“Ma cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è stata data in proposito.
Ma io non lo so,non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. “
Wislawa Szymbowska
Sfronda le molte parole che ti vengono in mente,
non farne d’una cento, ma di cento, una:
la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro;
non è facile cosa afferrare una perla speciale!
[Nezāmī in Khosrov-o-Shīrīn]
Eh, ironia con te la disperazione è filosofia! Ma senza di te, ahinoi, la poesia è pura (mera) melanconia. (Pietro Pancamo)
"Il poeta è prima di tutto cittadino" Antonio Fiori
"Io credo che una poesia al giorno tolga il conformismo di torno..." Narda Fattori
"Cos’è la poesia? non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu." (La tigre e la neve, R.Benigni)
Fino al 21 giugno, al Teatro Greco di Siracusa e nell’ambito della XLV Edizione delle Rappresentazioni Classiche, organizzata dall’Inda ( Istituto nazionale del dramma antico) , andrà in scena la Medea di Euripide, oltre che l’Edipo a Colono di Sofocle e Le Supplici di Eschilo.
La Medea, famoso dramma scritto da Euripide, venne rappresentato per la prima volta all’interno delle Grandi Dionisie nel lontano 431 a.C., sotto l’arcontato di Pitodoro e più precisamente poche settimane prima dello scoppio della guerra del Peloponneso. Euripide concorse e ottenne il terzo posto.
Nel 1956 Solomon Asch condusse un esperimento atto a individuare in quali condizioni e perché gli individui cedono alla pressione del gruppo e fanno delle affermazioni contrarie alla loro esperienza percettiva.
Già prima di Asch, Moore (1921) aveva condotto delle ricerche che mostravano come persone che dovevano esprimere delle valutazioni in campo linguistico, etico, musicale erano significativamente influenzate da opinioni presentate loro come il parere della maggioranza o quello che pensano gli esperti.
Un’altra indagine interessante fu condotta da Sherif (1936): egli presentò a un gruppo di persone diversi brani, tutti tratti dalle opere di Robert L. Stevenson attribuendoli falsamente ad autori di diverso valore e notorietà. Chiese poi a quelle persone di metterli in ordine di preferenza secondo il proprio gusto. Il risultato fu che la classifica dei brani seguiva la classifica della notorietà e della stima attribuita agli autori putativi.
Scrive Milo de Angelis nella prefazione al libro CODICE TERRESTRE di Gabriela Fantato:
“[…] Nel suo cammino circolare CODICE TERRESTRE prende la forma di una constatazione. Una volta avevamo di fronte a noi molte vie e molte domande, ci sembrava di abitare una libertà smisurata.
Ora è diverso, scrive Gabriela Fantato, ora siamo entrati in un secondo tempo della vita e della poesia,ora sappiamo che pochi sono gli amici,i luoghi, i giorni essenziali. Resta una fedeltà ai pochi/ a fare il perimetro. Ma proprio per questo li amiamo ancora di più: hanno assunto i tratti di una necessità a lungo confermata,i lineamenti di un destino. CODICE TERRESTRE è un libro del destino e della maturità.
Ha uno sguardo ampio, lungimirante: sguardo rivolto all’indietro, negli spaventi e negli stupori del ricordo, ma anche rivolto più in là, dove si affaccia la grande presenza impersonale della specie. E’ questa la gioia-balzo dentro/la specie dove sono le cellule,/i rami e i figli.
CODICE TERRESTRE è un libro rituale.
Abbiamo dovuto operare una leggera scrematura perchè i romanzi erano tantissimi, questi sono quelli che sono stati scelti. Votate i racconti, sono possibili delle scelte multiple ma non si può esprimere la propria preferenza più di una volta. Le votazioni chiuderanno a fine agosto. Buone votazioni e buona lettura! antonella
le stagioni vibranti e compresse, suoni in contrasto acidulo –
questo ricordo – pennellate a guazzo in tempesta –
le brume spumavano a perdersi nella maniera di Turner
fra gialle incrostazioni naufraghe, mostri fluttuanti dall’occhio fisso
lo sguardo di Dio si celava dietro masse disalberate
con la partecipazione del Comune di Gallarate e della Provincia di Varese, assessorati alla Cultura
e con la collaborazione della Società gallaratese Studi Patri
indicono
VII edizione del concorso di Poesia
VERBA AGRESTIA
Giornalista, romanziera, polemista, Anna Franchi nel corso della sua vita si è sempre raccontata senza falsi pudori, intrecciando pubblico e privato; impegnandosi in battaglie scomode e a volte pericolose.
