Che fine ha fatto la poesia? di Nicola Vacca
I soliti intellettuali politicamente corretti si inventano i poeti laureati da esibire nei salotti. Sempre gli stessi nomi utili a incentivare una baronale egemonia culturale. Questo è il male diffuso che compromette lo stato della poesia contemporanea e il suo ruolo culturale e sociale.
Questa situazione è soprattutto incoraggiata anche dalle complicità conniventi e di scuderia del mercato editoriale con alcuni grossi nomi della poesia contemporanea, i soli che riescono a vivere di quello che scrivono.
Il mondo complesso di questo genere letterario vanta una significativa realtà sommersa , rappresentata dalla piccola e media editoria, che si presenta sul mercato della competizione libraria con un catalogo di autori di qualità che difficilmente riescono ad ottenere una visibilità sugli scaffali delle novità perché il monopolio della poesia laureata è l’unico credo che di conseguenza esclude dal gioco una poesia alta sia per quanto riguarda lo stile che i contenuti. Obiettivo principale sempre centrato dalla linea editoriale dei numerosi piccoli editori, che caparbiamente propongono al ristretto pubblico della poesia opere interessanti che nobilitano e conferiscono prestigio al mondo suggestivo del verso.
Possiamo affermarlo senza remore, oggi la buona poesia nel nostro contesto culturale la si trova soltanto nelle collane dei piccoli e medi editori.
Ma purtroppo gli assassini della poesia, che si riuniscono in conventicole e si parlano addosso creando veri e propri centri di potere culturale, e lo detengono promuovendo soltanto gli adepti alla loro scuola, infine si trovano, grazie alla complicità di una potente e facoltosa lobby editoriale, a dettare legge: seguendo i dettami di un Sinistro manicheismo impongono al mercato della cultura il loro verbo(dopo di noi nella poesia il diluvio) e tutto quello che non rientra nella loro scuola è non poesia che va ignorata e snobbata. “Il pensiero dominante” imposto dagli assassini della poesia diventa la linea ufficiale al di fuori della quale non esiste nulla di buono. Ma poeti non bisogna esserlo soltanto sulla carta, poeti si è soprattutto nella vita.
Contro questi assassini della poesia, che chiameremo i poeti effimeri delle cose che scrivono per apparire e non per essere, si leva alta e dignitosa la voce della poesia del cuore e dello spirito, unico avamposto in grado di contrastare il conformismo narcisistico di coloro che tentano di uccidere i contenuti della poesia con una sorta di operazione di marketing legata alla promozione del loro ego.
Non ci resta che continuare a scoprire le opere autentiche di poeti che scrivono versi perché credono che la poesia debba essere salvata: quel che conta e l’opera senza la quale nulla avrebbe ragione di essere. Dunque dare più voce, dignità e concreto sostegno alla realtà della piccola e media editoria potrebbe essere una giusta soluzione da caldeggiare, sia dal punto di vista legislativo che culturale, per dare fiducia a un genere letterario come la poesia, spesso penalizzato per via della sua forzata e voluta emarginazione. Promuovere la qualità del libro di poesia, di cui si avverte il bisogno in una cultura omologata e politicamente corretta, attraverso il sostegno a favore di coloro che coraggiosamente si affacciano sul mercato con proposte editoriali coraggiose e anticonformiste.
“Bisogna indicarli gli assassini della poesia – scrive polemicamente Giuseppe Conte- non sono certo il popolo, i ragazzi e le ragazze, i lavoratori, gli anziani, le persone comuni, ma sono tra i poeti e gli intellettuali stessi almeno tra quelli che vivono di rendita, su vecchie posizioni nichiliste, materialistiche ed eurocentriche, sono fra quei borghesi corrotti, cinici ,conformisti, pigri ,incolti che rappresentano il ventre molle della classe dirigente italiana, sono tra i cultori del trash, sono tra coloro che attaccano e avvelenano la Madre Terra, sono tra i sostenitori di una inedita gerarchia in cui Denaro e Tecnica occupano il primo posto nella scala dei valori”.
L’atto di accusa di Giuseppe Conte punta il dito contro l’ipocrisia di un certo mondo culturale del quale fanno parte anche quegli intellettuali che amano sulla carta definirsi poeti ma poi nella vita sono soltanto degli astuti calcolatori a caccia di proficue rendite di posizione.
L’appello di Conte va decisamente condiviso, anche perché gli assassini della poesia sono numerosi e non agiscono nell’ombra. Tra questi ci sono sicuramente i poeti della cosiddetta linea lombarda, che ha avuto in Luciano Anceschi il suo padre nobile. Oggi la sua discreta fortuna editoriale, come ha scritto Flavio Santi, è legata al marketing (“La linea lombarda , molto pragmaticamente, ha capito che non basta scrivere capolavori. Bisogna anche saperli vendere. A volte , se è il caso, anche con l’aiuto di qualche imbonitore”.) e alle “amicizie giuste tra i critici.
