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Nell’ambito della ventunesima settimana della cultura, il Museo d’Arte Orientale di Ca’ Pesaro ha proposto una ricca sequenza di iniziative.
Barbara Biciocchi, che lavora qui a Venezia presso questo museo dal novembre 2003 con la qualifica di Restauratore Conservatore Direttore per il settore materiale cartaceo, mi ha invitato alla presentazione del Trittico di Kikugawa Eizan “La raccolta delle conchiglie con la bassa marea”, normalmente non visibile nelle vetrine del museo ma accuratamente riposto nei suoi archivi; in questa occasione ho assistito, più che ad una conferenza nel senso tradizionale del termine, ad una deliziosa “performance”, che univa il gusto del bello – con l’invito a contemplare le tre splendide xilografie del periodo Edo – alle suggestioni storico ambientali – con chiarimenti sul periodo, il luogo, le feste, la cultura del mitico oriente.
Ma soprattutto Barbara ha illuminato la sua esposizione con suggerimenti filosofici di sapore buddista-zen, miscelati con quel calmo ed elegante gusto della manualità, che va ad equilibrare la dicotomia occidentale tra anima e corpo: infatti, ha proposto ai convenuti una dimostrazione pratica su come si prepara il “go-fun” o “bianco di conchiglia”, sostanza micromolecolare derivata dalla macerazione quinquennale all’aperto di particolari ostriche, spiaggiate e poi trattate con sapiente accuratezza artigianale attraverso cotture al vapore, pestaggi al mortaio e macinazioni.
La fase finale, abbiamo potuto vederla nelle mani di Barbara, perchè il pigmento va preparato al momento del suo specifico utilizzo e decade in poche ore: dentro il palmo che emana calore, si impasta l’impalpabile polvere di conchiglia con gelatina di storione e una goccia di acqua distillata, si emulsiona e lavora il tutto con speciali bastoncini di legno di giovane pioppo, lentamente, senza fretta, fino a raggiungere la giusta consistenza: il risultato è una crema morbida e densa, con la quale si può ottenere un colore spesso e lucente, di durevole persistenza, per i disegni e le stampe; diluendolo ancora un po’, si ottengono preparati cosmetici raffinatissimi, usati tradizionalmente dalle gheishe e dagli attori teatrali giapponesi per sbiancare il volto come una maschera idealizzata, ma adoperati anche nella moderna cosmesi. Un ulteriore uso del “go-fun” è la sua applicazione alle finestre e tende della casa giapponese tradizionale: una luce diffusa, senz’ombre, diffonde un senso di calma uniforme negli interni di minimale semplicità, tipici della intimità familiare di questo popolo.
Kikugawa Eizan (nome d’arte che significa “crisantemi lungo il fiume”), è l’ultimo grande rappresentante dell’arte “ukiyo-e”, che significa “mondo fluttuante”; questa espressione indica una cultura ed anche un genere di stampa, iniziato alla fine del XVII secolo e fiorente fino al 1867, anno della morte di Eizan; segue un periodo di decadenza. L’ukiyo-e vide i suoi classici in Utamaro e Hokusai, ai quali Eizan si è senz’altro ispirato pur con caratteristiche sue particolari; infatti ha perseguito un canone di bellezza idealizzato, incapace forse di dare alle sue raffigurazioni la caratteristica vivacità e la personalizzazione di Utamaro, tuttavia molto attento ed efficace nel dipingere la vitalità dei bambini, da lui prediletti per esperienza personale di padre. Le xilografie di Eizan sono sempre estremamente eleganti ed equilibrate nelle linee e nei colori, con sfumature tenui e raffinate. 

“La luna si riflette
sulla superficie delle risaie
fluttuante
come l’amore fra uomo
e donna”

Questa poesia della poetessa e cortigiana Hanaogi (fine XVIII° sec.) potrebbe riassumere e simboleggiare la filosofia ukiyo-e.
Nel “mondo fluttuante” ci si può allontanare, se pure con la dovuta prudenza, dalla sopportazione distaccata della sofferenza fisica e mentale che impone il buddismo allo scopo di raggiungere la conoscenza; si può gioire dell’attimo, contemplando i piccoli piaceri della vita. Questo può avvenire anche osservando le stampe che rappresentano feste, stagioni, paesaggi, ricorrenze, animali, bellezze femminili – che non sono mai ritratti, ma idealizzazzioni del bello assoluto.
Una di queste feste è la raccolta delle conchiglie; nel trittico di Eizan, un popolano le mette in mostra dentro capaci ceste e nobili dame in abiti sinuosi accorrono ad ammirarle, mentre una bambina distratta indica qualcosa fuori dalla nostra visuale, destinato a rimanere misterioso, ed un bambino grasso afferra un pesce che si dibatte inutilmente. E’ ancora vivo, ma per poco. Le conchiglie, i volti delle dame, alcuni sassi e fiori sono dipinti, per l’appunto, con il famoso e traslucido “bianco di conchiglia”.

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