
La Vucciria di Guttuso - Palazzo Steri - Palermo
Chi mi conosce sa che non è possibile uscire da me senza recarne marchio o traccia. Non sono una stanza né una stazione, sono una persona, una donna per l’esattezza, una donna con il rogo nel calamaio, sono una stiratrice con un esercizio nel centro storico con la vetrina vuota e due sedie scompagnate, impagliate, poste una davanti all’altra, settecento una, ottocento l’altra, e due piante alte e ben nutrite ai lati. Io sto all’interno, nella penombra, vivo comunemente aleggiata di vapori caldi di ferro con serbatoio capiente d’acqua a cento gradi. All’ultimo uomo che ho conosciuto sto raccontando il mio desiderio. L’entrata non è stata gradevole. Primo sintomo, il caos. Gli confesso di voler morire impiccata alla terza bifora con intarsi policromi della fila in alto di palazzo Steri, a piazza Marina. Le spalle di lui, incalcolabilmente spirituali, si sollevano piano dal cuscino, e io mi aggrego a ogni cosa che nella stanza riluca. Ai cristalli, soprattutto; e a una chioma di cielo violetto rilasciato dal pomeriggio sciolto nello scirocco. Ignoro la fecondazione nel bianco del suo occhio e invece viene nell’iride verde un’irruzione di domande; ma le imbalsamo, abbandonandole amaramente.
Perché?, mi chiede. Perché è bello penzolare sullo sfondo ocra appena ripreso di palazzo Steri, perché è il quadro che guardo sempre durante le mie otto ore di stiratura, perché non riesco a vedermi né viva né morta fuori da questo perimetro di mondo. Il mio desiderio è oscillare di fuori, leggera ma inseparabile dal muro, invisibile perché protetta dal color ocra che trasuderei una volta scivolata giù, dopo aver legato con cura un lenzuolo arrotolato e tinteggiato dello stesso oro svanito dello Steri, dopo aver imprecato la fame implacabile su questa specie di vomero palermitano pizzicato da camicie di cotone bianco. Per proteggermi dal futuro, dalla satira dei lottatori professionisti rivolta a me che sono un cardine sgangherato del dissenso. Nonostante la mia inclinazione alla pazienza – ho risposto al giovane uomo il cui urlo non ha sciolto l’enigna ma solo dato nuance al mio orgasmo – nonostante l’impegno nella pittura, nell’osservazione, nella stiratura, sia la ripetizione, nonostante occorra una destrezza artigianale per fronteggiare le eutanasie, la pedita della cannella nelle pesche al vino, e nonostante io abbia raggiunto la saggezza di manipolare le superfici e lisciarle e intiepidirle e nonostante io sappia con assoluta certezza che l’eco del passato è una frontiera mobilissima e saettante e nonostante io sia diventata una brava impresaria di impronte, nonostante mi sia scottata mille volte nella scrittura convulsiva e trainante che dalle sue ignote altitudini viene ad addolcire proprio me o viene a congiurare contro di me, proprio me, nonostante sia così goffa agli occhi di questi facoltosi da esser capace di trainare trionfalmente un carogna lungo tutta la piazza solo per consacrarla all’effimero e sottrarla alla materia, credo che la sorte della calce sia la più nobile, la più commentata, la più esposta, la più riecheggiata.
Vorrei divenire io stessa una parafrasi, vorrei spiegare a tutti le molteplici sagrestie non comunicanti di questa piazza il rimedio contro l’epilessia. Potrei così sfidare i fanatici, i compositori, i personaggi esemplari e vendere coraggio col mio sangue fresco pur di vederli inginocchiati e pur di trovare le parole per dire tutto questo. E sottrarre loro tutto lo strumentario liturgico, pretestuosamente regolato da normative mormorate cautamente da un orecchio all’altro (reliquiari, calici e paramenti) e assegnarlo alle madonne indifese vestite di rosso ritratte sugli scenari qui intorno. Si è fatto fresco, la sporcizia per strada si sarà ammansita. Sto seduta e divaricata sul corpo dell’uomo, lo servo. Gli servo da rosa bianca sul tavolo, che a lui, mi dice, piace sempre coperto di primavera. Ciascuno coltiva una dissipazione, questa quella di lui. Quella mia portare l’istinto quando il mito muore, quando i calici, dopo i brindisi, si sono abbassati, quando i cardi invecchiano piantati in terra e lì s’addensa l’ardesia. Perché faccio assistenza ai corpi surriscaldati, vegetativi. Perché sono l’epifenomeno di un colpo di remo. Perché i fianchi carnosi stanno sfiammando.
Rossella Valentino






questa è una scrittura che mi piace! corre, veloce come un respiro ansante, è decisa, ha immagini che si stagliano nitide davanti agli occhi, è una voce passionale, sanguigna, ma che si abbandona su se stessa, per osservarsi e ascoltarsi da vicino.
Hai ragione Blumy, Rossella ha padronanza e facilità linguistica non comuni e poi i suoi racconti sono pieni di significato. Grazie per la tua, sempre presente, lettura
mi sono svegliato adesso e al bagno ho leggiucchiato “cassazione” di djuna barnes, raccontino che conosco quasi a memoria, e aprendo internet dove potevo cadere?
una grande stiratrice!
(ciao Maeba, e grazie)
mi spiace essere una voce fuori dal coro ma io questo racconto non lo capisco. al di là della scrittura, senz’altro bella, barocca, direi “consoliniana”, non riesco a coglierne il significato. mi pare che oggi tutto ciò che è oscuro, involuto, sfuggente, sia il massimo dell’espressione nella narrativa. sarò ovvia, datata, ma amo tutto ciò che veramente “racconta”.
anna
Be’, penso che sia un fatto naturale avere delle opinioni diverse e, oltre a questo, che sia dalla diversità personale e artistica che si può creare un confronto. Non credo possa esistere qualcosa in grado di mettere tutti d’accordo, tutte le persone, ognuna con una sua storia e il suo bagaglio di esperienze. Mi sembra naturalmente impossibile l’assoluta concordanza di opinioni rispetto a un fatto qualsiasi o a un atto creativo. All’opposto di te Anna, io non amo ciò ciò che veramente racconta. Le forme lineari, biografie escluse, solitamente mi annoiano. Ho anche una strana convinzione sulla narrativa. Penso che “la storia” sia una variante di 5-o-6 archetipi di base e, tolti alcuni generi specifici tipo il romanzo giallo, leggo raramente romanzi o racconti che mi lasciano basita o stupita o anche solo non annoiata per i contenuti (un’ eccezione è Irène Némirovsky, il primo nome che mi viene in mente). Mi hanno sempre affascinata di più la suggestione e quel margine di fantastico che lasciano le scritture “involute” (anche se ammetto di non sapere esattamente cosa significhi il termine). La possibilità di ricostruire con la mia immaginativa un senso definito, di inserirmi nei nodi e dipanarli…a modo mio.
Ma, a parte questo, del racconto di Rossella Valentino e della sua scrittura in generale mi colpisce, oltre la scrittura esteticamente bella, la capacità di colpire, di essere efficace e cruda pur essendo una bella scrittura.