L’Io diviso da un confine – di Subhaga Gaetano Failla

2009 Luglio 9

copertina ginnastica d'epoca freddaNote sul racconto di Sergio Sozi Ginnastica d’ epoca fredda

 

 

Ho già letto numerosi racconti di Sergio Sozi. La sua scrittura è sempre caratterizzata da una forte tensione etica ed esalta una ricerca linguistica che rinnova con grande eleganza la tradizione classica della letteratura italiana. Le pagine di Sozi sono spesso finemente venate da sfumature di realismo magico evocatrici d’un suo grande amore di carta: Massimo Bontempelli. Una ironia malinconica, che raramente diviene sarcasmo, e l’abile impasto linguistico forgiato nella scuola gaddiana rendono la scrittura di Sozi di grande interesse – del tutto lontana da certe mode iperrealistiche, minimalistiche, o addirittura di inconsapevole sciatteria.
Mi sono accostato al racconto Ginnastica d’epoca fredda (un titolo molto bello, elegantissimo) pregustando dunque un nuovo piacere letterario. E così è stato.
In questo racconto Sozi ci accompagna sulle tracce d’un fuggitivo, Poliorcete Visentini (il nome, ci ricorda l’autore nella sua Nota, significa in greco antico “assaltatore di città”). Troviamo, nelle prime righe, Poliorcete nascosto nei pressi d’un cimitero, avvolto in un plaid, “fra un cipresso storpio ed un muretto a secco”. Siamo nel 1952, nei territori dei confini oscillanti della penisola istriana. Il protagonista è stato spinto a quella fuga da un gioco crudele, in cerca d’una sua terra, d’una sua identità non perseguitata. “Se ce l’avesse fatta, avrebbe potuto scegliere se restare in Italia o tornare in Croazia… in entrambi i casi il Partito avrebbe dato un definitivo colpo di spugna al suo passato di partigiano-mosca bianca antititino, nonché figlio di proprietari di nazionalità italiana.”
Ginnastica d’epoca fredda affronta i nodi storici delle vicende iugoslave, del regime fascista italiano e di quello comunista di Tito, e del prolungato dopoguerra relativo ai confini della multietnica penisola d’Istria. Soltanto recentemente la storiografia ufficiale ha cercato di portare un po’ di luce in quelle ampie zone di penombra o del tutto oscure. Scrive ancora Sozi nella sua Nota: “Cattolici, repubblicani mazziniani, socialdemocratici e liberali, monarchici antifascisti, sia slavi che italiani, finirono nelle foibe, lo si sa. Tutti insieme scomodi.” Tuttavia la riflessione di Ginnastica d’epoca fredda non si limita a quel territorio e a quegli anni, ma, attraverso l’esemplarità delle vicende storiche, vuol giungere fino a noi, fino ai nostri giorni, con le parole d’un personaggio minore del racconto, un militare:
“Noi stiamo trasformando i popoli in masse. Accumuli. Anonimità facenti strato e spessore, ma producenti risonanza e dotati di un potere che nemmeno loro meriterebbero. E voi siete un anelletto di questo processo chimico.”
Anche in questo racconto ho potuto assaporare il gusto prelibato d’una narrazione alta, che sembra scaturire da un racconto orale, similmente alla scrittura d’uno dei maestri di Sozi: Giovanni Boccaccio. E la fuga del protagonista, prima del disvelamento finale, evoca, nella sua struttura narrativa classica, il Tönle di Rigoni Stern, nelle vesti questa volta d’un ex partigiano di provenienza borghese.
Ma c’è una ulteriore lettura del racconto, che mi sta particolarmente a cuore, strumento di individuazione d’un’altra universalità di significato. In Ginnastica d’epoca fredda si parla di assurdi esuli, un’assurdità sancita dalle assurdità cosiddette storiche: un italiano si deve spostare dall’Italia, un po’ più in là, per potersi ancora definire italiano. Deve cioè inseguire le fluttuazioni d’un invisibile confine – visibile solo nelle menti confinate di qualcuno dei potenti di turno. L’uomo, l’esule, in tal modo porta con sé l’ombra d’un confine, d’un margine. Diviene un uomo marginale.
La storia italiana del Novecento ha generato milioni di uomini marginali. La psicologia sociale ha studiato questo fenomeno attraverso numerose indagini, generalmente nell’ambito dei flussi migratori. Colui che nasceva da genitori italiani emigrati all’estero si sentiva definito dal paese ospitante come italiano, sebbene il bambino, per evitare una profonda ferita identitaria e favorire l’integrazione, avrebbe voluto prevalentemente definirsi, a seconda della nazione ospitante, tedesco, francese, belga, svizzero, inglese, brasiliano, statunitense, argentino, ecc. ecc. Ma ciò non gli era permesso dallo stigma che gli si imprimeva come un marchio sulla fronte. L’individuo rimaneva in tal modo confuso tra due confini oscillanti dell’identità: quella soggettiva che lo spingeva verso la nazione di nascita e di vita, quella oggettiva, sociale, culturale e famigliare, che lo spingeva verso una radice che era solo parzialmente sua. E quando la famiglia decideva di rientrare in Italia, il fenomeno grottescamente si capovolgeva: l’individuo nato all’estero, in cerca d’una nuova integrazione, veniva definito dagli italiani come altro: tedesco, francese, argentino…
Dovremmo riflettere con urgenza anche su tali aspetti – proprio adesso che i migranti non sono più gli italiani – in un periodo storico di abbrutimento leghista (e non solo).
Concludo con le parole del protagonista di Ginnastica d’epoca fredda:
“Spiegatemi” insiste il fuggitivo “che accidentaccio state facendo tutti quanti sulla mia pelle” (…).