Della poesia arida, oggettiva, fredda, antiemozionale , della poesia delle cose espressa da questa corrente letteraria non resterà assolutamente nulla. Ma a questi poeti interessa il mercato e l’immagine da consolidare attraverso il potere culturale di una critica letteraria e di un mercato editoriale che divulgano il loro agire a prescindere dalla qualità dell’opera.
Nei poeti della linea lombarda si percepisce soltanto un anoressico vuoto che finisce per neutralizzare la capacità di provare qualcosa.
La loro filosofia di azione è il pensiero dominante che detiene un potere culturale e detta le linee guida della poesia contemporanea, influisce sulle scelte del mercato editoriale: sono loro a decidere, senza possibilità di replica, chi deve emergere, e chi deve essere escluso sacrificando quasi sempre quei poeti che scrivono per essere, per premiare coloro che invece scrivono per apparire.Se andiamo avanti così scopriremo che la posta in gioco è l’estinzione della vera poesia.
Ma in questi ultimi anni, chi ha veramente ucciso la poesia, nello specifico dei suoi contenuti, sono gli scrittori del cosiddetto movimento del gruppo ’93, i cui massimi esponenti sono Aldo Nove e Tiziano Scarpa. Un minimalismo iperquotidiano fatto di vuoto e di nulla è il tema principale della loro linea poetica. Cosa ce ne facciamo di una poesia alla portata di tutti che esprime l’assenza di contenuti e soprattutto di un energico sentire?Complice di questa operazione di killeraggio letterario è il mercato editoriale della grande distribuzione che contrabbanda per poesia quella divulgata di questi autori che hanno la presunzione di essere i più grandi scrittori e poeti del momento. Nel rifiuto assoluto di tutto quello che li ha preceduti, tradizione letteraria compresa, propongono nei loro libri versi scritti solamente per rappresentare un edonismo senza valori, unico elemento rappresentativo della loro intera opera.
Il vero omicidio della poesia è il contrabbando. Contrabbandare per nuova esperienza poetica un operazione commerciale che impone al pubblico dei lettori un prodotto piuttosto che un’autentica opera letteraria. Questa subcultura imposta dal potere culturale è diventata il punto di riferimento della già maltrattata poesia contemporanea.
Gli assassini della poesia sono presenti non solo tra i poeti. Ma la rete della loro organizzazione si estende soprattutto nell’intero mondo dell’editoria e della comunicazione: li troviamo nelle case editrici , nelle redazioni dei grandi giornali, nei talk-show.
Tutti pronti a usare il nobile concetto della poesia per promuovere il prodotto effimero della loro immagine.
Sì perché, gli assassini della poesia, che siano poeti o critici letterari o giornalisti politicamente corretti, credono che anche il senso profondo del linguaggio e del pensiero possa essere usato come merce dell’economia di mercato.
Sono numerosi gli assassini della poesia che, nel nome della poesia, si sono creati profitti e tornaconti personali e magari hanno scritto dei libri di cui non rimarrà traccia.
La mediocrità del mondo culturale è tutta rappresentata da questi signori che amano riconoscersi in scuole dalle porte chiuse ed elitarie. Consorterie politicamente orientate composte da intellettuali travestiti da manager, imbonitori e venditori, servi sciocchi del potere culturale mossi . L’unico obiettivo è quello di cavalcare le scene di un protagonismo asservito al vuoto effimero che esprimono.
Gli assassini della poesia, li vediamo sfilare, presenzialisti in ogni dove, con la maschera del conformismo, sempre pronti ad abbracciare il credo prevalente di turno, intellettuali asettici di corte senza dignità. Sempre al centro di una scena popolata da nani, ballerine e inutili comparse.
(pubblicato su L’Officina – numero 5/2009)






Coraggioso. Anche se, immagino, il coraggio si paga. Ciao, Seb Aglieco
Amico grande,non farti travolgere,mi basta.
covavo forti sospetti sul presenzialista Tiziano Scarpa, che qui a Venezia è come il prezzemolo, però le rare volte che leggo qualcosa di suo resto stupita dalla sua inconsistenza; credevo di non essere in grado di capire, questo articolo mi conforta:-)
marina
come dice sebastiano: articolo coraggioso. è chiaro che tutto gira attorno ai soldi ma se si è fuori dal giro si può dire questo e altro e in questi casi è bello essere fuori dal giro e non essere interessati al successo e/o al denaro. ad esempio una come me può dire ciò che vuole, anche perchè non s ene frega nessuno di quello che dice una come me, per cui sono una persona libera. il successo e il denaro possono essere anche delle brutte gabbie.
