Del farsi poetico: Gian Paolo Guerini


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Piet Mondrian "Red Tree"

Ho l’intuizione che sia estesa alla poesia la tendenza che ancora accompagna l’astrattismo pittorico: una naturale e umana diffidenza verso ciò che non è profondamente radicato nel nostro panorama culturale. Là dove manca una pietra di paragone nasce la tendenza allo scostamento del lettore,critico, amante. La diffidenza poetica come esempio dell’istinto naturale a proteggersi verso ciò che ci è straniero. Evito di indicare le ripercussioni, talvolta aberranti, altre semplicemente limitanti che può avere il rinchiudersi nel consueto sullo sviluppo della nostra umanità e limito la riflessione alla poesia. Di fronte a un terreno non consolidato da anni di studi e analisi più o meno approfondite, l’incapacità di formulare, per assenza di precedenti, un pensiero critico porta spesso al rifiuto/annichilimento dell’opera d’arte.
Non vorrei si pensasse di screditare la poesia sperimentale riducendola a espediente usato da chi non ha basi (come per il pittore astratto di cui non si desuma una matrice figurativa) per porsi in modo culturalmente già determinato e fruibile.
Attraverso alcune poesie che mi sono state gentilmente prestate da Gian Paolo Guerini voglio mostrare come la sperimentazione, il dissodamento dei significati e la ricerca sul suono non siano una modalità per sgravarsi dalla matrice culturale di riferimento quanto piuttosto la ricerca di un suo superamento nell’ottica di un percorso, o meglio di una necessità, umana e artistica personale.

POESIE D’AMORE

il lume traballa, m’è
forza rianimarlo: se
sfioro un pensiero
la lontananza m’attraversa
ma rafforza la visione del tuo
viso. se alzo un dito
abbasso una palpebra,
se muovo un remo, la
bonaccia m’assale. Ecco:
ci siamo dimenticati di premere
le dita all’impugnatura del
destino, ma ecco che,
stringendoti, lascio tutto
intatto. dove trovano rifugio
i riflessi dei pesci quando
la marea saluta dalle loro
scaglie argentee?

se potessi da un’altura
determinare la direzione
dei venti o affamare
la frescura della luna
questa sera di cilicio
e ciliege la darei in
pasto all’insolvenza
della primavera. Eppure
non stringo tepori che
arrivino al tuo passo.
sono muto a dire al piede
che l’ampiezza del mio
braccio non lima il riflesso
d’una guancia. se da
quest’altura scandaglio
la resistenza dell’aria, i miei
occhi fendono l’idrogeno con
lo stridore del tuffo e allevano
l’ossigeno finché gonfi gocce
a issarsi a pelo d’acqua.

lì vidi: nero, patio, riso (estratti)

nome di gemito
ocean e terra
travi passare per stormi
di scoscesi stigi
che tu hai forse remanti resi
ma dimmi chi s’è solo messo
a isti estinti
se non chi ama
’sto danno
colpa della meta
la pioggia mista a teste
a nani alti
pesi a lagrimar
miti che verranno lindi
pasti in discordia
sale e lievito
che sormonti l’azoto
e fronde smosse
e superbi veltri latranti
cieli dolenti
e sonni murati

latrati e metalli
riti con risposte
statue e tromba d’imbuto
rimbomba tra passi
tra ombre e pioggia
passi lenti
toccano futuri dismessi
tormenti cresceranno
senza ieri
o cocenti ritorni
vanto così perfetto
senza ieri
o giorni amati
assai ridicoli
dico sette e ventidue
dico questa roccia
rivolta a occidente
la dico avvolta a caduta
accanto aconito
trava pene d’edere
con quella stoppa sconveniente
di genti torve
forza irta
in centro gridando

orlo lindo
del tungsteno
erto e piano
condusse
dove muore il lembo
oro e argento
cocco e biacca
indaco e smeraldo
erba e fiori
scura cometa
dipinta d’odori
incauta vidi
vallare fori
prima che ’l sole
a chiamarla arrivi
stanò la terra
dove l’acqua scende
sfiorando gigli
guardati attendere
anta sollevata
da erba crescente
uscio sollevato
in docile grido
di cardine
udire e mirare
almeno
tra grano increspato
verdi erose radici
tra sponda
in mezzo a lordi occhi
smarrita si confonde
nei nomi di dio
lotrepassicredochiscendesseefuidisottoevid
iunchemiravapurmecomeconoscermivolessetemp
eragiachelaeresanneravamanonsichetraliocch
isuoiemieinondichiarisseciochepriaserravav
ermesifeceeioverluimifeigiudiceningentilqu
e opposta sponda
cria tra fumara e morti
occhi lordi
come steli tra brago
e biscia su cibo amaro
tra erba e fiori striscia
volgendo la testa
e leccando come bestia
vidi
roder ossa celestiali
vidi
lunare tra verdi ali
d’uccelli lucerna
in alto
tra cera infima
luna e lume
dimora con grida e grida
coltri e neve
che cuopre
cotesta cortese chiostra
lena su mani
sale su erba
inchinai tristi lai
mattina peregrina divina
sospesa intesa
e forse d’altro loco
poco foco
pare che arda e non arda