Subhaga Gaetano Failla

11 Risposte leave one →
  1. 2009 Luglio 9
    Sergio Sozi permalink

    Nel ringraziare di cuore Morena Fanti per la pubblicazione di questo approfondito scritto di Subhaga Gaetano Failla e ovviamente Gaetano stesso per l’onore concessomi di esser da lui letto ed analizzato, ricordo agli amici di VDBD che un altro commento al libro, a cura di Gianfranco Franchi, e’ presente nel sito letterario ”Lankelot”.

    Salutoni a tutti e… ovviamente rispondero’ personalmente a tutti!

    Sergio

  2. 2009 Luglio 9

    Letto il lungo racconto di Sergio Sozi con le puntuali “spiegazioni” storiche che completano (opportunamente) il racconto, nonché l’accurata recensione di Subhaga Gaetano Failla, mi preme porre all’attenzione dei lettori quel sentimento di estraneità e insieme di alienazione che investe drammaticamente gli animi di quanti, loro malgrado, non hanno potuto – e tuttora non possono – per ostili volontà politiche – riappropriarsi delle loro radici profonde.
    Ed è questa drammaticità – peraltro emblematica di un’epoca e di una terra assai vicine alla nostra – che con il libro di Sozi si trasforma in monito alto e risoluto, quasi gridato, affinché marginalità e stigmi siano prontamente cancellati dalle società umane, al di là delle ragioni chiamiamole “di mero confine”.
    Cordialmente, A. B.

  3. 2009 Luglio 10

    Tema attualissimo…
    Considerazioni che non posso fare a meno di condividere. I miei cugini erano argentini in Italia e italiani in Argentina. Si sono sempre sentiti come piante strappate al loro habitat natio e trapiantate in un terreno straniero…
    MLR

  4. 2009 Luglio 10

    precisa e affettuosa la recensione di Gaetano che invita alla lettura di uno scrittore che sembra essere davvero interessante.

  5. 2009 Luglio 10
    Sergio Sozi permalink

    Salve a tutti e grazie per i confortanti commenti.
    Chi volesse, potra’ ora leggere anche una ”chiacchierata” sui temi del libro che ho fatto con il critico Renzo Montagnoli. Riporto di seguito il link:
    http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=80&det=5395

    … e saluto affettuosamente Lorsignori!

    Sergio

  6. 2009 Agosto 10
    Sergio Sozi permalink

    Caro Ausilio (Bertoli),

    eh gia’, ma, soprattutto, oggi servirebbe in Italia qualcuno che dicesse chiaro e tondo che l’antislavismo (tutt’ora esistente) non ha senso ed e’ un mero residuo – basato su una visione distorta dunque falsa – d’epoca fascista. Bisogna inoltre dire a voce alta e chiara che il nostro popolo e quelli slavi meridionali sono tradizionalmente simili (per molti versi) e fratelli nelle sciagure: la nostra si chiamava Mussolini, la loro Tito.

    Ciao, caro
    Sergio

  7. 2009 Agosto 13

    Recensione luminosa, Gaetano bello.
    Conoscendo Sergio e qualche suo delizioso scritto precedente, credo che hai interpretato appieno la tensione di questo grande scrittore (molti di noi lo considerano tale e col tempo se ne renderanno conto anche le major editrici, nulla togliendo al suo giovane e appassionato editore).
    Un abbraccio a tutt’é due.
    Francesco

  8. 2009 Agosto 13

    Nota privata:
    Gaetà? Non bere l’acquavite di miele del Ragionier Pagliaro a casa Di Salvo, io con quella ho quasi ucciso mio cognato.

  9. 2009 Agosto 17
    Sergio Sozi permalink

    Caro Dido’,

    ti dico solo che mi fai arrossire… offrimela tu un’acquavite, dai…

    Con il solito affetto, ti saluto lietissimo di risentirti

    Tuo
    Sergio

    P.S
    Il mio prossimo libro sara’ un romanzo breve e stavolta uscira’ per un editore grossetto e nazionale: Castelvecchi.

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