non conosco tiziano scarpa perchè per partito preso rifuggo ciò che è troppo pubblicizzato, insomma non compro abiti firmati e firme, mi piace scegliere da sola e non scegliere ciò che mi viene imposto dal mercato, magari è bravissimo ma lo leggerò fra 20 anni se ci campo, quando non si troverà sugli scaffali e in bella mostra nelle vetrine a dire comprami comprami io sono vendita – come cantava il nostro renato zero- piuttosto ho letto in rete che la storia del suo stabat mater fa venire in mente un racconto di anna banti ” lavinia fuggita” – di anna banti ha parlato bartolomeo di monaco qui
http://viadellebelledonne.wordpress.com/2008/02/27/anna-banti-artemisia-1947-di-bartolomeo-di-monaco/
Fuori dal giro. Io continuerò a puntellare il sistema marcio che esclude, per questioni di mercato, consorterie e potere culturale,la buona poesia che esiste per fortuna.Nelle mie recensioni sulla carta stampata non ho mai elogiato i poeti laureati dalle loro stesse accademie. Sono stato oggetto di critiche e invettive da parte di colleghi illustri che preferiscono essere servili al sistema. Che ci volete fare io amo la vera poesia e stimo il poeti veri. Quelli che lo sono nella vita, prima che sulla carta.
un abbraccio
nicola
Devo essere infinitamente fuori dalla realtà perché io non ho idea di chi sia Tiziano Scarpa. Lo sento nominare ora per la prima volta.
Invece ho sentito nominare in molte occasioni Aldo Nove e mi piace ricordare un luogo dove ancora si porta avanti l’arte, più che rara fra i poeti, dell’ironia http://www.poetastri.com…In definitiva, non avendo mai letto un suo libro, ho prima conosciuto le stroncature alla sua scrittura che quello che crea.
Però non sono d’accordo su un punto in questo articolo. Io non credo che il mondo della grande editoria sia ignobile mentre quello della piccola-media sia il paradiso. Anche qui ci sono i signorotti, i bulli di quartiere, i re buffoni (cit. Dario Bellezza) che decidono chi e cosa debba essere letto, pubblicato, recensito, premiato, laudato, impomatato e considerato. Il meccanismo è lo stesso del macrocosmo solo l’obiettivo è quello di acquisire abbastanza autorità per entrare nel macrocosmo stesso.
(Non che manchino gli ambienti puliti, io stessa ne ho conosciuto uno (certamente snobbato da ogni attenzione critica)…ma la logica che domina nei sottogruppi è la stessa della poetosfera mondadoriana, tanto per fare un nome, solo con l’obiettivo di diventare la nuova mondadori invece di accumulare denaro).
In fin dei conti credo che, per leggere della buona poesia, occorrerà molta curiosità da parte del lettore e molta molta fortuna. E non sarebbe male se il lettore ricominciasse dai blog prima di spendere soldi inutilmente e trovare magari versi di questo tipo (che francamente sono una presa per i fondelli che indigna tanto me-lettrice-che-compra-ancora-poesia):
“Sono una pornodiva | Pagata in pornolire | Lavoro otto pornore | In piedi o a pornoletto | Per divertirmi suono | La pornopiva. | In una pornomansarda | Vicino al pornoduomo | Ho due pornostanzette | Dove mi faccio al porno | Due pornocrocchette…”.
Per inciso al poeta di cui sopra è stato dato l’assegno della legge Bacchelli, vitalizio riservato ai “poeti che hanno illustato la patria”.
Vedete un po’ voi lo stato delle cose.
Devo dire che condivido l’ultimo post abbastanza, se non per la questione della qualità dei prodotti proposti dai big e dai medium-small, per l’attitudine di fondo. Tranne che i big si fanno le regole, gli altri si affannano a seguirli, con un po’ di invidia penis. Una terza via sulla carta non mi pare sia data – ma non voglio essere ingiusto, ammetto la mia crassa ignoranza e l’asfissia che ormai mi viene ogni volta che entro libreria, la stessa che ho sempre sentito avvicinandomi come un moscone spaesato ai cenacoli dei piccoli-grandi ego, per poi finire a sbattere sui vetri delle finestre per uscirne al più presto, e sospendo il giudizio.
Scrivi:”Gli assassini della poesia, li vediamo sfilare, presenzialisti in ogni dove, con la maschera del conformismo, sempre pronti ad abbracciare il credo prevalente di turno, intellettuali asettici di corte senza dignità. Sempre al centro di una scena popolata da nani, ballerine e inutili comparse”.
Sono del parere che la storia della poesi, da quella antica a quella odierna è conformismo.
Conformismo è stato anche il futurismo, laddove se messo in parallelo con le poesie di transizione linguistica (Italia/Volgare Francia/Oc et Oil etc…) altro non ha fatto che fare conformismo evoluzionistico di stile, di contenuto e di idee: la donna come luogo poetico è conformismo, l’odio pure l’innamoramento pure, i disastri della guerra e della natura pure. Se è pur vero (è un dato oggettivo) che la poesia è conformismo, bisogna però iscriverla entro parametri particolari. I tentativi contemporanei di fare poesia sono molto melliflui, e nel web vi sono veri accalappiatori di sprovveduti che hanno chiesto prestiti per farsi pubblicare (basta fare un search sui siti di scrittura creativa per capire cosa c’è dietro). Concordo su un punto la baronalità: molti docenti di letteratura sotto pseudonimo sono le mani lunghe dietro questi siti (ne conosco almeno tre o quattro). Diciamola chiara. La poesia contemporanea in Italia è davvero in coma profondo, così come una certa narrativa. Avete per caso letto autori che appassionino e che li possiamo seguire nelle loro opere?
