[da Luce Irigaray, Tra Oriente e Occidente. Dalla singolarità alla comunità, Manifestolibri 1997]
AVVICINARSI ALL’ALTRO COME ALTRO
Siamo stati(e) educati(e) a fare nostro tutto ciò che ci piace, tutto ciò che è vicino a noi, fa parte della nostra intimità.
Sia a livello della conoscenza sia a quello dei sentimenti facciamo nostro tutto ciò che accostiamo, che si avvicina a noi.
Il nostro modo di ragionare, il nostro modo di amare corrisponde ad un’appropriazione. La nostra cultura, la nostra istruzione scolastica, vogliono che imparare e sapere equivalgano a far nostro attraverso strumenti di conoscenza capaci, lo crediamo, di apprendere, di capire, di dominare tutta la realtà, tutto ciò che esiste, tutto quello che percepiamo con i nostri sensi e ciò che è al di là di essi.
Vogliamo avere l’intero universo nella nostra testa, talvolta l’intero mondo nel nostro cuore. Non vediamo che un tale gesto trasforma la vita del mondo in qualcosa di finito, di morto in un certo senso, perché il mondo perde così la sua propria vita sempre estranea a noi, esterna a noi, altra da noi.
Farò un esempio. Se capissimo esattamente quello che fa la primavera, perderemmo probabilmente la contemplazione stupita davanti al mistero della crescita primaverile, perderemmo la vita, la vitalità alle quali tale rinascita universale ci consente di partecipare senza che possiamo conoscere né controllare donde ci arrivino la gioia, la forza, il desiderio che ci animano. Ammesso che fosse possibile analizzare ogni elemento di energia che avviene nell’esplosione della primavera, ne perderemmo lo stato globale che proviamo quando siamo immersi(e) in essa con tutti i nostri sensi, il nostro intero corpo, la nostra anima.
Questo stato, mi permetterò di dire: questo stato di grazia, che ci procura la primavera, lo conosciamo talvolta, per lo meno parzialmente, quando ci troviamo in un nuovo paesaggio, in una manifestazione cosmica straordinaria, in un ambiente che ci è insieme percettibile e impercettibile, conosciuto e sconosciuto, visibile e invisibile. Siamo situati, in tal caso, in un’atmosfera, in un evento che sfuggono al nostro controllo, alla nostra competenza, alla nostra intenzione, al nostro stesso immaginario. La nostra risposta a tale «mistero» allora può essere la sorpresa, l’incanto, la lode, talvolta l’interrogazione, ma non può essere l’appropriazione, la riproduzione, la ripetizione.
LA TRASCENDENZA IRRIDUCIBILE DEL TU
Lo stato – fisico o spirituale – che produce in noi la primavera, certi paesaggi, certi fenomeni cosmici, può accadere all’inizio di un incontro con altri. L’altro ci commuove in tal modo nei primi momenti di un incontro, toccandoci in maniera globale, non conoscibile, non padroneggiabile. Poi, troppo spesso, lo facciamo nostro – o la facciamo nostra – attraverso la conoscenza, la sensibilità, la cultura. Entrando nel nostro orizzonte, nel nostro mondo, l’altro perde la stranezza della sua attrazione. La sua presenza ci circondava di un certo mistero, comunicandoci un risveglio sia corporeo sia spirituale, ma lo riconduciamo a noi, lo conglobiamo a nostra volta. Al limite, non lo vediamo più, non lo udiamo più, non lo percepiamo più. Fa parte di noi. A meno che non lo respingiamo.
L’altro è dentro o fuori. Non è dentro e fuori, facendo parte della nostra interiorità ma rimanendo anche fuori, esterno, estraneo a noi, altro. Svegliandoci con la sua alterità, con il suo mistero, con l’infinito (in due parole: non l’assoluto) che rappresenta per noi. E proprio quando non lo conosciamo, o quando accettiamo che resti per noi non conoscibile, che l’altro ci illumina in qualche modo, ma di una luce che ci rischiara senza che sia possibile afferrarla, capirla, analizzarla, farla nostra.
