Visita alla Maison de celle qui peint: Danielle Jacqui- di Lucetta Frisa
Devo all’amica pittrice Claudia Sansone la conoscenza di Danielle Jacqui. “Se fai un giro in Provenza - mi ha detto – devi andare a vedere la Maison de celle qui peint”. “Chi è?”. “Ma come, non la conosci? E’ Danielle Jacqui. Abita a Pont-de-l’Étoile, a Roquevaire, 30 km da Marsiglia”. Con mio marito eccoci lì a settembre. Nell’albergo di Aubagne la tizia della reception, che ci consegna le chiavi della camera, quando chiedo di questa Maison sgrana gli occhi. Ma forse è solo molto tonta dato che Danielle è famosa come artista di Art Brut (detta anche Art singulier o Outsider Art) e non solo nel Sud della Francia. Basta guardare i suoi tanti siti sul web. Raggiungiamo Pont-de-l’Étoile – ecco il piccolo ponte romantico e al di là una facciata tutta colorata – non si vede altro – di una casa. Ma è una casa o una specie di pannello tessuto o quinta mozzafiato di un teatro infantile e fantastico? Lo stupore aumenta, man mano che ci avviciniamo. L’ubicazione è scomoda, davanti ci passa una strada che s’incrocia con quella del ponte e le macchine ci sfrecciano tra i piedi, per fortuna non molte. Comincio a fotografare in una sorta di raptus, non credo ai miei occhi. Confesso di non nutrire un trasporto particolare per l’Art brut (ma ringrazio mille volte Jean Dubuffet che se ne è occupato per il primo, artefice di quel Museo emozionante che si trova a Losanna) e neppure posso dire di conoscerne i diversi aspetti, ma quest’opera supera ogni immaginazione: i mosaici e le ceramiche che ricoprono letteralmente la casa sono sculture a sbalzo di una violenza cromatica tra sogno e incubo, senza interruzione, come fatti d’un solo fiato, ed è così anche per il basso muro che si trova poco lontano: un graffito come un continuum, impietoso per chi intende osservarne con un minimo d’attenzione i particolari. No, non esiste un frammento che non sia dipinto, non si può fare entrare nulla dall’esterno…Casa e muro sono tutti incastonati di specchi e specchietti, pietre scintillanti, conchiglie e bottoni, le loro figure fantastiche e grottesche sembrano carte da gioco, icone deformate tra il folle e il gioioso.
Ad un tratto lei è lì. Scende giù dalla strada e si ferma davanti alla porta: un’anziana signora ancora bella e truccata che regge un sacco della spesa piena di verdure seguita da un uomo sudato con la lingua di fuori – cicisbeo, amante, uomo di fatica, accompagnatore – che ne regge due e sembrano pesantissime. “Madame Jacqui?”. “Oui, c’est moi”. E, gentilissima, sorridente, ci fa pure entrare, e lo stupore continua perché tutto, ma proprio tutto, compreso ogni elemento dell’arredamento come mobili, armadi e sedie, è ceramica e mosaico dipinto, vetro, intarsi di ogni genere, e tutto è stravolto, magnifico e orrendo allo stesso tempo. “Venez voir le jardin”- dice lei, invitante e tenera, e io mi trovo prima a salire una scala in ceramica blu che evoca un dipinto tridimensionale, poi affioro in un ambiente ristretto, senz’aria, dove al centro di quel delirio musivo domina un’uccelliera vuota. Mi chiedo dentro quale fiaba sono capitata. In quale stregata trappola. Si, la strega è lei, dolcissima, un attimo prima di avventarsi su Hänsel e Gretel… Penso che in Francia ci sono diversi esempi di questa art brut architettonica. Subito mi viene in mente Raymond Picassiette che a Chartres, dove abitava, in un lavoro incessante e ossessivo durato una trentina d’anni decora tutta la sua casa di cocci di ogni tipo: vetro e piatti (il nome Picassiette deriva da una fusione dei nomi Picasso e assiette che significa piatto)e vasellame vario. I cocci li andava a cercare dappertutto, specie nei bidoni dei rifiuti. Incastonati nei muri, ripetono anche il profilo della cattedrale reale. E’ l’unico, fra i tanti, di cui conoscevo l’esistenza, forse perché ho letto il bel libro di Edgardo Franzosini che ne racconta la storia.