Educata in un ambiente di tradizioni mazziniane, impara dal padre ad amare gli eroi del Risorgimento nazionale e ad esaltarsi ai versi del Carducci. Nel 1881 diventa suo maestro di musica un violinista, già noto a Livorno, Ettore Martini, con cui tiene una serie di concerti fino a quando, nel 1883, lo sposa continuando a seguirlo in giro per i teatri dove viene chiamato a dirigere.
Costretto ad otto lunghi anni di silenzio (ai detenuti chiusi nello Spielberg era vietata, infatti, ogni corrispondenza) il Pellico percepisce la possibilità di riprendere gli scambi epistolari come uno dei segni del proprio ritorno alla vita.
Nelle lettere il Pellico definisce spesso il carcere con termini come “tomba” o “sepoltura” e parla della grazia come di un ritorno dalla morte alla vita. Consapevole tuttavia della delicatezza della propria posizione preferisce non affidare alla posta le lettere destinate agli ex compagni di prigionia e in particolare all’ex compagno di cella Piero Maroncelli.
In queste lettere, il Pellico, sapendo di avere la posta sotto controllo, raccomanda spesso al Maroncelli di essere prudente :
Celeste Aida strappata alla terra e volata in cielo come una dolce nota di Verdi. Celeste Aida recisa alla vita da una mano tanto stupida quanto scellerata. Anche in questo drammatico intenso romanzo Marinella Fiume continua il suo incessante impegno civile. Cos’altro è, se non atto di giustizia, dare corpo, identità e vita, attraverso un’opera letteraria, a una creatura realmente vissuta cui il destino ha negato una normale esistenza? Ma ci sono colpevoli in questa storia? Si può considerare del tutto colpevole un uomo la cui goffaggine, l’ignoranza, il vizio dell’alcol e l’istinto animale hanno armato la mano? E una donna giovane, piacente, lasciata sola dal marito emigrato in America, è colpevole se ha ceduto a un naturale, fisiologico, desiderio di amore carnale?
Navigavo tranquilla nei mari del sud quando mi sono ricordata di una festa importante alla quale non potevo mancare. Così sono tornata.
Sembra ieri ma dalla nascita di Viadellebelledonne sono passati già due anni. Due anni intensi, due anni ricchi di contributi, d’umanità, di scambio e conseguente crescita.
Ines è stata ragazza e bambina con riccioli neri
la Persia e quell’uomo di Urbino che le sta sempre accanto
ormai nonni a volte stanno per mano
lui va a fare la spesa con un taglio alla gola.
Caligola: Elicone!
Elicone: Che c’è?
Caligola: (con voce seria e stanca). Voglio la luna … Non voglio mica l’impossibile … Tieni presente che l’ho già avuta … Io l’ho avuta completamente … L’avevo tanto guardata e accarezzata sulle colonne del giardino che aveva finito per capire.
Come il Caligola di Albert Camus desidera che l’impossibile sia, così anche Lucio dell’Asino d’oro di Apuleio invoca il potere di guarigione della luna come qualcosa di agognato. La rappresentazione storica è quella della Dea Iside, sorella e sposa di Osiride, capace di ridare la vita alle membra dilaniate dalla sofferenza terrestre, ma non solo. L’invocazione alla luna viene richiesta come qualcosa di salvifico e al contempo denudante del nostro stesso Sé. La ri-composizione di Osiride, raccontata nel mito egizio, è metafora di ricongiunzione postmoderna tra noi e l’Altro e ancor prima tra noi e la nostra stessa essenza marina; una quiete dunque che superando il languore per l’impossibile, riesce a lenire le ferite e a riportare la luce lunare in terra.
# contadino con cesta di fichi d’india di Salvo Caramagno
Quirino si svegliava all’alba e s’addormentava al tramonto. Faceva colazione con una ciriola immersa nel latte che riduceva in piccoli pezzi e si recava al lavoro nei campi. C’era il tempo in cui doveva dissodare, quello in cui doveva piantare o seminare e c’era il tempo della raccolta. E i suoi abiti andavano a seconda delle piante: in tempo di zucchini si vestiva leggero. Allo sbottare dei primi fichi si copriva un poco di più e all’arrossare delle mele metteva la giacca pesante. Sapeva dirti con qualche ora di anticipo se sarebbe venuto a piovere.
