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Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, Feltrinelli 2009, pp 144, € 13 , prezzo online € 10,40.

“ Don Gaetano è uomo tuttofare in un grande caseggiato della Napoli popolosa e selvaggia degli anni cinquanta: elettricista, muratore, portiere dei quotidiani inferni del vivere. Da lui impara il giovane chiamato “Smilzo”, un orfano formicolante di passioni silenziose. Don Gaetano sa leggere nel pensiero della gente e lo Smilzo lo sa, sa che nel buio o nel fuoco dei suoi sentimenti ci sono idee ed emozioni che arrivano nette alla mente del suo maestro e compagno. Scimmia dalle zampe magre, ha imparato a sfidare i compagni, le altezze dei muri, le grondaie, le finestre – a una finestra in particolare ha continuato a guardare, quella in cui, donna-bambina, è apparso un giorno il fantasma femminile. Un fantasma che torna più tardi a sfidare la memoria dei sensi, a postulare un amore impossibile. Lo Smilzo cresce attraverso i racconti di don Gaetano, cresce nella memoria di una Napoli (offesa dalla guerra e dall’occupazione) che si ribella – con una straordinaria capacità di riscatto – alla sua stessa indolenza morale. Lo Smilzo impara che l’esistenza è rito, carne, sfida, sangue. È così che l’uomo maturo e l’uomo giovane si dividono in silenzio il desiderio sessuale di una vedova, è così che l’uomo passa al giovane la lama che lo dovrà difendere un giorno dall’onore offeso, è così che la prova del sangue apre la strada a una nuova migranza che durerà il tempo necessario a essere uomo.” ( tratto da  www. lafeltrinelli.it)

Erri De Luca si sorprende ancora che le persone si muovano da casa per andare ad ascoltarlo ed eravamo tanti attorno a lui il 12 giugno nel cortile del palazzo Comunale di Portoferraio – Isola d’Elba – alla presentazione del suo ultimo libro “ Il giorno prima della felicità” edito da Feltrinelli, dove attraverso  l’amicizia   che lega  un ragazzino solitario a un portinaio, narra, tra l’altro,  le quattro giornate di Napoli che nel 1943  che portarono alla liberazione dall’occupazione delle forze armate tedesche.
La città si ribellò con forza  in linea con il temperamento del luogo  perché, secondo De Luca, Napoli ha mantenuto i connotati di una capitale europea e quindi c’è nel suo popolo un potenziale esplosivo tanto che è possibile affermare che la città si liberò da sola.  Spiega inoltre che ha voluto rievocare  l’evento in quanto nessuno scrittore napoletano  aveva mai raccontato queste giornate; le uniche testimonianze erano affidate a pochi  memoriali e al film di Nanni Loy  Le quattro giornate di Napoli del 1962  dove venne messa in evidenza soprattutto l’asprezza di quei giorni.

Ma non solo del libro, anzi non tanto del libro, ma della sua vita e del suo rapporto con la scrittura ha parlato De Luca assieme al giornalista Senio Bonini nell’incontro organizzato dalla libreria “Il libraio” di Portoferraio. Di seguito una breve sintesi della sua chiacchierata.

De Luca si sveglia prestissimo, prima dell’alba, prende un caffè e legge un passo in ebraico antico. Nonostante non  sia credente  trova  che vi sia nelle Sacre Scritture un’energia compressa , quella forza catastrofica che permise al  monoteismo  di affermarsi  sulle religioni che avevano una grande quantità di idoli.  Secondo lui , l’amore è  la forza trascinante di quelle pagine , l’energia potente  presente in quegli scritti,  che  hanno “salvato”  anche i suoi risvegli da operaio.
L’interesse per la lingua ebraica gli proviene invece come eredità dalla sua famiglia perché“ dai genitori si eredita il debito” e  “la distruzione degli ebrei d’Europa è stato un punto dolente della sua esperienza di ragazzo.”

Scrivere per lui non è un lavoro. Quando faceva l’operaio  quel poco che riusciva a buttare giù sulle pagine, a sera, era il tempo salvato. Arrivava sudato e metteva sulla carta i pensieri, le storie che si erano affacciate alla mente durante il lavoro.
Scriveva  già  stanco della giornata e per questo non ritiene che scrivere sia un lavoro; per lui non lo è mai stato tanto che non aveva mai inviato i suoi testi ad alcuna casa editrice. Fu una persona che a sua insaputa spedì una sua opera alla Feltrinelli che lo compensò con due mesi e mezzo di salario da operaio, professione che ha esercitato per 13 anni di cui sette dopo l’uscita del libro.
Non è  stato questo evento  però ad avere cambiato i suoi connotati quanto l’avere aderito  alla sinistra rivoluzionaria  negli anni 70, sebbene la scrittura  sia negli anni della sua attività politica sia nel periodo in cui fece l’operaio era già dentro di lui. Dai bombardamenti della guerra erano rimasti illesi i libri  della sua famiglia   che furono riuniti in una piccola stanza e  scrivere non è stato altro che un prolungamento del suo essere lettore. Scrive sui quaderni a penna:  la lentezza del pensiero va con la lentezza della mano. La mano è il direttore d’orchestra della sua scrittura.

Nato nel 1950 a Napoli, la città partenopea che ha formato la sua educazione sentimentale ( collera, vergogna e compassione)  tanto  definirla una causa e lui un effetto della stessa, in una famiglia borghese , con una nonna americana dalla famiglia della quale ereditò il nome Erri, crebbe tra i soldati americani che riempivano la città e si sentiva ostile a se stesso perché somigliava a loro.  Ricorda ancora bene come negli anni 50  con la IV flotta  degli Stati Uniti, Napoli  fosse simile a Saigon o a Manila e  i marinai  che cercavano a terra alcol e sesso.
Allora i bambini che non potevano permettersi di studiare lavoravano e morivano e quando morivano le campane suonavano a festa secondo un’usanza dell’epoca ricordata anche in un film di De Sica. Del resto il sangue è sempre costato meno dell’acqua. Per De Luca i napoletani hanno una sensibilità in più rispetto agli altri, quasi una corda tesa. Entrare in un vicolo comporta una tensione che lui ha ritrovato a Gerusalemme all’epoca degli assalti agli autobus quando la gente guardava gli sconosciuti con sospetto.

Chiudo questa mia breve nota con una considerazione personale. Succede di avere una delusione quando ci si trova davanti all’autore in carne e ossa di libri che abbiamo letto e che ci hanno fatto compagnia o hanno lasciato tracce dentro di noi. L’incontro con Erri De Luca invece è stato l’esatto contrario per Il suo modo di porsi, per la sua grande cultura non ostentata, anzi umilmente minimizzata, per il raccontarsi con semplicità, per l’accettazione di tutto il suo passato  e anche per il suo rifiutare di rispondere, giustamente, su temi che non  ha ritenuto  opportuno dare in pasto al pubblico, in quel giusto rapporto che dovrebbe esistere tra autore e lettore.

Sandra Palombo

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