Tornati a casa, Claudia S. ci impresta un volume,anche lui splendido e mostruoso (pesa 2 chili) intitolato Mondes Imaginaires. E da lì, limitandomi a cercare solo gli architetti-decoratori di case fantastiche, tralasciando gli altri – a cominciare dagli architetti di giardini, e circoscrivendo l’attenzione ai soli artisti francesi e italiani – ammiro, strabiliata, le immagini grandiose del libro monstrum. Dal ceramista Jean Linard, anche lui con la sua Cathédrale costruita accanto alla sua casa, alla Demeure aux figures di Roland Dutel, ex falegname maestro in assemblaggio di materiali di recupero, al più famoso Ben Vautier di Nizza, artista concettuale che spesso è ospite di una galleria di Genova e invia mails in pseudo-rime interminabili, alla Maison de la vaisselle cassée (Casa dei piatti rotti) di Robert Vasseur, fino al celebre postino Ferdinand Cheval che, due secoli fa, con il suo Palais Idéal, presso Lione, ricopre un’area vastissima con la visione di un’architettura monumentale ed esotizzante, evocativa dell’India e della Birmania, e anche della Sagrada Familia di Gaudì – tutta in pietra, conchiglie e fossili. I Surrealisti ne erano affascinati. E’ talmente un’opera gigantesca che mi gira la testa e chiudo il libro non prima di aver dato almeno un’occhiata a due italiani, Giovanni Cammarata e la sua Casa del Cavaliere a Messina, e al Castello Incantato di Filippo Bentivegna di Sciacca, sorta di eremita, morto nel 1967, scultore di diverse centinaia di teste di pietra che rivestono i muretti della sua piccola proprietà e gli interni della sua grotta-abitazione. Pensando che sono anni che, con mio marito, mi riprometto di fare una visita al Parco dei Tarocchi di Nicki de Saint Phalle, vicino a Capalbio, nota per i suoi 22 enormi personaggi degli Arcani Maggiori.
Questa gente, che porta avanti la sua espressività “diversa” e irregolare, è folle solo a metà. Trovano nell’arte la terapia ai propri disturbi psichici, esternando il mondo interno come specchio di angosce e desideri, e proponendoli in una dimensione contraddittoriamente gioiosa, sublimata. Il loro gesto artistico è la copertura totale del mondo, con quella bellezza inventata che il grigio, drammatico quotidiano gli oppone sempre come realtà da cancellare: un gesto di assoluta onnipotenza. (Mentre, commerciando le loro opere, i mercanti d’arte fanno affari d’oro, “curando” così la loro patologica e altrettanto onnipotente avidità). Almeno queste solide case di calce non possono essere vendute, sono già o diventeranno “beni pubblici” appartenenti al territorio in cui sono ubicate.
Madame Jacqui, lei, non mi sembra per nulla matta. Solo un po’ allucinata, come più o meno tutti gli artisti. Ha iniziato la sua carriera come ricamatrice. Poi ha trasposto i suoi ricami in pittura e di lì nel cemento musivo e graffitato. E’ molto consapevole della sua arte e della sua fama. Infatti ci invita a visitare anche il suo atelier a Aubagne, ci parla del grandioso progetto di decorare l’intera stazione ferroviaria e suggerisce di recarci a Nizza, dove espone in un museo della stessa città.
La immagino con lo scalpello in mano, mentre crea le sue figure, pronte a piombarci addosso come angeli arpionanti, quello scalpello che, chissà, per una bella donna mite quanto vuole farci credere di essere, potrebbe scivolarle dalle mani, in un attimo di distrazione, finendo sulla testa di qualche presunto nemico: poi, con soave disinvoltura, incastrarlo nel muro, farlo diventare una delle sue tante figure “altre”, nel suo inquietante paradiso di morti viventi.
