LA MORTE DI HAROLD PINTER

Oggi è giunta la notizia della morte di Harold Pinter, grande drammaturgo, premiato con il Nobel Letteratura nel 2005
La motivazione del premio tra le altre annotazioni recita anche che “nelle sue opere l’autore scopre il precipizio che si nasconde sotto i discorsi oziosi di ogni giorno e entra con forza nelle stanze chiuse dell’oppressione”
Poichè oggi è natale e i giornali on-line sono parchi di notizie e approfondimenti sulla sua figura complessa- non solo di artista, ma di pensatore attento alla moralità della vita civile – ho cambiato varie stazioni radio, alla ricerca di ricordi a lui dovuti: e ho avuto la fortuna di imbattermi proprio in questo istante su un bel programma che certo seguirò.
Il programma in onda adesso e a lui dedicato è su RADIO 3, più esattamente all’interno di RADIO suite, nella rubrica tenuta da Oreste Bossini, e che tratta di teatro ma anche di poesia.
In questo istante è in onda un’intervista avvenuta in occasione del suo 70 compleanno, nel 2000





E’ giusto comunicare questa segnalazione e infatti una BD di nome Dominica ci ha pensato. Bene! Sandra
beh, cara sandra, è stato inevitabile dare la notizia, Harold Pinter è stato un grande darammaturgo. Questa mia segnalazione – essendo proprio su una notizia appena arrivata- non ha potuto però “preavvertire” gli interessati nel seguire il servizio su radio tre, anch’esso fatto sul momento.
A ciò che ho scritto, posso però aggiungere che oltre l’intervista del 2000 a Harold Pinter stesso, sono intervenuti in diretta Roberto Canziani ( critico teatrale coautore con Gianfranco Capitta di un libro intervista a lui dedicato) e lo studioso Guido Davico Bonino, critico letterario e teatrale.
In questo servizio, si è detto che ultimamente Pinter componeva poesie, hanno parlato di Beckett e di lui come i due più grandi drammaturghi, e la più grande differenza tra loro era dovuta al fatto che in Pinter vi era la compresenza di elementi astratti e di elementi strettamente realistici , mentre Beckett rifiutava ogni convenzione naturalistica… come vedi, se uno vuole approfondire, ce ne sarebbe di materiale…
Van bene queste segnalazioni, e si impara, anche nella sintesi, il momento contiene parti di ineffabile…
a me Pinter gira attorno come un moscone che mille cose vorrebbe dirmi ma che non riesco a fermare.
Sentirlo confrontato a Beckett mi intriga, che Beckett è una pietra che non mi possono più togliere di dosso.
Sandrina, che deh?
l’unica è cercare di leggere di ambedue i testi e vedere le rappresentazioni teatrali loro opere, cara silvia .. .almeno questo vorrei personalmente fare in modo approfondito si intende, qualcosa del resto ho già letto, qualcosa già ho inteso, ma vorrei fare di più
Grazie Dominica per questa tua segnalazione. Harold Pinter è una pietra miliare, un innesto irripetibile di Ibsen e Beckett, di Chechov e Genet. Assolutamente originale nel suo genere, Pinter è stato uomo impegnato politicamente e le sue profonde descrizioni dei baratri umani ne fanno certamente uno dei più interessanti autori contemporanei. Vivrà in eterno, io penso.
Un piccolo passo, sferzante equilibrato e …perfetto.
