CINQUANT’ANNI DI “DOLCE VITA”

2009 Luglio 11

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Cinquant’anni fa, a Roma, Federico Fellini girava La dolce vita. Superfluo ricordare che il film è entrato nella storiografia cinematografica e che ha segnato una tappa fondamentale nel percorso del cinema moderno, ma vale la pena rievocare il tempo della sua nascita e celebrare questo compleanno tornando con la memoria al periodo in cui il cinema italiano visse una svolta epocale. Il primo ciak fu battuto il 16 marzo del 1959, la prima avvenne a Milano, il 5 febbraio del 1960, al cinema Capitol. Non fu un successo. Il pubblico degli invitati all’evento accolse la proiezione con fischi, urla e proteste, qualcuno gridò allo scandalo; Marcello Mastroianni, protagonista principale, venne apostrofato all’uscita con gli epiteti di “vigliacco, vagabondo, comunista” e Fellini si prese pure uno sputo. Ma ben presto il film ottenne, con sorpresa di altri registi e dei cineasti in genere, un successo strepitoso, fino a raggiungere il primato degli incassi in Europa.

Nonostante l’Osservatore Romano, quotidiano del Vaticano, lo avesse attaccato con critiche furibonde e in Olanda fosse stata censurata la sequenza dell’orgia e quella della seduta spiritica dei nobili, e malgrado il veto imposto dal regime franchista sulla distribuzione in Spagna, La dolce vita trionfò nel mondo e conseguì premi e riconoscimenti nei vari festival cinematografici, fino a quattro nomination all’Oscar e all’assegnazione di un Oscar per i costumi. Nella filmografia felliniana il film viene considerato una specie di spartiacque fra i primi lungometraggi di matrice neorealista del regista riminese, quali I vitelloni, La strada, Le notti di Cabiria, e i suoi successivi film d’arte. Le riprese de La dolce vita, specie le sequenze girate a Fontana di Trevi, vennero seguite da una folla di spettatori curiosi che restavano fino a tarda ora immobili a guardare il set e gli attori: Anita Ekberg che si immergeva nella fontana chiamando: “Marcello…Marcello…come here”, con l’accento della diva in gita turistica; Marcello Mastroianni che prima di tuffarsi nell’acqua per raggiungere Anitona indossava una muta sotto gli abiti di scena per proteggersi dal freddo.

Il film racconta per tappe la vita di un giornalista, Marcello Rubini, in cerca di notizie mondane nella cafèsociety di Roma che sotto le apparenze di allegria e sregolatezza nasconde un drammatico vuoto esistenziale. Durante le ore passate in cerca di pettegolezzi Marcello ha modo di incontrare donne eleganti, ballerine, prostitute, attrici, scrittori, ma di vivere anche l’esperienza del tentato suicidio della sua amante. Il film parla un linguaggio privo di moralismi, simbolico e liberatorio, figurativo e allusivo, e per questo risulta per il tempo coevo quasi rivoluzionario. Raccontando per episodi concatenati una realtà che si avviava a sradicare le concezioni convenzionaliste della borghesia, il film dava una scossa al perbenismo sensibile a quello che allora veniva definito “il comune senso del pudore”. Ricordiamo che nel 1953 il caso di Wilma Montesi, una ragazza romana trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica, coinvolse sia alcuni personaggi della Roma bene sia la categoria dei giornalisti, assumendo la connotazione di primo caso a grande impatto mediatico. Le indagini giudiziarie e le ipotesi argomentate dalla stampa scoperchiarono un vaso di Pandora dal quale emersero orge e droga e nel quale finirono noti rappresentanti dell’aristocrazia e della politica, fino a generare delle vere crisi nei partiti. La scrittrice americana Karen Pinkus nel suo libro The Montesi Scandal traccia una linea di paragone fra il caso della giovane Wilma e il film felliniano, stabilendo delle analogie tra la fiction e la realtà, l’immaginario e la vita reale. Pinkus nel suo testo racconta il clima culturale e politico che sullo schermo è stato rappresentato da Fellini attraverso i suoi personaggi: paparazzi in cerca di scoop, dive assetate di pubblicità, drammi privati, festini, compromessi, imposture. Fino ad assimilare al caso Montesi una delle ultime scene del film, sostenendo che la creatura marina arenata sulla spiaggia, che si presenta agli occhi dei protagonisti, è il simbolo della ragazza trovata morta a Torvaianica, protagonista di quello che viene considerato il primo caso di cronaca nera trattato a livello nazionale secondo i moduli della narrazione massmediatica. E’ passato mezzo secolo e siamo entrati in un nuovo millennio, della “dolce vita” restano un maglione a collo alto e i paparazzi, entrati nei dizionari della lingua italiana; nei caffè di via Veneto non siedono più poeti ed intellettuali e via Margutta non è più la strada degli artisti. Sopravvive l’immagine di Marcello e Anita immersi nell’acqua di Fontana di Trevi non ancora assediata da torme voraci di turisti.

5 Risposte leave one →
  1. 2009 Luglio 11

    Complimenti! Ho scoperto il vostro blog e sono fortunato, soprattutto di aver trovato un articolo su uno dei film più rappresentativi dell’italianità…

  2. 2009 Luglio 11

    una pietra miliare nella storia del cinema della fine degli anni 50 ! vero, tutto vero: il maglione alla dolce vita, il titolo stesso, assunto a significare una vita leggera, prevalentemente notturna e , almeno apparentemente, piena di donne (o di uomini), di alcool, di auto lussuose, e, sempre apparentemente, felice. Il mago Fellini non ha mai sbagliato un film; nemmeno quando pubblico e critica, prima di capirne la grandezza, l’hanno osteggiato.

  3. 2009 Luglio 12

    già c’ero allora, e grandicello…
    non era un tempo migliore.
    si stava costruendo l’oggi.

    ‘notte
    mario

  4. 2009 Luglio 12
    sandrapalombo permalink

    Uno spartiacque tra i film di Fellini, molto vero.
    Sandra

  5. 2009 Luglio 13
    m.gisella catuogno permalink

    Indimenticabile la scena della fontana…sembrano passati anni luce
    Gisella

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