Le immagini si trovano, bellissime, sul web, ma queste sono una scelta tra le mie e quelle di Claudia Sansone, assai più modeste, ma “nostre”.









sei proprio finita dentro una favola, Luce, e piacerebbe tanto anche a me fare un’esperienza così particolare !
..qualche foto, Lucetta, se ce l’hai. Corredane il post.
La Maison non è poi così lontana, volendo si potrebbe seguire il tuo esempio:)
Ciao
Rina
le immagini sono molto pesanti dunque serve tempo perchè si aprano, come già accadeva prima che avvenisse la “sparizione”. Vanno viste così, a questa dimensione, più piccola del formato originale, ma non più piccola di questa proposta, onde evitare di non vedere nulla dei moltissimi dettagli che compongono l’opera alquanto originale ed insolita. Personalmente ringrazio Lucetta di avermene resa partecipe. Ora le salvo nel mio book,grazie ferni
Oh, Ferni, ma allora c’erano le immagini?! Ora si vedono benissimo.
I mosaici e le ceramiche che creano sculture sbalzate…e le figure coloratissime danno luogo a sensazioni ‘eccessive’ da luna park.
Credo che vadano visti da vicino per poter avere la dimensione dell’artista in tutto il suo raggio creativo.
Comunque è già tanto averne saputo l’esistenza ..per chi ha voglia di approfondire, Lucetta ha lasciato indicazioni precise. Grazie
Buona serata
Rina
Hello,
I do not read or speak Italian, but I like to comment that I enjoyed the pictures of the house very much. I know for many years about the House of ” celle qui paint”, but I had not seen so nice photographs before.
Ciao!
Henk van Es, Amsterdaam
nice to meet you,Henk. We enjoy with you for these spectacular and exciting views.
bye- I hope to hear you again soon,ferni
una meraviglia l’articolo, che ci conduce nel mondo stregonesco di danielle jacqui, ci rende partecipi dell’atmofera dello stupore della concretezza di questa artista dolcemente “pazza” (?; e noi entriamo nella sua casa proprio come fossimo lì, però possiamo anche approfittare della cultura di Lucetta nel campo dell’art brut, allargare i nostri orizzonti…
grazie, Lucetta, anche le foto sono ottime, rendono molto bene l’idea di questo delirio visivo, di questo horror vacui
ciao
marina
incredibile questa casa, sembra quasi che l’artista abbia paura del bianco e del vuoto.
stupendo post tutto, carissima Lucetta:-))
Comincio col ringraziare Ferni che è l’autrice del post. Un conto è scrivere un testo e un conto postarlo- cosa che io non so assolutamente fare. Ma lei ha una capacità e una disponibilità eccezionale. (E non solo lei, naturalmente) Per inserire le immagini ha faticato molto.
Sono felice vi siano piaciute, ma vi assicuro che, rispetto alla realtà, sono riduttive ! Ne ho prese tante, ma queste sono più chiare.
Si, cara Blumy è stata un’esperienza veramente particolare. Brilla come una pietra bianca- di catulliana memoria- in un calendario un po’ grigio, quest’anno.
Rina cara, se hai occasione….oppure creala tu, insomma appena puoi, vale la pena di andarci. E poi, nei dintorni, c’è un piccolo spicchio di Provenza, sempre fascinosa.
Succede che le cose che ci fanno più piacere sono quelle che non ti aspetti.A me, le cose migliori, accadono sempre PER CASO.
vi abbraccio
lucetta
Hello,Henk
happy of your visit here and many thanks for your nice words for my photos.
Madame Danielle Jacqui is an old lady, an amazing outsider’s artist, you know.
By to you and Amsterdam
lucetta
Marina cara, non dubitavo che la conoscenza di questa “madame” ti intrigasse.