“C’erano molte stanze, ma un unico sole. Una stanza può essere difettosa nel progetto e nella costruzione, e può essere criticata da quel punto di vista. Una fenditura nel tetto è un difetto. Una stanza idonea è solo e unicamente la dimostrazione della competenza del suo costruttore. Rimane statica finché la casa non viene demolita, poi, e solo poi, si verifica il processo di cambiamento drastico, difatti, cessa di essere una stanza. Il cambiamento all’interno della stanza, quando è ancora intatta, è da attribuirsi solo ai muri, al pavimento o al soffitto. Umido, deforme, o marcio secco. I mobili, l’arredamento, le suppellettili sono del tutto casuali, e in alcuni casi, null’altro che un’imposizione a discapito della stanza. Attribuire deviazioni alternative o desideri reali a una stanza è unicamente il progetto di una mente malata o delusa o il sintomo di un’euforia esaltata. Criticare il sole era assurdo. Il sole splendeva e la terra gli roteava intorno. Criticarlo o rivoltarsi contro di esso era altrettanto impossibile quanto adorarlo. Al sole non faceva nessuna differenza. Né valeva la pena di considerare il sole un avversario, né un alleato, né attinente alle nostre azioni come forza partecipe. Non si tratta di una forza partecipe. Quello di voler attribuire o imporre al sole o a una stanza altri concetti o condizioni, è l’ipocrisia intellettuale per eccellenza. Puoi gioire del sole o riparartene. Una stanza può piacerti, oppure no”
[Da H. Pinter, I nani, unico romanzo scritto nei primi anni cinquanta]
Mi sono permessa di aggiungere una foto di Pinter al tuo post, spero non ti dispiaccia. Credo che in quel suo sorriso, piegato dalla malattia che incombeva, ci sia una forte autoironia che tradisce lo sguardo antico di un uomo che aveva saputo vedere.
Carissima alessandra, hai arricchito il post, vedo: e con il dono di un estratto della sua scrittura ( ma hai potuto forse leggere l’intero romanzo in questione, visto che è poi l’unico suo?) e con l’aggiunta di questa bella foto ( io ero rimasta un po’troppo incerta su quale eventualmente postare).. per cui grazie tantissime a te da parte mia e anche per chiunque avrà modo di vedere il tuo contributo
Cara Domaccia,
come sempre sei attenta ad ogni movimento
culturale e letterario di qualsiasi natura,
e noi non possiamo far altro che ringraziarti
per questa segnalazione .
Un caro saluto
Josè
da un certo punto di vista , cara josè, sono io che ringrazio te, per la tua generosa presenza che, a me personalmente, arriva sempre come qualcosa di delicato e nello stesso tempo appassionato… chissà perchè mai?.-)
ciao, tanti saluti e ben ritrovata
I know the place.
It is true.
Everything we do
Corrects the space
between death and me
And you.
Conosco il posto.
E’ vero.
Tutto ciò che facciamo
corregge lo spazio
tra la morte e me
e te.
( 1975)
La poesia è stata il primo amore di Pinter, costante anche se collaterale all’attività teatrale.
Una grande perdita per tutti noi.
Che “bello” il tuo avere postato un suo testo poetico, cara donatella: e così il post si va arricchendo sempre più, vedo.
Ho l’impressione che tu “conosca” harold pinter, potresti dire anche qualcos’altro, cosa ne pensi personalmente ad esempio..
Grazie, un caro saluto e auguri, ciao
in questo esatto momento è appena iniziata una trasmissione intitolata”Omaggio a Harold Pinter” sulla meritoria RADIO 3, come al solito: accorrete, accorrete numerosi, ve lo consiglio!:-))
Nella trasmissione cui accennavo ieri- nella rubrica del sabato, intitolata LA GRANDE RADio, fatta di spezzoni di tramissioni radiofoniche di anni precedenti, magari per omaggiare grandi figure di artisti- ho potuto ascoltare interventi di Andrea Camilleri(nella sua veste di regista e insegnante di accademia drammatica) di Masolino d’amico, di un altro critico-recensore che parlava de”Il tradimento” e in finale un’ampia intervista con Harold Pinter stesso.