Faccio dei nomi: un RENZO ROSSO, ad esempio, non è più in ristampo; FALETTI è forse il nostro giallista migliore (suppongo usi dei software applicativi per stendere i suoi gialli) SAVIANO ha inventato una nuova forma narrativa, CAMILLERI è la noia mortale fattasi libro perché seguirlo è difficoltoso proprio come avvenne a un VERGA verista; Non esistono dei narratori che abbiano lasciato il segno poetico fra le loro pagine: la TAMARO è un miele insapore, mentre molto liriche sono le pagine della FALLACI perché è una Esistenzialista convinta ed ispirata/arrabbiata. Resta l’amaro monito di Franco Cardini, lo storico medievista fiorentinoche in più di una occasione a noi suoi studenti ripeteva che in Italia si comprano sì i libri, ma non è dato sapere se sono letti.
Il vero Poeta, scrive per se stesso e nulla più, ho inziato da pochi anni a scrivere quelle che chiamo, pensieri ed emozioni e fino ad oggi non riesco a fermarmi, adesso visto il numero di poesie scritte, vorrei pubblicarle perchè la prima lettrice delle mie poesie voglio essere proprio io, lo so sono presuntuosa in questo momento,lasciatemi questa licenza poetica che di poetico non ha nulla, mi perdonerete ma adesso che scrivo la mia autostima è cresciuta a dismisura e riesco a manifestare i miei pensieri, ciò è positivo per me stessa,nello stesso tempo se riesco con le mie poesie senza metrica e libere a suscitare emozioni in chi legge forse ho raggiunto lo scopo della mia esistenza.Ho scelto un editore appena nato nel campo dell’editoria per la pubblicazione dei miei versi e penso che questo mi porterà fortuna.
Comunque la mia fortuna è la mia ispirazione, ora vi lascio perchè devo scrivere due nuove poesie.
Inoltre la poesia di solito fa più proseliti se i Tempi moderni che viviamo sono difficili e questi tempi di oggi sono veramente fardelli pesanti da sopportare.Un affettuoso saluto a chi leggerà questo messaggio e grazie per la sopportazione.Ciao a tutti.
La poesia non morirà mai, questa è una certezza e una convinzione.
Cettina
Concordo pienamente. Curioso, proprio due giorni fa ho scritto due post sulla poesia. Il primo, dedicato ai milioni di poeti web, è brevissimo e lo riporto qui:
“Questa non è una poesia”.
Scrivere banalità
andando a capo
ogni due parole
non è poesia,
è solo
inutile spreco
di spazio.
Il secondo è più lungo, una riflessione generale sulla poesia e sull’arte: “Poeti Ogm”.
Buona giornata
Facciamo un gioco, vi va? Si chiama indovina l’autore ed esprimi senza paura la tua opinione su quello che leggi.
Riporto un po’ di poesie. Alcune sono di web autori, altre di autori di carta più o meno premiata.
1)
“Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un’ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell’uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l’ortica,
e più di ogni altro un salice d’argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio…come se fosse morto un fratello”.
2)
“Un suono non è poca cosa, è poco.
Un suono che è nella stanza perché nel tempo della notte sicura,
nel distacco degli oggetti forti e uguali al proprio tempo
dove lì è adesso il suono.
Nella stanza non sai e non puoi prendere te stesso,
agganciarti il grasso alla mente a portarla nello spazio
della medesima stanza come fossi te davanti te
e non un’ulteriore invadenza apparsa.
Così se rimane muto qualcosa, e così è,
che non sia l’ultimo gesto, il perpetuo,
l’unicità morente della forma quieta.
Un suono non è poca cosa, è poco.
Un suono sento essere io in taluni momenti distanti
e immediatamente non più. ”
3)
“Il collo s’inclina
soffiando un’inadeguatezza leggera
quando lo sproloquio batte l’ora
il gesto sgraziato rintocca
fra i fiori che sgorgano e l’aria
dolce
che torna e non la trova
impercettibile disaffezione
fra i mattoni del viale e i figli
tenuti per mano.
L’evanescenza è una diluizione,
di lei
che si aggrappa alle labbra
dove il sangue ancora la colora
mentre oscilla in variazioni
fra la materia e il contorno
tremando i muscoli
che disegnano cornici sovrapposte
per mani e polsi in tremore
per l’ombra sul muro
che non si stacca e si riconosce
carnivora
morte calda d’agosto
caduta a irrorare
la fronte, il suo pianto.”
4)
“Ho bussato per la seconda volta
all piccola casa del poeta.
Alle spalle un verde senza roccia,
acque rimaste dolci
e quasi una pianura.
Mi respinge, pensavo,
per non averlo abbastanza amato.
Nell’imbrunire tornavo a crogiolarmi
e la mia luna era l’elogio dell’oblìo.”