Ma non esagerare nei complimenti…
In effetti la visita mi ha spalancato nuovi orizzonti, veramente “altri” che vorrei continuare a frequentare, se possibile.
Ti assicuro che le foto sul web ( e sul libro) sono più belle delle mie, ma ho preferito personalizzare l’articolo con le mie, ben più modeste. E’ il soggetto che si presta a un “servizio fotografico”!Un vero delirio visivo che combatte l’horror vacui…
GRAZIE per il tuo entusiasmo che mi lusinga.
lucetta
Ringrazio Lucetta e mi scuso dei contrattempi, anche le “macchine” hanno degli acciacchi di server, dunque, a volte, si mettono in malattia. Il lavoro di documentazione proposto è un gran lavoro , sia fotografico che letterario, di questo ringrazio Lucetta per avercene portato un’ampia partecipata visione.ferni
Grazie della visita, Pani.
Il tuo commento è perfetto: l’artista ha paura del bianco e del vuoto, uno sinonimo dell’altro, in questo caso. Crea un suo mondo assoluto e compatto dove non può entrare nessuno, soprattutto la morte.
lucetta
Dominica carissima,
sono molto contenta che questo post ti sia piaciuto!
Ci sarebbe ancora molto da dire sui diversi tipi di art brut, ma questa, per me, è stata una scoperta( anche grazie alla mia amica Claudia che già da tempo conosceva la Maison) e ho subito pensato a vdbd.
Ti ringrazio con un abbraccio
lucetta
gran bella visita, e belle le foto, ti ringrazio per aver voluto condividere con noi. molti anni fa vidi in televisione un uomo che aveva costruito un castello di pietra per la sua amata che l’aveva abbandonato, non sono certa di ricordare bene, pensi si possa trattare del signore di sciacca?
davvero un bel giro, Lucetta, grazie grazie.
l’immersione nel fantastico è praticamente assoluta, io una casa così l’ho vista solo a Vienna, da Hundertwasser, la sola che mi venga in mente. Questa signora-strega-granpittrice è fra i personaggi splendidi di una poesia quasi nascosta, mai veramente riconosciuta ma così presente e viva, attorno a noi, basta (basterebbe) uscire al momento giusto dall’autostrada
(vabbé, anche le Gaudì, dai)(oltre a quelli che mi insegni)
Cara Lucetta, grazie d’averci raccontato quest’esperienza e fatto conoscere queste espressioni artistiche così particolari e desuete…
un caro saluto
gisella
conoscevo questo episodio “bizzarro” del fare architettura alternativa a troppa edilizia anonima da un lato, da noiosissima maniera da “achistar” dall’altra ma resto felice da come l’Amica lucetta abbia saputo darne visione attenta e acuta, con leggerezza da fantasia logica, davvero una scrittura da intelligenza profonda..
roberto
Antonella, si è proprio lui, Filippo Bentivegna e questa del castello di pietra eretto per una donna(incontrata in America che lo aveva rifiutato) sta tra realtà e leggenda.Più leggenda che realtà. Forse piace pensarlo così.
Se io avessi la fortuna di abitare in Sicilia….beh, una visita ce la farei e poi….vieni a raccontarcela qui.
In quanto all’altro genio folle( ma credo meno geniale di Bentivegna, e cioè il Cavaliere Giovanni Cammarata che di mestiere faceva il “puparo”), so che purtroppo la sua casa è stata semi distrutta e ne resta solo la facciata. Meno male che di lui lo ricordano in Germania ( su quel librone dove l’ho scoperto, edito dalla Taschen) molto meno i Messinesi.
Ma credo che stiano prendendo provvedimenti per rivalutarlo o per lo meno ricordarlo. (forse sarà arrivato il momento che, occuparsene, sia d’interesse comune o di qualcuno in particolare).
Quante storie tristi simili a queste!
un abbraccio
lucetta
Grazie, cara Silvia della visita e grazie per la notizia che anche a Vienna…
Certo, si, Gaudì, per quelle architetture grandiose che sono,in fondo, enormi preghiere, innalzamenti a Dio… Templi mistici privati, se vogliamo.