Grande, grandissima perdita , quella di Harold Pinter, figlio di un sarto ebreo dei sobborghi poveri di Londra , che iniziò come attore , dopo aver frequentato la Royal Academy of Drammatic Art . Il suo nome d’arte era David Baron e fu buon attore televisivo e discreto caratterista in alcuni film. Ma nel contempo scriveva anche dei testi, drammi, sceneggiature cinematografiche e televisive. Proprio per la Tv vinse il premio Italia, nel 1962. Ma i suoi inizi come autore furono stentati , il suo teatro si richiama troppo a Beckett. I suoi personaggi appartengono all’infima borghesia e si muovono e agiscono in una condizione di isolamento reale e psicologico, parlano per dialoghi giustapposti non reciprocamente connessi. Le sue sembrano – come ha detto qualcuno- commedie minacciose per il repentino precipitare degli eventi che minano l’ordinaria routine e trasformano la situazione dell’esistenza umana da ridicola in tragica.
Harold Pinter ha sempre e solo scritto per se stesso mai pensando al pubblico: “ FUCKE THE AUDIENCE”, era solito dire.
Quindi tutto il suo teatro proviene direttamente dal suo vissuto, dalle sue curiosità, dalle sue ricerche linguistiche , senza filtri né falsi infingimenti. Un’onestà letteraria senza mezzi termini e un’assoluta assenza di retorica. La retorica ucciderebbe il suo teatro, perché Pinter mette in scena l’essenziale e l’essenza del dialogo viene poi restituita alle scene in maniera del tutto spontanea. E’ capace di scarnificare i suoi personaggi piuttosto che velarli di superfluo.
E’ come se scavasse nella profondità delle radici per poi lasciare affiorare solo l’apparente leggerezza dell’essenziale.Una parola, una persona, un’immagine o un episodio , per lui si trasformavano in una sorta di ossessione finchè non riesciva a inserirli in un progetto, una specie di processo catartico.
Pinter, come tutti noi, ha coltivato le sue fantasie e ha dato loro vita, solo che lui ,da queste elaborazioni, creava opere, grandi opere teatrali. Che nascevano in maniera casuale, come la sua prima opera ,” La stanza” (The room, 1957).
Vide una stanza, due uomini seduti a un tavolo, il primo un omino piccolo escalzo parlava in continuazione , un’interminabile conversazione; il secondo,un gigantesco camionista col berretto in testa non proferiva verbo. Il primo,sempre parlando , accudiva il camonionista, imboccandolo e imburrando del pane che, a mano a mano, affettava. Qualche settimana dopo aver visto questa scena ecco l’opera. E così fu per il “Compleanno” (The birthday party, del 1958) – che richiama alla mente il grande Kafka , dominato com’è dall’angoscia e dalla paura, una paura che sembra avere implicazioni politiche e metafisiche – e poi “Il guardiano” (The caretaker, del 1960) , con due fratelli che si contendono un vecchio barbone capitato nella casa vuota dove abitano offrendogli a turno un posto di guardiano, dato anche alla tv italiana con un grande Peppino DeFilippo nella parte del barbone; parliamo delle sue prime cosiddette “commedie minacciose”, per il repentino precipitare degli eventi che minano l’ordinaria “routine” e trasformano la situazione dell’esistenza umana da ridicola a tragica.
E poi , ancora, tante altre, come “Terra di nessuno” (No Man’s Land, 1975) , in cui ci sono ansie, utopie, ribellioni fuse nella preoccupazione linguistica; e “Vecchi tempi” ( Old Times) , “La serra” , Party Time, ecc, dove Pinter esplora soprattutto il problema della comunicazione, la sottomissione al potere, l’isolamento, l’insicurezza, esplicita in termini di allarmata e inquietante denuncia quel tema della Violenza, che è poi il vero leitmotive dell’intera sua produzione. Nelle sue ultime opere , in particolare, i riferimenti sono alla violenza propriamente politica, come nel caso de “Il bicchiere della staffa”, che fa riferimento al dramma dei desaparecidos argentini, o nel “Linguaggio della Montagna” a quello del popolo curdo , la cui parola è stata tagliata in bocca dai turchi oppressori.