come un mare di merda senza ode senza lenza
come bocca di cui non sappiamo provenienza
una bocca striata come dossi di bottiglie
quando il vetro verde è più acido di stoviglie
non posso invocarli quando gracida la fiamma
che sembra dissolversi come un diagramma
hanno zanne limate dall’insonnia e rigate
come corno di rinoceronte dall’acqua sgorgate
come pitone chetato come un pistone sfiatato
come cono gelato come groviglio inchiostrato
all’apparenza appaiono
apparsi al limitare
d’apparizioni apparse
permettono di sedersi
e seduti si mettono
su stuoia di sequoia
sull’ampia orma dell’onda
torbida della torba

mirar pupille oscure
riflesse in opachi specchi
vidi
veduto guardare
vedermi vedermi
tra sole e stelle

comp_10

Piet Mondrian "Composition No. 10"

N.b. Tutte le poesie di cui sopra sono frutto dell’ingegno di Gian Paolo Guerini. Riflessioni d’autore sul suo lavoro sono rintracciabili qui e forniscono nuovi spunti di riflessione e diverse chiavi di analisi del testo.

N.b. Red Tree e Composition No.10, opere di Piet Mondrian, mostrano il progressivo passaggio del pittore dal figurativo all’astratto

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5 risposte a Del farsi poetico: Gian Paolo Guerini

  1. giacomo cerrai scrive:

    interessante pezzo, Maeba, perchè documentato. Sperimentazione è un concetto molto lato, ma concordo sul fatto che sperimentare in poesia, come sapeva bene tanto per fare un nome Spatola ( v. ad esempio questi testi: http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/185-Adriano-Spatola-da-Diversi-accorgimenti.html) e come dimostra di saper bene Guerini, è appunto “superamento della matrice culturale di riferimento”, ma anche riutilizzo di un immenso archivio (Eliot), confronto agonistico (Bloom) ecc. O non è. Inoltre la mancanza di una pietra di paragone spesso è un problema culturale, un deficit del lettore/critico più che dell’artista.
    un saluto di stima

  2. Gian Paolo Guerini scrive:

    Dato che Giacomo Cerrai fa riferimento ad Adriano Spatola, mi permetto di segnalare l’Archivio del fratello (Maurizio Spatola): http://www.gianpaologuerini.it/mauriziospatola/ che può essere un’ottima occasione di verifica su quanto fatto nella sperimentazione poetica.
    Grazie a Maeba per la squisita ospitalità in questo spazio.

  3. Blumy scrive:

    sono d’accordo con te, Maeba – e con il poeta che citi e di cui proponi alcuni brani – : non bisogna rimanere attaccati ad un modello che ci siamo fatti senza tener conto di come il linguaggio poetico si evolva e si evolva verso espressioni e impostazioni nuove, anche se, ti confesso, delle poesie postate ho preferito le prime due, in cui, però allungherei il verso: così corto dà al brano un tono di marcetta.
    L’ultima poesia è troppo lunga e la trovo, per lo sforzo di una diversificazione ad oltranza, eccessiva e poco gradevole alla lettura (mi perdoni l’autore).

  4. paola lovisolo (cara polvere) scrive:

    là dove manca la pietra di paragone ecco la pietra di angolo rifiutata e dove la diffidenza poetica virulenta ecco il pregiudizio che non sa fare amore con le mostruosità della bellezza ma la scusa con i riflessi che vuole vedere dentro i paraocchi limiti alla
    nostra amabilità e motilità quali spermatozooi bipedi momologanti in sovrappiù del grande uovomondo

    i testi sono belli a mio ascoltarli con i pochi strumenti che ho (mi ci provo) e sono interessanti interessanti nella loro diversità che poi contrastanti
    si controcantano profondamente o si chiamano.
    il primo testo ha dei sincretismi con gli ultimi Battiato, se posso osare, musica degli E.S.T. jazz… tessuto sfrondato a sfondare, un desiderio di martello
    guaito di fantasmi sognati senza avvisare.
    il secondo, cerebrale (ditemi se vaneggio) ecco, anche cerebral vaneggio, bestia vocabolica, silenzio ricco
    di tic e incipit di parola e chiuse mentre il mare che segue si gonfia e la barca si alza con il mare com enel proverbio e il lettore annega nel gonfiore e alla fine un po’ sbiadisce, guarendo.
    paola

  5. in qualche modo hai sfiorato l’aspetto “orale” del testo, a cui tengo molto. in http://www.gianpaologuerini.it/14_lividi/audio/ è possibile ascoltare la mia lettura di “lì vidi: nero, patio, riso”. sì, anche la parola “alla fine un po’ sbiadisce”, chissà poi, se a guarire riesce. grazie. gp

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