montefoschi (classe ’46). Circa l’ambientazione, poi, la Capitale è quella che fa da sfondo a quasi tutti i libri dello scrittore romano: vero e proprio state o’ mind prima ancora che una sorta di città dentro la città. E così la scrittura, che riflette una storia d’amore lunga quasi mezzo secolo, è quella cui sono abituati i lettori di Montefoschi: un’arte elaborata e personale che nasconde la sua verità nel ritmo e nella perfetta coerenza tra sintassi e lessico.
scendono a bere con colei che miete
il miele duro d’alveare nella tazza
albale da oscuro sole
scendono e vanno per ere di dolore
in pianto e canto così che vita
sia sorella a morte unita
I soliti intellettuali politicamente corretti si inventano i poeti laureati da esibire nei salotti. Sempre gli stessi nomi utili a incentivare una baronale egemonia culturale. Questo è il male diffuso che compromette lo stato della poesia contemporanea e il suo ruolo culturale e sociale.
Questa situazione è soprattutto incoraggiata anche dalle complicità conniventi e di scuderia del mercato editoriale con alcuni grossi nomi della poesia contemporanea, i soli che riescono a vivere di quello che scrivono.
Il nostro verde sussurro
Si stende sopra al tuo giovane corpo che cade a terra
Ma la nostra risonanza aumenterà
E si moltiplicherà di numero giorno dopo giorno
Attendi Neda
Presto dal profondo di tutto questo buio, di questa cupa nebbia
Sorgerà di nuovo il sole
Per scaldare il tuo corpo freddo
C’è una certa ora – come un peso buttato:
quando domineremo in noi l’arroganza.
L’ora dell’apprendistato, in ogni vita
è solennemente ineluttabile.
Un’ora alta, quando deposta l’arma
ai piedi di chi il Dito ci ha indicato,
noi sulla sabbia marina scambiamo
la porpora del Guerriero col pelo di cammello.
Visitando esposizioni ed iniziative collaterali rispetto alla Biennale d’Arte di Venezia, in questo periodo ho potuto vedere mostre fra loro molto differenziate, ma certamente nessun luogo da me finora visto è paragonabile alla Punta della Dogana: qui ho potuto cogliere un confluire di opposti (antico-nuovo, storico-futuribile, piacevole-spiacevole, intellettualistico-viscerale, colore-non colore, bellezza essenziale e brulicare di forme, seriosità plumbea e godimento gioioso) , sia negli ambienti che nelle opere ospitate.
E ora beccatevi una vignetta dal sapore “vagamente misogino” (anche per sfatare questo fatto che io pubblichi SOLO vignette ruffiane e femministe in siti gestiti al 90% da donne… come qualcuno ha insinuato via email).