PUNTA DELLA DOGANA

Visitando esposizioni ed iniziative collaterali rispetto alla Biennale d’Arte di Venezia, in questo periodo ho potuto vedere mostre fra loro molto differenziate, ma certamente nessun luogo da me finora visto è paragonabile alla Punta della Dogana: qui ho potuto cogliere un confluire di opposti (antico-nuovo, storico-futuribile, piacevole-spiacevole, intellettualistico-viscerale, colore-non colore, bellezza essenziale e brulicare di forme, seriosità plumbea e godimento gioioso) , sia negli ambienti che nelle opere ospitate.
L’imponente struttura è stata recuperata con un accurato restauro e valorizzata nel suo slancio sulla laguna, dovuto alla magnifica posizione nel Bacino di S.Marco; questi nudi e severi saloni, ex magazzini della Serenissima, che hanno contemplato il sudore e il potere della storia, ospitano ora parte della sterminata collezione di arte contemporanea di monsieur Pinault: opere che hanno fatto discutere ed hanno sconvolto le certezze, artistiche e non solo, di molti, hanno esaltato, annoiato oppure scandalizzato, fino alla fin troppo ovvia stroncatura del vicino di casa, il patriarca Scola.

Il quale tuttavia non ha potuto disconoscere il valore filologico ed insieme nudamente innovativo del restauro di Tadao Ando: l’architetto giapponese infatti ha rispettato le storiche strutture ed insieme le ha esaltate ripulendole dalle rovine del tempo, lasciando all’interno pareti di mattoni grezzi e travi a vista, all’esterno marmi grigi e portoni con essenziali intrecci di ferro battuto, moderni ma fuori dal tempo; ha aggiunto pavimenti e scale interne in liscio cemento grigio ( uno speciale tipo di materiale tecnicamente all’avanguardia), corrimano in vetro ed ampie vetrate aperte sullo spettacolo unico, da una parte, del Canal Grande e del bacino di S.Marco, e dall’altra del Canale della Giudecca e della Giudecca stessa.
La parte finale dell’edificio, simile alla prua di una nave, si sporge con un belvedere spaziando quasi a 360° sulle acque, sui palazzi nobiliari, sul palazzo Ducale, sulla chiesa di S.Giorgio, sul brulicare di imbarcazioni tutt’intorno, fino a perdersi, oltre la riva degli Schiavoni e S.Elena, fino al Lido. Sopra, vento, cielo e nuvole.
La collezione di Francois Pinault spazia tra le avanguardie internazionali più svariate, con un particolare interesse per la Young British Art, ma non solo. Appena entrati, ad esempio, si resta sorpresi da un grande cavallo di Maurizio Cattelan, sospeso a mezz’aria con il muso incastarto nella parete; l’intento provocatorio sembra evidente, insieme forse ad una protesta contro la mancanza di libertà e lo scempio della natura. Anche i personaggi “manga” di Takashi Murakami hanno un quoziente di provocazione piuttosto alto; si tratta di grandi statue in materiale plastico dai tenui colori pastello, con i tipici occhioni ingenui ed attributi sessuali sproporzionati.
Credo però che le opere più scioccanti siano le installazioni di Jake e Dinos Chapman, intorno alle quali i visitatori formano un assieparsi fitto ed attento. Una serie di vetrine piuttosto grandi espone una visione apocalittica, ispirata da Böchlin e dalle “Cronache di guerra” di Goya, che ha impegnato gli artisti per due anni in un lavoro certosino: centinaia di miniature di soldati nazisti, mutoidi, uomini, brandelli, cadaveri, scheletri, teschi e poi modellini di macchine, capannoni, MacDonalds, recinti e trenini rigurgitati da un vulcano centrale sormontato da un fungo atomico, dipingono l’inferno secondo i Chapman. Gli originalissimi terraria ricreano un’ambientazione unica che unisce fast food a fosse comuni e a campi di concentramento, dove ogni atrocità immaginabile prende corpo.
Un genere di arte che sconvolge, lascia perplessi, coinvolge in un vortice di ambigua curiosità, l’orrore si mescola a schegge di riflessione impazzite; tra i vistatori, qualche genitore sdrammatizza con battute improvvisate, poi conduce più avanti i figli piccoli – abituati del resto alle fantasie grottesche ed allucinate di molti film e cartoni animati. Io ne ho avuto abbastanza dopo non molto.
Invece, non sarei più uscita dalla stanza vicina al vertice della punta della Dogana, che ospita l’installazione di Mike Kelley, un artista statunitense che ha spaziato con le sue opere, in modo trasversale, dalla pittura ai video musicali e non solo, ad installazioni ambientali, interessandosi spesso alla cultura dei comics. Qui Mike Kelley si presenta con “Kandor’s full set”. Ho scoperto che cosa significa Kandor attraverso Wikipedia, riporto come citazione:
“Kandor era la capitale di Krypton fino a quando venne rimpicciolita e rubata dal supercriminale Brainiac, alcuni anni prima della distruzione del pianeta. Superman scoprì la città in possesso di Brainiac quando l’androide giunse sulla Terra per rimpicciolire e rubare altre città e gliela sottrasse, custodendo la città kryptoniana nella Fortezza della Solitudine mentre cercava di trovare un modo per ripristinarla alla sua normale dimensione. In cambio, i Kandoriani ricompensarono il supereroe con un posto in cui era un ospite di riguardo, veniva assistito quando richiesto da diversi professionisti e in alcuni occasioni veniva anche accompagnato all’esterno dalla Superman Emergency Squad. Alla fine, Superman riuscì a ingrandire la popolazione a statura normale e essi si insediarono su un altro pianeta che girava intorno a un sole rosso. I Kandoriani decisero di chiamare il loro nuovo pianeta Rokyn, che in Kryptoniano significa “regalo da Dio”.”

Vorrei precisare che la foto qui presente non rende giustizia all’opera originale, la riporto solo per dare un’idea approssimativa.
Immaginate una grande sala immersa nella penombra: sparsi per tutta la sua estensione, oggetti luminosi, fosforescenti di interna luce, ti attirano con colori che vanno dal rosso fuoco al bianco candido, al blu, al grigio, fino ai tenui violetti o rosa pastello, fuxia, arancio, verde menta…ti avvicini, e ognuna di queste forme, appoggiata ad altezza giusta sopra un pilastro scuro, si svela ai tuoi occhi come il modellino di una fantastica città, ed ognuna è diversa dall’altra come pianta, come altezza e distribuzione degli edifici, che tuttavia non hanno nulla di riconoscibile ed umano; perfino il materiale di cui sono fatti i modellini sembra di volta in volta diverso – liscio, ruvido, più o meno trasparente…personalmente non sapevo che Kandor fosse un città spaziale miniaturizzata, ma ho sentito vibrare nell’atmosfera una sensazione ultraterrena.
Un’atmosfera di stupore allo stato puro, e di questa esperienza devo ringraziare l’autore, che ha saputo fondere tecniche raffinate con citazioni popolari (perchè il fumetto è un’arte popolare), svelando un’anima poeticamente infantile.






mi ripeto perchè non posso che dire, ogni volta , le stesse cose: meraviglie raccontate con una penna raffinata e aggraziata.
scusami, Blumy, per aver trascurato di ringraziarti: lo faccio adesso, anche perchè, in effetti, sei la sola che abbia prestato attenzione al mio scritto:-)
beh, si sa che l’estate porta ad altre occupazioni, però l’argomento era interessante…
ciao
marina