Ma pensa anche,- riguardo ai giardini, con labirinti o meno, comunque tutti o quasi,percorsi iniziatici- a quello del XVI secolo, il Bosco sacro di Bomarzo(Viterbo) cosparso di figure “mostruose” in pietra. L’ha costruito Pirro Ligorio- colui che terminò la cupola di san Pietro dopo la morte di Michelangelo – ma fu commissionato dal duca Orsini che, di testa, non era-pare- molto normale…
un abbraccio
lucetta
Ringrazio molto Gisella per il suo sincero apprezzamento
e Roberto, per il suo commento così vibrante e un po’ troppo lusinghiero ( ma sta nella sua natura generosa)
un abbraccio a entrambi
lucetta
Affascinanti davvero Lucetta questi artisti dell’inconscio…
mi è venuto in mente il cinquecentesco (e vicno) Parco dei Mostri di Bomarzo un luogo altrettanto affascinante pieno di architetture e creature bizzarre.
Un abbraccio, Lucianna
Lucianna, che piacere leggerti.
Si, al Bosco sacro di Bomarzo ho proprio accennato rispondendo a Silvia, ieri. Stupefacente. E se vogliamo parlare ancora di giardini fantastici con statue in pietra, perché non ricordare la settecentesca Villa Palagonia, a Bagheria, presso Palermo? L’ho vista diversi anni fa in uno stato di devastazione e non so se dopo l’hanno restaurata o meno.
Un abbraccio anche a te
lucetta
Visto che si citano luoghi anche io ne propongo uno.Si tratta di un luogo costruito da Tomaso Buzzi, un architetto, che gli ha dedicato molti anni della sua vita, oltre che impegno e finanziamenti.Si trova nelle vicinanze di Perugia, in montagna e si chiama La Scarzuola. lascio il link per chi volesse visitarlo in anteprima, anche se il luogo merita il viaggio…anche se poi, non sempre si è accettati! A volte si viene respinti.E’ come se servisse meritarselo l’incontro con quei luoghi. ferni
http://www.pbase.com/ribes/la_scarzuola_e_la_citt_ideale_di_tomaso_buzzi
Scusami, ma in effetti dopo aver letto attentamente il post ho poi dato una scorsa veloce ai commenti e mi èsfuggito…
Comunque sono andata a vedere il link segnalaato da ferni ed è bellissimo! Ci voglio andare a Scarzuola! Ma in che senso si è repinti? In senso metaforico o reale? Ciao, Lucianna
In ritardo ma con calma mi sono calata in questa atmosfera fiabesca e ne sono rimasta incantata. Nella piccola signora Danielle c’è un mondo immenso e sommerso che esce fuori pezzo a pezzo durante la sua creatività.
Un bell’ articolo per una bella e rara esperienza personale che hai voluto condividere con noi.
Un abbraccio
Sandra
Ferni, sapevo della Scarzuola ma intendevo, forse in un secondo tempo, parlarne più diffusamente. Infatti, il luogo, merita un’attenzione particolare-Buozzi è un vero genio- e, indubbiamente, una visita speciale. Ma, tu alludi che…per visistarla occorre essere,in qualche modo “raccomandati” ? Storia vecchia. Un luogo élitario, insomma, forse per evitare l’afflusso di un certo turismo invasivo e devastante… Hai fatto benissimo a segnalarcelo e a indicarci il sito- che è splendido e inquietante, come tutte queste opere d’arte geniali e “anomale”- .
Grazie, ho visto che l’hai postato anche sul tuo sito.
lucetta
Grazie, Sandra cara, della visita attenta e calma che sa apprezzare in profondità. Il tuo commento mi ha fatto molto piacere. Quasi quasi scrivo alla Jacqui per segnalarle il nostro blog e le sue nuove ammiratrici(e ammiratori) italiane.(ma non so se lo farò veramente, ho un po’ di pudore, forse sciocco…)
Ti abbraccio
lucetta
J’ai pa