5)
“nuoto nel vuoto, in strati d’ansia a strati, più o meno densi, fasciato
dal mio niente (e da un minimo tanga, con l’elastico):
soffro di tagli ingorghi
nelle palle, le tante notti, e di contorte costipazioni emotive e immaginative, e
di ricorrenti coliche lessicali: (e di poesia):
è l’età: (che mi inquina): (e mi
[consuma):”
6)
“e poi
i muri, ogni volta, esplodevano
sovrascritti
con la mera circolarità dei ritorni
svelando paralleli
la meticolosa macchina
dei sensi – l’aspetto cartaceo – la parola svelta -
quella gridata
nella cartella documenti
periferica sconosciuta
la scontata precarietà
del disco rigido”
7)
“Parola di lumaca sul niente di una foglia?
Non è la mia. Non ti fidare.
Acido acetico in latta sigillata?
Non ti fidare. E’ roba adulterata.
Un anello d’oro con dentroil sole?
Bugie. Bugie e dolore.
Gelo su una foglia, l’immacolato
Cratere, parlante e sfrigolante
Tutto per sé sulla vetta di ognuna
Di nove nere Alpi.
Un tumulto di specchi, e il mare che frantuma
I suo, grigio – o mia
Stagione, amore”.
Otto)
“Di fronte hai cinque dei, l’aperta mano vibra
da cinque lati il dio che unico ti riposa
nel non tempo di stupro che ha in pugno il tuo cibo.
Chiudi, sii tu a farlo, il pugno che nel colpo
osanna la quiete del Senza Nome e Luogo
se vibra nella luce l’io come un sussurro
alla bocca che sfiora l’ano aperto del demone,
convoca l’aurora sul piacere del tempo
l’aurora al maniluvio, è Ullàn, che ti ha lasciata”
9)
“con l’indice un cuore incide
alla condensa del bicchiere
giallo e birra e mezzo giro
lo rivolge a lei seduta a lato
che un cerchio azzurro
fumo fa portando
il medio e l’indice alla bocca
che gli galleggia in viso
spostando altrove il centro”
10)
“ETA’ DELLE SCIMMIE. E
un No vivente, dall’occhio
umano entro
tutti
i lacci e versi
annodati ad arte.
Chiaro,
del doloroso colore
della speranza: grande
come la traccia
che indicò al Sì la sua via, in-
stancabile, in-
eliminabile.
Viene
una mano – non
una grinfia.”
Poi restituirò agli autori, delle cui opere mi sono appropriata indebitamente, il nome. Mi raccomando esprimetevi numerosi. Non si vince e non si perde nulla ma può essere un esperimento divertente…
quoto l’amico Sebastiano: pezzo coraggioso e fondamentalmente vero. Una sana dose di presenzialismo, relazioni e “vis autopromozionale” è ad oggi assai più remunerativa, in termini di risultato, di un’attenzione “esoterica” alla qualità.
A ciò aggiungerei – è una mia impressione – la crescente refrattarietà del lettore ad andare oltre se stesso, a rimuginare sul testo, a contaminarlo con la propria sensibilità (cosa che ritengo assolutamente lecita ed anzi auspicabile): piace – mi sembra – solo ciò che è precotto e non richiede troppi sforzi.
@Antonella Pizzo e a tutti voi segnalo, per l’argomento “Lavinia Fuggita” ed altro di Anna Banti, il blog a tema http://annabanti.splinder.com
Il racconto è stato edito per i tipi de La tartaruga nel 1996 ma (stranamente, direi) è uscito di produzione e non si trova se non in un pugno di biblioteche…
ciao, RRC
mi piace questo gioco, non conosco gli autori delle poesie, queste, che riporto sotto, sono quelle che se fossi una giurata avrei votato
e poi
i muri, ogni volta, esplodevano
sovrascritti
con la mera circolarità dei ritorni
svelando paralleli
la meticolosa macchina
dei sensi – l’aspetto cartaceo – la parola svelta -
quella gridata
nella cartella documenti
periferica sconosciuta
la scontata precarietà
del disco rigido”
“Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un’ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell’uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l’ortica,
e più di ogni altro un salice d’argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio…come se fosse morto un fratello”.
2)
“Un suono non è poca cosa, è poco.
Un suono che è nella stanza perché nel tempo della notte sicura,
nel distacco degli oggetti forti e uguali al proprio tempo
dove lì è adesso il suono.
Nella stanza non sai e non puoi prendere te stesso,
agganciarti il grasso alla mente a portarla nello spazio
della medesima stanza come fossi te davanti te
e non un’ulteriore invadenza apparsa.
Così se rimane muto qualcosa, e così è,
che non sia l’ultimo gesto, il perpetuo,
l’unicità morente della forma quieta.
Un suono non è poca cosa, è poco.
Un suono sento essere io in taluni momenti distanti
e immediatamente non più. ”
Grazie Antonella per esserti prestata. Spero lo facciano altri, già quello che dici è interessante assai
1) Questa vaccata la riconosco, sicché forse non vale. Dissi che potrebbe trattarsi di pessima traduzione e che il linguaggio risulta vicino alla migliore (si fa per dire) tradizione poetica nazionale (vedi l’abuso di certa terminologia impomatata di decadentismo e le coloriture accese). La ritmica è scontata e piatta, senza fibra come pagina d’un diario retorico e pure egocentrico.