La totalità dell’altro, come quella della primavera, ci tocca al di là di ogni conoscenza, di ogni giudizio, di ogni riduzione a noi, al nostro, a ciò che ci è in qualche modo proprio. In termini un po’ eruditi, potrei dire che l’altro, l’altro in quanto tale, in quanto altro, esiste al di là di ogni predicato attribuito da noi: non è mai un questo o un quello assegnato a lui/lei da noi. E proprio quando sfugge a ogni giudizio da parte nostra che l’altro emerge come un tu, sempre altro e inappropriabile dall’ io.
***
Biennale Democrazia, 25 Aprile 2009 – Luce Irigaray
questo brano è uno spunto, affascinante ma ovviamente incompleto, per intraprendere una strada di conoscenza: a proposito di se stessi, del mondo, di una figura importante come Luce Irigaray…io e il tu, il dentro e il fuori, e le problematiche ossessionanti del possesso
marina
Meravigliosa: e intramontabile, Luce. Molti altri testi (sacri) furono scritti poi, da lei.
ma questi abc restano: ALFABETI con cui ripensare i fondamenti del pensiero occidentale. Un pò come nel” PENSIERO DELLA NASCITA”di H.ARENDT, intramontabili infatti..
Mpia Quintavalla
E’ indubbio che l’altro costituisce un mistero che ci avvicina all’assoluto, la scoperta dell’altro già dal paradiso terrestre è stato uno dei momenti più significativi nella vita dell’umanità, ma non dimentichiamoci che sempre nel paradiso l’uomo ha mangiato la mela del peccato, in questo modo ha imparato a conoscere il bene e il male,e quindi a giudicare il suo simile, ma la più grande maledizione che Dio ha dato all’uomo è stato il lavoro:”d’ora in poi tu uomo ti guadagnerai da vivere con il sudore della tua fronte”, il lavoro,la conquista di esso ha messo necessariamente in competizione l’uomo con il suo simile, senza dimenticare le diseguaglianze che ha creato poi nel tempo.
Come dimenticare le teorie del valore lavoro degli economisti classici o le teorie di Marx, ma a prescindere dalla teoria il lavoro ha introdotto lo sfruttamento dell’uomo, oggi oltretutto è una risorsa scarsa e purtroppo l’uomo a differenza degli animali deve lavorare per mantenere sè e la sua famiglia……………………..sembrano considerazioni elementari ma credo che a volte le filosofie sono concettualmente belle ma prive di considerazioni pratiche.
Quelle di Luce Irigaray sono riflessioni molto interessanti anche se concordo con Francesco quando parla della “bellezza” delle teorie che, però, contrastano con gli aspetti pratici della vita. Uno di questi è la necessità del lavoro ( ma perchè non il gusto, quando è possibile?), l’altro è l’ineliminabilità dei processi conoscitivi. Anche il discorso elementare dell’incanto e del mistero che si provano di fronte a un qualsiasi “paesaggio” nuovo e sconosciuto mi lascia un po’ perplessa. Quanti modi diversi ci sono, per esempio, di guardare un cielo stellato? Un modo lirico, evocativo, nostalgico, gioioso, scientifico,estetico: l’occhio del pittore, quello dell’astronomo, quello del sognatore e così via. Ognuno, in qualche modo, conosce e ripete uno schema. Talvolta lo schema è un limite, persino doloroso, che si vorrebbe superare con un di più di conoscenza. Perchè muoversi da ignoranti nel mondo? Se ne trae veramente piacere? E’ forse l’eccesso di analisi che rischia di saturare il nostro rapporto con le persone e le cose: in questo senso sì, volere conoscere troppo può avere effetti inaridenti. Ma scegliere di non sapere è un atteggiamento ambiguo e un poco stanco. E che nega ogni piacere alla conoscenza. Purchè la conoscenza non significhi “rompere l’oggetto” per vedere cosa c’è dentro.