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È morto oggi, nella sua casa di Taormina, il poeta ed umorista Renzino Barbera; aveva 85 anni.

LA SCAFFA (di Renzino Barbera)
Sintissi amico mio,
non mi dicissi camurrusu
ma c’è purtusu e purtusu.

La scaffa siciliana è un’altra cosa: scaffa che vale!
Non è la scaffa usuale, settentrionale,
che campa massimo ‘na simana e menza
ed è senza esperienza.

Noialtri abbiamo scaffe greche,
scaffe Normanne, scaffe d’Aragona,
E uno… ci si affeziona!
Io ne canuscio una, alla circonvallazione
Ca è pi mia come una passione:
la vitti nascere.
Fui alla sua prima comunione (tra idda e un copertone).
Ora ch’è fatta granni: ne ha fatto danni.
Quando ci passo sto con gli occhi bassi…
Idda che fa? Mi arriconosce e mi cafudda un colpo
Accussì, per confidenza,
e sospensione me ne scassa menza.
Avantieri passai e non sentii niente…
Che dispiacere! Tornai precipitosamente
“Vuoi vedere che la tapparono, ‘sti disgraziati”?
Ma quannu mai!
Erano due carri armati
Ca dintra ‘a scaffa s’avevano sdirrupati.
Lei era la, bedda e sciacquata,
che mi guardava, tutta innamorata

Questa vita è una poesia per fare divertire i siciliani Repubblica — 29 luglio 2001