Una pessima conferma: se una raccolta di poesie del ‘900 ha successo, 9 volte su 10 essa è spiazzante quanto una canzone dello Zecchino d’oro.
2) Qui si sente qualcosa di personale, e non poco; non apprezzo particolarmente la filopoesia, tuttavia questi sono versi che mostrano talento.
Anche questa la conosco, e stimo parecchio poeticamente chi l’ha scritta.
3) Non male, eccede in corporeità floreali e inflorescenze anatomiche, sembra essere poco ispirata, immagino che questa autrice possa fare decisamente di meglio (l’impronta è sfacciatamente femminile, e ciò lo sento come un limite).
4) Mah, se non è retorico dire che la casa del poeta è piccola, allora niente è retorico… Ci sono dei quadrivani con ampi balconi a prezzo modico in periferia, anche se il paesaggio non sempre è così fiabesco come qui descritto…
5) Michael Jackson scriveva anche poesie?
6) Qui siamo su una scrittura classica, direi affatto soprendente, eppure l’accostamento stile – lemmi è stridente e produce un risultato interessante. Trovo però che si potrebbe fare di più, sono versi abbastanza anoressici e rivelano una personalità poetica ancora in divenire (mi auguro divenga, conoscendo e simpatizzando per l’autore che qui fa troppo il simpatico, in fondo).
7) Decisamente detesto gli stop and go, il verso breve e tutte queste domande. Questo stile mi s’illumina davvero poco, qualche cosa buona da dire ci sarebbe se volessi discorrere di un paio di versi, ma la sensazione arbitraria della volontà precisa di distinguersi mi rende il tutto inviso.
otto) Dopo io commento 5) non trovo nulla di migliore da dire, e questi versi certo lo meriterebbero.
Praticamente io o fato ragiognieria a squola e cierte cose su Ullàn propio non le capisco.
9) Questa mi piace (ma se li conosco quasi tutti vinco un premio?).
10) Interessante uso di una forzatura leggera, ma dominante. Ecco, forse domina troppo.
quoto
5)
“nuoto nel vuoto, in strati d’ansia a strati, più o meno densi, fasciato
dal mio niente (e da un minimo tanga, con l’elastico):
soffro di tagli ingorghi
nelle palle, le tante notti, e di contorte costipazioni emotive e immaginative, e
di ricorrenti coliche lessicali: (e di poesia):
è l’età: (che mi inquina): (e mi
[consuma):”
Mh, come dire, conosco bene l’impavido e scellerato commentatore sopra e sento di doverne prendere le distanze, tanto più che ritenne di ri-conoscere cose assolutamente sbagliate (vedi l’attribuzione a Silvia Molesini della poesia 9 che solo dopo una mia incontrollabile risata divenne da “questa è brava”—>a “questa mi piace”).
In ogni caso egli è grande e le mine, gli aguzzini ecc. vanno sicuramente inoltrati a lui
@ Marco, che letizia il tuo passaggio…Molto illuminante devo dire la differenza di gusti.
la poesia è quasi morta seppellita dal suo stesso racket, ho letto, ad esempio l’ultimo di tiziano rossi targato mondadori, un obbrobrio letterario. anche l’einaudi propone un catalogo di c…..e. Sono fuori dal coro da anni, non devo leccare il c..o a nessuno per fortuna. i grossi editori danno visibilità a 7-8 autori max. all’anno. quello che mi consola è il fatto che questi pennivendoli di regime mai entreranno in un libro di letteratura postumo, come il nostro premier, un altro giullare di corte, aveva ragione ppp a disprezzare tutta questa gente, lui è rimasto, gli altri sono stati inghiottiti dal loro stesso nulla.
maeba direi proprio di sì
Approvo quanto scrive Vacca e lo estenderei alla narrativa anche se è più facile “vendere” un romanzo che poesie. Tornerò per esprimermi sulle poesie che ora devo uscire.
Sandra
La poesia è morta? Forse. Intanto le dedico…un inno!
Inno alla poesia
Cavallo senza briglie !
la tua criniera è seta
il tuo manto, velluto
e tutto in te
induce a coltivare
ciò che l’occhio non vede
ma che
in esso traspare
quando l’arpa dell’ anima
non tace.
Non percorri sentieri stabiliti
salti siepi
steccati
senza posa
e il tuo nitrito è il parto
di un qualcosa che ci accarezza
che ci dà calore.
Corri incontro alla vita
senza fermarti mai
fino a giungere là
dove la terra è luce
e la luce , colore.
E dopo aver bevuto l’emozione
di un mondo che respira
corri ancora
più forte
più temprato
oltre le sbarre di un orizzonte misero
finito…
@Roberto il tuo commento era rimasto, chissà per quale motivo, imprigionato. grazie per la segnalazione, di lavinia fuggita si parla qui
il racconto http://www.labottegadellelefante.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2055&Itemid=37
Una sana dose di presenzialismo, relazioni e “vis autopromozionale” è ad oggi assai più remunerativa, in termini di risultato, di un’attenzione “esoterica” alla qualità.
concordo su ciò che ho quotato
L’angelo ferito di Ceronetti, lustratore di patrie
Alla fine ce l’ha fatta. Alla fine, il preteso poeta Guido Ceronetti è riuscito a ottenere il tanto agognato – e sollecitato – assegno della legge Bacchelli. Il 6 marzo, come da Gazzetta Ufficiale, il presidente della Repubblica gli ha concesso il vitalizio previsto per i cittadini di chiara fama che abbiano “illustrato la patria” e versino in condizioni di indigenza.
