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Fino al 21 giugno, al Teatro Greco di Siracusa e nell’ambito della XLV Edizione delle Rappresentazioni Classiche, organizzata dall’Inda ( Istituto nazionale del dramma antico) , andrà in scena la Medea di Euripide, oltre che l’Edipo a Colono di Sofocle e Le Supplici di Eschilo.
La Medea, famoso dramma scritto da Euripide, venne rappresentato per la prima volta all’interno delle Grandi Dionisie nel lontano 431 a.C., sotto l’arcontato di Pitodoro e più precisamente poche settimane prima dello scoppio della guerra del Peloponneso. Euripide concorse e ottenne il terzo posto.
Quella che viene rappresentata a Siracusa, con la regia del polacco Krzysztof Zanussi, ha inizio con il riso e i giochi dei due figli di Medea e di Giasone, risa cristalline che riecheggiano in tutto il teatro e che sono in netto e pauroso contrasto con una figura ibrida di uomo albero scimmia essere primordiale, sprovvisto di parola, uomosche non ha ancora raggiunto la posizione eretta, che circospetto si aggira nella scena con il chiaro intendo di rapire i bambini, insidiare la loro innocenza oppure vuole essere, suo malgrado,  rappresentazione di ciò che in fondo si cela in ciascun uomo.
Molto affascinante il contrasto fra il teatro antico e la scenografia moderna. Peccato che nonostante l’altezza in cui è stato posto dai greci il teatro non si riesce a vedere il mare che si staglia di fronte a causa dell’alta vegetazione che oggi circonda il parco archeologico. La scenografia realizzata dal famoso architetto Massimiliano Fuksas assieme alla moglie Doriana consiste in una grande struttura a forma di vela mozzata all’apice alta parecchi metri e costruita da tante tessere di alluminio riflettente in modo deformato le grandi lettere greche che sono scritte in rosso e nero sul pavimento del teatro.
Veste i panni di Giasone il bravo Maurizio Donadoni e quelli di Medea l’ottima Elisabetta Pozzi che durante le due ore di spettacolo domina la scena con un’interpretazione magistrale ricca di toni e di forza, a tal punto da oscurare tutto il resto. E’ però nella natura del dramma scritto da Euripide che al centro della scena ci sia sempre lei, che tutto giri attorno a lei, a Medea la donna, la maga, la barbara, la straniera, la forestiera in cerca di asilo, l’aliena proveniente da un paese lontano inospitale e incivile, una straniera che non è mai stata accettata del tutto, neppure dal suo stesso marito che ad un certo punto affermerà che le donne di Corinto non si sarebbero comportate nello stesso modo.  Medea è una belva, una leonessa, non più una donna. Medea è una donna tradita. P1040036E’ anche una donna sola, non ha patria, non ha padre, non ha fratelli, sorelle, aveva dato tutta sé stessa ad un uomo, si fidava ciecamente di un uomo che amava per il quale era arrivata al punto di uccidere il proprio fratello. Una moglie che vuole lavare l’onta del tradimento col sangue, che non medita di uccidere il marito fedifrago e tristo, come forse sarebbe stato naturale, ma imbastisce una vendetta atroce e inimmaginabile, una vendetta che va contro natura perché si vendica uccidendo non solo la rivale, il padre della rivale, ma i figli avuti da Giasone, i suoi stessi figli, affinché il marito Giasone non abbia più nessuna discendenza. Una donna feroce, violenta e passionale, tanto forte era l’amore e tanto più forte è la rabbia. Medea è però anche una donna debole, che non riesce a gestire l’enormità della sua passione e della sua solitudine. E’ l’altra faccia dell’amore. Lo spettacolo dura due ore. Comincia al tramonto e finisce a sera. La serata è fresca e piacevole, si sente nell’aria la presenza del mare che sì, appena si intravede, ma si percepisce fortemente dall’umidità e dall’odore di salmastro. Noi siamo seduti sugli scalini di pietra, abbiamo preferito così per sentirci antichi greci , per  gustare lo spettacolo nello stesso luogo e allo stesso modo dei greci corinzi che abitavano Siracusa. Nonostante la scomodità dei sedili pie la mancanza di intervallo fra le scene il tempo è volato, la tragedia non ammette distrazioni, si beve ogni parola e ogni gesto. Si va via con la consapevolezza che, oggi come ieri, nulla è cambiato, il passato uguale al presente.

 

 

 

 

 

 

 

da wikipedia

 

La scena si svolge a Corinto, dove Medea, suo marito Giasone ed i loro due figli vivono tranquillamente. La donna ha aiutato il marito nell’impresa del Vello d’oro, abbandonando così il proprio padre, Eeta.

Dopo dieci anni, però, Creonte, re della città, vuole dare sua figlia Creusa in sposa a Giasone, dando così a quest’ultimo la possibilità di successione al trono. Giasone accetta, abbandonando così sua moglie Medea.

Malgrado la disperazione della donna, vista l’indifferenza di Giasone, Medea medita una tremenda vendetta. Fingendosi rassegnata, manda in dono un mantello alla giovane Creusa, la quale, non sapendo che il dono è pieno di veleno, lo indossa per poi morirne fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch’egli il mantello, morendo.

Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli avuti con lui, condannandolo all’infelicità perpetua.

L’opera [modifica]
Gli studiosi concordano nel negare all’opera una derivazione dall’omonima tragedia di Neofrone, riconoscendo ad Euripide tutto il merito delle parti innovative del personaggio, di cui possiamo vedere le origini nelle Argonautiche scritte da Apollonio Rodio, dove viene raccontata l’epopea del Vello d’oro.

L’opera ha molte sfaccettature e svariate interpretazioni, ma di sicuro è l’affermazione della dignità della donna, concetto che stava prendendo forma nell’Atene dell’epoca. Medea è vittima della “paura dell’estraneo”, straniera in terra straniera viene vista come un pericolo e, per vendetta, alla fine lo diventa.

La tragedia ha una spiccata presenza umana, lasciando da parte gli dèi, i quali sembrano rimanere muti alle tragiche vicende che vedono svolgersi. Giasone infatti a loro si rivolge, accusandoli di non aver impedito la triste sorte dei suoi figli, ma non riceve risposta.

Per la prima volta nel teatro greco (almeno quello che è arrivato sino a noi) protagonista è la passione di una donna, una passione violenta e feroce che rende Medea una donna debole e forte allo stesso tempo. Forte perché è padrona della sua vita e non si piega davanti a nessuno, ma anche debole perché questo l’ha resa sola, e dietro di sé ha distrutto tutto quello che rappresentava il suo passato.

Medea ha un fortissimo orgoglio, che le impedisce di chiedere aiuto o di sottomettersi, tanto da arrivare a superare il senso di maternità: preferisce vedere i suoi nemici morti piuttosto che i suoi figli vivi.

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