Tulpan – La ragazza che non c’era, film di finzione del documentarista kazako Sergei Dvortsevoy, vincitore della sezione di Un Certain Regard a Cannes 2008.
Ecco, per me un film d’evasione può essere simile a questo, perché Tulpan- La ragazza che non c’era è veramente un modo per proiettarsi in un mondo lontano, non solo geograficamente, dove la vita non ha l’andamento caotico e convulso della modernità, ma sembra essersi arrestata al naturale e lento scorrere di una semplice esistenza.
L’ambiente in cui si svolge la storia ha le caratteristiche sconfinate e selvagge del deserto e della steppa kazaka, dove la macchina da presa si sofferma sulle distese aride e sabbiose in balia degli eventi climatici e sa cogliere le variazioni di luce e di atmosfera, con campi lunghissimi in cui è piacevole perdersi.
Anteprima Nazionale! Lunedì 15 Giugno alle 18.00, nell’aula A1 del Monastero dei Benedettini a Catania, verrà presentato in anteprima nazionale il documentario “U Stisso Sangu – storie più a sud di Tunisi”
Un film documentario
Essere diventati una nuova terra di frontiera e vivere gli sbarchi ancora come sorpresa; quasi ci fossero cose a cui non ci abitueremo mai. La diagnosi è che siamo portatori sani di razzismo, o solo gente distratta? Il ciclo, la stagione degli sbarchi e il sentirsi citare in televisione; questo tutto che accade, senza che qualcuno ci aiuti a prendere coscienza dell’importanza che la nostra terra riveste sulle rotte dei flussi migratori. Si può fare finta di niente sapendo che raccolgono i frutti dei nostri campi? Se si, è come dire che l’integrazione avviene per approssimazione, ma purtroppo per loro, sempre per difetto. Accoglierli dimenticando che hanno diritto di essere soccorsi. Mostrare insofferenza per la loro presenza. Crederli un peso quando sono una risorsa. Esercitare su di loro pregiudizi, senza conoscere i nomi degli stati africani da dove provengono. Condannare una condizione dettata dalla debolezza.
La giovane signora Paulton non sa dire chi fosse quell’uomo ordinario che le si era parato davanti all’improvviso. Una lenta ricostruzione americana ci fa scivolare progressivamente in mondi semibui come una piccola stazione ferroviaria nel bar della quale si apparecchia e si sparecchia prima e dopo l’arrivo del solo treno destinato dalla grande città.
E’ nell’ultimo negozio in fondo, sotto al grande magazzino, sciatto, ingrigito, inutile (vendono giochetti o pipe? giocano a scacchi?) che si avranno le informazioni più interessanti sulla possibile identità del tale del salto nel vuoto e sul suo legame con le cose.
Lentamente, non troppo, ci verrà fornita la descrizione accurata di un campo militare. Da lì partono e lì arrivano ufficiali delle forze armate come quello con il quale Peggy Peggy ha bevuto quel drink, ricordate…quello della spilla. Una storia di sgualdrine. La gamba mostrata, la gonna aggiustata stretta. Il rossetto pesante ed i ricci biondi sistemati ad arte, una sigaretta, l’ennesima, sul bordo carnoso.
La poesia di Marina Pizzi è un patrimonio culturale. L’autrice è la facilità e il buon gusto della parola. Riesce a rianimare la staticità della singola unità lessicale creando un vortice che s’insegue, un movimento senza pausa, stridore o flessione. Ogni morfema si concatena a quello successivo in un’unica e splendida capacità comunicativa. Quello che ho sentito ne “L’inchino del predone” è un dolore che dal fulcro, sotto pelle, si distanzia e compenetra la vista e i sensi (“…conosco le comete che/ debordano morte, le confiscate/ aureole dei morti…”; “…in un pastrano di gerundi di gerundi/ senza senso so la strana paglia/ del morente…” ; “…questi massicci codici di dolore/restringono le stime del sorriso/come sostanze anonime d’arsenico.” ; “…il pio duetto delle mani/ricorda il sacrificio di esser vivi…”). Eppure questo dolore non grida, non si scompone e non perde mai la sua lucidità. Usa invece la parola, quella parola di cui Marina è regista e maestra per instillare paradossalmente, attraverso il senso della morte, vita alle cose, alla nostra lingua che si anima, insuperbita e risvegliata.