Non è chiaro, in realtà, come faccia Ceronetti a versare in condizioni di indigenza, vista la sua pluriennale e assidua collaborazione con testate nazionali di nota solvibilità, vedi (a titolo esemplificativo ma non esaustivo) La Stampa e il Sole 24 Ore. Conosciamo vari poeti, veri poeti, cui nessun direttore di giornale si sogna di scucire né un euro né una riga di spazio affinché divulghino la propria visione del mondo – come invece è dato fare, settimanalmente, prestigiosamente e remuneratamente, all’asserito poeta Guido Ceronetti. Ma il punto non è se Ceronetti sia davvero indigente, né come faccia a esserlo col generoso sostegno dei giornali che gli danno asilo e ribalta: può anche darsi che il poverello non sappia amministrare le proprie entrate con la sagacia con cui somministra le sue sortite, ovvero le astratte geremiadi con cui si atteggia a profeta di sventura senza mai infastidire nessuno dicendo qualcosa di concreto. No, il punto è come si possa ragionevolmente sostenere che Ceronetti “illustri la patria”.
Cerchiamo conforto nella sua ultima raccolta di versi, Le ballate dell’angelo ferito. Il risvolto fa ben sperare, poiché l’autore si presenta innanzitutto come “poeta” e “filosofo”. Attributi nobili e promettenti, di quelli che – come una sigaretta e un vitalizio Bacchelli – non si negano a nessuno. Peccato però che il testo che introducono si guardi bene dal corroborarli. “Sono una pornodiva | Pagata in pornolire | Lavoro otto pornore | In piedi o a pornoletto | Per divertirmi suono | La pornopiva. | In una pornomansarda | Vicino al pornoduomo | Ho due pornostanzette | Dove mi faccio al porno | Due pornocrocchette…”. Versi tanto esemplari per suono e senno, da lasciare un solo dubbio: saranno opera del ceronettipoeta o del ceronettifilosofo?
E questi altri, così densi di travaglio esistenziale espresso con la giuliva maturità di un ginnasiale: “Esserci il mondo, i mondi, le galassie | Le supernove? Un casino di caso! || Io sarò per caso caduto per le scale? | Mi rialzo indenne: è altro caso?” – sono la voce del cerofilosofo o quella del ceropoeta?
Ancora: “Così tu m’hai rotto le coglie | Melanchòlia || Atra bile cola cola | Bile atra cola via | Per cacciarti Melanchòlia | … | Ho violato la natura | Della donna quando è impura | Sodomizzo anche i pollastri | Per aver propizi gli astri | E ne nascono più anguille | Che dall’ano di Sagana | Io vi mangio figlie anguille.” Miasmi versicolari degni del peggior Sanguineti, che però ha il pregio di non lasciarsi accreditare come illustratore di patrie.
Sarà forse per questo, per mostrare almeno un pizzico di tempra etica ad usum Bacchelli, che Ceronetti infila a forza tra le tante buggerate anche qualche tentativo di poesia civile. E i risultati oscillano tra la stornellata afasica di un posteggiatore lateranense (“Avvenne il maggio tredici dell’Ottantuno | Graziato il Lupo grazia è tinta sporco | Vecchio e malato il Papa è all’agonia | Quanto sei trista o Storia d’Italia mia!”) e il post di un internauta complottomane (“Il timidissimo, diligente Mohammad Atta di Amburgo e il suo gruppo di assassini non sono i veri autori del colpo contro le due torri di New York quell’undici settembre del 2001, e neppure lo è il loro barbuto mandante saudita… Noi pensiamo che il colpo sia stato voluto e guidato dal mondo dell’Occulto.” – nota a “Il vampiro delle torri gemelle”, il cui sapido incipit è “Mi chiamo Oniro. | Sono un Vampiro.”).
Poteva infine mancare, tra questi goffi tentativi di bardismo sociale, una ballata con cui accaparrarsi la povera Eluana Englaro? No, non poteva. E questo dovrebbe bastare.
—————————
Misera scusa
carmina non dant panem
se il carmen manca.
Articolo di Sergio Claudio Perroni del 25 marzo 2009 per Poetastri.com
La ballata dell’angelo ferito”
di ……
Urlate urlate urlate urlate.
Non voglio lacrime. Urlate.
Idolo e vittima di opachi riti
Nutrita a forza in corpo che giace
Io Eluana grido per non darvi pace
Diciassette di coma che m’impietra
Gli anni di stupro mio che non ha fine.
Una marea di sangue repentina
Angelica mi venne e fu menzogna
Resto attaccata alla loro vergogna
Ero troppo felice? Mi ha ghermita
Triste fato una notte e non finita.