Ma il vecchio Pinter, a cui era stato attribuito il Nobel per la letteratura , non avrebbe mai voluto che lo si ricordasse come autore fortemente impegnato su temi sociali e politici , colui che alla fine “ritrovò la buona coscienza.” , dopo un inizio di carriera da scontroso e appartato attore che scriveva atti unici vagamente intellettualistici e simbolici , e sembrava ai più eccessivamente disimpegnato. In verità , il giovane Pinter aveva rifiutato il servizio militare in nome dell’obiezione di coscienza e via via era uscito dal suo guscio , non facendosi più alcuno scrupolo di nascondere il proprio appassionato attivismo politico, che lo ha visto negli ultimi trent’anni in posizione di esplicita condanna contro la guerra e l’oppressione; contro , appunto, la Violenza da chiunque venisse esercitata. E questo profondo e commosso sdegno di individuo offeso dalla brutalità ferina degli oppressori l’artista lo riversa nella scena teatrale, con quel suo stile altissimo di scrittura che usa il linguaggio corrente caricandolo di ambiguità, pause, silenzi di grande effetto teatrale.
Nelle sue commedie la vicenda è spesso poco chiara, né va verso uno sbocco che concluda davvero. I personaggi violano con disinvoltura alcune delle leggi non-scritte del teatro, ad esempio contraddicendo quello che avevano detto su se stessi, e che il pubblico, abituato per convenzione, aveva preso per buono.Il dialogo, sempre teso e scattante, costruito su ritmi molto precisi in cui i silenzi hanno lo stesso valore delle battute, crea tensioni di grande teatralità. non ci sono mai momenti morti e l’attenzione è sorretta fino alla fine.
Un linguaggio , il suo , che crea atmosfere e situazioni sempre in bilico su quell’ esile confine , ( quasi un filo di rasoio) che esiste tra la tragedia e la comicità, vedasi opere come Silence, Old Times, dove non esiste più un’azione vera e propria , e il personaggio domina incontrastato con i suoi silenzi e i suoi monologhi , in un raffinato scavo psicoanalitico che esplode in tragicità ,in conseguenza di di situazione umoristicamente assurde. Si è parlato di teatro dell’assurdo , si è parlato (non a caso) di Kafka e Beckett, con il quale ultimo è stato amico, ma la differenza fra i due è che nel mondo di Beckett la comunicazione è impossibile, in quello di Pinter essa viene consapevolmente evitata per sfuggire al dolore che potrebbe derivare dal contatto umano
( comunicare significa mettersi in potere altrui) La nevrosi dell’uomo contemporaneo ,l’inadeguatezza di qualsiasi comunicazione rimane il tema di fondo di tutte le opere di Pinter, oltre a quello della Violenza del Potere, ben espresso in Party Time, dove nel club più raffinato della città, di primissimo ordine, di gran classe , dove ti puoi fare una partita a tennis, una nuotata , e c’è un bar proprio lì, accanto alla piscina , dove ti puoi bere un succo di frutta ( tutto compreso nel prezzo) e dove ti danno un asciugamano caldo che elimina tutti i punti neri del viso , insomma uno di quei club dov’è quasi istintuale affiliarsi e dove trovi proclami sulla pace , – a tutela dell’onesto cittadino che voglia sicurezza e la possibilità di muoversi tranquillamente, sia per il suo lavoro che durante il tempo libero, come questo:
“Noi vogliamo la pace , e la otteremo. Ma vogliamo che quella pace sia una pace d’acciaio. Senza crepe. Senza correnti. Acciaio. Tesa come un tamburo.
Questo è il tipo di pace che vogliamo , e questa è la pace che otteremo. Una pace d’acciaio”
E se alla fine del proclama di pace del presidente del Circolo, Jimmy dice che “tutto si chiude. Non vedo più niente, mai più niente, Siedo e succhio il buio. Ho il buio in bocca e lo succhio. E’ tutto quello che ho”, dobbiamo capirlo.
gentilissimo augusto, la ringrazio per questo
suo appassionato e ben documentato intervento, grazie davvero!:-)
credo che lei abbia potuto vedere le opere di Pinter,
la sua mi sembra un’analisi fatta ul “campo”…grazie per la sua “generosità” offerta
a chi fosse interessato a un così grande autore
un saluto.