Nel suo museo di ricordi Burt Lancaster è un re possente che si innamora di un paesaggio, Liz Taylor una diva capricciosa e Alain Delon un amico che gli procura qualche posa nel “Gattopardo”. No, non è una star di Hollywood ma più semplicemente Renzino Barbera, umorista, poeta dialettale, attore, cabarettista; uno che dà del tu ai grandi attori come agli operai dell’ azienda di famiglia. Già, perché la storia di questo vitalissimo settantottenne è divisa equamente tra la ramazza nell’ oleificio di via Emerico Amari e le passerelle mondane di Taormina, tra le asprezze di un padrepadrone e le lusinghe del palcoscenico. Ma perché il rampollo di una famiglia alto borghese come quella dei Barbera sceglie di voltare le spalle a un’ azienda avviatissima per darsi ai sentieri franosi dall’ arte e del mondo dello spettacolo? «Nessuno di noi sceglie niente della propria vita – risponde filosofico Renzino – Non scegliamo di venire al mondo, non scegliamo il nostro nome, non scegliamo il nostro corpo. Io il desiderio di raccontare, di recitare, di disegnare, ce l’ avevo nel sangue. Da ragazzino facevo statue con un pennino e un gessetto. Nel mio albero genealogico ci sono lo scultore Rutelli e lo scrittore Natoli, quello dei Beati Paoli. Ero un predestinato così come in un certo senso ero predestinato al lavoro in fabbrica: ero il terzo anello di una famiglia di imprenditori e quindi andare a lavorare nell’ oleificio di mio padre era un ordine. Mio padre, e il solo parlarne mi commuove, mi trattava come un operaio, mi faceva scopare per terra, mi faceva caricare i camion e non mi ha mai pagato una lira di contributi. A 45 anni dovevo chiedergli il permesso per andare a prendere un caffè. E forse è stato lì, durante i miei anni in fabbrica, che la mia fantasia ha sentito il bisogno di galoppare». Renzino il predestinato scrive la sua prima poesia a 14 anni: «Non era dedicata alla mamma né alla fidanzata bensì alla Sicilia. La scrissi quando mio padre mi portò con sé a Roma: era la prima volta che lasciavo la Sicilia e sentii fortissime le mie radici». Da circa quarant’ anni Renzino è una sorta di signore di Taormina, l’ angolo dorato che s’ è scelto per esprimere le sue attitudini di «attautore», come lui ama definirsi, il porto quieto dove può «parlare con le pietre» dimenticando gli anni della semischiavitù palermitana. Sulla terrazza dell’ hotel Timeo, vista mare e vulcano, fa da padrone di casa al festival del cinema di Taormina. «Un festival che vivo dal 1952 – racconta – dagli anni in cui le starlette andavano all’ Atlantis Bay, un albergo sul mare che oggi non c’ è più. Ricordo che una volta una soubrette annunciò che si sarebbe messa in topless: allora, erano gli anni Cinquanta, faceva scandalo persino un bikini. Bene, questa soubrette si presentò in bikini, nuotò fino alla piattaforma di cemento dell’ Atlantis Bay, vi salì sopra e si slacciò il reggiseno. La calca che si creò fu tale che i fotografi caddero a mare» . Erano gli anni in cui Taormina era una capitale del divismo e della mondanità, complice la breve esperienza del casinò. «Liz Taylor pretese una macchina con aria condizionata e con due autisti. Quanto a Burt Lancaster, non ho mai visto disegnare l’ aria con tanta regalità così come era capace quest’ uomo. Una volta si affacciò alla terrazza del suo albergo e vide il mare, le rovine del Teatro antico, l’ Etna arrossato di fuoco, il verde. Disse: “It’ s too much”. È troppo». Ma nonostante questi rapporti ravvicinati, il cinema per lui è un episodio legato al «Gattopardo» di Luchino Visconti: «Ero un ufficiale piemontese nella scena della festa a casa Ponteleone grazie al mio amico Alain Delon. Io non volevo fare cinema perché non avevo nessuna voglia di scalare la montagna del successo, avevo giurato a me stesso che sarei rimasto al mio livello». Renzino preferisce la ribalta dei salotti degli amici, del Circolo del tennis, dello Stabile di Catania, della Rai siciliana. Ma a un prezzo: «Io per diventare Renzino Barbera me lo sono fatto così. Oggi basta partecipare al Grande Fratello per ritrovarsi ogni sera in televisione e ogni giorno sui giornali. Ho cominciato facendo divertire i palermitani nei salotti raccontando quello che vedevo per strada. Don Totò, il mio personaggio, la voce del popolo che parla di cortura è nato dalla strada, dai miei incontri, dalle mie chiacchierate con la gente. Quando ci fu lo sbarco sulla Luna, un operaio della mia fabbrica mi chiese che cosa avevano trovato gli astronauti. Io risposi che non avevano trovato niente, se non delle pietre. Lui non si perse d’ animo: “Signò Lorenzo, se cercavano bene truvavano i cunigghi sulla Luna”». Ma quand’ è che don Totò spicca il salto? «Andai a Catania da un mio grande amico, Mario Giusti, il fondatore del Teatro Stabile di Catania, e gli portai il mio don Totò. Lui volevo portarlo nel “Ficodindia” una trasmissione radiofonica di grande successo. Quando registrai per la prima volta ci accorgemmo che in radio don Totò aveva un che di diverso, rischiava di risultare volgare. Bisognava trovare qualcosa che lo facesse arrivare all’ orecchio della gente. Ci pensammo tantissimo fino a quando trovai che la musicalità dei pupari palermitani era quella giusta, una parlata che all’ improvviso mette la terza marcia. Mario Giusti non ebbe dubbi: don Totò alla radio dovevo essere quello». E così don Totò, mascherasimbolo del palermitano saggio, scaltro e senza peli sulla lingua, conquista prima la radio, poi le televisioni private e anche le colonne dei giornali. «Ma don Totò ha dato fastidio perché era troppo libero per le logiche dei giornali». Renzino è un fiume in piena, inarrestabile, un concentrato di energia insospettabile che lo porta a inventarsi campagne di pubblicità progresso nel primo minuto libero che si ritrova. Merito forse del suo personalissimo elisir di lunga vita. «Mi sono imposto di svegliarmi ogni giorno come se stessi nascendo e di addormentarmi ogni notte come se stessi morendo. In questo modo io ho vissuto molto di più di qualsiasi altra persona». – MARIO DI CARO

da qui:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/07/29/questa-vita-una-poesia-per-fare-divertire.html

 

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