Gloria a te Medicina che mi hai rinata
Da naso a stomaco una sonda ficcata
Priva di morte e orfana di vita
Ho bussato alla porta del Gran Prete
Benedetto: Santità fammi morire!
Il papa è immerso in teologica fumata
Mi ha detto da una finestra un Cardinale
Bevi il tuo calice finché sia secco
Ti saluta Sua Santità con tanto affetto
Ho bussato alla porta del Dalai Lama.
Tu il Riverito dai gioghi tibetani
Tu che il male conosci e l’oppressura
Accendimi Nirvana e i tubi oscura
Ma gli occhi abbassa muto il Dalai Lama
Ho bussato alla porta del Tribunale
E il Giudice mi ha detto sei prosciolta
La legge oggi ti libera ma tu domani
Andrai tra di altri giudici le mani.
Iniquità che predichi io gemo senza gola
Bandiera persa qui nel gelo sola
Ho bussato alla porta del Signore
Se tu ci sei e vedi non mi abbandonare
Chiamami in cielo o dove mai ti pare
Soffia questa candela d’innocente
Ma il Signore non dice e non fa niente
Ho bussato alla porta del padre mio
Lui sì risponde! Figlia ti so capire
Dolcissimo io vorrei darti morire
Ma c’è una bieca Italia di congiura
Che mi sentenzia che non è natura
E il mio papà piangeva da fontana
Me tra ganasce di sorte puttana.
Cittadini, di tanta inferta offesa
Venga alla vostra bocca il sale amaro.
Pensate a me Eluana Englaro.
Mamma mia, che vergogna. Questa del Ceronetti che ha ottenuto il sussidio Bacchelli come “illustratore della patria” non poteva passare sotto medio silenzio. Non avevo letto, ad oggi, la ballata dedicata e anche adesso mi sono fermata perché mi sento fisicamente male…Sono indignata e riporto quanto ho detto sotto la segnalazione di questo articolo: “Per inciso trovo che i signori poeti che si buttano sull’ultimo tragico evento di cronaca,nei confronti del quale ogni minima sapienza-decenza umana imporrebbe il decoro del silenzio, per trarne dubbie (quanto meno per necessità, rispetto del dolore e buon gusto) elegie, ballate, sonetti ecc., siano dei macellai con la sensibilità e l’empatia di un procione-killer onanista. Senza offesa per il procione, adorabile esserino. Sempre con simpatia e affetto,
peace and love and Flower Power.”
A un certo punto non ci sono più parole.
E gia’, a un certo punto non ci sono piu’ parole… Almeno ai bei tempi il vitalizio se lo baccavano Orazio, Virgilio, che so, Ariosto. Ma i versi di 2 commenti sono pazzeschi e comunque, dati i tempi che corrono in questa povera patria, in effetti una lustratina gliela danno.
sono contenta di essere arrivata al punto che non ci sono più parole.
sono anni che scrivo in giro su questo argomento e quanti calci in culo
mi sono presa. che bello il silenzio.
paola
Come si concilia l’amore per i poeti nella vita e il livore che si annusa dietro le parole di Vacca? Suvvia, un po’ di sprezzatura… La Parola usiamola per farle dire cose alte ed altre!
L’articolo mi fa gongolare di disprezzo, ma non mi fa crescere di un centimetro. Comunque grazie.
Fiammetta
Su L’INDOVINA L’AUTORE
La mia cultura poetica è pressoché assente, forse distesa in un qualche prato alla Seurat. Non ho proprio i materiali per poter dar collocazioni, magari ne fossi capace – anche sbagliando -, sarebbe segno di un certo compimento. Or dunque mi cimenterò con qualche assurda sinestesia (se si può dir così).
Eccetto per la 9 che mi ricorda vagamente Verlaine, dove però all’indice sostituirei per l’appunto un pene alle altre associo – non potendo né indovinare né sbagliare l’autore – un film:
1) Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, di Kim Ki-Duk.
2) Film Blu, di Krzysztof Kieślowski.
3) 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, di Cristian Mungiu.
4) Il sapore della ciliegia, di Abbas Kiarostami.
5) Cast Away, di Robert Zemeckis.
6) Matrix, di Andy e Larry Wachowsky.
7) The Wrestler, di Darren Aronofsky.
10) WALL•E di Andrew Stanton.
“Commentando” la poesia numero 8 è uscita una faccia, seppur abbia messo una parentesi ed un 8, o proprio per questo.
Un grazie di cuore a Nicola Vacca, per il suo intervento , di per sè coraggioso, ma che si fa iper iper, in un mondo dominato da insignificanti leccapiedi dei leccapiedi, gentucola che si dibatte peggio di un bigattino infilato all’amo, per emergere senza alcun merito e qualità.
Ne avrei da raccontare, una davvero freca fresca, ma non vorrei turbare l’armonia del blog!
Però, all’occorrenza, dopo che ne avrò conosciuto gli esiti, potrei anche farlo. Grazie a tutti
dicci tutto cara flora, nulla ci turba, nulla ci disturba. ciao antonella